I sogni non contano nulla

La differenza tra la camminata e la corsa è la fase aerea: mentre corriamo c’è un preciso istante in cui entrambi i piedi sono staccati da terra, per aria, un attimo in cui stiamo volando per davvero. La camminata, invece, ci tiene con i piedi per terra, pesanti, goffi.
Si potrebbe pensare allora, guardando Riccardo camminare veloce per via Giobert, che quel ragazzo sia così felice da aver voglia di correre, di saltare di gioia, ma che stia cercando di contenersi per pudore. A ben pensarci, la corsa è quasi sempre mossa da due sentimenti
opposti: la gioia e la paura. Si potrebbe allora pensare che Riccardo stia scappando da qualcosa o da qualcuno: da un brutto voto in classe, da un rifiuto, dalla mamma che l’ha sorpreso a fumare di nascosto.
Se solo potessimo percepire le emozioni altrui senza mediazioni, se solo sapessimo leggere immediatamente cosa si cela oltre i muri di silenzi, la sofferenza alla fine della rabbia, il cuore
che pulsa dietro un’apparente indifferenza, se solo non fossimo tutti daltonici davanti alle sfumature dell’anima non ci saremmo sbagliati nell’interpretare la camminata veloce di
Riccardo.
La realtà è che Riccardo ha fretta, che via Giobert ha una salita ripida e scoscesa, i marciapiedi sono sconnessi e l’odore dello smog è nauseante nelle ore di punta. La verità è che non ci sarebbe nessun valido motivo per percorrerla a piedi se non fosse la via più breve per tornare a casa, e la brevità è certamente un’ottima ragione per uno che ha fretta come Riccardo. Via Giobert non solo gli consente di ridurre il tragitto fino a casa, ma la pendenza della salita rappresenta un buon deterrente che gli assicura di incontrare il minor numero possibile di
compagni.
Riccardo cammina veloce e senza fermarsi, senza quasi voltarsi fa un cenno di saluto a due ragazze che ricambiano agitando per aria le mani. Tacco, punta, tacco, punta, un ultimo sforzo, un ultimo passo, finalmente a casa.
Sente la porta sbattere dietro di sé e tira un sospiro di sollievo.
Chiude la porta della sua stanza, apre il pc. Mette il muto, navigazione anonima. Chissà poi, si chiede Riccardo, perché si dice navigare in Internet e non scavare, volare, saltare: forse perché su internet ci si perde non come in un labirinto, soffocati dalle pareti, ma come in mare
aperto, nauseati dalle infinite possibilità che ci circondano ed incapaci di scegliere una rotta senza provare rimorso per quelle che non abbiamo seguito.
Riccardo scrolla la testa, non deve distrarsi, non oggi, non adesso. Si toglie la cintura, piega i pantaloni mentre la mano trema lievemente; si accovaccia sul letto, il pc aperto sulla sedia accanto a lui. Sullo schermo c’è l’anteprima del video di cui tutti i compagni parlano e lui non sarà da meno. Inspira profondamente, socchiude gli occhi, cerca di sgomberare la mente.
Tutto si fa buio e calmo nella testa mentre il cuore fatica a rallentare: espira, apre gli occhi, preme play.
Ci sono due ragazze bionde su un letto sfatto: si baciano, le mani sfiorano i due corpi seminudi, le bretelle dei reggiseni scivolano sulle braccia toniche. Riccardo osserva, è concentratissimo, la fronte si aggrotta. I suoi compagni hanno detto che è un video incredibile, da capogiro,
eccitazione allo stato puro. Ecco, un reggiseno adesso è stato slacciato, una ragazza schiude le labbra mentre l’altra le bacia il collo. Riccardo continua ad osservare, concentratissimo.
Quanto tempo impiega uno stimolo visivo piacevole ad arrivare negli slip?
Sicuramente più di tre minuti, pensa Riccardo, guardando da quanto tempo è iniziato il video.
È probabile che ci vogliano dieci minuti: prima di tutto i fotogrammi colpiscono le pupille che devono avere la giusta dilatazione; le immagini percepite dall’occhio destro e dall’occhio sinistro devono poi essere assemblate. In un miope come lui ci vorrà almeno un minuto e mezzo, pensa. Il tutto dev’essere poi tradotto in impulso elettrico che viaggia tramite le cellule
nervose fino al cervello il quale decide, in tutta coscienza, come classificarla.
Non essendo un tipo istintivo, ragiona, solo la classificazione del tipo di percezione impiegherà un minuto e, se sommiamo i sicuri trenta secondi di traduzione degli impulsi elettrici, si arriva facilmente a tre minuti. Si rilassa immediatamente al pensiero che tutto stia procedendo secondo i suoi calcoli mentre sullo schermo vede un perizoma di pizzo bianco scivolare giù da un polpaccio glabro.
Una volta che il cervello opta per una classificazione erotica dell’immagine, è necessario che attraversi tutto il corpo fino alle mutande e, essendo alto un metro e ottanta, calcolando che l’impulso deve schivare polmoni, stomaco, fegato, pancreas, tutto quel groviglio d’intestino ed infine la vescica, sicuramente ci vorrà un minuto e mezzo. La schiena della bionda sullo schermo s’inarca, stringe le lenzuola con le mani mentre si morde il labbro inferiore.
Arrivato tra i peli pubici, pensa Riccardo, l’impulso deve richiamare un bel po’ di sangue, l’ha studiato sul libro di biologia. Ora, riflette, calcolando che ci vuole molto sangue per le funzioni vitali, un altro po’ per finire di digerire la focaccia dell’intervallo, un po’ per non sentire freddo senza pantaloni, è normale che l’impulso debba tornare al cervello per cercare di capire quanto sangue può davvero finire nelle mutande. Vanno dunque aggiunti ancora cinque minuti
necessari per un viaggio pube-cervello, il tempo tecnico per fare la stima dell’esatto quantitativo di sangue e, naturalmente, per la deviazione che lo stesso deve fare verso il corpo cavernoso. Curioso, pensa Riccardo, che si chiami corpo cavernoso quello che, a tutti gli effetti, tende all’esterno. Ha sempre pensato alle caverne come a cunicoli freddi scavati nelle viscere della Terra, non come ad un corpo caldo che si affaccia sulla superfice del mondo.
Il video s’interrompe. Sarà sicuramente l’ennesimo problema di connessione, dannato wifi.
Attende invano qualche secondo: si è sbagliato, il video è finito, sono passati tredici minuti.
Secondo i suoi calcoli, sempre approssimativi per difetto, sono necessari nove minuti e mezzo dall’inizio dello stimolo visivo perché il sangue inondi il corpo cavernoso e lo distenda.
Probabilmente si è distratto troppo, la mente ha vagato, ecco perché non è successo nulla nemmeno nei tre minuti e mezzo in eccedenza.
Rispedisce nello stomaco la saliva amara. Non è il caso di agitarsi, i compagni hanno detto che il video è pura eccitazione ma non hanno specificato se sia successo da subito, al primo sguardo, o se invece sia necessario prima carburare. Sicuramente è così, bisogna rivederlo assolutamente. Nemmeno la sua canzone preferita gli era sembrata un gran ché al primo ascolto. La seconda visione, inoltre, porta con sé un enorme vantaggio: avendo già ricevuto gli stimoli necessari, i nove minuti e mezzo calcolati in precedenza vanno praticamente azzerati permettendogli tredici minuti di piacere. Deve solo rilassarsi e il corpo farà tutto da solo in automatico.
Inspira, chiude gli occhi, cerca di sgomberare la mente. Espira, apre gli occhi, preme play.
Le due ragazze sono di nuovo sul letto a baciarsi. Un minuto e mezzo di video, nelle mutande
tutto tace. Deve solo liberare la mente e accadrà come succede di notte, quando si sveglia eccitato e con il pigiama bagnato. Gli piacciono quei risvegli placidi, nel silenzio ovattato della notte, con quella leggera sensazione elettrica lungo la schiena, protetto dal piumone. Il tempo
sembra scorrere lento durante quei risvegli, ascolta il suo corpo galleggiare in un limbo fluttuante che finisce solo al primo suono della sveglia.
Sente il calore aumentare tra le cosce, è il sangue dalle periferie che avanza calmo nel corpo cavernoso. Riccardo irrigidisce la schiena per la sorpresa, si sente così fiero: i suoi calcoli erano esatti. Riapre gli occhi; le due ragazze sono ancora sul letto a baciarsi, hanno entrambe i capelli biondo platino.
Il cuore inizia a battere forte, far ripartire il video è stata un’ottima idea, sente l’eccitazione di cui parlavano i suoi compagni: si sente normale.
Deve solo finire il lavoro e domani potrà andare a scuola e commentare questo video pazzesco, dire quante volte di seguito l’ha guardato, quanto si è eccitato, quanto ha goduto.
Deve solo finire il lavoro e raccontare tutto ai compagni, così la smetteranno di scrivere sulla lavagna quella frase, quella parola, quella bugia assoluta: “Riccardo cuor di ricchione” diventerà un brutto ricordo, una cosa da niente. Sarà per tutti Ricky, il ragazzo normale della prima B. Deve solo concentrarsi.
Sullo schermo vede un groviglio di mani e capelli biondo platino, il calore è sparito. Non vuole farsi prendere dal panico, è solo un attimo di distrazione, tutto quello che deve fare è respirare,
osservare, eccitarsi. Sono passati sei minuti di video, ne rimangono ancora sette; sullo schermo ci sono delle mutandine di pizzo che cadono sul pavimento.
Di notte sembra tutto così semplice, così naturale, cosa può esserci di tanto diverso ora?
Chiude gli occhi, risale la corrente dei ricordi come quei salmoni dei documentari. Un guizzo fuori dall’acqua per evitare gli attimi dolorosi, per non vedere le risate dei compagni quando
passa tra i corridoi. Un altro per non sentire i loro sguardi perforargli il cranio. Ancora un guizzo ed eccolo, finalmente, a quella notte sotto il tepore del piumone, ancora prima, a quel risveglio con qualche fremito, la fronte imperlata di sudore e ancora più indietro, un attimo prima di aprire gli occhi, a quel sogno.
I sogni non contano nulla, puro delirio della mente. Quante volte ha sognato di picchiare Anita, quella insulsa smorfiosa che lo chiama frocio, ma questo non fa di lui un aggressore. Quante volte ha sognato di volare in alto, sopra le torri mozze della sua città, ma questo non fa di lui un ragazzo con dei super poteri. Quante volte ha sognato di baciare Giacomo, quel compagno alto e moro della terza C, ma questo non fa di lui un ricchione. Sono solo sogni, non abbiamo
nessun controllo su di loro né loro, è evidente, hanno influenza su di noi. Certo, quando sogna di picchiare Anita si sveglia pieno di energia, pronto ad affrontare il mondo a muso duro; quando sogna di volare si sveglia leggero e quando sogna di baciare Giacomo si sveglia felice, ma sono poco più che sensazioni che svaniscono al primo sorso di caffelatte: non farebbe male ad una mosca, soffre di vertigini e non è quella parola con la effe.
Le argomentazioni sono più che valide, anzi solidissime, Riccardo allora può concedersi senza sensi di colpa di ricordare tutti quegli attimi in cui ha sognato Giacomo: la sala dello spazio Kor
è in penombra, il velluto blu dei sedili lo fa sentire in fondo al mare, in pace. Qualcuno gli bisbiglia all’orecchio sinistro, è una voce familiare ma le parole sono confuse. Si gira: è Giacomo. Voltandosi Riccardo gli ha accidentalmente urtato il naso ma lui non si è mosso, è immobile e lo fissa dritto negli occhi. Le pupille si dilatano, si allargano come pozzanghere durante i mesi di pioggia, assorbono quanta più luce possibile, una boccata d’ossigeno prima di un’immersione e infatti le palpebre si chiudono, il collo si protende, le labbra si sfiorano, ridono, assaggiano quel sapore di scoperta e crema per i brufoli.
Nella luce pomeridiana della sua stanza, Riccardo sente un fuoco arrivare sotto le mutande: è una sensazione netta, potente, che non può ignorare. Si ripete che sono solo sogni mentre asseconda il suo corpo e si accarezza il ventre con una mano. Non c’è nessuna colpa nei
sogni perché non c’è volontà.
Il calore aumenta, la mano scende sotto l’elastico delle mutande, non era mai arrivato a tanto.
Ci siamo, pensa, e apre gli occhi sul video delle due ragazze biondo platino. Bastava un piccolo aiuto, nulla di più, deve solo finire il lavoro e tutti gli altri ragazzi sapranno finalmente che anche
lui è normale, come tutti. Mentre la mano esplora, mentre gli occhi sgranati fissano il computer, Riccardo sente la testa alleggerirsi e volare di nuovo fino alle poltroncine di velluto blu, nel
posto accanto a Giacomo, le mani sul suo viso, le labbra voraci e incollate. Gli occhi guardano uno schermo dai contorni sempre più sfocati mentre la fantasia di Giacomo diventa più nitida.
Sente che il sogno sta cercando di scavalcare quel confine armato della volontà, d’insinuarsi in quella zona grigia che non esiste, non deve esistere.
Vuole smettere, deve smettere, ma si sente come da bambino in spiaggia, con paletta e secchiello a difendere il castello di sabbia dalle onde del mare. Si affanna mentre la corrente sembra alzarsi, un’onda allaga il fossato, si ritira, Riccardo con la paletta butta fuori acqua.
Un’altra onda, di nuovo, invade il fossato fino a eroderne le fondamenta, si ritira. Con le mani Riccardo compatta la sabbia, ne raccoglie una manciata, tampona. D’improvviso viene travolto. Avverte una scarica lungo la schiena, l’onda lo scavalca, incurante, lo travolge, spolpa
in un secondo quei granelli impilati uno alla volta per tutta la vita, li trascina in mare, rimescola tutto ciò che incontra, distrugge, scoperchia. Si ritira.
Riccardo è immobile al centro del letto, gli occhi chiusi, la mano bagnata. Se solo adesso riuscisse ad addormentarsi, se solo non dovesse aprire le palpebre fino a domani mattina, se solo non sentisse una lacrima corrergli lungo la guancia, potrebbe dirsi che è stato tutto un
sogno e i sogni, si sa, non contano nulla.

Esco a prendere le sigarette

Io questa storia della morte non l’ho proprio capita. È che mi sembra un po’ egoista. Com’è che puoi decidere di andartene senza prima salutare tutti? All’improvviso così, manco fosse un volo low cost per le Bahamas che mica puoi non prenderlo. All’improvviso così che ieri ti ho vista e da domani non ti vedrò più. Ma mica per un giorno, due, massimo una settimana dieci giorni. No, per sempre. Ed è l’unica cosa che non ha particolari eccezioni al per sempre, non ha postille, deroghe, salvo che. Di salvo poi non c’è proprio nulla. E allora mi chiedo come razionalmente si possa accettare il per sempre, il mai più. Riesci a immaginarlo? Cioè tipo l’infinito ma temporale. Come se ogni giorno io potessi svegliarmi e aprire una casellina su un calendario in cui l’Avvento non arriva mai. Roba da farsi venire il diabete nel giro di un anno e mezzo. Come se ogni giorno io ti preparassi caffè che non hai mai bevuto. Sto finendo le tazzine, sai? E anche la pazienza, se devo dirla tutta.

Il fatto è che a me sembra solo di non vederti da molto tempo. Sai tipo “E’ andata a comprare le sigarette” “ma non fuma” “vabbè dai prima o poi torna”. Non dirmi che non ci sono tabaccai lì dove sei andata, non dirmi che non si torna indietro da dove sei andata. A raccontare le cose al vento ci si stufa in fretta mentre io a te avrei raccontato anche come si avvitano le lampadine di Natale solo per stare ancora cinque minuti insieme. Mi sarei inventata della fabbrica di Elfi in Lapponia, mi sarei inventata che da quando è arrivata la crisi pure quella se la sono comprata i cinesi, mannaggia al riso. Mi sarei inventata che il tempo si ferma e che, se chiudi gli occhi e ti concentri, riesci anche a farlo tornare indietro. E invece adesso per poco non mi mandano al manicomio, vallo tu a spiegare al cameriere che sto parlando con te, che ordino due caffè di cui uno macchiato caldo con molto zucchero e poco latte perché a te piace così.

Ad averlo saputo, ti avrei detto di più. Che poi anche a saperlo, certe cose ti vien da dirle solo dopo. Solo dopo un ciao distratto, a più tardi. Ed è sicuramente vero che il tempo è relativo ma, cazzo, anche la relatività ha le sue leggi e vuoi non trovare l’eccezione? E invece tu no, tu sei uscita e hai chiuso quella porta senza toppa e senza maniglia. Un muro al quale timidamente vengo a bussare, che se ti avvicinassi appena un poco di più son sicura che la sentiresti la mia voce, che magari col mio fiato riuscirei pure ad appannarti gli occhiali.

Questa storia della morte è un po’ da stronzi, che in sospeso si lasciano i caffè, mica gli affetti. Mica è giusto andare via per sempre e non vedere più nessuno, mica è giusto che io, semplicemente, mi abitui alla tua assenza. I cani si abituano al freddo, gli stronzi a stare a galla, non io alla tua assenza. Che discorso poco romantico l’abitudine. Quella sì che uccide, altro che la morte. Ecco a me uccide abituarmi alla tua assenza, mi uccide che dovrò smettere di lasciarti apparecchiato il capotavola. Non si può entrare e uscire dalla vita così, come se fosse un centro commerciale. Così come se l’affetto fosse solo un giocattolo che ad un certo punto la mamma ti toglie, che tu strilli due minuti e poi quando è pronta la cena nemmeno ti ricordi di averci giocato con quel pupazzetto giallo.

Io dico, prendiamoci un caffè ogni tanto. Anche solo per Natale se spostarti è un problema. In quel bar all’angolo lì, dove ti ho sognata tante volte. Ecco senti se proprio con questa storia del corpo mi posso solo incazzare, ecco ti prego almeno non andartene dai miei sogni. Vieni quando vuoi. Quando voglio. Abbracciami forte e dimmi che i tabaccai non sono poi così lontani.

Perché vedi il fatto è che ho paura. Ho una paura fottuta che sogno dopo sogno, giorno dopo giorno i tuoi occhi per me inizino a cambiare colore, che il tuo sorriso sia meno luminoso, che le mie lacrime la sera prima di dormire siano sempre meno umide, che la mia rabbia lasci il posto a quella malinconia stronza che ti fa commuovere solo a primavera, magari il giorno del tuo compleanno, più per convenzione che per vero amore. Ho paura che non mi mancherai e che io di quel muro volente o nolente me ne dimenticherò e nemmeno toglierò più le ragnatele. Ho paura di ordinare un solo caffè al bar perché so che non verrai e che col tempo mi dimenticherò di raccontarti che a pranzo ho mangiato le lasagne al pesto, che mi sono sposata, che ho perso il tuo astuccio blu.

Se solo tu tornassi io rivedendo il tuo sorriso avrei meno paura, dandoti un bacio sulla guancia colorerei il mondo e non ti direi nulla perché come faccio a far uscire un enciclopedia dalla bocca tutta in una volta? Mi strozzerei di sicuro e magari ci rimetterei le piume pure io. Mi verrebbe da tirarti un pugno in faccia e dirti che sei una stronza, che non devi più permetterti di morire, che me lo devi giurare. Tu rideresti di me, di quella posa goffa con i pugni alzati e dei miei occhi acquosi. Mi diresti che con la rabbia nemmeno i cani sopravvivono. Io ti regalerei una stecca di sigarette anche se non fumi giusto così, per non darti scuse per andare via. Allora tu mi stringeresti forte e mi diresti di non preoccuparmi, che i tabaccai non sono poi così lontani, che tra cinque minuti suona la sveglia. Buongiorno amore mio.

Ad Intermittenza.

Bimba mia,
Un tempo quando parlavo di lucidità mi riferivo a quella del tavolo di cristallo, mai avrei pensato di usarla per parlare della mia mente.

Ti chiedo scusa, immensamente scusa anche se, purtroppo, non ricordo bene per cosa.

La demenza senile è una cosa strana, è una lampadina avvitata male che si spegne e si accende come vuole. Ti chiedo scusa perché non so riavvitarla. Tu guardandomi pensi che sia fulminata, un vecchio aggeggio da cestinare. Hai mai pensato che io sento l’energia ma non riesco a illuminarmi? Non sono spenta, non sono morta. Sono intermittente.

Non ho scritto se ho preso la pastiglia, non ricordo se proprio non l’ho presa o se mi sono dimenticata di appuntarlo. Se adesso ti chiamassi forse tu ti arrabbieresti, mi diresti che sono rincoglionita e ti direi che hai ragione. Forse tu non lo vedresti ma il mio cuore avrebbe un battito in meno, morirei per un istante.

Ti ho messa al mondo e ho giurato che ti avrei protetta dal freddo, dal mostro sotto il letto e dalla sofferenza inutile. Così mi chiedo che senso abbia continuare a stare qui se sono io stessa a gelarti il cuore, io stessa a chiamarti per scacciare i mostri della memoria, io stessa a farti soffrire.

Ti ricordi com’ero bella e forte mentre ti crescevo? Se mi abbracci troverai ancora un po’ di luce nei miei occhi. Lasciami andare, non verso la morte questo no, lasciami scorrere senza preoccupazioni verso una nuova fanciullezza. Lascia che dimentichi le pastiglie ma che ricordi l’aperitivo con le amiche. Lascia che ti chieda venti volte se hai già chiamato Laura, credi che non abbia anch’io la sensazione di avertelo già chiesto?  Io non ho colpa ma forse me lo merito, non sono mai stata spensierata come adesso, non sono mai stata fantasiosa come ora. Ho perso la memoria ma non è nel mio nascondiglio segreto. Nemmeno quello ricordo dove sia. L’ho persa ma, come vedi, ancora viene a trovarmi come uno spasimante che non si rassegna.

Prendimi tra le tue braccia e cullami come facevo io, dammi un bacio in fronte e dimmi che andrà tutto bene, che ci sei tu a tenermi la mano. Cerca di vedere la luce anche nei miei attimi di buio, cerca di immaginarti come io mi senta in colpa nei miei attimi di luce. Non ricordo se non le cose importanti, allora da vecchia mamma un po’ rimbecillita tutto quello che davvero ti chiedo è: fai sì che le cose importanti che ricordo siano il tuo sorriso e le risate dei nipoti, niente lacrime e urla. Perché nessuno ne ha colpa, non rendermi colpevole. Non ho scritto se ho preso la pastiglia, non ricordo se proprio non l’ho presa o se mi sono dimenticata di appuntarlo. Se adesso ti chiamassi forse tu ti arrabbieresti, mi diresti ancora che sono rincoglionita?

 

Mamma

Corso di cucina per amanti inesperti.

Caro Amore,

ti avevo preparato una torta per stasera, una torta con mele e cannella come piace tanto a te.

Mi sentivo così felice mentre la vedevo lievitare, mi sentivo così felice mentre quel caldo profumo si diffondeva nell’aria come musica in un giorno silenzioso.

Era bellissima con quella crosticina così fragile, mi sono persa a guardarla.

Sei la mia primavera, Amore. Averti accanto mi fa venir voglia di essere migliore, di fiorire da un piccolo ramo secco in cui il sapiente giardiniere ha creduto, in cui tu hai creduto sin dal primo istante.

Ti chiederai dove avrò nascosto la torta di mele, avrai alzato velocemente lo sguardo per cercarla.

Non la troverai, l’ho buttata.

Sapeva di copertone con un pizzico di cannella. Ci ho messo così tanto amore nel prepararla che mi è venuto da piangere quando l’ho assaggiata.

Forse l’amore da solo non basta, forse ci vogliono altri ingredienti. Eppure ho seguito la ricetta passo passo, farina, uova, latte, zucchero e lievito. C’era tutto. Anche le mele e la cannella. Setacciare, mescolare, infornare. Forse ho sbagliato la cottura, forse sbagliamo senza rendercene conto.

Ma come fai tu a cucinare così bene, ma come fai tu ad amare così bene? Hai frequentato dei corsi, chi è il tuo maestro? Mi hai insegnato così tante cose che avrei voluto dimostrarti di essere all’altezza, alla tua altezza. Hai rotto i miei muri in punta di piedi ed io invece ho rotto i vasi del salotto mentre urlavo contro me stessa. Mi hai abbracciata mentre tremavo in un angolo e non ho saputo far altro che spingerti lontano. Ma tu sei tornato e mi hai tolto quell’odore selvatico che odiavo così tanto da averlo fatto mio e adesso profumo di torta al cioccolato.

A volte mi chiedo come tu faccia ad amarmi, come tu possa vedere il Sole oltre le mie spine. Semplicemente lo fai. E vedi forse è proprio questo, forse è che mentre setacciavo la farina mi sono cadute alcune spine velenose, non hanno più motivo di proteggermi, non ho motivo di proteggermi da te. E forse sono quelle spine a rovinare le torte, a rovinare l’amore. Ma ho deciso che non voglio compatirmi, voglio capirmi insieme a te. Così ho buttato la torta, l’ho buttata per strada e ho aperto le finestre per non lasciare nemmeno un’ombra di quell’odore amaro.

Sono uscita a ricomprare la farina, il latte, le uova e la cannella. Mettiti il grembiule Amore, fammi un corso di cucina per amanti inesperti.