Sopravvissuti

Seduta al tavolo della cucina, cerco di dare voce ai miei pensieri. So cosa voglio dire ma non so come dirlo. Ho messo Einaudi in sottofondo che mi rilassa, ho messo a cuocere la zuppa. Forse è il sibilo del gas che mi disturba, forse è che c’è troppa luce naturale a quest’ora del giorno mentre invece io voglio scrivere del nero, del buio, dell’assenza di aria e di luce che mi viene dal petto.
Così penso che descrivere cosa sto facendo possa aiutarmi a scendere, un gradino alla volta, in quello spazio angusto e umido, in quella caverna piena di scale e spazi vuoti, così nera che la lanterna fatica ad illuminare il cammino.
Direte voi, come ci si finisce qui? Dove stiamo andando, cos’è quest’odore ferroso di sangue? Questo posto non esisteva, o meglio non ci ero mai venuta fino a qualche tempo fa.
È successo tutto all’improvviso, il terreno si è squarciato, è esploso, si è polverizzato fino a farmi finire qui, in questo luogo. Ho costruito io questi gradini, uno ad uno, alcuni molto in fretta, altri mi sono costati notti, sorrisi, anni. Fate attenzione o voi che entrate, perché state discendendo la strada che faticosamente ho costruito per risalire in superficie. Siate rispettosi, non abbandonate oggetti, non saltate di proposito per vedere se i gradini reggono: non reggerebbero.
Anche la zuppa si è ribellata ed ha iniziato ad uscire dalla pentola, c’è un violino in sottofondo.
Vi ho mentito, non è caduto all’improvviso il terreno. Se solo avessi taciuto, se solo avessi ascoltato, forse avrei sentito le prime crepe, forse avrei potuto porre rimedio, forse non stareste visitando i miei inferi.
Di suicidio si muore.
Anche d’inciampo si cade, direte voi. Anche di malattia ci si ammala.
Io sono una sopravvissuta. Sono sopravvissuta al suicidio di una persona cara, della mia persona cara che non voglio nominare per non fare evaporare nemmeno una molecola della sua essenza. Dicono che siamo vittime anche noi e ci definiscono così, sopravvissuti, come se avessimo preso parte alla stessa tempesta ma noi fossimo riusciti a prendere in tempo il salvagente.
Ci definiscono sopravvissuti perché c’è una parte che muore, piano piano. È come se decideste di bere un bicchierino di acqua nera: all’inizio scenderebbe solo nella faringe, nell’esofago, nello stomaco. Poi inizierebbe ad essere assorbita, ad entrare in circolo, a rendere nere le arterie, le vene, i capillari. Poi passerebbe nel cuore, nei polmoni, forse anche nelle unghie, nell’inchiostro del tatuaggio, nei peli pubici. Andrebbe ovunque, anche dove non vorremmo, e ogni qualvolta dovessimo pensare di fermarla, imparereste che quando s’inizia la deglutizione è fisicamente impossibile fermarla.
Non si può contenere la morte che porta con sé il suicidio di una persona cara, non si può contenere quel nero che avvelena il pasto, il gusto, la vista, gli odori. Quella nausea a volte lieve, impercettibile, a volte conato in pieno giorno, durante un colloquio, per strada con le amiche, di notte a metà di un sogno.
Mentre scendete gli scalini potete fermarvi a guardare, sulla vostra destra, le scritte per il senso di colpa. “Sarebbe successo comunque”, “ognuno decide il proprio destino”, “non è colpa tua”. Ce ne sarebbero molte altre. A volte quasi si crede di poter essere dei supereroi, noi sopravvissuti, di poter tornare indietro ed avere il potere magico, con una sola parola, una sola carezza, un solo gesto, di annullare tutto quel dolore, di salvare, di salvarci da questo nero così profondo.
E invece ci ritroviamo qui, a cercare di disfarci inutilmente del senso di colpa, un po’ come farsi la doccia per togliersi l’odore di sudore. Potrai non puzzare per un’ora, due, forse anche un giorno, ma poi tornerà, ti dovrai rilavare, dovrai ripuzzare, ti rilaverai e lui sarà sempre lì pronto ad avvelenarti le narici.
È questo che cambia tutto, è questo che arriva addosso come un pugno in piena faccia: è stata una tua scelta e io non ti ho salvata.
La scelta, la salvezza. Un concetto fin troppo divino per l’inferno in cui ti getta. La morte passa quasi in secondo piano, è il perché, è il come, è il cos’avrei potuto fare, cos’avrei dovuto guardare? La discesa nella grotta è improvvisa ma è con un “e se” dopo l’altro che scaviamo sempre un po’ più giù.
Il tempo cura, certo, ma il tempo non torna indietro, non salva nessuno dal passato, non salva noi che rimaniamo sopravvissuti, chissà se vivi.
Il tempo forse aiuta a costruire qualche gradino, ad abbassare il volume del dolore, col tempo si vomita meno, si vede anche il Sole a volte, si vede il mare, le montagne.
È col buio, solitamente, che torna a pulsare quel nero, che quel terreno frana, che si precipita in quella grotta e senti quel dolore antico, sordo, quelle ossa che si spezzano, il cuore salta un battito, le lacrime scaldano le guance gelide.
Il violino si è interrotto, la zuppa è pronta, mi alzo per spegnerla.
A volte torno in mezzo a quella tempesta, ma prendo in tempo il salvagente.

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