Cocci di tegola

Questo è il pezzo di cui avevo bisogno. Come se ci fosse un fiume che mi scorre dentro e io potessi finalmente prenderne una manciata con le mani e buttarla sopra il foglio, ecco mi sento un po’ così.
Questa ossessione del lato positivo, del trovare il bello, questa fissazione con la felicità, le difficoltà viste solo come rafforzamento di noi stessi mi turbano. Abbiamo perso la voglia di scendere nei nostri inferi, di guardare la sofferenza negli occhi e vederci la tristezza. Anziché entrare in contatto con la sofferenza, viverla e sentire che ci pervade in ogni cellula come quando attraversiamo una nuvola, ecco noi preferiamo scappare, voltarci, correre, darle le spalle sperando che sia come da bambini quando tappandoci gli occhi eravamo convinti che se noi non vedevamo la mamma, di sicuro nemmeno la mamma poteva vedere noi.  Invece questa nuvola ci segue, s’ingrandisce, acquista peso e pioggia, diventa un cumulonembo, si fa nera, ci oscura il sole e noi ancora lì, a spalmarci crema protezione cinquanta pensando che sia solo una nuvola di passaggio, qualche frase motivazionale sul non può piovere per sempre la scaccerà via. Inizia a tirare vento e noi pensiamo alla brezza, non allo spostamento d’aria che precede le tempeste, rimaniamo lì, con gli occhiali da sole e le mani sugli occhi, pensando che se non guardiamo la sofferenza lei non possa trovarci. Così mentre tutto intorno si alza l’uragano, mentre volano le sdraio, le auto, mentre la sabbia ci ferisce come proiettili, noi stoicamente ci rannicchiamo, chiusi nelle nostre piccole convinzioni e pensiamo solo che finita la tempesta tornerà il sole e tutto splenderà, magicamente, come nelle favole. Non ci siamo accorti che la nuvola ci è entrata nel petto, che è il cuore a soffiare così forte, a implorarci di guarirlo, di guardarlo, che siamo noi il nostro uragano.
Otto anni fa mia Nonna si è suicidata, era un mercoledì sera. Saranno state le 20.30 circa, era giugno e fuori il cielo si preparava a tramontare. Ha salutato la badante e le ha detto che si sarebbero viste l’indomani alla stessa ora. Si è tolta il pigiama e l’ha rimesso nell’armadio, ha indossato il vestito buono, la collana del nonno. Ha piegato sul letto il sacco a pelo che usava quando andavamo sulla loro piccola barchetta, gli ha messo accanto il pareo giallo che indossa in ogni foto al mare. Si è tolta gli occhiali che le avevamo regalato, quelli con l’apparecchio acustico integrato che costavano troppo per lei, che lei non se la meritava una spesa così, che li usassimo per noi quei soldi. Ha preso il calendario e sulla data del 15 giugno 2016 ha scritto “siete i miei grandi amori”. È uscita sul terrazzo, ha spinto la seggiolina vicino alla ringhiera, si è sfilata le ciabatte senza la solita precisione, quella destra era girata sul lato. Ha scavalcato per arrivare su quella breve fila di tegole che la separava dalla piazza. Forse mi ha pensata, forse ha avuto paura, forse ha sentito un peso andarsene, quello di una vita che per lei non valeva più di essere vissuta. Non lo so se ha saltato in alto o se ha fatto un passo nel vuoto.
Al suo funerale non riuscivo a piangere, mi ero imposta di dover tenere insieme i cocci rimasti di mia madre. Non riuscivo a percepire le crepe che si formavano nella mia anima. C’è stata rabbia, una rabbia indistinta, cieca e verso chiunque, per tanto tempo. Verso la mia famiglia, che non voleva parlare del lutto e che sembrava ricordare la nonna come se fosse morta così, un infarto il lunedì mattina. Come se si ostinasse a spargere profumo di rose mentre io camminavo su una montagna di merda fumante. Ero arrabbiata con mia nonna, che mi aveva fatto questo, a me, come se avesse scelto il suicidio per ferirmi, e non per tacere quel grido che sentiva anche lei, da qualche parte, dentro il petto.
Ero arrabbiata con me stessa che non ero riuscita a salvare quella povera anima candida, che non avevo visto tutta quella sofferenza, che avevo permesso che lei preferisse morire anziché  abbracciarmi ancora una volta la domenica a pranzo.
Ho smesso di scrivere per così tanto tempo, perché c’era quella vergogna di smascherare le mie colpe e quell’urgenza di parlare solo di lei, di mia nonna che si è buttata dal tetto di casa sua ed è volata via da me.
Ho smesso di scrivere per così tanto tempo e ho provato così rabbia, così tanta, che di tutti questi cocci io non sapevo che farmene, li avrei voluti bruciare, polverizzare, buttare nell’indifferenziato.
Poi ha aperto una piccola libreria indipendente e la sua proprietaria ha deciso di fare dei corsi di scrittura una volta al mese e ho pensato che obbligarmi a stare davanti ad un pc, obbligarmi a consegnare un testo in un tempo limitato fosse un buon modo per riprendere, piano piano, a scrivere qualcosa in più delle mail di lavoro.
Mi è anche venuta voglia di iniziare, finalmente, un percorso di psicoterapia e sto trovando le lenti giuste per mettere a fuoco quello che mi ribolle nell’anima.
Penso di aver senza dubbio superato le 3600 battute, ma Vittoria dice sempre che scrivo poco, così anche se questa volta ho infranto le regole so che, almeno per me, ne è valsa la pena.
Non so dire se questo corso di scrittura e la psicoterapia siano la polvere dorata del mio kintsugi, ma mi danno il coraggio di entrare dentro alla sofferenza e trovare un posto comodo da cui parlare.

4 pensieri su “Cocci di tegola

  1. Mentre lavo i denti ai bambini e rifaccio un letto dopo l’altro.. leggo il tuo articolo e piango . Le parole sono la tua arte . Brava Carlotta . Un abbraccio grande . La strada è quella giusta .

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