La prima volta che ti ho visto mi si è spezzato il fiato. Ti ero caduta addosso fuori dal locale e tu mi avevi presa in un abbraccio.
Avrei dovuto capirlo subito che a starti vicino avrei rischiato di farmi male.
Quando mi hai baciata il mio corpo ha iniziato a chiedere più ossigeno ed io inspiravo velocemente per immergermi nel tuo sapore.
La prima volta che abbiamo fatto l’amore credevo di saperla descrivere a memoria e invece ricordo solo la paura di non deluderti che mi attanagliava la gola impedendomi di respirare.
Così sono andata in apnea facendomi bastare il poco ossigeno che avevo. Quando non mi era rimasta una manciata di anidride carbonica mi si sono annebbiati i pensieri fino a farmi credere che fosse amore.
Sai cos’era? Asma da abbandono. Quelle crisi che vengono anche ai bambini quando togli loro un gioco, quando la mamma li sgrida e poi li lascia chiusi nella loro stanza, sbagliati, a pensare che l’amore chiuda le porte e l’epiglottide per farti soffocare.
Mi sono odiata così tante volte pensando a come sarebbe andata se nelle discussioni avessi usato il fiato nei polmoni per dirti quello che provavo anziché gettarti addosso fango nella speranza che tu, setacciandolo, ci trovassi l’oro che avevo nascosto.
Mi sono odiata come se ogni singola cosa fosse stata una mia colpa, perché tu eri troppo perfetto per sbagliare ed io troppo imperfetta per essere amata.
Ho passato anni ad inspirare appena prima di svenire nella speranza che tu venissi a salvarmi come un cucciolo e nutrirmi con qualche porzione avanzata di amore.
Quanta pace avrei vinto se mi fossi perdonata prima, se mi fossi amata prima, se nella tua lontananza io avessi trovato più amore per me e non maggior solitudine nel tuo vuoto.
Chissà come sarebbe andata se, anziché prendere aria per nutrire i miei singhiozzi, l’avessi usata per soffiarti via lontano, dove le tue lame non potevano ferirmi.
E invece, ogni volta che ti avvicinavi, un piccolo spillo trapassava una porzione enorme del mio corpo, così che da un buchino ne derivava un collasso polmonare e subito annaspavo, più ossigeno, datemi una bombola, sto soffocando.
Così adesso, dopo tutto questo tempo, mi basta trovare una tua dedica in un libro e sento una scossa trafiggermi la testa, le spalle e le mani.
Lascio cadere il libro, chiudo gli occhi, i battiti scendono, l’aria fluisce regolare, inspiro dal naso, butto fuori dalla bocca, entra ossigeno, esce anidride carbonica, è entrato molto dolore, se ne andrà piano piano.