Esco a prendere le sigarette

Io questa storia della morte non l’ho proprio capita. È che mi sembra un po’ egoista. Com’è che puoi decidere di andartene senza prima salutare tutti? All’improvviso così, manco fosse un volo low cost per le Bahamas che mica puoi non prenderlo. All’improvviso così che ieri ti ho vista e da domani non ti vedrò più. Ma mica per un giorno, due, massimo una settimana dieci giorni. No, per sempre. Ed è l’unica cosa che non ha particolari eccezioni al per sempre, non ha postille, deroghe, salvo che. Di salvo poi non c’è proprio nulla. E allora mi chiedo come razionalmente si possa accettare il per sempre, il mai più. Riesci a immaginarlo? Cioè tipo l’infinito ma temporale. Come se ogni giorno io potessi svegliarmi e aprire una casellina su un calendario in cui l’Avvento non arriva mai. Roba da farsi venire il diabete nel giro di un anno e mezzo. Come se ogni giorno io ti preparassi caffè che non hai mai bevuto. Sto finendo le tazzine, sai? E anche la pazienza, se devo dirla tutta.

Il fatto è che a me sembra solo di non vederti da molto tempo. Sai tipo “E’ andata a comprare le sigarette” “ma non fuma” “vabbè dai prima o poi torna”. Non dirmi che non ci sono tabaccai lì dove sei andata, non dirmi che non si torna indietro da dove sei andata. A raccontare le cose al vento ci si stufa in fretta mentre io a te avrei raccontato anche come si avvitano le lampadine di Natale solo per stare ancora cinque minuti insieme. Mi sarei inventata della fabbrica di Elfi in Lapponia, mi sarei inventata che da quando è arrivata la crisi pure quella se la sono comprata i cinesi, mannaggia al riso. Mi sarei inventata che il tempo si ferma e che, se chiudi gli occhi e ti concentri, riesci anche a farlo tornare indietro. E invece adesso per poco non mi mandano al manicomio, vallo tu a spiegare al cameriere che sto parlando con te, che ordino due caffè di cui uno macchiato caldo con molto zucchero e poco latte perché a te piace così.

Ad averlo saputo, ti avrei detto di più. Che poi anche a saperlo, certe cose ti vien da dirle solo dopo. Solo dopo un ciao distratto, a più tardi. Ed è sicuramente vero che il tempo è relativo ma, cazzo, anche la relatività ha le sue leggi e vuoi non trovare l’eccezione? E invece tu no, tu sei uscita e hai chiuso quella porta senza toppa e senza maniglia. Un muro al quale timidamente vengo a bussare, che se ti avvicinassi appena un poco di più son sicura che la sentiresti la mia voce, che magari col mio fiato riuscirei pure ad appannarti gli occhiali.

Questa storia della morte è un po’ da stronzi, che in sospeso si lasciano i caffè, mica gli affetti. Mica è giusto andare via per sempre e non vedere più nessuno, mica è giusto che io, semplicemente, mi abitui alla tua assenza. I cani si abituano al freddo, gli stronzi a stare a galla, non io alla tua assenza. Che discorso poco romantico l’abitudine. Quella sì che uccide, altro che la morte. Ecco a me uccide abituarmi alla tua assenza, mi uccide che dovrò smettere di lasciarti apparecchiato il capotavola. Non si può entrare e uscire dalla vita così, come se fosse un centro commerciale. Così come se l’affetto fosse solo un giocattolo che ad un certo punto la mamma ti toglie, che tu strilli due minuti e poi quando è pronta la cena nemmeno ti ricordi di averci giocato con quel pupazzetto giallo.

Io dico, prendiamoci un caffè ogni tanto. Anche solo per Natale se spostarti è un problema. In quel bar all’angolo lì, dove ti ho sognata tante volte. Ecco senti se proprio con questa storia del corpo mi posso solo incazzare, ecco ti prego almeno non andartene dai miei sogni. Vieni quando vuoi. Quando voglio. Abbracciami forte e dimmi che i tabaccai non sono poi così lontani.

Perché vedi il fatto è che ho paura. Ho una paura fottuta che sogno dopo sogno, giorno dopo giorno i tuoi occhi per me inizino a cambiare colore, che il tuo sorriso sia meno luminoso, che le mie lacrime la sera prima di dormire siano sempre meno umide, che la mia rabbia lasci il posto a quella malinconia stronza che ti fa commuovere solo a primavera, magari il giorno del tuo compleanno, più per convenzione che per vero amore. Ho paura che non mi mancherai e che io di quel muro volente o nolente me ne dimenticherò e nemmeno toglierò più le ragnatele. Ho paura di ordinare un solo caffè al bar perché so che non verrai e che col tempo mi dimenticherò di raccontarti che a pranzo ho mangiato le lasagne al pesto, che mi sono sposata, che ho perso il tuo astuccio blu.

Se solo tu tornassi io rivedendo il tuo sorriso avrei meno paura, dandoti un bacio sulla guancia colorerei il mondo e non ti direi nulla perché come faccio a far uscire un enciclopedia dalla bocca tutta in una volta? Mi strozzerei di sicuro e magari ci rimetterei le piume pure io. Mi verrebbe da tirarti un pugno in faccia e dirti che sei una stronza, che non devi più permetterti di morire, che me lo devi giurare. Tu rideresti di me, di quella posa goffa con i pugni alzati e dei miei occhi acquosi. Mi diresti che con la rabbia nemmeno i cani sopravvivono. Io ti regalerei una stecca di sigarette anche se non fumi giusto così, per non darti scuse per andare via. Allora tu mi stringeresti forte e mi diresti di non preoccuparmi, che i tabaccai non sono poi così lontani, che tra cinque minuti suona la sveglia. Buongiorno amore mio.

Ad Intermittenza.

Bimba mia,
Un tempo quando parlavo di lucidità mi riferivo a quella del tavolo di cristallo, mai avrei pensato di usarla per parlare della mia mente.

Ti chiedo scusa, immensamente scusa anche se, purtroppo, non ricordo bene per cosa.

La demenza senile è una cosa strana, è una lampadina avvitata male che si spegne e si accende come vuole. Ti chiedo scusa perché non so riavvitarla. Tu guardandomi pensi che sia fulminata, un vecchio aggeggio da cestinare. Hai mai pensato che io sento l’energia ma non riesco a illuminarmi? Non sono spenta, non sono morta. Sono intermittente.

Non ho scritto se ho preso la pastiglia, non ricordo se proprio non l’ho presa o se mi sono dimenticata di appuntarlo. Se adesso ti chiamassi forse tu ti arrabbieresti, mi diresti che sono rincoglionita e ti direi che hai ragione. Forse tu non lo vedresti ma il mio cuore avrebbe un battito in meno, morirei per un istante.

Ti ho messa al mondo e ho giurato che ti avrei protetta dal freddo, dal mostro sotto il letto e dalla sofferenza inutile. Così mi chiedo che senso abbia continuare a stare qui se sono io stessa a gelarti il cuore, io stessa a chiamarti per scacciare i mostri della memoria, io stessa a farti soffrire.

Ti ricordi com’ero bella e forte mentre ti crescevo? Se mi abbracci troverai ancora un po’ di luce nei miei occhi. Lasciami andare, non verso la morte questo no, lasciami scorrere senza preoccupazioni verso una nuova fanciullezza. Lascia che dimentichi le pastiglie ma che ricordi l’aperitivo con le amiche. Lascia che ti chieda venti volte se hai già chiamato Laura, credi che non abbia anch’io la sensazione di avertelo già chiesto?  Io non ho colpa ma forse me lo merito, non sono mai stata spensierata come adesso, non sono mai stata fantasiosa come ora. Ho perso la memoria ma non è nel mio nascondiglio segreto. Nemmeno quello ricordo dove sia. L’ho persa ma, come vedi, ancora viene a trovarmi come uno spasimante che non si rassegna.

Prendimi tra le tue braccia e cullami come facevo io, dammi un bacio in fronte e dimmi che andrà tutto bene, che ci sei tu a tenermi la mano. Cerca di vedere la luce anche nei miei attimi di buio, cerca di immaginarti come io mi senta in colpa nei miei attimi di luce. Non ricordo se non le cose importanti, allora da vecchia mamma un po’ rimbecillita tutto quello che davvero ti chiedo è: fai sì che le cose importanti che ricordo siano il tuo sorriso e le risate dei nipoti, niente lacrime e urla. Perché nessuno ne ha colpa, non rendermi colpevole. Non ho scritto se ho preso la pastiglia, non ricordo se proprio non l’ho presa o se mi sono dimenticata di appuntarlo. Se adesso ti chiamassi forse tu ti arrabbieresti, mi diresti ancora che sono rincoglionita?

 

Mamma

Corso di cucina per amanti inesperti.

Caro Amore,

ti avevo preparato una torta per stasera, una torta con mele e cannella come piace tanto a te.

Mi sentivo così felice mentre la vedevo lievitare, mi sentivo così felice mentre quel caldo profumo si diffondeva nell’aria come musica in un giorno silenzioso.

Era bellissima con quella crosticina così fragile, mi sono persa a guardarla.

Sei la mia primavera, Amore. Averti accanto mi fa venir voglia di essere migliore, di fiorire da un piccolo ramo secco in cui il sapiente giardiniere ha creduto, in cui tu hai creduto sin dal primo istante.

Ti chiederai dove avrò nascosto la torta di mele, avrai alzato velocemente lo sguardo per cercarla.

Non la troverai, l’ho buttata.

Sapeva di copertone con un pizzico di cannella. Ci ho messo così tanto amore nel prepararla che mi è venuto da piangere quando l’ho assaggiata.

Forse l’amore da solo non basta, forse ci vogliono altri ingredienti. Eppure ho seguito la ricetta passo passo, farina, uova, latte, zucchero e lievito. C’era tutto. Anche le mele e la cannella. Setacciare, mescolare, infornare. Forse ho sbagliato la cottura, forse sbagliamo senza rendercene conto.

Ma come fai tu a cucinare così bene, ma come fai tu ad amare così bene? Hai frequentato dei corsi, chi è il tuo maestro? Mi hai insegnato così tante cose che avrei voluto dimostrarti di essere all’altezza, alla tua altezza. Hai rotto i miei muri in punta di piedi ed io invece ho rotto i vasi del salotto mentre urlavo contro me stessa. Mi hai abbracciata mentre tremavo in un angolo e non ho saputo far altro che spingerti lontano. Ma tu sei tornato e mi hai tolto quell’odore selvatico che odiavo così tanto da averlo fatto mio e adesso profumo di torta al cioccolato.

A volte mi chiedo come tu faccia ad amarmi, come tu possa vedere il Sole oltre le mie spine. Semplicemente lo fai. E vedi forse è proprio questo, forse è che mentre setacciavo la farina mi sono cadute alcune spine velenose, non hanno più motivo di proteggermi, non ho motivo di proteggermi da te. E forse sono quelle spine a rovinare le torte, a rovinare l’amore. Ma ho deciso che non voglio compatirmi, voglio capirmi insieme a te. Così ho buttato la torta, l’ho buttata per strada e ho aperto le finestre per non lasciare nemmeno un’ombra di quell’odore amaro.

Sono uscita a ricomprare la farina, il latte, le uova e la cannella. Mettiti il grembiule Amore, fammi un corso di cucina per amanti inesperti.