Posso sognarti?

Ciao, scusa se ti disturbo a quest’ora tarda.. ti ho svegliata? È solo che mi chiedevo se potevo sognarti. Sto per andare a dormire e mi è venuto in mente il tuo bel visino. Solitamente l’ultimo pensiero che ho prima di chiudere gli occhi mi gira nel cervello tutta la notte così, ecco, mi chiedevo se ti dava fastidio che ti sognassi. No dico perché sono dieci anni che ti amo ma non ti ho mai vista nuda. Però magari sai il mio inconscio nel sogno potrebbe anche pensare di guardarti mentre dolcemente ti spogli ignara della mia presenza. Non ti bacerei, sai che non potrei mai senza il tuo permesso. Nemmeno nei miei sogni potrei mancarti di rispetto. Che cavolata, è limitante la mia educazione sai? Anche nelle mie fantasie tu non sei mia perché sarebbe come violarti, come farti un torto che rimarrebbe nella mia testa piccolo piccolo quasi invisibile eppure non mi lascerebbe più il coraggio di guardarti negli occhi. Posso sognare i tuoi occhi? Solo l’iride. Posso sognare i tuoi occhi e non svegliarmi più? Anche le tue mani, vorrei sognare anche le tue mani se non ti dispiace. Forse pretendo troppo, sono passati solo dieci anni da quando ho iniziato ad amarti. Non sarei mai così presuntuoso da pretendere la tua attenzione, tu sei Luna e io sono un infimo masso in fondo agli abissi. Tu guarda avanti e vola libera, io col mare negli occhi ti osserverò felice. Ho così tanto amore da darti che basta per entrambi. È per la mia salute che non possiamo vederci, il cuore si fermerebbe di colpo se tu mi sorridessi ancora come quella volta. E se il mio cuore si fermasse non potrei più amarti, che senso avrebbe vivere senza amarti? Che senso avrebbe morire se fossi obbligato a smettere di vivere per te? È molto tardi hai ragione ma non piangere. Io non voglio niente.  Voglio solo il permesso d’immaginare i tuoi begli occhi in cui tuffarmi. Solo una volta giuro. Mia musa, mio amore, mio tutto. Non sentirti in colpa, non dire nulla. Anzi è colpa mia che ti getto queste parole come un sacco dell’immondizia senza pensare che potrebbero ferirti. Lo fanno? Non badare a me, io sto bene al tuo solo pensiero, mi riempi come aria fresca nei polmoni, come luce di prima mattina. Ai sogni non c’è freno dici. E allora permettimi, solo per questa notte, d’immaginare le mie labbra che sfiorano le tue. È sapore di pesca amore mio. Ci vediamo nel mio sogno.

Noi tamarri di una volta.

Mi sono seduta al bar questa mattina per prendere il solito caffè. Accanto a me una tavolata di giovincelle liceali conversava amabilmente. O almeno speravo. C’era una certa musicalità nell’aria, infatti ogni tre parole veniva abilmente inserito il termine latino “minchia”. Ho udito modi di dire che pensavo morti e sepolti quale “gli sono andata dietro” per indicare un vano tentativo di seduzione,  “me lo sono slinguato” anziché un sobrio limonare.  Da buona snob mi sono subito irrigidita e, storcendo il naso, ho pensato che noi a quindici anni eravamo completamente diversi, che le nuove generazioni sono bruciate, che mio dio ma il darwinismo ha davvero fallito.

Arrivata a casa ho riguardato le vecchie foto di quando ancora la maggiore età sembrava un’oasi in un deserto di brufoli ed adolescenza. Dio mio, ero veramente così? Sono uscita con quel tizio così imbarazzante? Perché nessuno mi ha mai detto che assomigliavo ad un peto imbottigliato? E poi la rivelazione: in un passato lontano ma non poi così tanto, ho usato pure io il “tvukdb”, il “xkè”, ho ascoltato musica che mi vergogno ancora adesso di cantare sotto la doccia nonostante sia sola in casa, ho bevuto il primo bacardi breezer credendo di essere la regina del mondo. 

La verità è che abbiamo tutti un passato da tamarri, nessuno escluso.  E tutti tentiamo di rinnegarlo guardando con la stessa espressione di un mangiatore di limoni questi nuovi quindicenni.  “io alla loro età passavo le giornate a leggere i Sepolcri per poi abbozzare la mia tesi sul neopositivismo e le sue influenze che potremmo definire decadentiste ma anche no”. Per cortesia, a quindici anni pensavi a come chiedere di uscire alla brunetta della classe accanto, a come scopiazzare il compito di matematica, a se fosse meglio il topexan o sei dita di cerone per non far vedere i brufoli. Tutto questo con musica di dubbia qualità nelle orecchie.

E quindi il mio è un appello a tutti noi ex tamarri, a tutti noi che almeno uno scheletro nell’armadio ce l’abbiamo. Prendiamo pure in giro i nuovi liceali, sfottiamoli a dovere per manifestare la nostra insindacabile superiorità non senza però, nel profondo, sorridere pensando che, ai nostri tempi, c’era qualcuno che rideva di noi allo stesso modo. E ne aveva tutti i motivi.