Burbera Barbera.

Ma come si può abbinare il pesce azzurro al vino rosso? Mettiamo la tuta da sci sulla riviera allora, mangiamo panettone a ferragosto. Ci vogliono ordine e precisione nella vita. Pesce azzurro vino bianco. Pane al pane vino al vino. Banale, elementare. Tu dimmi cosa ci vuole ad essere precisi, rigorosi. Tu dimmi perché devi comprare il vino rosso, perché la forchetta non devi metterla a sinistra, perché meriti di vivere. Dimmi cosa ti è saltato in mente di fare, perché mi vuoi far impazzire?

L’hai fatto apposta, è ovvio, hai cercato volutamente di fottermi, di farmi uscire di testa. Cos’è hai progettato da tempo il tuo suicidio ma non hai il coraggio nemmeno di ammazzarti? È per questo che hai comprato vino rosso, ammettilo, mi hai voluta provocare fino al limite solo per farti tirare una bella coltellata in pancia e arrivederci a tutti. Perché invece non prendi coraggio e risolvi i tuoi problemi, eh? Perché invece non mi ami un po’ di più e la smetti di comportarti da bambino? Pensi che io mi diverta? Pensi che a me piaccia minacciarti, che io mi diverta a farti del male? Sei tu che mi costringi, sei tu che ma diamine il vino rosso col pesce, il vino rosso! Cosa pensavi che avrei potuto far passare tutto sotto silenzio, far finta che fosse chardonnay e via, tutto passato? Come hai potuto dimenticarti che avrei fatto il pesce, erano ore che ne parlavamo, ore. Ti ho solo chiesto di comprare un po’ di vino, nulla più. Forse non c’era l’offerta giusta al supermercato, spilorcio.

Andiamo a vivere insieme, sposiamoci, abbracciami forte… cazzate! Tutte cazzate! Nemmeno il vino giusto sai comprare e pretendi che io ti ami? E pretendi che io ti creda quando dici che mi ami? Pensi che un abbraccio possa compensare questo vino così tremendo? Mi hai presa per deficiente, è ovvio. Solo una deficiente tollererebbe un affronto simile, solo una deficiente ti direbbe che va tutto bene, che non c’è problema. E se adesso io ti ammazzo domani me lo compri il vino giusto? Ne saresti in grado? Se adesso io ti ammazzo ce la fai a promettermi che cambierai, che sarà diverso, che tutto sarà in ordine al suo posto e perfettamente organizzato? Ma come faccio a non ammazzarti ed essere sicura che cambierai, me lo dici? Io ci sto provando giuro, ci sto mettendo me stessa per cercare di capirti ma non riesco a seguirti, è impossibile non ammazzarti, è impossibile pensare che tu possa migliorare senza una giusta punizione. Guarda i cani, mica ti ubbidiscono se non gli fai vedere il giornale arrotolato.

Vedere, toccare, ferire, non noto molta differenza caro. In ogni forma di sofferenza ci sono almeno due componenti: se vedi un tradimento ti ferisce, se vieni ammazzato non è detto che tu veda l’assassino. Ma sono sempre due facce della sofferenza, se vuoi parliamo pure di cosa sia più profonda, se una cicatrice nella testa o sulla testa. Se faccia più male un infarto o un cuore spezzato, se sia più mal messo chi ha la gamba ingessata o chi non riesce ad andare avanti.

Io ho visto la tua indifferenza verso ciò che io ti ho cucinato questa sera, verso il mio amore, verso le parole che ci siamo detti al telefono durante il lavoro. Ho toccato con le papille gustative la cattiveria del tuo gesto, la noncuranza con cui hai servito vino rosso insieme al mio pesce azzurro. E adesso voglio farti sentire quanto mi hai ferita, così che la prossima volta ci penserai due volte prima di fare certe imprudenze.

Una banalità, una cosa da niente, dici tu. È per le banalità, è per le cose da niente che mi sono innamorata di te, è per come mi hai sorriso la prima volta, per come mettevi il mignolo tra le mie mani durante le passeggiate invernali, è per come mi guardavi dietro il bancone aspettando che finissi il turno. Niente è banale tra noi, anzi più è banale più diventa essenziale, più si parla di dettagli più scopri se quello che provi è amore o effimera passione. Ed è per questa banalità che io adesso non vedo alternativa ad ammazzarti, non vedo altra via di fuga. Devo farlo, non vedi? Per me stessa, perché ci sono errori su cui io non posso passar sopra, ci sono cose a cui non posso piegarmi, amore. Perché amo anche me stessa e devo rispettarmi. Se solo tu avessi comprato il vino giusto non mi avresti costretta a stare qui in piedi con un coltello in mano a guardarti tremare. Se solo tu avessi comprato il vino giusto staremmo facendo l’amore sotto il piumone nuovo e probabilmente starei urlando, sì, ma di piacere. E invece mi hai buttata in questa situazione orrenda da cui io non so come uscire, e adesso tu dici che se ti uccido non cambierai, che anzi lo farai solo se adesso poso questo coltello. Ma tu capisci che io non lo controllo, capisci che se adesso io non vedo il mio vino bianco come posso lasciarti respirare, io vorrei ma non ci riesco, non sono io è il vino, è che c’è un buco nero che mi divora dentro, è che non dovevi farlo, non dovevi farlo. Mi dispiace.

Come hai potuto, come ho potuto.

Esco a prendere le sigarette

Io questa storia della morte non l’ho proprio capita. È che mi sembra un po’ egoista. Com’è che puoi decidere di andartene senza prima salutare tutti? All’improvviso così, manco fosse un volo low cost per le Bahamas che mica puoi non prenderlo. All’improvviso così che ieri ti ho vista e da domani non ti vedrò più. Ma mica per un giorno, due, massimo una settimana dieci giorni. No, per sempre. Ed è l’unica cosa che non ha particolari eccezioni al per sempre, non ha postille, deroghe, salvo che. Di salvo poi non c’è proprio nulla. E allora mi chiedo come razionalmente si possa accettare il per sempre, il mai più. Riesci a immaginarlo? Cioè tipo l’infinito ma temporale. Come se ogni giorno io potessi svegliarmi e aprire una casellina su un calendario in cui l’Avvento non arriva mai. Roba da farsi venire il diabete nel giro di un anno e mezzo. Come se ogni giorno io ti preparassi caffè che non hai mai bevuto. Sto finendo le tazzine, sai? E anche la pazienza, se devo dirla tutta.

Il fatto è che a me sembra solo di non vederti da molto tempo. Sai tipo “E’ andata a comprare le sigarette” “ma non fuma” “vabbè dai prima o poi torna”. Non dirmi che non ci sono tabaccai lì dove sei andata, non dirmi che non si torna indietro da dove sei andata. A raccontare le cose al vento ci si stufa in fretta mentre io a te avrei raccontato anche come si avvitano le lampadine di Natale solo per stare ancora cinque minuti insieme. Mi sarei inventata della fabbrica di Elfi in Lapponia, mi sarei inventata che da quando è arrivata la crisi pure quella se la sono comprata i cinesi, mannaggia al riso. Mi sarei inventata che il tempo si ferma e che, se chiudi gli occhi e ti concentri, riesci anche a farlo tornare indietro. E invece adesso per poco non mi mandano al manicomio, vallo tu a spiegare al cameriere che sto parlando con te, che ordino due caffè di cui uno macchiato caldo con molto zucchero e poco latte perché a te piace così.

Ad averlo saputo, ti avrei detto di più. Che poi anche a saperlo, certe cose ti vien da dirle solo dopo. Solo dopo un ciao distratto, a più tardi. Ed è sicuramente vero che il tempo è relativo ma, cazzo, anche la relatività ha le sue leggi e vuoi non trovare l’eccezione? E invece tu no, tu sei uscita e hai chiuso quella porta senza toppa e senza maniglia. Un muro al quale timidamente vengo a bussare, che se ti avvicinassi appena un poco di più son sicura che la sentiresti la mia voce, che magari col mio fiato riuscirei pure ad appannarti gli occhiali.

Questa storia della morte è un po’ da stronzi, che in sospeso si lasciano i caffè, mica gli affetti. Mica è giusto andare via per sempre e non vedere più nessuno, mica è giusto che io, semplicemente, mi abitui alla tua assenza. I cani si abituano al freddo, gli stronzi a stare a galla, non io alla tua assenza. Che discorso poco romantico l’abitudine. Quella sì che uccide, altro che la morte. Ecco a me uccide abituarmi alla tua assenza, mi uccide che dovrò smettere di lasciarti apparecchiato il capotavola. Non si può entrare e uscire dalla vita così, come se fosse un centro commerciale. Così come se l’affetto fosse solo un giocattolo che ad un certo punto la mamma ti toglie, che tu strilli due minuti e poi quando è pronta la cena nemmeno ti ricordi di averci giocato con quel pupazzetto giallo.

Io dico, prendiamoci un caffè ogni tanto. Anche solo per Natale se spostarti è un problema. In quel bar all’angolo lì, dove ti ho sognata tante volte. Ecco senti se proprio con questa storia del corpo mi posso solo incazzare, ecco ti prego almeno non andartene dai miei sogni. Vieni quando vuoi. Quando voglio. Abbracciami forte e dimmi che i tabaccai non sono poi così lontani.

Perché vedi il fatto è che ho paura. Ho una paura fottuta che sogno dopo sogno, giorno dopo giorno i tuoi occhi per me inizino a cambiare colore, che il tuo sorriso sia meno luminoso, che le mie lacrime la sera prima di dormire siano sempre meno umide, che la mia rabbia lasci il posto a quella malinconia stronza che ti fa commuovere solo a primavera, magari il giorno del tuo compleanno, più per convenzione che per vero amore. Ho paura che non mi mancherai e che io di quel muro volente o nolente me ne dimenticherò e nemmeno toglierò più le ragnatele. Ho paura di ordinare un solo caffè al bar perché so che non verrai e che col tempo mi dimenticherò di raccontarti che a pranzo ho mangiato le lasagne al pesto, che mi sono sposata, che ho perso il tuo astuccio blu.

Se solo tu tornassi io rivedendo il tuo sorriso avrei meno paura, dandoti un bacio sulla guancia colorerei il mondo e non ti direi nulla perché come faccio a far uscire un enciclopedia dalla bocca tutta in una volta? Mi strozzerei di sicuro e magari ci rimetterei le piume pure io. Mi verrebbe da tirarti un pugno in faccia e dirti che sei una stronza, che non devi più permetterti di morire, che me lo devi giurare. Tu rideresti di me, di quella posa goffa con i pugni alzati e dei miei occhi acquosi. Mi diresti che con la rabbia nemmeno i cani sopravvivono. Io ti regalerei una stecca di sigarette anche se non fumi giusto così, per non darti scuse per andare via. Allora tu mi stringeresti forte e mi diresti di non preoccuparmi, che i tabaccai non sono poi così lontani, che tra cinque minuti suona la sveglia. Buongiorno amore mio.

Sei.

Sono già passati sei mesi, Nonna. La metà di un anno, la metà di qualcosa che si è spezzato. Altrimenti sarebbe intero, giusto?

Mi manchi.

Anche adesso, ancora adesso, mi manchi. Ti sento addosso nell alito di vento dietro l’angolo, nel sole alto a mezzogiorno. Ricordo ogni istante, la sensazione nelle vene, quel senso di nausea, la seggiolina rossa, le tue ciabatte lasciate cadere in terra, fuori posto.  Niente per te è mai stato fuori posto, fuori dal proprio ordine. I cerchietti in basso a sinistra nel tuo bagno, l’orzo nell’antina accanto al frigo, i quadri perfettamente dritti. Ma ci sono cose che non possiamo controllare, che sfuggono alle nostre mani, ai nostri occhi e non possiamo metterle in ordine, non possiamo salvarle. Un po’ come le tue ciabatte bianche, Nonna.  Non è proprio in quel momento che bisogna essere forti? Che poi cosa voglia dire essere forti io mica l’ho capito. Ripenso a quando sollevavi le bottiglie d’acqua per allenare i bicipiti e non posso che sorridere. Ripenso a quando mi dicevi che qualcosa ti sfuggiva dalle mani, che la testa non funzionava come tu avresti voluto e non posso che commuovermi. Sono passati sei mesi e non so dirti se sono tanti o pochi, è come se viaggiassi su due binari divergenti, quel giorno sembra un incubo ricorrente ma lontano, il nostro abbraccio questione di ore. Sento distintamente un nodo in gola, sono quasi certa che vuoi dirmi di mettere un cravattino di lana che fuori fa freddo.

Non preoccuparti Nonna, fuori c’è da battere i denti ma il tuo sorriso mi riscalda.

Cara Nonna

Cara nonna,

è tutto un po’ più pesante, sarà che ci hai lasciati a inizio estate, sarà l’umidità, sarà che i vestiti ti si appiccicano addosso come i ricordi. È tutto un po’ più lento, mastico di più, lascio che la birra diventi calda, aspetto a lungo il sonno. Non piango quasi mai anche se, quando succede, succede piano, in silenzio, senza urla né disperazione, solo con una placida malinconia.

Le domeniche senza di te sono più silenziose, forse speriamo di sentirti suonare il campanello. Anche il telefono tace, forse perché adesso non t’importa sapere dove hai messo le pastiglie. Forse non ti è mai interessato ma non trovavi una scusa migliore per sentire la nostra voce.

Non è facile, sai, sconfiggere l’egoismo di chi resta, non è facile accettare col sorriso che non mi gratterai la testa raccontandomi dei tuoi viaggi. Li conosco a memoria da una vita, lo sapevi, ma era l’unica scusa che trovavo per ascoltare a lungo la tua voce. Mi faceva addormentare come una bambina le fiabe. Tra qualche tempo guardando le diapositive racconterò a tutti del tuo giro in elicottero, racconterò com’eri felice guardando New York, racconterò di quando da giovane eri gelosa del Nonno.

Chissà dove sei ora, fuori c’è un bel vento fresco dopo giorni di afa, chiudo gli occhi e mi sembra una tua carezza. Chissà dove sei ora, forse in un mare azzurro dopo mesi di cemento.

T’immagino come un sole che tramonta sul mare, ma adesso che è arrivata la notte insegnaci a guardare le stelle.