Le undici meno cinque.

Le undici meno cinque, un normale sabato mattina. Forse dovrei smetterla di fare baldoria, prima o poi il corpo ti presenta il conto e sarà più salato di cinquanta euro di gin tonic.
Fuori piove e perché mai dovrei alzarmi, esiste qualche legge universale che vieti di fare colazione alle due del pomeriggio? Il momento più bello del risveglio il fine settimana è realizzare che nessuno, salvo comunioni di cuginetti di quinto grado e centenari delle nonne, potrà impedirti di girarti dall’altro lato e continuare a dormire. E poi il fine settimana si dorme con arroganza, con la supponenza di chi crede di essere padrone del proprio destino. E ognuno di noi, per quarantotto ore, lo è.
Mi sveglio con la spalla ancora dolorante, però che bello è stato ieri sera.
Le undici meno cinque. Il tempo oggi scorre più lento dei miei pensieri. O forse il tempo si dilata all’infinito quando devi smaltire una sbronza. Ogni fitta alla testa sembra durare ore e invece no, sono sempre le undici meno cinque. Dicono che il caffè allevi i postumi o forse ho solo voglia di caffeina, di una moca che fischi, gorgheggi, insomma che faccia il suo suono e pure il suo dovere, s’intende. Di sigarette non ho voglia, i miei polmoni sembrano una petroliera diretta a Ovest. Chissà se esistono studi scientifici sulla correlazione alcol-sigarette, chissà perché dopo il secondo bicchiere le Marlboro aumentano come il pil della Cina. Sarà che con l’alcol aumenta tutto così tanto che quasi mi sembra di sentirla, la tua nostalgia.
Il caffè è pronto, mi ustiono con il manico. Ma che senso ha riordinare la cucina il venerdì se poi non invito mai nessuno a cena e se il sabato mattina sono troppo pigro per cercare le presine. Al diavolo la caffetteria e le mie abitudini insensate. Almeno mi fossi iscritto al corso di cucina che mi aveva regalato la zia Mimì due natali fa, almeno avrei fatto l’arrosto ai miei amici e bevuto vino buono. Avrei risparmiato i soldi buttati in quel gin scadente, avrei fumato meno e probabilmente avrei evitato questo dolore alla spalla. Devo dire a zia Mimì che dal suo prossimo regalo di Natale potrebbe dipendere il mio futuro, chef o morte.
Le undici meno cinque. Il mio orologio è lo stesso da quindici anni, me l’aveva regalato il nonno dopo l’esame di maturità. Lui aveva questa teoria sugli orologi che non ho mai capito bene, diceva sempre che “gli orologi indicano il tempo due volte: quando lavori ti ricordano che non hai tempo da perdere, quando riposi che nessun tempo è perduto se lo dedichi a te stesso”. Mio nonno era un uomo saggio, o meglio, diciamo che si era inventato questa massima e con essa viveva di rendita, la versione campagnola dei Sex Pistols, tre anni di band, due album e secoli di gloria a venire. Solo che mio nonno avrebbe cantato God Save Bagna Cauda. Il mio pensiero non vuol essere maligno, la mia è invidia allo stato puro, il mio obiettivo nella vita è trovare una sola, semplice, geniale intuizione che mi permetta di vivere in qualche atollo sperduto e fare colazione con latte e ricci di mare. Ho provato con le strart-up ma ogni volta che credevo fosse quella giusta, ecco che fioccavano articoli sull’ultima frontiera del e-commerce di caffettiere di fine ‘800 che spopola tra i collezionisti. Sono arrivato a convincermi che un hacker mi monitorasse il computer sapendo della mia latente genialità ma poi mia madre, a modo suo, mi ha spiegato che era più probabile che il mio cervello avesse immagazzinato ed elaborato informazioni viste di sfuggita su un giornale. Le ho creduto solo perché l’alternativa era lo psichiatra.
Le undici meno cinque. Oggi il tempo sembra non passare più, mi sento come una rana in pentola. Sapete no, la storia di come una stupida rana muore vittima del suo spirito di adattamento? Anni di studi e lodi sul darwinismo, sopravvive chi si adatta, non avrai altra Bibbia al di fuori di Darwin, guarda che canini avevamo ventimila anni fa e poi puff, una rana smentisce tutto. Si perché se tu metti la tua bella ranocchia in una pentola con acqua fredda e accendi piano piano il fuoco, questa si adatta placidamente ad ogni grado fino a rimanerci secca. Bollita in realtà, ma secca suonava meglio. Così può essere che questa sbronza mi stia lentamente uccidendo senza che io me ne accorga, pensare che ero solo un rospo che sognava di diventare principe. E invece adesso sono qui a morire lentamente per l’alcol sperando almeno che la gente si ricordi che avevo gli occhi color nocciola.
Come si attende il compimento del destino? Col vestito buono o in vestaglia sul divano? Con l’abito sicuramente penseranno che stessi aspettando sto benedetto angelo della morte, una specie di suicidio premeditato da artista dannato e ripudiato da una società troppo superficiale per comprendere un animo così complesso. Ma a chi la darei a bere che la mia massima opera surrealista è vomito su neve a capodanno. In vestaglia sembrerei un povero stronzo qualunque a cui hanno portato il conto subito dopo gli antipasti. Magari jeans e maglietta, un paio di sneakers così, come se il male mi avesse colto mentre ero in procinto di uscire a cambiare la mia vita. Decisamente jeans, però con un bel maglioncino per sembrare più serio. Metterò un film ricercato, magari dei fratelli Cohen che chi cazzo li ha mai capiti sta a vedere che è la volta buona.
Le undici meno cinque. Ho praticamente finito la filmografia e non ho capito principalmente due cose: perché sono ancora vivo e perché Brad Pitt deve morire dopo venti minuti di pellicola. Voglio dire ingaggi uno come Brad Pitt e me lo liquidi neanche il tempo di una cacata in bagno? Praticamente l’ho visto solo nei titoli di coda.
Mangio un piatto di pasta e vado a letto, sarà più rapida l’attesa. Mi sembra di vedere un tramonto, eccola la fine. Chiudo gli occhi in pace, arrivederci mondo. Chiamerò mia madre da lassù.
Riapro gli occhi e il Sole è alto, il mal di testa è passato e fuori cinguettano i passerotti. Sono in Paradiso, è successo davvero. Mi sembra di avere di nuovo l’energia di bambino alla sua prima partita di calcio, sento il sangue nelle vene. Mi piacerebbe essere vivo solo per dire a tutti quegli intellettuali da due soldi che il Paradiso non è né azzurro né verde né arancione. E’ la tua vita di prima, solo con più vitalità e nessuna responsabilità. Che poi è un paradosso dire che ti senti più vivo da morto o forse non più di quanto lo sia andare a dormire per poi sentirsi più svegli. Una coda che morde il gatto, insomma.
Le undici meno cinque, neanche in Paradiso il tempo scorre velocemente, anzi magari se potessi calcolare la gravità di questo posto potrei scoprire che un secondo dura quasi sette anni. Le torte di compleanno non devono andare per la maggiore qui.
Indosso i pantaloncini, la maglia rossa dei grandi magazzini, inizio a fare qualche esercizio di stretching. Mentre sto allungando i quadricipiti sento il rumore di una chiave entra nella serratura, fa un quarto di giro, la porta si spalanca ed ecco mia madre, di nero vestita, che si rovescia in casa mia come un maratoneta al traguardo. “Ma che diavolo stai facendo conciato in questo modo? Cambiati subito che è tardi!”. Be, se l’angelo della morte è mia madre suppongo che Freud e io avremmo molto da discutere. Però che senso avrebbe un angelo della morte in Paradiso? Tipo un vegano che pratichi la pesca sportiva. “Che vuoi dire ma’? tardi per cosa?” “Il funerale di zia Mimì, ma perchè non ascolti mai quando ti parlo? muoviti e metti il vestito buono!”. Un funerale, in Paradiso, il vestito buono, le undici meno cinque. Ma che cavolo di Paradiso è se qui si muore due volte, ma che cavolo viviamo in pace a fare se poi dopo l’ultimo respiro non la luce eterna ma solo un altro cazzo di ultimo respiro ci aspetta? Ma allora andiamo ad unirci ai cartelli colombiani, andiamo a fare i pirati in mezzo al Pacifico, andiamo dove ci pare che tanto l’unico Karma è che hai da morì, c’avevano ragione i romani mannaggia a loro. “Ma quante volte è già morta questa zia Mimì? Tipo almeno due no?” “oh be vedi, figliolo, dipende: se prendiamo per buona quella volta che l’hai fatta morire per saltare una versione di greco effettivamente questa sarebbe la sua seconda dipartita. Tuttavia, assumendo che il tuo squallido umorismo nero meriterebbe uno schiaffone su quella guancia scavata che ti ritrovi e che le tue doti di iettatore vanno di pari passo con quelle, assolutamente nulle, da cuoco, debbo informarti che quella di un paio di giorni fa è la sua prima ed unica dipartita e tu sei pregato di onorarla andandoti a infilare quel dannato vestito buono che io ti ho comprato visto che i tuoi pochi spicci si trovano nelle casse di un qualche squallido bar.”
Scendiamo in strada e il vestito di lana mi sembra pizzichi meno del solito, lo metterò nella lista dei pro di questo strano Paradiso. Le merde di cane puzzano sempre di merda di cane, peccato, speravo di poter lasciare nella vita terrena tanto orrore.
E’ stato mentre aspettavamo il carro funebre davanti alla Chiesa che ho capito tutto. Le campane hanno suonato dodici rintocchi. Non è possibile, sono le undici meno cinque, dev’esserci un errore. “Mamma, che ore sono?” “Le dodici in punto”. Non è possibile, c’è un errore, sono le undici meno cinque e io sono morto, il tempo qui non può scorrere, l’ho visto io stesso. Ad ogni abbraccio di parente sconosciuto mi getto disperato tra le loro braccia così che, mentre mi consolano per il dolore della perdita di zia Mimì, io avvicino l’orecchio ai loro orologi che scandiscono inesorabilmente lo scorrere dei secondi. Ad ogni scatto della lancetta sento una fitta in mezzo al cuore come se la mia seconda morte fosse lì, ad un passo da me. Le dodici e dieci sull’orologio di mia cugina, le undici meno cinque sul mio. Le dodici e undici sul Rolex finto di zio Carlo, le undici meno cinque sul mio.
Sono dovuto andare a un funerale per capire che ero ancora vivo, una rana che salta fuori dalla pentola giusto in tempo per non finire nel piatto di qualche francese. Com’è possibile che abbia scambiato le pile esaurite di uno stupido orologio per i minuti contati della mia vita? Com’è possibile che abbia pensato che il tempo si fosse fermato solo perchè non lo vedevo scorrere sulle lancette?
Caro Nonno, ti sbagliavi. Gli orologi misurano il tempo tre volte: quando lavori, ti ricordano che non hai tempo da perdere. Quando riposi, che nessun tempo è perduto se lo dedichi a te stesso. Quando si scaricano, che si può vivere benissimo liberi dalla tirannia del tempo, ma che comunque se non cambi le pile un po’ stronzo lo sei.
Sono le undici meno cinque, e non mi sono mai sentito così vivo.

Dove volano le farfalle?

Chissà perché ci si uccide più di frequente dopo il tramonto. Sarà che prima San Pietro è a mangiare, “signora non ha letto il cartello? So le sette, la bottega apre alle sette e mezzo, che crede d’esse già arrivata in Paradiso? Se metta ‘n fila va”. Sarà che in tempo di crisi pure Caronte si è messo a fare tariffe agevolate sulle tratte notturne.

Sarà che sono due anni che mi faccio la stessa domanda e solo di notte mi sembra che tu venga a sussurrarmi la risposta.

Cosa si prova a stare in bilico tra la vita e la morte, tra un passo indietro e un passo nel vuoto? Tu lo sai dove porta il vuoto? E dimmi, che cosa si ascolta in quel momento? Il proprio cuore o un’ombra che ci insegue e che oscura la luce che abbiamo negli occhi? Tu dimmi se il freddo delle tegole ha riscaldato la tua anima, se dopo esser caduti s’impara a volare.

Mi hai insegnato a non avere paura dei mostri sotto il letto ma allora com’è che, alla fine, proprio tu li hai lasciati vincere? Erano verdi oppure gialli? In ogni caso, sappi che io sono incazzata nera. Incazzata come una madre che sgrida il proprio figlio per aver attraversato di corsa senza guardare, un’incazzatura d’amore bella e buona. Mi si è quasi spezzata una corda vocale, mi si è quasi spezzato il cuore di netto.

Perché mica è giusto quello che mi hai combinato, che la parte difficile è sempre per chi rimane qui come uno stronzo con un pugno di mosche morte in mano. Sì, ho fatto morire pure le mosche. E va bene, va bene sono egoista, devo lasciarti andare, tenere la mano aperta per non uccidere la farfalla come in quelle metafore inutili e mielose sull’amore. Ma che ne sanno le metafore dell’amore, delle farfalle, di te che sei la mia farfalla. Ma che ne sai tu di cosa significhi abbracciarti solo in sogno e svegliarsi con la faccia nel cuscino, che ne sai tu di cosa significhi guardare giù e sentirsi mancare il fiato, sentirsi rimbombare nella testa il mio urlo di dolore.

Ti sfido. Ti sfido a venirmelo a chiedere davanti a una tazza d’orzo e tu lo sai che io l’orzo lo detesto, che lo berrei solo per te. Ti sfido a rispondere alle domande che io getto nel vento sperando salgano fin da te e tu potrai fare lo stesso con me, se vorrai. E lo sai bene, lo so bene, è una sfida d’amore, un duello tra innamorati separati dal destino. È solo che mi fai così tanta rabbia, è solo che ho questa roba qui dentro che non so dove mettere, ho amore in eccesso capisci? Ho tutto questo amore che non so più dove mettere perché non ci sei più tu a riceverlo, perché mica posso smaltirlo insieme all’organico, che mica fa la muffa l’amore. E allora lo nascondo come i chili dell’inverno sotto i vestiti, sotto il tuo maglione nero che ora ha perso il tuo profumo. E allora magari già che sono qui indosso i tuoi panni, il tuo caschetto biondo e quel sandalo che hai tolto un attimo prima che gli attimi finissero.

T’immagino piegare i tuoi vestiti adagio sul letto, non c’è nessuna fretta, non c’è più nessuna fretta. T’immagino togliere i gioielli come ogni sera prima di andare a dormire, prima di un lungo sonno. T’immagino tremante voltarti a guardare tutto il tuo bel mondo per l’ultima volta, almeno l’ultima coi tuoi begli occhietti azzurri. Che poi forse si saranno un po’ arrossati come un mare al tramonto. I ricordi ti riempiono il cuore così tanto che non c’è più spazio per averne di nuovi, che non ti ricordi nemmeno che giorno sia domani. È l’amore a muovere il mondo e adesso, lo so, anche le tue braccia. E allora è giunta l’ora di scegliere un’ultima volta. È così tanto che non scegli più.

Una farfalla che spicca il volo, colomba bianca nel giorno di Pasqua. Se il corpo c’incatena che almeno l’anima si possa liberare, se è l’aria a mancarci che si possa diventare quell’aria, quel vento fresco che soffia all’alba di un nuovo giorno. Che la gravità sia una legge e tu la sua deroga. Che le tue braccia diventino ali giusto in tempo per invertire la rotta e volare fin dentro i miei sorrisi.

Sei la mia farfalla bella, il mio Sole con un po’ di pioggia leggera. Sei il mio amore immenso.

Mi manchi e so che la mia voce arriverà fin là, dove volano le farfalle.

Burbera Barbera.

Ma come si può abbinare il pesce azzurro al vino rosso? Mettiamo la tuta da sci sulla riviera allora, mangiamo panettone a ferragosto. Ci vogliono ordine e precisione nella vita. Pesce azzurro vino bianco. Pane al pane vino al vino. Banale, elementare. Tu dimmi cosa ci vuole ad essere precisi, rigorosi. Tu dimmi perché devi comprare il vino rosso, perché la forchetta non devi metterla a sinistra, perché meriti di vivere. Dimmi cosa ti è saltato in mente di fare, perché mi vuoi far impazzire?

L’hai fatto apposta, è ovvio, hai cercato volutamente di fottermi, di farmi uscire di testa. Cos’è hai progettato da tempo il tuo suicidio ma non hai il coraggio nemmeno di ammazzarti? È per questo che hai comprato vino rosso, ammettilo, mi hai voluta provocare fino al limite solo per farti tirare una bella coltellata in pancia e arrivederci a tutti. Perché invece non prendi coraggio e risolvi i tuoi problemi, eh? Perché invece non mi ami un po’ di più e la smetti di comportarti da bambino? Pensi che io mi diverta? Pensi che a me piaccia minacciarti, che io mi diverta a farti del male? Sei tu che mi costringi, sei tu che ma diamine il vino rosso col pesce, il vino rosso! Cosa pensavi che avrei potuto far passare tutto sotto silenzio, far finta che fosse chardonnay e via, tutto passato? Come hai potuto dimenticarti che avrei fatto il pesce, erano ore che ne parlavamo, ore. Ti ho solo chiesto di comprare un po’ di vino, nulla più. Forse non c’era l’offerta giusta al supermercato, spilorcio.

Andiamo a vivere insieme, sposiamoci, abbracciami forte… cazzate! Tutte cazzate! Nemmeno il vino giusto sai comprare e pretendi che io ti ami? E pretendi che io ti creda quando dici che mi ami? Pensi che un abbraccio possa compensare questo vino così tremendo? Mi hai presa per deficiente, è ovvio. Solo una deficiente tollererebbe un affronto simile, solo una deficiente ti direbbe che va tutto bene, che non c’è problema. E se adesso io ti ammazzo domani me lo compri il vino giusto? Ne saresti in grado? Se adesso io ti ammazzo ce la fai a promettermi che cambierai, che sarà diverso, che tutto sarà in ordine al suo posto e perfettamente organizzato? Ma come faccio a non ammazzarti ed essere sicura che cambierai, me lo dici? Io ci sto provando giuro, ci sto mettendo me stessa per cercare di capirti ma non riesco a seguirti, è impossibile non ammazzarti, è impossibile pensare che tu possa migliorare senza una giusta punizione. Guarda i cani, mica ti ubbidiscono se non gli fai vedere il giornale arrotolato.

Vedere, toccare, ferire, non noto molta differenza caro. In ogni forma di sofferenza ci sono almeno due componenti: se vedi un tradimento ti ferisce, se vieni ammazzato non è detto che tu veda l’assassino. Ma sono sempre due facce della sofferenza, se vuoi parliamo pure di cosa sia più profonda, se una cicatrice nella testa o sulla testa. Se faccia più male un infarto o un cuore spezzato, se sia più mal messo chi ha la gamba ingessata o chi non riesce ad andare avanti.

Io ho visto la tua indifferenza verso ciò che io ti ho cucinato questa sera, verso il mio amore, verso le parole che ci siamo detti al telefono durante il lavoro. Ho toccato con le papille gustative la cattiveria del tuo gesto, la noncuranza con cui hai servito vino rosso insieme al mio pesce azzurro. E adesso voglio farti sentire quanto mi hai ferita, così che la prossima volta ci penserai due volte prima di fare certe imprudenze.

Una banalità, una cosa da niente, dici tu. È per le banalità, è per le cose da niente che mi sono innamorata di te, è per come mi hai sorriso la prima volta, per come mettevi il mignolo tra le mie mani durante le passeggiate invernali, è per come mi guardavi dietro il bancone aspettando che finissi il turno. Niente è banale tra noi, anzi più è banale più diventa essenziale, più si parla di dettagli più scopri se quello che provi è amore o effimera passione. Ed è per questa banalità che io adesso non vedo alternativa ad ammazzarti, non vedo altra via di fuga. Devo farlo, non vedi? Per me stessa, perché ci sono errori su cui io non posso passar sopra, ci sono cose a cui non posso piegarmi, amore. Perché amo anche me stessa e devo rispettarmi. Se solo tu avessi comprato il vino giusto non mi avresti costretta a stare qui in piedi con un coltello in mano a guardarti tremare. Se solo tu avessi comprato il vino giusto staremmo facendo l’amore sotto il piumone nuovo e probabilmente starei urlando, sì, ma di piacere. E invece mi hai buttata in questa situazione orrenda da cui io non so come uscire, e adesso tu dici che se ti uccido non cambierai, che anzi lo farai solo se adesso poso questo coltello. Ma tu capisci che io non lo controllo, capisci che se adesso io non vedo il mio vino bianco come posso lasciarti respirare, io vorrei ma non ci riesco, non sono io è il vino, è che c’è un buco nero che mi divora dentro, è che non dovevi farlo, non dovevi farlo. Mi dispiace.

Come hai potuto, come ho potuto.

Esco a prendere le sigarette

Io questa storia della morte non l’ho proprio capita. È che mi sembra un po’ egoista. Com’è che puoi decidere di andartene senza prima salutare tutti? All’improvviso così, manco fosse un volo low cost per le Bahamas che mica puoi non prenderlo. All’improvviso così che ieri ti ho vista e da domani non ti vedrò più. Ma mica per un giorno, due, massimo una settimana dieci giorni. No, per sempre. Ed è l’unica cosa che non ha particolari eccezioni al per sempre, non ha postille, deroghe, salvo che. Di salvo poi non c’è proprio nulla. E allora mi chiedo come razionalmente si possa accettare il per sempre, il mai più. Riesci a immaginarlo? Cioè tipo l’infinito ma temporale. Come se ogni giorno io potessi svegliarmi e aprire una casellina su un calendario in cui l’Avvento non arriva mai. Roba da farsi venire il diabete nel giro di un anno e mezzo. Come se ogni giorno io ti preparassi caffè che non hai mai bevuto. Sto finendo le tazzine, sai? E anche la pazienza, se devo dirla tutta.

Il fatto è che a me sembra solo di non vederti da molto tempo. Sai tipo “E’ andata a comprare le sigarette” “ma non fuma” “vabbè dai prima o poi torna”. Non dirmi che non ci sono tabaccai lì dove sei andata, non dirmi che non si torna indietro da dove sei andata. A raccontare le cose al vento ci si stufa in fretta mentre io a te avrei raccontato anche come si avvitano le lampadine di Natale solo per stare ancora cinque minuti insieme. Mi sarei inventata della fabbrica di Elfi in Lapponia, mi sarei inventata che da quando è arrivata la crisi pure quella se la sono comprata i cinesi, mannaggia al riso. Mi sarei inventata che il tempo si ferma e che, se chiudi gli occhi e ti concentri, riesci anche a farlo tornare indietro. E invece adesso per poco non mi mandano al manicomio, vallo tu a spiegare al cameriere che sto parlando con te, che ordino due caffè di cui uno macchiato caldo con molto zucchero e poco latte perché a te piace così.

Ad averlo saputo, ti avrei detto di più. Che poi anche a saperlo, certe cose ti vien da dirle solo dopo. Solo dopo un ciao distratto, a più tardi. Ed è sicuramente vero che il tempo è relativo ma, cazzo, anche la relatività ha le sue leggi e vuoi non trovare l’eccezione? E invece tu no, tu sei uscita e hai chiuso quella porta senza toppa e senza maniglia. Un muro al quale timidamente vengo a bussare, che se ti avvicinassi appena un poco di più son sicura che la sentiresti la mia voce, che magari col mio fiato riuscirei pure ad appannarti gli occhiali.

Questa storia della morte è un po’ da stronzi, che in sospeso si lasciano i caffè, mica gli affetti. Mica è giusto andare via per sempre e non vedere più nessuno, mica è giusto che io, semplicemente, mi abitui alla tua assenza. I cani si abituano al freddo, gli stronzi a stare a galla, non io alla tua assenza. Che discorso poco romantico l’abitudine. Quella sì che uccide, altro che la morte. Ecco a me uccide abituarmi alla tua assenza, mi uccide che dovrò smettere di lasciarti apparecchiato il capotavola. Non si può entrare e uscire dalla vita così, come se fosse un centro commerciale. Così come se l’affetto fosse solo un giocattolo che ad un certo punto la mamma ti toglie, che tu strilli due minuti e poi quando è pronta la cena nemmeno ti ricordi di averci giocato con quel pupazzetto giallo.

Io dico, prendiamoci un caffè ogni tanto. Anche solo per Natale se spostarti è un problema. In quel bar all’angolo lì, dove ti ho sognata tante volte. Ecco senti se proprio con questa storia del corpo mi posso solo incazzare, ecco ti prego almeno non andartene dai miei sogni. Vieni quando vuoi. Quando voglio. Abbracciami forte e dimmi che i tabaccai non sono poi così lontani.

Perché vedi il fatto è che ho paura. Ho una paura fottuta che sogno dopo sogno, giorno dopo giorno i tuoi occhi per me inizino a cambiare colore, che il tuo sorriso sia meno luminoso, che le mie lacrime la sera prima di dormire siano sempre meno umide, che la mia rabbia lasci il posto a quella malinconia stronza che ti fa commuovere solo a primavera, magari il giorno del tuo compleanno, più per convenzione che per vero amore. Ho paura che non mi mancherai e che io di quel muro volente o nolente me ne dimenticherò e nemmeno toglierò più le ragnatele. Ho paura di ordinare un solo caffè al bar perché so che non verrai e che col tempo mi dimenticherò di raccontarti che a pranzo ho mangiato le lasagne al pesto, che mi sono sposata, che ho perso il tuo astuccio blu.

Se solo tu tornassi io rivedendo il tuo sorriso avrei meno paura, dandoti un bacio sulla guancia colorerei il mondo e non ti direi nulla perché come faccio a far uscire un enciclopedia dalla bocca tutta in una volta? Mi strozzerei di sicuro e magari ci rimetterei le piume pure io. Mi verrebbe da tirarti un pugno in faccia e dirti che sei una stronza, che non devi più permetterti di morire, che me lo devi giurare. Tu rideresti di me, di quella posa goffa con i pugni alzati e dei miei occhi acquosi. Mi diresti che con la rabbia nemmeno i cani sopravvivono. Io ti regalerei una stecca di sigarette anche se non fumi giusto così, per non darti scuse per andare via. Allora tu mi stringeresti forte e mi diresti di non preoccuparmi, che i tabaccai non sono poi così lontani, che tra cinque minuti suona la sveglia. Buongiorno amore mio.

Sei.

Sono già passati sei mesi, Nonna. La metà di un anno, la metà di qualcosa che si è spezzato. Altrimenti sarebbe intero, giusto?

Mi manchi.

Anche adesso, ancora adesso, mi manchi. Ti sento addosso nell alito di vento dietro l’angolo, nel sole alto a mezzogiorno. Ricordo ogni istante, la sensazione nelle vene, quel senso di nausea, la seggiolina rossa, le tue ciabatte lasciate cadere in terra, fuori posto.  Niente per te è mai stato fuori posto, fuori dal proprio ordine. I cerchietti in basso a sinistra nel tuo bagno, l’orzo nell’antina accanto al frigo, i quadri perfettamente dritti. Ma ci sono cose che non possiamo controllare, che sfuggono alle nostre mani, ai nostri occhi e non possiamo metterle in ordine, non possiamo salvarle. Un po’ come le tue ciabatte bianche, Nonna.  Non è proprio in quel momento che bisogna essere forti? Che poi cosa voglia dire essere forti io mica l’ho capito. Ripenso a quando sollevavi le bottiglie d’acqua per allenare i bicipiti e non posso che sorridere. Ripenso a quando mi dicevi che qualcosa ti sfuggiva dalle mani, che la testa non funzionava come tu avresti voluto e non posso che commuovermi. Sono passati sei mesi e non so dirti se sono tanti o pochi, è come se viaggiassi su due binari divergenti, quel giorno sembra un incubo ricorrente ma lontano, il nostro abbraccio questione di ore. Sento distintamente un nodo in gola, sono quasi certa che vuoi dirmi di mettere un cravattino di lana che fuori fa freddo.

Non preoccuparti Nonna, fuori c’è da battere i denti ma il tuo sorriso mi riscalda.