Dove i prati hanno le coperte

Ho conosciuto la mia mamma solo per pochi minuti, e non me li ricordo. È morta di parto, mentre la nonna tagliava il mio cordone ombelicale. Papà dice sempre che la mamma è morta per darmi la vita, quindi la mia vita è per forza speciale. Si chiamava Kubra e aveva ventidue anni, dieci più di quanti ne ho io adesso, ma io tra dieci anni non voglio essere morta, l’ho detto a papà. Non voglio avere dei bambini se poi devo morire, voglio accudire le capre e diventare vecchia come la nonna. Papà mi ha spiegato che anche la nonna ha avuto tanti figli ed è diventata vecchia, che una donna deve avere dei figli perché Dio ci ha creati per questo, che è Dio a decidere quando toglierci la vita, qualunque cosa decidiamo di fare. Papà mi ha detto che avere dei figli è la gioia più grande di tutta la vita, che non averne sarebbe come vivere senza un braccio e una gamba, una vita a metà. Non mi ha convinta del tutto, ma quando sarò grande e mi sposerò ci penserò.

Mia mamma mi ha avuta molto tardi, la prima gravidanza qui da noi si ha a diciotto anni, lei quattro anni più tardi. “Colpa di tuo padre” dice sempre la nonna con le lacrime agli occhi. Non lo vuole sgridare, è solo che cerca di zittire le sue emozioni, il suo cuore vecchio e debole. La verità è che papà aveva sposato la mamma quattro anni prima che io nascessi, era stata una festa bellissima, aveva partecipato tutta la comunità. C’era la carne, il vino, c’erano i regali e tantissima musica. Papà era molto conosciuto in quegli anni, parlava spesso in pubblico e difendeva la nostra fede, difendeva Gesù dagli attacchi delle comunità vicine, musulmani, tribù con strani Dei, il Governo. Diceva che la sua era un’azione buona perché eravamo agnelli circondati da lupi e non potevamo essere mangiati senza ribellarci, senza resistere. È solo che, forse, papà aveva parlato troppo forte e le sue parole erano arrivate all’orecchio di un gruppo di persone cattive, persone che sono entrate in casa sua, della mamma e della nonna, e lo hanno portato via. Lo hanno rapito e torturato, ma lui è rimasto in vita perché sapeva che, in un modo o nell’altro, se fosse sopravvissuto avrebbe rivisto Kudra, mia madre, e avrebbero creato la loro famiglia. Dopo quattro anni in quella prigione lontana dal mondo, il gruppo di rapitori fu sconfitto e, finalmente, mio padre riabbracciò Kundra, poi sono nata io. La sua schiena è piena di cicatrici, così come la pancia, le braccia e le gambe. Sul viso ha il segno di un grosso taglio, profondo, “il secondo sorriso” lo chiama. Non ha mai voluto raccontarmi nulla del suo rapimento, dice che non sono ancora pronta.

Noi siamo Nigeriani e siamo cattolici. Da quando papà è stato liberato la nostra vita è stata tranquilla, almeno per me. Governano sempre i militari, prima uno, poi con un colpo di Stato arriva l’altro, poi con un altro colpo di Stato sale un altro ancora. Me l’ha dovuto spiegare papà che nei paesi civili i governi si scelgono con le elezioni, io mica l’avevo capito. Ho sempre avuto le mie capre, le zone dove non andare per nessun motivo al mondo perché ti rapiscono e ti uccidono come una lucertola, i miei amici e l’acqua corrente due giorni a settimana. La mia amica Fatimah ce l’ha un solo giorno a settimana l’acqua corrente, quindi sono fortunata. Papà e la nonna però dicono che per il mio futuro è meglio andare in posto lontano, più fertile, senza luoghi in cui non poter andare perché: papà e la nonna vogliono che vada in Europa. Io l’Europa pensavo si mangiasse, che fosse un piatto tipico delle tribù del Nord. Invece è un continente, come l’Africa, mi ha detto papà, solo molto più ricco. Non ci sono società che buttano petrolio nei fiumi, non ci sono capanne nella giungla e nemmeno colpi di Stato. “E allora cosa c’è in questa Europa?” ho chiesto alla nonna, “c’è il lavoro, Habibah, ci sono le tavole sempre piene di prelibatezze, le strade sono sicure e c’è la neve sulle montagne.”

Io non ho mai visto la neve, ho chiesto al maestro Jalil che cosa fosse e mi ha detto che l’acqua può essere liquida, come quella che beviamo e quella che scende dal cielo quando piove. Può essere gassosa, come le nuvole in cui le goccioline sono così piccole da volare in alto su nel cielo. Oppure può essere solida, come il ghiaccio che però io non ho mai visto perché c’è solo dove fa tanto freddo e a casa mia fa sempre un caldo che si muore, dal caldo. Così la neve è quella cosa che cade dal cielo, della pioggia che diventa pezzettini di ghiaccio così piccoli da diventare dei cristalli, dei fiocchi più precisamente. Ed è tutta bianca, un’enorme coperta bianca che protegge l’erba dal freddo. Ecco cosa c’è in Europa, una coperta per l’erba che altrimenti prende freddo. Io non l’ho mai vista l’erba prendere freddo, chissà se trema come quando ti viene la febbre. Papà ha detto che per arrivare in Europa bisogna andare prima in Italia, che l’Italia è un paese a forma di stivale, come quelli che indossa nella stagione delle piogge. Ma che posto è quest’Europa dove i prati hanno le coperte e i paesi la forma delle scarpe? Sono così ricchi che comprano regali anche per la natura, ecco la verità. La prima cosa che farò in Italia sarà comprare un orecchino per la mia palma da datteri, così quando torno a casa potrò dire a tutti che la mia palma è europea e la mia amica Fatimah sarà molto affascinata.

Sono molto contenta di fare un viaggio, il maestro Jalil in classe ci ha raccontato degli esploratori, di Marco Polo e di Cristoforo Colombo, così potrò diventare anch’io un’esploratrice insieme a Momi. Momi è la mia bambola bianca, era di mia madre, l’ha lasciata a me. Siamo inseparabili, le parlo spesso pensando che, dietro quegli occhi duri, ci sia l’anima della mia mamma a rispondermi. Le ho chiesto se sarebbe stata una buona idea partire, e sono sicura che mi abbia detto di si. Devo procurarmi una matita e dei fogli per disegnare tutti i luoghi che vedremo, e un quaderno per scrivere quello che non si può rappresentare. Dovrò assorbire quante più informazioni possibili in Europa, così quando torneremo a casa racconterò a tutti delle coperte sui prati, degli orecchini sulle palme, delle donne con i capelli biondi e la pelle bianca. Diventerò la prima esploratrice donna della Nigeria, parleranno di me a scuola e il maestro Jalil racconterà dei miei viaggi ai suoi nuovi alunni. Ho preparato la mia borsa, ho messo dentro la mia felpa nera, due paia di mutande, una maglietta e i pantaloni lunghi.

Ho controllato sul mappamondo della scuola, l’Italia è lontanissima, è a quindici centimetri da casa mia! Devo chiedere a papà se andremo in Italia in aeroplano, non ho mai volato e non vedo l’ora di avere la testa tra le nuvole! Chiederò al pilota di poter fare un giro sull’ala dell’aereo, aiuterò le hostess a servire i passeggeri, così sarò già bravissima quando anche io sarò hostess. Girare il mondo servendo caffè caldo, che meraviglia. Avrò la mia divisa sempre nuova, pulita, sorriderò a tutti e tutti mi sorrideranno, prenderò per mano i bambini che hanno paura per farli smettere di piangere e volerò sugli oceani come gli uccelli che arrivano davanti casa a primavera.

E’ successa una cosa brutta: io e la nonna abbiamo sentito un gran baccano per le strade, le donne piangevano e gli uomini urlavano maledizioni. Hanno rapito delle bambine a pochi chilometri da casa nostra, le hanno portate via e hanno detto che nessuno le rivedrà più, non vive. Ogni tanto succede, qui da noi, che qualcuno sparisca nel nulla, come il mio papà tanto tempo fa. E’ solo che questi rapitori sono entrati in una scuola e hanno rapito quasi trenta bambine, hanno detto che diventeranno le loro spose e che partoriranno figli musulmani. Sono tante, tantissime trenta bambine, perché rapirle? Papà mi ha detto che questi rapitori sono tra gli uomini più cattivi della Terra, che hanno preso le bambine per poter avere tanti figli da crescere con le loro idee estremiste. “Perché una cosa bella come la religione, l’amore per qualunque Dio porta gli uomini a fare cose così brutte?” ho chiesto a papà, lui si è messo a piangere e mi ha detto che non esiste una risposta, che non tutti al mondo sono buoni come me, che per me sogna un mondo in cui a contare sia solo la purezza del mio cuore. Mi ha detto che devo essere forte, studiare tanto e avere una mia idea, perché se non hai idee, se non hai studiato, se sei debole, può arrivare la persona sbagliata e trasformarti in un lupo assetato di sangue. Mi ha detto di elevare il mio spirito, perché la povertà, materiale e intellettuale, ci rende miopi, costringendoci a lottare tra poveri anziché unirci contro i veri nemici, anziché unirci per il bene comune. Mio papà è molto saggio, la nonna dice che lo è sempre stato e dopo tutti quegli anni di tortura il suo corpo è rovinato ma la sua anima è tornata a casa ancora più lucente e pura di quando vi è stata strappata. Un po’ come se ogni cicatrice sul suo corpo si fosse trasformata in uno spiraglio per illuminare meglio il suo spirito. Devo ammettere che quando papà sorride si vede tutta quella luce, i suoi denti sono abbaglianti quasi quanto i suoi occhi.

E’ venuto un signore qualche giorno fa, era mattina. Ha bussato alla porta e ho aperto io, mi ha detto “Cerco Jamal”. Non mi ha neanche salutata, non ha chiesto permesso, non mi è piaciuto da subito questo signore. Aveva i denti gialli, lo sguardo con una luce scura, sinistra. “Jamal è mio padre, lo chiamo subito” ho risposto. Si sono seduti in cucina e papà mi ha detto di andare fuori a vedere se la nonna aveva bisogno di me, che loro dovevano parlare di cose da adulti. Papà lo sa benissimo che sono curiosa, che dirmi di non fare una cosa è il modo migliore per farmela fare, così sono uscita e mi sono nascosta sotto la finestra della cucina con l’orecchio teso ad ascoltare. Non è stato facile, parlavano sottovoce e in giardino le capre belavano di continuo. “Non è sicuro, sarebbe meglio se.. Mi occupo di tutto io, saranno sufficienti due milioni di Naire.” Due milioni di Naire? Non le avevo mai viste in tutta la mia vita, a che cosa servivano? “Un mese a partire da oggi Jamal, non un giorno di più.” Ho sentito la porta d’ingresso chiudersi e quell’uomo è uscito da casa mia con un sorriso soddisfatto sulla faccia. Sembrava un sorriso di banane tanto erano gialli quei denti. Sono corsa in cucina da papà, lui si teneva la testa tra le mani. “Che succede papà, che cosa voleva quell’uomo?” “Siediti Habibah, voglio insegnarti una cosa.” I suoi occhi erano lucidi, ma trattenne le lacrime. “Ci sono volte in cui un uomo è costretto a fare delle scelte, in cui deve tradire i propri ideali perché quello che avrà in cambio vale molto più della sua stessa vita. In questo paese, Habibah, non c’è futuro per te, solo povertà e violenza. Io e tua madre non ti abbiamo messa al mondo per farti sopravvivere, ti abbiamo cresciuta per farti vivere e assaporare ogni istante. Avevamo parlato a lungo del tuo futuro quando Kubra era incinta, e avevamo deciso che la Nigeria è casa tua, è casa nostra, è dove abbiamo versato il nostro sudore, le nostre lacrime, è dove la terra ha l’odore del nostro sangue ma che, se rimanere qui avrebbe significato mettere in pericolo la tua vita o come l’avresti vissuta, ti avremmo portato al sicuro, in un luogo dove la paura lascia spazio alla speranza. Quel luogo è l’Europa. Ho pregato ogni notte che non arrivasse mai il giorno in cui avremmo dovuto raccogliere le nostre cose e andare lontano, ma Dio ha piani che noi non possiamo comprendere, un mortale non potrà mai elevarsi al pensiero divino. Così, Habibah, quel giorno è arrivato: il sangue cristiano scorre copioso nelle strade, la guerra civile è alle porte e io ho sempre cercato di proteggerti da tutto il male che ti circonda, ma per continuare a farlo devo portarti lontano. Casa nostra, il tuo nido, il posto dove chiudevi la porta lasciando il mondo fuori non è più sicuro, non per noi. Dobbiamo partire ma non sarà una vacanza, non ci sarà un ritorno, non per adesso. Lo so che tu sei ancora una ragazzina, che tutto questo è troppo da sopportare a dodici anni. Ma ho bisogno che tu sia forte, ho bisogno che tu sia dalla mia parte, che stringi i denti insieme a me. Ho bisogno di sapere che sarà una fuga, certo, ma che mi terrai sempre per mano. Non sarà facile, Habibah, tutt’altro: incontreremo uomini a cui non importa sapere il mio nome o il tuo, importerà solo se abbiamo i soldi in tasca. Attraverseremo il deserto e scoprirai quanto può essere fredda la notte, atroce la sete. Incontreremo uomini che ci metteranno su una barca, schiacciati come capre insieme ad altri come noi, fuggitivi in cerca di speranza. Forse ci sarà un Sole cocente, forse onde alte due metri, quello che ti prometto è che quando arriveremo in Italia, quando avremo posato il primo piede sulle loro coste, saprai che ne è valsa la pena. Scoprirai cos’è la fame perché proverai la sazietà, capirai cosa significa essere poveri perché diventeremo ricchi, saprai che gusto ha la paura perché assaggerai la tranquillità. Ti salverò dall’Inferno navigando fino al Purgatorio e avrai la possibilità di costruirti, finalmente, il tuo Paradiso. Ti chiedo perdono, figlia mia, perché ti porterò lontano, ma ti chiedo di guardare nel mio cuore, e di capire quanto sia grande l’amore che muove le mie scelte.”

Ero senza fiato. La mia casa, le mie capre, Fatimah. Non avrei più visto Fatimah. Che pericolo c’è, rapiscono qualche bambina, uccidono qualche centinaio di cristiani ed è già ora di scappare? I codardi scappano, io voglio restare. Dove sta l’amore in un uomo che fugge dalla propria casa in fiamme invece di provare a spegnerla? Cosa mi rimane del fatto che devo essere forte, che devo avere delle idee e difenderle se poi è proprio mio padre a distruggerle? Che cosa ci faccio io in Italia se nemmeno so quale sia la capitale, che cosa mangiano le persone e come si dice “grazie”? Perché rinnegare il mio Paese, fuggire come i topi, lasciare che i musulmani, il Governo e i cattivi prendano terreno conquistando ogni angolo della Nigeria? Io qui ci sono nata, io di questo posto conosco ogni angolo, ogni suono, ogni odore la mattina. Che cosa dirò ai miei figli, se mai ne avrò? Che ho avuto paura e sono scappata? Io non ho paura. Ma è mio padre, non avrei mai potuto disubbidirgli.

Con gli occhi gonfi di lacrime mi limitai ad annuire. Partiamo. Tu mi hai dato la vita, tu ne puoi decidere. Forse papà mi ha voluta per regalarmi quella libertà che a lui è stata tolta, forse si hanno dei figli per far sì che realizzino i sogni che i genitori non sono riusciti a inseguire.

“Dobbiamo vendere le capre.” Dissi d’un tratto.

“Non è necessario, di loro si occuperà la nonna.”

Lontana dalla mia terra, lontana dalle mie capre, lontana da Fatimah e, adesso, scoprivo anche che sarei stata lontana, per sempre, da mia nonna. Fino a che punto puoi piegare un bastoncino prima che si spezzi? Quanta forza devi esercitare prima di romperlo, prima di sentirlo incrinarsi? Ecco, iniziavo a sentirlo quel rumore. Sentivo un incendio ma non potevo parlare, le donne non sposate non possono parlare. Mio padre mi ha cresciuta lasciandomi molte libertà, mi ha raccontato tante storie, mi ha fatta andare a scuola e ha sempre controllato che facessi i compiti.; ma ci sono pur sempre delle regole, e una di queste è che una donna non sposata è poco più di un vaso. Quindi sono molto fortunata, perché mio padre vuole una vita migliore per me che sono solo una donna, e perché mi parla, mi dice che cosa vuole fare, dove vuole portarmi. La maggior parte delle mie amiche non parla coi genitori, esegue gli ordini. Quindi io devo imparare a riconoscere la mia fortuna e stare al mio posto, ringraziando mio padre per il suo infinito amore.

“Va bene papà, come decidi tu. Mi sarebbe piaciuto portare la nonna con noi in Italia.”

“Lo so, Habibah, ma la nonna è vecchia, per lei il futuro è molto breve e potrebbe non sopportare un viaggio così lungo. Abbiamo deciso insieme ed è meglio che resti qui fino a quando Gesù non la porterà con sé in Paradiso.”

Compromesso, ecco cosa mi aveva insegnato mia nonna. Mi vennero in mente le sue parole: “siamo donne, Habibah, valiamo meno di un uomo per la società. Lo trovi ingiusto? Forse sì, ma non è urlando che otterremo più potere. È questo che gli uomini si aspettano da noi: che urliamo, che piangiamo, che ci disperiamo, ma che poi, alla fine, ci pieghiamo al loro volere come una gazzella che per quanto corra veloce, prima o poi verrà mangiata. Sii più intelligente, allora, sorprendili. Sii mansueta, calma, all’apparenza docile. Diventa come quei ragni che lasciano avvicinare la preda, rimani immobile, fingi che la tua mente sia come morta. Lascia che l’uomo scopra il suo lato debole, lascia che si crogioli nel suo senso di potere. Nessun uomo è debole come chi si sente al sicuro sul suo trono. Quando lo vedrai sedersi, quando lo vedrai rilassarsi, colpisci, cattura la sua mente senza lasciare che abbia il tempo di capire chi o che cosa l’hanno assalito. La tua arma migliore sarà sempre la calma, il compromesso. Prendi la decisione e lascia a tuo marito i meriti. Cuoci tu la carne ma lascia che si vanti di averla scuoiata. Rimani sempre un passo indietro così che il tuo sussurro possa arrivare al suo orecchio ma i suoi occhi non possano vederti, fai che le tue parole diventino le sue come d’incanto, come se un’anima lontana gliele avesse suggerite. Non cedere alla rabbia, mai. Se lo farai ci sarà altra rabbia, ci sarà la frusta e nelle mani sbagliate anche la lapidazione. Non lasciare che una voce troppo stridula ti porti via la vita. Forse sarebbe meglio se fossimo nate uomini, destinati al potere fin dalla nascita, il comando marchiato a fuoco tra le gambe. Forse è vero, Habibah, sarebbe stato più facile ma non dimenticare che, grazie alle nostre difficoltà, ai nostri abusi, alle vite che ci hanno negato, noi siamo diventate più astute, più sottili, più furbe di un uomo. Sappiamo sedurre, ammaliare, sappiamo incantare. La cosa più importante che imparerai nella vita è il compromesso, il passo indietro prima dello scontro. Le guerre portano morte, distruzione, colpi di stato. Devi essere la pace, l’abbraccio che riporta l’equilibrio. Perché non si decide nulla con la rabbia, non si decide che col cuore ma il cuore diventa miope se non si guarda il mondo con amore. Difendi le tue idee, ma sii pronta a rivederle, decidi come agire, fallo con il cuore. Ascolta sempre ogni creatura, anche una tarantola ha molto da insegnare.”

Ero ancora lì, seduta a tavola con mio padre e pensavo al compromesso. Era il momento di fare un passo indietro, non potevo attaccare, sarebbe stato uno sforzo inutile, così gli chiesi di più su questo viaggio.

“Quando partiamo papà?”

“Non lo so ancora, tesoro. Al massimo entro un mese ma ci sono tante cose da organizzare. Tieniti pronta in ogni momento e, ti prego, non farne parola con nessuno. La nostra è una fuga, non un viaggio, una parola di troppo e potrebbe essere l’ultima, non so se mi spiego. Il Governo non ama che i cristiani scappino, perché poi non possono ucciderci. Dobbiamo arrivare in Tunisia, Habiba, lì potremo tirare un sospiro di sollievo e aspettare che ci mettano su questa benedetta nave. Avrei potuto mentirti, dirti che sarebbe stato facile, un viaggio divertente. Ma tu sei un essere speciale, un’anima nobile, un’intelligenza rara. Ti tratto come una donna, non comportarti da bambina Habib.”

“Non lo farò, padre.”

Dopo cena andai in camera, sentivo il bisogno di parlare con la mamma, presi Momi tra le braccia e la guardai dritta negli occhi. Sentii come un’energia calda, avvolgente, era il suo abbraccio, lo sapevo. Avevo perso mia madre prima ancora di conoscerla e avrei perso mia nonna, la figura più materna che avessi mai avuto, nel giro di un mese. In natura è impossibile perdere due madri, forse perché è un dolore troppo grande, un solo cuore non riesce a sopportarlo. Mia nonna non sa leggere, quindi non avrei potuto scriverle nemmeno una lettera. Si rifiutava di usare il telefono, diceva che per parlare bene servono tutti e cinque i sensi, che se non ti posso toccare né guardare tanto vale parlare con una capra. Non mi aveva ancora insegnato abbastanza, non era giusto.

Mi misi nel letto a guardare la Luna, la sua fioca luce che illuminava la notte. Avevo sempre pensato che, calato il Sole, il mondo diventasse buio. Invece la Luna e le stelle rischiarano, puoi vedere il riflesso dell’Oceano e le cime degli alberi che brillano. È solo una luce diversa, più tenue, certo, ma più affascinante, misteriosa, che invita all’avventura. Forse anche la vita in Europa era così, la mia Luna piena e un cielo stellato. Non avrebbe gettato oscurità sulla mia anima, l’avrebbe invitata a scoprire nuove avventure.

Mi addormentai profondamente, sognai di volare. Mi sentivo un fenicottero, le ali grandi e sicure, sfioravo l’Oceano, risalivo tra le nuvole e poi giù, in picchiata fino quasi tra le cime degli alberi. Era pieno di fenicotteri, volavamo in stormi enormi ma tutti eravamo liberi di cambiare rotta, di esplorare, di allontanarci spavaldi e tornare in fila al sicuro. Al mio risveglio ero felice, carica di energia, ero pronta a partire.

Presi una tazza di tè e vidi la nonna e papà intenti a smontare dei mobili, a mettere sul pavimento delle cianfrusaglie, a tirare fuori un vecchio cassetto. “Che cosa state facendo?” chiesi. “Abbiamo bisogno di soldi per partire, moltissimi soldi. Tua nonna ha dei risparmi da parte, i frutti di una vita e ha deciso di regalarli a te, li stiamo cercando. Corri a darle un bacio, muoviti signorina” mi rispose mio padre. Abbracciai la nonna così forte che i nostri battiti si fusero per un secondo. “Sei il mio angelo” le sussurrai all’orecchio. Bisognava vendere più latte e più capre al mercato, papà decise che venderle vive avrebbe reso di più: la carne era sicuramente ancora fresca e si poteva tirare il latte fino all’ultimo minuto. La nonna si tenne otto capre, due maschi e sei femmine. Andammo al mercato ogni mattina per due settimane, vendemmo tutto quello che avevamo. In casa non c’erano quasi più mobili, ma i soldi non bastavano lo stesso, mancavano diecimila Naire.

“È tutto quello che mi rimane di lei” disse mio padre a mia nonna sciogliendosi in un pianto caldo, sommesso. “Lei è nell’aria che respiri, nel coraggio che ti guida, nella speranza del nuovo mondo” disse mia nonna e gli diede un cofanetto. Dentro c’era quel diamante che papà aveva rubato ai suoi rapitori tanti anni prima e che aveva regalato a Kudra, mia madre. “Non si vive di cose materiali, ma di spirito e quel poco cibo che ti riempie la pancia. Non uccidere il tuo spirito per una pietra senz’anima.” Disse la nonna. Papà si fece coraggio, si lavò la faccia e andò al mercato nero. Devi essere un bravo commerciante per vendere in quel posto pieno di parassiti, un posto dove quello che conta è avere il più alto guadagno e non esistono principi, divinità o amore. Io lo odio, il mercato nero. Dovrebbero starci gli scarafaggi, non le persone per bene come mio padre. “La disperazione rende l’uomo peccatore, Habibah, a volte per rimanere puri bisogna sporcarsi le mani e toglierci di dosso il letame che ci soffoca” mi disse. Anche mio padre, dunque, faceva compromessi, anche gli uomini sanno fare un passo indietro, forse chi è saggio conosce il momento in cui arretrare, in cui prendere la rincorsa per volare più in alto.

Avevamo i soldi che ci aveva chiesto quell’uomo dai denti gialli, quel conoscente di mio padre. Era tempo di partire. Non avevo più visto Fatimah, il pensiero di mentirle mi faceva stare così male che avevo preferito fingere un litigio per evitare di parlarle. L’avrei salutata un attimo prima di andarmene, l’avrei abbracciata e le avrei detto che un giorno, forse, avrebbe capito. Denti gialli tornò a farci visita, ci disse che saremmo partiti mercoledì a mezzanotte, avremmo attraversato il deserto per tre giorni e poi saremmo giunti in Tunisia. Lì ci aspettava la nave, il viaggio, l’Italia. Era tutto vero, stava diventando tutto vero.

Mia nonna mi disse che il deserto è pieno di scorpioni, che gli scorpioni sono velenosi e possono uccidere, ma lei aveva un rimedio speciale. Ne catturò uno in cortile, lo mise in una bottiglia d’olio e lo annegò. Lo lasciò per due notti lì, a galleggiare al chiaro di Luna. Poi aprì la bottiglia e cosparse me e mio padre con questo unguento miracoloso, “l’antidoto migliore che esista” lo definì. Eravamo immuni al veleno, al dolore, eravamo pieni di speranza.

Arrivò mercoledì e mio padre mise in uno zaino il suo diploma, la mia pagella di scuola e la mia bambola, Momi. A tavola era molto silenzioso, la nonna aveva cucinato il Moyin con le foglie di banano e carne di capra, era squisito, era il nostro piatto delle feste. Mangiammo in silenzio gustando ogni boccone come se fosse l’ultimo, e in effetti lo era. Dopo cena mio padre iniziò finalmente a parlare: “Ho capito che urlare in Nigeria non serve a nulla, l’ho capito quando mi hanno portato via, quella notte di sedici anni fa. C’era così tanta violenza in quegli anni, noi cristiani venivamo denigrati, picchiati, uccisi. Ero giovane, non avevo paura, anzi ritenevo debole chi diceva di averne. Se temi un proiettile non vale la pena vivere, mi ripetevo. La realtà è che quei bastardi mi hanno fatto pentire di non esser morto subito con un proiettile dritto in testa. Mi hanno portato in una cella, mi hanno rinchiuso con altri dieci cristiani in due metri quadri di ferro e cemento. Facevamo a turno per dormire e non avevamo un bagno. Decidemmo che l’angolo vicino alle sbarre era perfetto per defecare, era il posto che più prendeva aria. L’odore era quasi sopportabile fin quando, un giorno, una guardia venne verso di noi con dei guanti, raccolse da terra i nostri escrementi e ce li tirò addosso urlando che eravamo delle merde, che eravamo neri, sporchi e cristiani come le merde. Cambiammo angolo, la puzza era soffocante, ma almeno era lontano dalle mani di quei bastardi. Mi chiesero di rinnegare il mio Dio, la mia religione. Non mi piegai al loro volere, ma non pensate che fossi un pazzo: un mio compagno giurò fede ad Allah straziato dalle ripetute torture e loro lo rimandarono in cella con uno squarcio nell’addome dicendo che il loro Dio voleva solo fedeli puri, non sporchi traditori che pur di tenersi stretta la vita rinunciano alla loro anima. Morì dopo dieci ore di convulsioni, urla strazianti e sangue che colava caldo come lava da un vulcano stanco. Non chiedetemi come ho fatto a sopravvivere per quattro anni, io non li ho vissuti. Ho abbandonato il mio corpo, ne facessero quello che volevano, io ero altrove. Le coltellate, le frustate, i calci nello stomaco, io volavo sopra l’Oceano insieme a Kundra. Ero lontano, in un paradiso nella mia testa, nel mio cuore. Non porteranno via la mia anima, non fermeranno il mio cuore pulsante, mi ripetevo. Devi tornare, fallo in fretta. La metà dei miei compagni morì il primo anno, ma appena ne usciva uno, subito entrava un altro. Ero così abituato all’odore della merda che, quando ci portavano fuori per frustarci, la cosa che più mi spaventava era quell’odore puro. Mi hanno stremato così tanto che l’aria fresca, nel mio cervello, aveva l’odore della violenza e la merda era diventata calma apparente, era diventata stare nudi nella cella con i miei compagni. La prima volta che ho rimesso dei vestiti, dopo quattro anni, mi sentivo come un bambino che impara a camminare, ogni cosa era nuova, potermi sedere, poter mangiare il Moyin, avere una forchetta. La vita è un miracolo, e io l’ho capito. Non hanno fatto in tempo ad ucciderci, ecco perché sono vivo. Ci hanno salvati di notte, in un agguato, erano trenta uomini contro dodici guardie. Quei bastardi dei nostri rapitori hanno aperto le celle per confondere i nostri salvatori, hanno usato i più moribondi di noi come scudo umano dai proiettili. Hanno fatto fuoco per non so quanto tempo, ma so che è stato il momento in cui ho più temuto di morire. Sentivo la vita talmente vicina che morire lì, durante il salvataggio, come uno stronzo che anneghi a cinque centimetri dal pelo dell’acqua, mi terrorizzava. È stata la paura a salvarmi, è stata la paura a farmi rimanere fermo dentro la cella. Di quelli usciti la maggior parte è stata ferita a morte dalle guardie, dai nostri alleati, da una sete di libertà che hanno cercato di placare bevendo acqua salata. Il coraggio ci rende forti, ma senza la paura saremmo solo degli sprovveduti, degli incoscienti con i minuti contati. Quando gli spari sono cessati ci hanno fatto uscire, ci hanno dato acqua e tuniche di lino bianco, ci hanno portati in un villaggio amico. Ho capito di essere libero solo quando ho riabbracciato Kundra, solo quando le sue labbra hanno sfiorato le mie. Se fosse passato un giorno in più avrei dimenticato che sapore avevano i suoi baci. Non avevo muscoli, non avevo forze, mi rimanevano un mucchietto d’ossa e il mio amore per lei. Mi ha accolto come una leonessa con un cucciolo che si era perso, mi ha nutrito, mi ha accarezzato, ha aspettato che tornassi l’uomo che aveva conosciuto, quel che ne rimaneva. Avevo guardato la morte così tante volte negli occhi da non ricordarmi bene che aspetto avesse la vita, quali colori, odori, sapori. Dopo due mesi le ferite si erano rimarginate, iniziavano a cicatrizzare insieme alla mia anima. È stato quando abbiamo fatto l’amore che ho riassaporato la vita, sentendo il suo calore ho riscoperto il mondo, l’ossigeno. È stato come se l’anima, che a lungo aveva vagato in cerca di una meta, l’avesse trovata lì, dentro il suo corpo, come se fosse stata la sua casa da sempre. Nove mesi dopo sei nata tu, Habibah. Mi hanno portato via la mia Kudra ma mi hanno dato te, mi hanno portato via Kudra ma lei sa che quella notte è stata mia così tanto da essere diventata la metà della mia anima, l’ultimo secondo del mio respito, il quinto dito del mio piede. È per lei, per il suo amore, per le promesse che ci siamo fatti, che ho deciso di salvarti, che ho deciso di andare lontano. Vi ho raccontato questa storia, questa sera, perché qualunque cosa accada vi ricordiate chi è, chi è stato, Jamal, quel contadino con le cicatrici sulla faccia.”

Il mio cuore si gonfiò come un palloncino nei giorni di festa, ero sicura che sarebbe esploso. Non dissi nulla, le parole di mio padre volavano così in alto che nemmeno un mio urlo le avrebbe raggiunte. Lo abbracciai forte, ci dicemmo tutto in quel silenzio. Erano le dieci e mezza, uscii in cortile e corsi fino a casa di Fatimah, le chiesi scusa per la discussione, le dissi “dammi un bacio, ci vediamo domani!” Lei mi disse che non era il caso di piangere, che non era successo nulla di grave. Mi limitai a sorriderle, le dissi che era tardi, che dovevo tornare a casa altrimenti la nonna si preoccupava.

Andai nel recinto delle capre e le salutai, una dopo l’altra. Puzzavano di letame, pensai alle parole di mio padre. In giardino trovai la nonna, seduta su una sedia, che guardava la Luna. “Ogni sera, dopo il tramonto, mi siederò qui fuori e guarderò il cielo. Non importa se ci saranno nubi o stelle, se pioverà o soffierà il vento forte. Io sarò qui a guardare la Luna e a dirti che mi manchi, che sarà bellissimo saperti al sicuro, lontano da tutto questo sangue, a realizzare i tuoi sogni. Abbiamo tutti un destino quando arriviamo sulla Terra: il mio è questo, sono le capre, la natura, il fango sotto i piedi. Ma il tuo, Habibah, il tuo destino è tra le nuvole, sugli aerei che ti piacciono tanto, a volare dove solo Dio può stare. Fai una buona vita, tesoro mio, io sarò sempre la Luna che veglia su di te.”

Papà venne a sedersi con noi, era nervoso, contava i minuti. Arrivò un camioncino grigio, scese un uomo alto, muscoloso “Jamal, Habibah?” “siamo noi” “Salite, e in fretta”. Non la guardai ma percepì la stretta al cuore di mia nonna, eravamo stipati in un camioncino con altri disperati, stavamo per attraversare il deserto, sperando che non ci catturassero, per arrivare in Tunisia, per imbarcarci su un gommone sperando che Dio ci proteggesse, e poi il sogno, l’Italia, l’Europa. Chiusero il portellone e partimmo inghiottiti dal buio della notte. Eravamo diventati sognatori senza permesso di soggiorno, eravamo diventati migranti.

Le undici meno cinque.

Le undici meno cinque, un normale sabato mattina. Forse dovrei smetterla di fare baldoria, prima o poi il corpo ti presenta il conto e sarà più salato di cinquanta euro di gin tonic.
Fuori piove e perché mai dovrei alzarmi, esiste qualche legge universale che vieti di fare colazione alle due del pomeriggio? Il momento più bello del risveglio il fine settimana è realizzare che nessuno, salvo comunioni di cuginetti di quinto grado e centenari delle nonne, potrà impedirti di girarti dall’altro lato e continuare a dormire. E poi il fine settimana si dorme con arroganza, con la supponenza di chi crede di essere padrone del proprio destino. E ognuno di noi, per quarantotto ore, lo è.
Mi sveglio con la spalla ancora dolorante, però che bello è stato ieri sera.
Le undici meno cinque. Il tempo oggi scorre più lento dei miei pensieri. O forse il tempo si dilata all’infinito quando devi smaltire una sbronza. Ogni fitta alla testa sembra durare ore e invece no, sono sempre le undici meno cinque. Dicono che il caffè allevi i postumi o forse ho solo voglia di caffeina, di una moca che fischi, gorgheggi, insomma che faccia il suo suono e pure il suo dovere, s’intende. Di sigarette non ho voglia, i miei polmoni sembrano una petroliera diretta a Ovest. Chissà se esistono studi scientifici sulla correlazione alcol-sigarette, chissà perché dopo il secondo bicchiere le Marlboro aumentano come il pil della Cina. Sarà che con l’alcol aumenta tutto così tanto che quasi mi sembra di sentirla, la tua nostalgia.
Il caffè è pronto, mi ustiono con il manico. Ma che senso ha riordinare la cucina il venerdì se poi non invito mai nessuno a cena e se il sabato mattina sono troppo pigro per cercare le presine. Al diavolo la caffetteria e le mie abitudini insensate. Almeno mi fossi iscritto al corso di cucina che mi aveva regalato la zia Mimì due natali fa, almeno avrei fatto l’arrosto ai miei amici e bevuto vino buono. Avrei risparmiato i soldi buttati in quel gin scadente, avrei fumato meno e probabilmente avrei evitato questo dolore alla spalla. Devo dire a zia Mimì che dal suo prossimo regalo di Natale potrebbe dipendere il mio futuro, chef o morte.
Le undici meno cinque. Il mio orologio è lo stesso da quindici anni, me l’aveva regalato il nonno dopo l’esame di maturità. Lui aveva questa teoria sugli orologi che non ho mai capito bene, diceva sempre che “gli orologi indicano il tempo due volte: quando lavori ti ricordano che non hai tempo da perdere, quando riposi che nessun tempo è perduto se lo dedichi a te stesso”. Mio nonno era un uomo saggio, o meglio, diciamo che si era inventato questa massima e con essa viveva di rendita, la versione campagnola dei Sex Pistols, tre anni di band, due album e secoli di gloria a venire. Solo che mio nonno avrebbe cantato God Save Bagna Cauda. Il mio pensiero non vuol essere maligno, la mia è invidia allo stato puro, il mio obiettivo nella vita è trovare una sola, semplice, geniale intuizione che mi permetta di vivere in qualche atollo sperduto e fare colazione con latte e ricci di mare. Ho provato con le strart-up ma ogni volta che credevo fosse quella giusta, ecco che fioccavano articoli sull’ultima frontiera del e-commerce di caffettiere di fine ‘800 che spopola tra i collezionisti. Sono arrivato a convincermi che un hacker mi monitorasse il computer sapendo della mia latente genialità ma poi mia madre, a modo suo, mi ha spiegato che era più probabile che il mio cervello avesse immagazzinato ed elaborato informazioni viste di sfuggita su un giornale. Le ho creduto solo perché l’alternativa era lo psichiatra.
Le undici meno cinque. Oggi il tempo sembra non passare più, mi sento come una rana in pentola. Sapete no, la storia di come una stupida rana muore vittima del suo spirito di adattamento? Anni di studi e lodi sul darwinismo, sopravvive chi si adatta, non avrai altra Bibbia al di fuori di Darwin, guarda che canini avevamo ventimila anni fa e poi puff, una rana smentisce tutto. Si perché se tu metti la tua bella ranocchia in una pentola con acqua fredda e accendi piano piano il fuoco, questa si adatta placidamente ad ogni grado fino a rimanerci secca. Bollita in realtà, ma secca suonava meglio. Così può essere che questa sbronza mi stia lentamente uccidendo senza che io me ne accorga, pensare che ero solo un rospo che sognava di diventare principe. E invece adesso sono qui a morire lentamente per l’alcol sperando almeno che la gente si ricordi che avevo gli occhi color nocciola.
Come si attende il compimento del destino? Col vestito buono o in vestaglia sul divano? Con l’abito sicuramente penseranno che stessi aspettando sto benedetto angelo della morte, una specie di suicidio premeditato da artista dannato e ripudiato da una società troppo superficiale per comprendere un animo così complesso. Ma a chi la darei a bere che la mia massima opera surrealista è vomito su neve a capodanno. In vestaglia sembrerei un povero stronzo qualunque a cui hanno portato il conto subito dopo gli antipasti. Magari jeans e maglietta, un paio di sneakers così, come se il male mi avesse colto mentre ero in procinto di uscire a cambiare la mia vita. Decisamente jeans, però con un bel maglioncino per sembrare più serio. Metterò un film ricercato, magari dei fratelli Cohen che chi cazzo li ha mai capiti sta a vedere che è la volta buona.
Le undici meno cinque. Ho praticamente finito la filmografia e non ho capito principalmente due cose: perché sono ancora vivo e perché Brad Pitt deve morire dopo venti minuti di pellicola. Voglio dire ingaggi uno come Brad Pitt e me lo liquidi neanche il tempo di una cacata in bagno? Praticamente l’ho visto solo nei titoli di coda.
Mangio un piatto di pasta e vado a letto, sarà più rapida l’attesa. Mi sembra di vedere un tramonto, eccola la fine. Chiudo gli occhi in pace, arrivederci mondo. Chiamerò mia madre da lassù.
Riapro gli occhi e il Sole è alto, il mal di testa è passato e fuori cinguettano i passerotti. Sono in Paradiso, è successo davvero. Mi sembra di avere di nuovo l’energia di bambino alla sua prima partita di calcio, sento il sangue nelle vene. Mi piacerebbe essere vivo solo per dire a tutti quegli intellettuali da due soldi che il Paradiso non è né azzurro né verde né arancione. E’ la tua vita di prima, solo con più vitalità e nessuna responsabilità. Che poi è un paradosso dire che ti senti più vivo da morto o forse non più di quanto lo sia andare a dormire per poi sentirsi più svegli. Una coda che morde il gatto, insomma.
Le undici meno cinque, neanche in Paradiso il tempo scorre velocemente, anzi magari se potessi calcolare la gravità di questo posto potrei scoprire che un secondo dura quasi sette anni. Le torte di compleanno non devono andare per la maggiore qui.
Indosso i pantaloncini, la maglia rossa dei grandi magazzini, inizio a fare qualche esercizio di stretching. Mentre sto allungando i quadricipiti sento il rumore di una chiave entra nella serratura, fa un quarto di giro, la porta si spalanca ed ecco mia madre, di nero vestita, che si rovescia in casa mia come un maratoneta al traguardo. “Ma che diavolo stai facendo conciato in questo modo? Cambiati subito che è tardi!”. Be, se l’angelo della morte è mia madre suppongo che Freud e io avremmo molto da discutere. Però che senso avrebbe un angelo della morte in Paradiso? Tipo un vegano che pratichi la pesca sportiva. “Che vuoi dire ma’? tardi per cosa?” “Il funerale di zia Mimì, ma perchè non ascolti mai quando ti parlo? muoviti e metti il vestito buono!”. Un funerale, in Paradiso, il vestito buono, le undici meno cinque. Ma che cavolo di Paradiso è se qui si muore due volte, ma che cavolo viviamo in pace a fare se poi dopo l’ultimo respiro non la luce eterna ma solo un altro cazzo di ultimo respiro ci aspetta? Ma allora andiamo ad unirci ai cartelli colombiani, andiamo a fare i pirati in mezzo al Pacifico, andiamo dove ci pare che tanto l’unico Karma è che hai da morì, c’avevano ragione i romani mannaggia a loro. “Ma quante volte è già morta questa zia Mimì? Tipo almeno due no?” “oh be vedi, figliolo, dipende: se prendiamo per buona quella volta che l’hai fatta morire per saltare una versione di greco effettivamente questa sarebbe la sua seconda dipartita. Tuttavia, assumendo che il tuo squallido umorismo nero meriterebbe uno schiaffone su quella guancia scavata che ti ritrovi e che le tue doti di iettatore vanno di pari passo con quelle, assolutamente nulle, da cuoco, debbo informarti che quella di un paio di giorni fa è la sua prima ed unica dipartita e tu sei pregato di onorarla andandoti a infilare quel dannato vestito buono che io ti ho comprato visto che i tuoi pochi spicci si trovano nelle casse di un qualche squallido bar.”
Scendiamo in strada e il vestito di lana mi sembra pizzichi meno del solito, lo metterò nella lista dei pro di questo strano Paradiso. Le merde di cane puzzano sempre di merda di cane, peccato, speravo di poter lasciare nella vita terrena tanto orrore.
E’ stato mentre aspettavamo il carro funebre davanti alla Chiesa che ho capito tutto. Le campane hanno suonato dodici rintocchi. Non è possibile, sono le undici meno cinque, dev’esserci un errore. “Mamma, che ore sono?” “Le dodici in punto”. Non è possibile, c’è un errore, sono le undici meno cinque e io sono morto, il tempo qui non può scorrere, l’ho visto io stesso. Ad ogni abbraccio di parente sconosciuto mi getto disperato tra le loro braccia così che, mentre mi consolano per il dolore della perdita di zia Mimì, io avvicino l’orecchio ai loro orologi che scandiscono inesorabilmente lo scorrere dei secondi. Ad ogni scatto della lancetta sento una fitta in mezzo al cuore come se la mia seconda morte fosse lì, ad un passo da me. Le dodici e dieci sull’orologio di mia cugina, le undici meno cinque sul mio. Le dodici e undici sul Rolex finto di zio Carlo, le undici meno cinque sul mio.
Sono dovuto andare a un funerale per capire che ero ancora vivo, una rana che salta fuori dalla pentola giusto in tempo per non finire nel piatto di qualche francese. Com’è possibile che abbia scambiato le pile esaurite di uno stupido orologio per i minuti contati della mia vita? Com’è possibile che abbia pensato che il tempo si fosse fermato solo perchè non lo vedevo scorrere sulle lancette?
Caro Nonno, ti sbagliavi. Gli orologi misurano il tempo tre volte: quando lavori, ti ricordano che non hai tempo da perdere. Quando riposi, che nessun tempo è perduto se lo dedichi a te stesso. Quando si scaricano, che si può vivere benissimo liberi dalla tirannia del tempo, ma che comunque se non cambi le pile un po’ stronzo lo sei.
Sono le undici meno cinque, e non mi sono mai sentito così vivo.

Dove volano le farfalle?

Chissà perché ci si uccide più di frequente dopo il tramonto. Sarà che prima San Pietro è a mangiare, “signora non ha letto il cartello? So le sette, la bottega apre alle sette e mezzo, che crede d’esse già arrivata in Paradiso? Se metta ‘n fila va”. Sarà che in tempo di crisi pure Caronte si è messo a fare tariffe agevolate sulle tratte notturne.

Sarà che sono due anni che mi faccio la stessa domanda e solo di notte mi sembra che tu venga a sussurrarmi la risposta.

Cosa si prova a stare in bilico tra la vita e la morte, tra un passo indietro e un passo nel vuoto? Tu lo sai dove porta il vuoto? E dimmi, che cosa si ascolta in quel momento? Il proprio cuore o un’ombra che ci insegue e che oscura la luce che abbiamo negli occhi? Tu dimmi se il freddo delle tegole ha riscaldato la tua anima, se dopo esser caduti s’impara a volare.

Mi hai insegnato a non avere paura dei mostri sotto il letto ma allora com’è che, alla fine, proprio tu li hai lasciati vincere? Erano verdi oppure gialli? In ogni caso, sappi che io sono incazzata nera. Incazzata come una madre che sgrida il proprio figlio per aver attraversato di corsa senza guardare, un’incazzatura d’amore bella e buona. Mi si è quasi spezzata una corda vocale, mi si è quasi spezzato il cuore di netto.

Perché mica è giusto quello che mi hai combinato, che la parte difficile è sempre per chi rimane qui come uno stronzo con un pugno di mosche morte in mano. Sì, ho fatto morire pure le mosche. E va bene, va bene sono egoista, devo lasciarti andare, tenere la mano aperta per non uccidere la farfalla come in quelle metafore inutili e mielose sull’amore. Ma che ne sanno le metafore dell’amore, delle farfalle, di te che sei la mia farfalla. Ma che ne sai tu di cosa significhi abbracciarti solo in sogno e svegliarsi con la faccia nel cuscino, che ne sai tu di cosa significhi guardare giù e sentirsi mancare il fiato, sentirsi rimbombare nella testa il mio urlo di dolore.

Ti sfido. Ti sfido a venirmelo a chiedere davanti a una tazza d’orzo e tu lo sai che io l’orzo lo detesto, che lo berrei solo per te. Ti sfido a rispondere alle domande che io getto nel vento sperando salgano fin da te e tu potrai fare lo stesso con me, se vorrai. E lo sai bene, lo so bene, è una sfida d’amore, un duello tra innamorati separati dal destino. È solo che mi fai così tanta rabbia, è solo che ho questa roba qui dentro che non so dove mettere, ho amore in eccesso capisci? Ho tutto questo amore che non so più dove mettere perché non ci sei più tu a riceverlo, perché mica posso smaltirlo insieme all’organico, che mica fa la muffa l’amore. E allora lo nascondo come i chili dell’inverno sotto i vestiti, sotto il tuo maglione nero che ora ha perso il tuo profumo. E allora magari già che sono qui indosso i tuoi panni, il tuo caschetto biondo e quel sandalo che hai tolto un attimo prima che gli attimi finissero.

T’immagino piegare i tuoi vestiti adagio sul letto, non c’è nessuna fretta, non c’è più nessuna fretta. T’immagino togliere i gioielli come ogni sera prima di andare a dormire, prima di un lungo sonno. T’immagino tremante voltarti a guardare tutto il tuo bel mondo per l’ultima volta, almeno l’ultima coi tuoi begli occhietti azzurri. Che poi forse si saranno un po’ arrossati come un mare al tramonto. I ricordi ti riempiono il cuore così tanto che non c’è più spazio per averne di nuovi, che non ti ricordi nemmeno che giorno sia domani. È l’amore a muovere il mondo e adesso, lo so, anche le tue braccia. E allora è giunta l’ora di scegliere un’ultima volta. È così tanto che non scegli più.

Una farfalla che spicca il volo, colomba bianca nel giorno di Pasqua. Se il corpo c’incatena che almeno l’anima si possa liberare, se è l’aria a mancarci che si possa diventare quell’aria, quel vento fresco che soffia all’alba di un nuovo giorno. Che la gravità sia una legge e tu la sua deroga. Che le tue braccia diventino ali giusto in tempo per invertire la rotta e volare fin dentro i miei sorrisi.

Sei la mia farfalla bella, il mio Sole con un po’ di pioggia leggera. Sei il mio amore immenso.

Mi manchi e so che la mia voce arriverà fin là, dove volano le farfalle.

Burbera Barbera.

Ma come si può abbinare il pesce azzurro al vino rosso? Mettiamo la tuta da sci sulla riviera allora, mangiamo panettone a ferragosto. Ci vogliono ordine e precisione nella vita. Pesce azzurro vino bianco. Pane al pane vino al vino. Banale, elementare. Tu dimmi cosa ci vuole ad essere precisi, rigorosi. Tu dimmi perché devi comprare il vino rosso, perché la forchetta non devi metterla a sinistra, perché meriti di vivere. Dimmi cosa ti è saltato in mente di fare, perché mi vuoi far impazzire?

L’hai fatto apposta, è ovvio, hai cercato volutamente di fottermi, di farmi uscire di testa. Cos’è hai progettato da tempo il tuo suicidio ma non hai il coraggio nemmeno di ammazzarti? È per questo che hai comprato vino rosso, ammettilo, mi hai voluta provocare fino al limite solo per farti tirare una bella coltellata in pancia e arrivederci a tutti. Perché invece non prendi coraggio e risolvi i tuoi problemi, eh? Perché invece non mi ami un po’ di più e la smetti di comportarti da bambino? Pensi che io mi diverta? Pensi che a me piaccia minacciarti, che io mi diverta a farti del male? Sei tu che mi costringi, sei tu che ma diamine il vino rosso col pesce, il vino rosso! Cosa pensavi che avrei potuto far passare tutto sotto silenzio, far finta che fosse chardonnay e via, tutto passato? Come hai potuto dimenticarti che avrei fatto il pesce, erano ore che ne parlavamo, ore. Ti ho solo chiesto di comprare un po’ di vino, nulla più. Forse non c’era l’offerta giusta al supermercato, spilorcio.

Andiamo a vivere insieme, sposiamoci, abbracciami forte… cazzate! Tutte cazzate! Nemmeno il vino giusto sai comprare e pretendi che io ti ami? E pretendi che io ti creda quando dici che mi ami? Pensi che un abbraccio possa compensare questo vino così tremendo? Mi hai presa per deficiente, è ovvio. Solo una deficiente tollererebbe un affronto simile, solo una deficiente ti direbbe che va tutto bene, che non c’è problema. E se adesso io ti ammazzo domani me lo compri il vino giusto? Ne saresti in grado? Se adesso io ti ammazzo ce la fai a promettermi che cambierai, che sarà diverso, che tutto sarà in ordine al suo posto e perfettamente organizzato? Ma come faccio a non ammazzarti ed essere sicura che cambierai, me lo dici? Io ci sto provando giuro, ci sto mettendo me stessa per cercare di capirti ma non riesco a seguirti, è impossibile non ammazzarti, è impossibile pensare che tu possa migliorare senza una giusta punizione. Guarda i cani, mica ti ubbidiscono se non gli fai vedere il giornale arrotolato.

Vedere, toccare, ferire, non noto molta differenza caro. In ogni forma di sofferenza ci sono almeno due componenti: se vedi un tradimento ti ferisce, se vieni ammazzato non è detto che tu veda l’assassino. Ma sono sempre due facce della sofferenza, se vuoi parliamo pure di cosa sia più profonda, se una cicatrice nella testa o sulla testa. Se faccia più male un infarto o un cuore spezzato, se sia più mal messo chi ha la gamba ingessata o chi non riesce ad andare avanti.

Io ho visto la tua indifferenza verso ciò che io ti ho cucinato questa sera, verso il mio amore, verso le parole che ci siamo detti al telefono durante il lavoro. Ho toccato con le papille gustative la cattiveria del tuo gesto, la noncuranza con cui hai servito vino rosso insieme al mio pesce azzurro. E adesso voglio farti sentire quanto mi hai ferita, così che la prossima volta ci penserai due volte prima di fare certe imprudenze.

Una banalità, una cosa da niente, dici tu. È per le banalità, è per le cose da niente che mi sono innamorata di te, è per come mi hai sorriso la prima volta, per come mettevi il mignolo tra le mie mani durante le passeggiate invernali, è per come mi guardavi dietro il bancone aspettando che finissi il turno. Niente è banale tra noi, anzi più è banale più diventa essenziale, più si parla di dettagli più scopri se quello che provi è amore o effimera passione. Ed è per questa banalità che io adesso non vedo alternativa ad ammazzarti, non vedo altra via di fuga. Devo farlo, non vedi? Per me stessa, perché ci sono errori su cui io non posso passar sopra, ci sono cose a cui non posso piegarmi, amore. Perché amo anche me stessa e devo rispettarmi. Se solo tu avessi comprato il vino giusto non mi avresti costretta a stare qui in piedi con un coltello in mano a guardarti tremare. Se solo tu avessi comprato il vino giusto staremmo facendo l’amore sotto il piumone nuovo e probabilmente starei urlando, sì, ma di piacere. E invece mi hai buttata in questa situazione orrenda da cui io non so come uscire, e adesso tu dici che se ti uccido non cambierai, che anzi lo farai solo se adesso poso questo coltello. Ma tu capisci che io non lo controllo, capisci che se adesso io non vedo il mio vino bianco come posso lasciarti respirare, io vorrei ma non ci riesco, non sono io è il vino, è che c’è un buco nero che mi divora dentro, è che non dovevi farlo, non dovevi farlo. Mi dispiace.

Come hai potuto, come ho potuto.

Esco a prendere le sigarette

Io questa storia della morte non l’ho proprio capita. È che mi sembra un po’ egoista. Com’è che puoi decidere di andartene senza prima salutare tutti? All’improvviso così, manco fosse un volo low cost per le Bahamas che mica puoi non prenderlo. All’improvviso così che ieri ti ho vista e da domani non ti vedrò più. Ma mica per un giorno, due, massimo una settimana dieci giorni. No, per sempre. Ed è l’unica cosa che non ha particolari eccezioni al per sempre, non ha postille, deroghe, salvo che. Di salvo poi non c’è proprio nulla. E allora mi chiedo come razionalmente si possa accettare il per sempre, il mai più. Riesci a immaginarlo? Cioè tipo l’infinito ma temporale. Come se ogni giorno io potessi svegliarmi e aprire una casellina su un calendario in cui l’Avvento non arriva mai. Roba da farsi venire il diabete nel giro di un anno e mezzo. Come se ogni giorno io ti preparassi caffè che non hai mai bevuto. Sto finendo le tazzine, sai? E anche la pazienza, se devo dirla tutta.

Il fatto è che a me sembra solo di non vederti da molto tempo. Sai tipo “E’ andata a comprare le sigarette” “ma non fuma” “vabbè dai prima o poi torna”. Non dirmi che non ci sono tabaccai lì dove sei andata, non dirmi che non si torna indietro da dove sei andata. A raccontare le cose al vento ci si stufa in fretta mentre io a te avrei raccontato anche come si avvitano le lampadine di Natale solo per stare ancora cinque minuti insieme. Mi sarei inventata della fabbrica di Elfi in Lapponia, mi sarei inventata che da quando è arrivata la crisi pure quella se la sono comprata i cinesi, mannaggia al riso. Mi sarei inventata che il tempo si ferma e che, se chiudi gli occhi e ti concentri, riesci anche a farlo tornare indietro. E invece adesso per poco non mi mandano al manicomio, vallo tu a spiegare al cameriere che sto parlando con te, che ordino due caffè di cui uno macchiato caldo con molto zucchero e poco latte perché a te piace così.

Ad averlo saputo, ti avrei detto di più. Che poi anche a saperlo, certe cose ti vien da dirle solo dopo. Solo dopo un ciao distratto, a più tardi. Ed è sicuramente vero che il tempo è relativo ma, cazzo, anche la relatività ha le sue leggi e vuoi non trovare l’eccezione? E invece tu no, tu sei uscita e hai chiuso quella porta senza toppa e senza maniglia. Un muro al quale timidamente vengo a bussare, che se ti avvicinassi appena un poco di più son sicura che la sentiresti la mia voce, che magari col mio fiato riuscirei pure ad appannarti gli occhiali.

Questa storia della morte è un po’ da stronzi, che in sospeso si lasciano i caffè, mica gli affetti. Mica è giusto andare via per sempre e non vedere più nessuno, mica è giusto che io, semplicemente, mi abitui alla tua assenza. I cani si abituano al freddo, gli stronzi a stare a galla, non io alla tua assenza. Che discorso poco romantico l’abitudine. Quella sì che uccide, altro che la morte. Ecco a me uccide abituarmi alla tua assenza, mi uccide che dovrò smettere di lasciarti apparecchiato il capotavola. Non si può entrare e uscire dalla vita così, come se fosse un centro commerciale. Così come se l’affetto fosse solo un giocattolo che ad un certo punto la mamma ti toglie, che tu strilli due minuti e poi quando è pronta la cena nemmeno ti ricordi di averci giocato con quel pupazzetto giallo.

Io dico, prendiamoci un caffè ogni tanto. Anche solo per Natale se spostarti è un problema. In quel bar all’angolo lì, dove ti ho sognata tante volte. Ecco senti se proprio con questa storia del corpo mi posso solo incazzare, ecco ti prego almeno non andartene dai miei sogni. Vieni quando vuoi. Quando voglio. Abbracciami forte e dimmi che i tabaccai non sono poi così lontani.

Perché vedi il fatto è che ho paura. Ho una paura fottuta che sogno dopo sogno, giorno dopo giorno i tuoi occhi per me inizino a cambiare colore, che il tuo sorriso sia meno luminoso, che le mie lacrime la sera prima di dormire siano sempre meno umide, che la mia rabbia lasci il posto a quella malinconia stronza che ti fa commuovere solo a primavera, magari il giorno del tuo compleanno, più per convenzione che per vero amore. Ho paura che non mi mancherai e che io di quel muro volente o nolente me ne dimenticherò e nemmeno toglierò più le ragnatele. Ho paura di ordinare un solo caffè al bar perché so che non verrai e che col tempo mi dimenticherò di raccontarti che a pranzo ho mangiato le lasagne al pesto, che mi sono sposata, che ho perso il tuo astuccio blu.

Se solo tu tornassi io rivedendo il tuo sorriso avrei meno paura, dandoti un bacio sulla guancia colorerei il mondo e non ti direi nulla perché come faccio a far uscire un enciclopedia dalla bocca tutta in una volta? Mi strozzerei di sicuro e magari ci rimetterei le piume pure io. Mi verrebbe da tirarti un pugno in faccia e dirti che sei una stronza, che non devi più permetterti di morire, che me lo devi giurare. Tu rideresti di me, di quella posa goffa con i pugni alzati e dei miei occhi acquosi. Mi diresti che con la rabbia nemmeno i cani sopravvivono. Io ti regalerei una stecca di sigarette anche se non fumi giusto così, per non darti scuse per andare via. Allora tu mi stringeresti forte e mi diresti di non preoccuparmi, che i tabaccai non sono poi così lontani, che tra cinque minuti suona la sveglia. Buongiorno amore mio.

Sei.

Sono già passati sei mesi, Nonna. La metà di un anno, la metà di qualcosa che si è spezzato. Altrimenti sarebbe intero, giusto?

Mi manchi.

Anche adesso, ancora adesso, mi manchi. Ti sento addosso nell alito di vento dietro l’angolo, nel sole alto a mezzogiorno. Ricordo ogni istante, la sensazione nelle vene, quel senso di nausea, la seggiolina rossa, le tue ciabatte lasciate cadere in terra, fuori posto.  Niente per te è mai stato fuori posto, fuori dal proprio ordine. I cerchietti in basso a sinistra nel tuo bagno, l’orzo nell’antina accanto al frigo, i quadri perfettamente dritti. Ma ci sono cose che non possiamo controllare, che sfuggono alle nostre mani, ai nostri occhi e non possiamo metterle in ordine, non possiamo salvarle. Un po’ come le tue ciabatte bianche, Nonna.  Non è proprio in quel momento che bisogna essere forti? Che poi cosa voglia dire essere forti io mica l’ho capito. Ripenso a quando sollevavi le bottiglie d’acqua per allenare i bicipiti e non posso che sorridere. Ripenso a quando mi dicevi che qualcosa ti sfuggiva dalle mani, che la testa non funzionava come tu avresti voluto e non posso che commuovermi. Sono passati sei mesi e non so dirti se sono tanti o pochi, è come se viaggiassi su due binari divergenti, quel giorno sembra un incubo ricorrente ma lontano, il nostro abbraccio questione di ore. Sento distintamente un nodo in gola, sono quasi certa che vuoi dirmi di mettere un cravattino di lana che fuori fa freddo.

Non preoccuparti Nonna, fuori c’è da battere i denti ma il tuo sorriso mi riscalda.