Il fatto è che non se ne parla abbastanza. O meglio, se ne parla, ma non nel modo giusto, non nel modo vero. Siamo schiavi di un tabù, di un mito, della felicità totalizzante che non permette obiezioni pena il declassamento a depressione post partum, una semplice condizione clinica indotta dagli ormoni. Le frustrazioni vengono dette a mezza bocca, ridendo, poco più di una battuta oppure anticipate da preamboli degni delle migliori prefazioni a libri che però non esistono. Anche guardandoci allo specchio, anche con noi stessi, diciamo che tutto viene ampiamente compensato, ripagato, superato e il dolore dimenticato, cancellato. Anche con gli altri genitori, con l’altro genitore, quell’urlo che abbiamo esce come un sibilo, un ultrasuono, una pallida eco di quella voragine che ci cresce nel petto. E la verità è che è colpa nostra, quella voragine è anche colpa nostra. Perché tacendo le sofferenze, banalizzandole come fasi transitorie della durata di un tempo comico, parlandone come se fossero parentesi in un libro di migliaia di pagine, ecco riducendone le dimensioni noi creiamo aspettative che poi non riusciamo a soddisfare.
Veniamo lanciati nel mondo della genitorialità come scimmie nello spazio, senza aver ancora davvero capito fino in fondo il pianeta Terra e trovandoci di colpo a fluttuare in un’orbita di cui ci sfugge la destinazione.
Ci hanno detto tutti che sarebbe stato il cambiamento più bello della nostra vita allora cos’è questa frustrazione, questa incapacità di gestire me stessa che sento crescere dentro? Perché se dev’essere solo bello ed ampiamente compensato, perché se così dev’essere quando posso prendermi un paio d’ore per me mi sembra di essere andata alle Seychelles anche se ho solo fatto la piega, preso un aperitivo, nuotato più in là della boa? Perché il pianto disperato delle tre di notte mi soffoca come un cuscino premuto sul volto e no, non provo amore cambiando la creatura quando ancora non ho capito se si tratta di un sogno lucido o una disincantata realtà? Perché poi quando ricevo un abbraccio, un sorriso con pochi denti o una carezza con le mani cicciotte sento il ventricolo sinistro allargarsi di quattro millimetri e dico “perché non mi sento sempre così se è così che dovrei essere sempre”?
Perché devo sentirmi così terribilmente sbagliata, in colpa, cattiva se non vivo come nelle fiabe?
Sono io, siamo noi?
Perché dell’amore, delle amicizie, dei rapporti umani in generale si assume che ci siano dei momenti di gioia assoluta, momenti di complicità, ma anche rabbia e tristezza in buona misura mentre la genitorialità deve avere un amore sconfinato e tristezza in tracce trascurabili? Perché, anzi, in amore si diffida delle coppie che non litigano mai mentre si guarda con compassionevole rimprovero un genitore esausto?
Un’altra depressa, che pesantezza. Lo vedo che lo state pensando.
Invece sapete che vi dico? Che mi sento coraggiosa per una volta, perché ho la forza di dire che non tutto è rosa e fiori, ma sono comunque un genitore, una mamma e posso essere brava, perché sto imparando a riconoscere le mie fragilità.
Vorrei chiudere con qualcosa di motivazionale, di sprono, ma credo che terrò queste righe come una coccola a me stessa, come se mettessi nero su bianco che non sono sbagliata se provo questi sentimenti, che sentirsi capiti, a volte, è già di per sé una motivazione per andare avanti.