I sogni non contano nulla

La differenza tra la camminata e la corsa è la fase aerea: mentre corriamo c’è un preciso istante in cui entrambi i piedi sono staccati da terra, per aria, un attimo in cui stiamo volando per davvero. La camminata, invece, ci tiene con i piedi per terra, pesanti, goffi.
Si potrebbe pensare allora, guardando Riccardo camminare veloce per via Giobert, che quel ragazzo sia così felice da aver voglia di correre, di saltare di gioia, ma che stia cercando di contenersi per pudore. A ben pensarci, la corsa è quasi sempre mossa da due sentimenti
opposti: la gioia e la paura. Si potrebbe allora pensare che Riccardo stia scappando da qualcosa o da qualcuno: da un brutto voto in classe, da un rifiuto, dalla mamma che l’ha sorpreso a fumare di nascosto.
Se solo potessimo percepire le emozioni altrui senza mediazioni, se solo sapessimo leggere immediatamente cosa si cela oltre i muri di silenzi, la sofferenza alla fine della rabbia, il cuore
che pulsa dietro un’apparente indifferenza, se solo non fossimo tutti daltonici davanti alle sfumature dell’anima non ci saremmo sbagliati nell’interpretare la camminata veloce di
Riccardo.
La realtà è che Riccardo ha fretta, che via Giobert ha una salita ripida e scoscesa, i marciapiedi sono sconnessi e l’odore dello smog è nauseante nelle ore di punta. La verità è che non ci sarebbe nessun valido motivo per percorrerla a piedi se non fosse la via più breve per tornare a casa, e la brevità è certamente un’ottima ragione per uno che ha fretta come Riccardo. Via Giobert non solo gli consente di ridurre il tragitto fino a casa, ma la pendenza della salita rappresenta un buon deterrente che gli assicura di incontrare il minor numero possibile di
compagni.
Riccardo cammina veloce e senza fermarsi, senza quasi voltarsi fa un cenno di saluto a due ragazze che ricambiano agitando per aria le mani. Tacco, punta, tacco, punta, un ultimo sforzo, un ultimo passo, finalmente a casa.
Sente la porta sbattere dietro di sé e tira un sospiro di sollievo.
Chiude la porta della sua stanza, apre il pc. Mette il muto, navigazione anonima. Chissà poi, si chiede Riccardo, perché si dice navigare in Internet e non scavare, volare, saltare: forse perché su internet ci si perde non come in un labirinto, soffocati dalle pareti, ma come in mare
aperto, nauseati dalle infinite possibilità che ci circondano ed incapaci di scegliere una rotta senza provare rimorso per quelle che non abbiamo seguito.
Riccardo scrolla la testa, non deve distrarsi, non oggi, non adesso. Si toglie la cintura, piega i pantaloni mentre la mano trema lievemente; si accovaccia sul letto, il pc aperto sulla sedia accanto a lui. Sullo schermo c’è l’anteprima del video di cui tutti i compagni parlano e lui non sarà da meno. Inspira profondamente, socchiude gli occhi, cerca di sgomberare la mente.
Tutto si fa buio e calmo nella testa mentre il cuore fatica a rallentare: espira, apre gli occhi, preme play.
Ci sono due ragazze bionde su un letto sfatto: si baciano, le mani sfiorano i due corpi seminudi, le bretelle dei reggiseni scivolano sulle braccia toniche. Riccardo osserva, è concentratissimo, la fronte si aggrotta. I suoi compagni hanno detto che è un video incredibile, da capogiro,
eccitazione allo stato puro. Ecco, un reggiseno adesso è stato slacciato, una ragazza schiude le labbra mentre l’altra le bacia il collo. Riccardo continua ad osservare, concentratissimo.
Quanto tempo impiega uno stimolo visivo piacevole ad arrivare negli slip?
Sicuramente più di tre minuti, pensa Riccardo, guardando da quanto tempo è iniziato il video.
È probabile che ci vogliano dieci minuti: prima di tutto i fotogrammi colpiscono le pupille che devono avere la giusta dilatazione; le immagini percepite dall’occhio destro e dall’occhio sinistro devono poi essere assemblate. In un miope come lui ci vorrà almeno un minuto e mezzo, pensa. Il tutto dev’essere poi tradotto in impulso elettrico che viaggia tramite le cellule
nervose fino al cervello il quale decide, in tutta coscienza, come classificarla.
Non essendo un tipo istintivo, ragiona, solo la classificazione del tipo di percezione impiegherà un minuto e, se sommiamo i sicuri trenta secondi di traduzione degli impulsi elettrici, si arriva facilmente a tre minuti. Si rilassa immediatamente al pensiero che tutto stia procedendo secondo i suoi calcoli mentre sullo schermo vede un perizoma di pizzo bianco scivolare giù da un polpaccio glabro.
Una volta che il cervello opta per una classificazione erotica dell’immagine, è necessario che attraversi tutto il corpo fino alle mutande e, essendo alto un metro e ottanta, calcolando che l’impulso deve schivare polmoni, stomaco, fegato, pancreas, tutto quel groviglio d’intestino ed infine la vescica, sicuramente ci vorrà un minuto e mezzo. La schiena della bionda sullo schermo s’inarca, stringe le lenzuola con le mani mentre si morde il labbro inferiore.
Arrivato tra i peli pubici, pensa Riccardo, l’impulso deve richiamare un bel po’ di sangue, l’ha studiato sul libro di biologia. Ora, riflette, calcolando che ci vuole molto sangue per le funzioni vitali, un altro po’ per finire di digerire la focaccia dell’intervallo, un po’ per non sentire freddo senza pantaloni, è normale che l’impulso debba tornare al cervello per cercare di capire quanto sangue può davvero finire nelle mutande. Vanno dunque aggiunti ancora cinque minuti
necessari per un viaggio pube-cervello, il tempo tecnico per fare la stima dell’esatto quantitativo di sangue e, naturalmente, per la deviazione che lo stesso deve fare verso il corpo cavernoso. Curioso, pensa Riccardo, che si chiami corpo cavernoso quello che, a tutti gli effetti, tende all’esterno. Ha sempre pensato alle caverne come a cunicoli freddi scavati nelle viscere della Terra, non come ad un corpo caldo che si affaccia sulla superfice del mondo.
Il video s’interrompe. Sarà sicuramente l’ennesimo problema di connessione, dannato wifi.
Attende invano qualche secondo: si è sbagliato, il video è finito, sono passati tredici minuti.
Secondo i suoi calcoli, sempre approssimativi per difetto, sono necessari nove minuti e mezzo dall’inizio dello stimolo visivo perché il sangue inondi il corpo cavernoso e lo distenda.
Probabilmente si è distratto troppo, la mente ha vagato, ecco perché non è successo nulla nemmeno nei tre minuti e mezzo in eccedenza.
Rispedisce nello stomaco la saliva amara. Non è il caso di agitarsi, i compagni hanno detto che il video è pura eccitazione ma non hanno specificato se sia successo da subito, al primo sguardo, o se invece sia necessario prima carburare. Sicuramente è così, bisogna rivederlo assolutamente. Nemmeno la sua canzone preferita gli era sembrata un gran ché al primo ascolto. La seconda visione, inoltre, porta con sé un enorme vantaggio: avendo già ricevuto gli stimoli necessari, i nove minuti e mezzo calcolati in precedenza vanno praticamente azzerati permettendogli tredici minuti di piacere. Deve solo rilassarsi e il corpo farà tutto da solo in automatico.
Inspira, chiude gli occhi, cerca di sgomberare la mente. Espira, apre gli occhi, preme play.
Le due ragazze sono di nuovo sul letto a baciarsi. Un minuto e mezzo di video, nelle mutande
tutto tace. Deve solo liberare la mente e accadrà come succede di notte, quando si sveglia eccitato e con il pigiama bagnato. Gli piacciono quei risvegli placidi, nel silenzio ovattato della notte, con quella leggera sensazione elettrica lungo la schiena, protetto dal piumone. Il tempo
sembra scorrere lento durante quei risvegli, ascolta il suo corpo galleggiare in un limbo fluttuante che finisce solo al primo suono della sveglia.
Sente il calore aumentare tra le cosce, è il sangue dalle periferie che avanza calmo nel corpo cavernoso. Riccardo irrigidisce la schiena per la sorpresa, si sente così fiero: i suoi calcoli erano esatti. Riapre gli occhi; le due ragazze sono ancora sul letto a baciarsi, hanno entrambe i capelli biondo platino.
Il cuore inizia a battere forte, far ripartire il video è stata un’ottima idea, sente l’eccitazione di cui parlavano i suoi compagni: si sente normale.
Deve solo finire il lavoro e domani potrà andare a scuola e commentare questo video pazzesco, dire quante volte di seguito l’ha guardato, quanto si è eccitato, quanto ha goduto.
Deve solo finire il lavoro e raccontare tutto ai compagni, così la smetteranno di scrivere sulla lavagna quella frase, quella parola, quella bugia assoluta: “Riccardo cuor di ricchione” diventerà un brutto ricordo, una cosa da niente. Sarà per tutti Ricky, il ragazzo normale della prima B. Deve solo concentrarsi.
Sullo schermo vede un groviglio di mani e capelli biondo platino, il calore è sparito. Non vuole farsi prendere dal panico, è solo un attimo di distrazione, tutto quello che deve fare è respirare,
osservare, eccitarsi. Sono passati sei minuti di video, ne rimangono ancora sette; sullo schermo ci sono delle mutandine di pizzo che cadono sul pavimento.
Di notte sembra tutto così semplice, così naturale, cosa può esserci di tanto diverso ora?
Chiude gli occhi, risale la corrente dei ricordi come quei salmoni dei documentari. Un guizzo fuori dall’acqua per evitare gli attimi dolorosi, per non vedere le risate dei compagni quando
passa tra i corridoi. Un altro per non sentire i loro sguardi perforargli il cranio. Ancora un guizzo ed eccolo, finalmente, a quella notte sotto il tepore del piumone, ancora prima, a quel risveglio con qualche fremito, la fronte imperlata di sudore e ancora più indietro, un attimo prima di aprire gli occhi, a quel sogno.
I sogni non contano nulla, puro delirio della mente. Quante volte ha sognato di picchiare Anita, quella insulsa smorfiosa che lo chiama frocio, ma questo non fa di lui un aggressore. Quante volte ha sognato di volare in alto, sopra le torri mozze della sua città, ma questo non fa di lui un ragazzo con dei super poteri. Quante volte ha sognato di baciare Giacomo, quel compagno alto e moro della terza C, ma questo non fa di lui un ricchione. Sono solo sogni, non abbiamo
nessun controllo su di loro né loro, è evidente, hanno influenza su di noi. Certo, quando sogna di picchiare Anita si sveglia pieno di energia, pronto ad affrontare il mondo a muso duro; quando sogna di volare si sveglia leggero e quando sogna di baciare Giacomo si sveglia felice, ma sono poco più che sensazioni che svaniscono al primo sorso di caffelatte: non farebbe male ad una mosca, soffre di vertigini e non è quella parola con la effe.
Le argomentazioni sono più che valide, anzi solidissime, Riccardo allora può concedersi senza sensi di colpa di ricordare tutti quegli attimi in cui ha sognato Giacomo: la sala dello spazio Kor
è in penombra, il velluto blu dei sedili lo fa sentire in fondo al mare, in pace. Qualcuno gli bisbiglia all’orecchio sinistro, è una voce familiare ma le parole sono confuse. Si gira: è Giacomo. Voltandosi Riccardo gli ha accidentalmente urtato il naso ma lui non si è mosso, è immobile e lo fissa dritto negli occhi. Le pupille si dilatano, si allargano come pozzanghere durante i mesi di pioggia, assorbono quanta più luce possibile, una boccata d’ossigeno prima di un’immersione e infatti le palpebre si chiudono, il collo si protende, le labbra si sfiorano, ridono, assaggiano quel sapore di scoperta e crema per i brufoli.
Nella luce pomeridiana della sua stanza, Riccardo sente un fuoco arrivare sotto le mutande: è una sensazione netta, potente, che non può ignorare. Si ripete che sono solo sogni mentre asseconda il suo corpo e si accarezza il ventre con una mano. Non c’è nessuna colpa nei
sogni perché non c’è volontà.
Il calore aumenta, la mano scende sotto l’elastico delle mutande, non era mai arrivato a tanto.
Ci siamo, pensa, e apre gli occhi sul video delle due ragazze biondo platino. Bastava un piccolo aiuto, nulla di più, deve solo finire il lavoro e tutti gli altri ragazzi sapranno finalmente che anche
lui è normale, come tutti. Mentre la mano esplora, mentre gli occhi sgranati fissano il computer, Riccardo sente la testa alleggerirsi e volare di nuovo fino alle poltroncine di velluto blu, nel
posto accanto a Giacomo, le mani sul suo viso, le labbra voraci e incollate. Gli occhi guardano uno schermo dai contorni sempre più sfocati mentre la fantasia di Giacomo diventa più nitida.
Sente che il sogno sta cercando di scavalcare quel confine armato della volontà, d’insinuarsi in quella zona grigia che non esiste, non deve esistere.
Vuole smettere, deve smettere, ma si sente come da bambino in spiaggia, con paletta e secchiello a difendere il castello di sabbia dalle onde del mare. Si affanna mentre la corrente sembra alzarsi, un’onda allaga il fossato, si ritira, Riccardo con la paletta butta fuori acqua.
Un’altra onda, di nuovo, invade il fossato fino a eroderne le fondamenta, si ritira. Con le mani Riccardo compatta la sabbia, ne raccoglie una manciata, tampona. D’improvviso viene travolto. Avverte una scarica lungo la schiena, l’onda lo scavalca, incurante, lo travolge, spolpa
in un secondo quei granelli impilati uno alla volta per tutta la vita, li trascina in mare, rimescola tutto ciò che incontra, distrugge, scoperchia. Si ritira.
Riccardo è immobile al centro del letto, gli occhi chiusi, la mano bagnata. Se solo adesso riuscisse ad addormentarsi, se solo non dovesse aprire le palpebre fino a domani mattina, se solo non sentisse una lacrima corrergli lungo la guancia, potrebbe dirsi che è stato tutto un
sogno e i sogni, si sa, non contano nulla.

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