Acquaragia

Era un ragazzino come tanti, figlio di operai, né alto né basso, né bello né brutto. Era biondo, certo, ma di quel biondo un po’ slavato che nemmeno esiste nelle tinte dei parrucchieri che nessuno si tingerebbe mai i capelli di quel colore. Lavorava come aiutante del fabbro dietro casa dopo la scuola e non brillava di certo nello studio. Era un ragazzino abitudinario, percorreva sempre la strada davanti al macellaio per tornare a casa. Tuttavia quel giorno sua madre gli chiese di comprare un po’ di pane fresco per pranzo, avevano ospiti. All’angolo girò a destra seguendo il profumo di focaccia appena sfornata.

Aveva circa diciassette anni quando la vide. È difficile credere all’amore a prima vista quando ti scarseggia il pane sulla tavola. È difficile credere nell’amore eterno quando i tuoi genitori non fanno altro che lanciarsi addosso sensi di colpa come fossero piatti di ceramica. Quel suo sorriso, tuttavia, gli fece dimenticare tutto. “Acquaragia” pensò, “il suo sorriso è acquaragia”. Non era una metafora molto romantica ma quel ragazzino non era di certo un poeta.

Accadde davanti all’università, lei indossava una lunga gonna blu, i capelli raccolti in una crocchia come voleva la moda, una camicia bianca leggera ed una cartella di cuoio scuro. Non notò di certo quel ragazzino magrino con gli occhi cerulei. Non notò di certo il suo sussulto quando la vide passare, non percepì quell’energia cosmica che dovrebbe essere l’amore. Gli passò accanto come se lui non esistesse tanto che lo urtò involontariamente con la sua cartella di cuoio scuro.  Lui guardò l’orologio della piazza, erano le dodici in punto. Si ricordò di quel vecchio al bar che un giorno, con l’alito di chi ha assaggiato più bottiglie che labbra, gli disse che l’amore era solo un invenzione, che l’unica anima gemella è quella che vedi riflessa nello specchio mentre ti fai la barba. Pensò che quel vecchio l’acquaragia non l’aveva mai provata.

Decise che il giorno dopo sarebbe tornato in quello stesso posto alla stessa ora, avrebbe preso un bel respiro e le avrebbe parlato. Sulla via del ritorno si sentì un po’ come sua cugina Caterina, quell’inguaribile romantica che lui tanto aveva preso in giro. Si impose di smettere di fischiettare, era un uomo e non poteva abbandonarsi a tali frivolezze.

Dimenticò il pane. Sua madre andò su tutte le furie e lo obbligò al digiuno.

L’indomani, dopo la scuola, si piantò davanti all’università alle dodici in punto. Aspettò la sua amata per venti minuti ma non vide nessuno. “forse è uscita prima, forse aveva la febbre” pensò, “tornerò domani”. Quasi non si accorse che arrivò la nebbia, che iniziò a nevicare, che calpestò una primula e si ustionò il naso col sole d’Agosto. Quasi non si accorse che le prime rughe iniziarono a solcargli le guance, che il biondo fece spazio al bianco, che la scuola l’aveva finita da un pezzo. Quasi non si accorse, perso com’era nella sua fantasia, che tutto si muoveva mentre lui restava incollato a quella panchina, tutti i giorni, dalle dodici alle dodici e trenta. C’è chi va a messa e c’è chi si siede aspettando il suo destino.

Era il quattro dicembre quando tutto cambiò. D’improvviso si ricordò che era il suo settantesimo compleanno e, forse per la prima timida neve, si sentì gelare il cuore. Aveva dimenticato la sua amata. Non si ricordava più il suo viso, il suo profumo, non si ricordava nemmeno più come si era sentito quell’unica, bellissima volta che si erano visti. Aveva stravolto la sua vita per amore e ora non si ricordava nemmeno più che gusto avesse quel sentimento. Si alzò di scatto ed entrò nel negozio sulla via centrale. Pagò, uscì e tornò a sedersi sulla panchina. Non poteva accettare di aver perso quella sensazione così dolce, così potente. Aprì la bottiglia e se la scolò tutta d’un fiato. Subito un calore si diffuse per tutto il corpo, si sentiva ardere finalmente come quella volta.

Acquaragia, ecco che sapore aveva. I colori, così come i ricordi, svanirono piano piano lasciando un candido bianco, luce pura che rischiara e conforta, proprio come quel sorriso.

Fu il quattro di Dicembre che il quartiere si strinse intorno al corpo rigido di quel vecchio pazzo a cui nessuno mai ebbe il coraggio di dire che l’Università era stata chiusa almeno vent’anni prima, a cui nessuno ebbe mai il coraggio di dire che l’acquaragia era più velenosa di un ricordo.

Sistema binario

Ti ho visto quel giorno, eri sul vagone di fronte al mio. Pazzesco no, abbiamo condiviso così tanto e adesso tu sei a pochi centimetri da me, due finestrini ci separano ma io posso guardarti negli occhi.

Tra poco scatterà il bip e tu andrai avanti e io andrò indietro.

O forse sarà il contrario.

Abbiamo condiviso così tanto, siamo stati così a lungo nella stessa stazione e adesso, adesso che dobbiamo muoverci andiamo in direzioni opposte. Forse che, presi com’eravamo a scavarci l’anima, non abbiamo visto che eravamo su due banchine diverse? Forse che non ci siamo mai davvero incontrati, mai davvero sfiorati. Io da una parte e tu dall’altra.

Ci sono i binari di mezzo, è impossibile capisci?

Ma nessuno ha pensato di non salire su quel maledetto treno, nessuno ha pensato che se solo fossimo tornati indietro di qualche gradino saremmo potuti uscire da quella stazione mano nella mano.

Sono passati diciotto minuti, diciotto. Lo sai che normalmente si aspetta molto meno.

Forse i macchinisti lo sapevano, forse ci spiavano dalle telecamere come una casalinga avida guarda le soap opera. E forse ci han creduto fino all’ultimo, hanno tifato a gran voce perché non fossero solo i nostri sguardi ad intrecciarsi, perché anche le nostre mani potessero accarezzarsi, accarezzarsi per davvero. E invece siamo un film con un finale deludente,  un colpo di scena tagliato nel montaggio, una porta scorrevole che si chiude senza portone.

Così adesso sono qui e ti osservo dal finestrino e sembra quasi di sentire il tuo odore, ma sicuramente è il sudore del mio vicino ad annebbiarmi la mente. Così adesso prenderò un caffè alle macchinette e so che lo farai anche tu, un surrogato di quello al bar sulla piazza che mai prenderemo.

E mi sembra di riuscire a capire chi dice di essere impotente, chi vorrebbe con tutto se stesso una cosa e poi rimane fermo con lo sguardo vitreo prendendosela con se stesso ma continuando a rimanere fermo.

Siamo saliti su due vagoni diversi e siamo più vicini di prima, non ci sono più i binari a separarci. Siamo saliti su due vagoni diversi e siamo più lontani che mai, tu andrai a est e io a ovest. Tu vedrai il sole prima di me, la notte scenderà dopo sopra di me. Ma la notte forse non sarebbe scesa mai se ci fossimo incontrati, incontrati per davvero.

Tu mi guardi come a dire che non torni mai indietro, io ti guardo come a dire che forse saremmo andati avanti insieme.

Lo senti quel bip così forte, così insistente ora? Non ti ricorda il suono di quella macchina che monitora i battiti cardiaci, di quella roba che adesso, guardandoti, proprio non ricordo come si chiami. Quella roba che fa un rumore insistente giusto prima che il tuo cuore si fermi, giusto prima che le porte si chiudano. E non è così diverso, la macchina del cuore, le porte di un vagone, sempre un bip è. E non è così diverso, il treno verso ovest, il treno verso est, sempre alla stessa fermata s’incontrano. E quel bip mi ferma il cuore, e quel treno mi allontana da te. Eppure siamo stati impotenti, il mio cuore si è fermato, le mie gambe non hanno fatto dietro front.

Così vado avanti, qualche battito in meno, qualche fermata in più e mi chiedo se incontrandoti di nuovo per un caso non fortuito riuscirò a venirti incontro, riuscirai ad accarezzarmi il viso.

Adesso mi giro, ho un senso di nausea. Sai quando tu sei su un treno fermo e quello accanto a te si muove ed è tutto relativo, e ti senti andare avanti mentre invece sei fermo, e ti senti senza appiglio con lo stomaco in rivolta. Adesso mi giro, sei già ripartito.

Ti sposo ma nulla di serio.

Ho deciso che ti sposo, stai tranquilla non è nulla di serio.

Ti sposo ma voglio che sia leggero come i tuoi vestiti di seta. Dire che è una cosa seria mi fa subito intristire, mi farebbe sentire uno di quei pinguini in giacca e cravatta sempre dritti con la schiena, sempre bassi con lo sguardo per non inciamparsi nelle loro scarpe di vernice.

Ho deciso che ti sposo per come muovi le mani quando ti arrabbi, che io mica riesco ad arrabbiarmi davvero con te che disegni nell’aria.

Ho deciso che ti sposo per come mi stringi quando facciamo l’amore, per come afferri la mia anima e la tieni al sicuro.

Ho deciso che ti sposo perché se c’è una cosa che voglio fare nella vita è contarci le rughe una ad una come stelle a San Lorenzo.

Ho deciso che ti sposo perché non trovavo una scusa plausibile per regalarti un anello uguale al mio. Sai quelle cose un po’ infantili tipo il braccialetto dell’amicizia, ecco una cosa del genere. Puoi metterlo dove vuoi, anche nell’alluce destro se ti va, l’importante è sapere che io e te avremo qualcosa di uguale ed unico al mondo. Che a ben pensarci è una contraddizione ma non è che sia famoso per la coerenza.

Ti sposo ma non è nulla di serio, nessuna gabbia e nessun limite, voglio essere libero di amarti ed essere amato.

Ti sposo perché alle feste mi diverto da morire e faremo una festa enorme con amici, parenti ed una piscina di vino bianco.   

Con gli anni ti tingerai i capelli per paura di vederli ingrigire e io sicuramente non avrò mai il coraggio di dirti che quando ti guardo io ci vedo tutti i colori dell’arcobaleno.

Ti sposo perché sono sicuro, sicuro di voler passare il resto della mia vita libero insieme a te.

È solo che mi è rimasta quella paura un po’ infantile, quelle cose che la mamma esce per fare la spesa e tu vai nel panico pregando perché torni e alla fine lei torna sempre. Ecco io voglio guardarti negli occhi e sentirmi dire “sì”, perché quel sì vorrà dire che entrerai ogni giorno dalla porta principale con il latte e due baguette ancora calde. Tranquilla, io ti starò aspettando con due calici di vino francese.

E vedi bene che sono ancora un po’ bambino, che ho ancora delle paure dietro ai muscoli e lo sguardo da duro.

Ti sposo ma non è nulla di serio perché la verità è che lo faccio perché se non avessi il tuo sorriso il cuore mi batterebbe un po’ più lentamente.

Così ti sposo per vederti sorridere giorno dopo giorno e capisci anche tu che non può essere nulla di serio, perché l’unica cosa seria del nostro matrimonio è che io ti amo, ma ti amo col sorriso.

E penserai che sono un po’ sciocco, un eterno fanciullo e per darti ragione, perché qualche volta la ragione ce l’hai anche tu, ti lascio un bigliettino al fondo di questa lettera e barra pure la casella che vuoi, sai che sono estremamente democratico.

Fai con calma, ti aspetto in cucina.

daje

 

Nella testa di mia nonna

Nella testa di mia nonna tutto è come lei vorrebbe che fosse: i desideri si realizzano, le cose brutte svaniscono.

Nella testa di mia nonna la realtà è emigrata lasciando spazio alla fantasia.

Nella testa di mia nonna un giorno di pioggia diventa soleggiato, il caldo afoso un tiepido venticello.

Nella testa di mia nonna la sofferenza non esiste, tutti stanno bene e lei capisce solo quello che pensa. Si passa una vita intera a pensare agli altri, a ricordarsi nomi, date, luoghi che alla fine tutto si fa luminoso, semplice luce che cancella il buio.

Nella testa di mia nonna l’unica nuvola è quando la realtà, timida, bussa a ricordarle che lei di ricordi ne ha ben pochi. Rimangono la gioventù, le vacanze in barca, l’amore della famiglia, il lavoro. Scompaiono con un colpo di spugna le ultime ore, quasi come se fosse un nastro sempre nuovo su cui incidere solo sorrisi.

Si ascoltano così tante lacrime, così tante cazzate, così tanti lamenti che alla fine si diventa quasi sordi al resto del mondo.  Ci si chiude in sé stessi quasi a dire che non si ha più voce per ascoltare, quasi a dire “vaffanculo” perché si passa così tanto tempo a rimanere ingessati, così tanto tempo a sorridere invece di arrabbiarsi perché non si rispetterebbe l’etichetta, che alla fine l’etichetta si taglia pure dai vestiti, che alla fine ad ottantaquattro anni si può dire “vaffanculo”.

E mia nonna ci sente poco ma ha denti perfetti, le è sempre piaciuto sorridere. Mia nonna da quando sono nata non ha mai cambiato pettinatura, i veri cambiamenti non si attuano che nell’anima.

Mia nonna legge sempre gli stessi libri e se le chiedi “non ti sei stufata di leggere le stesse storie?” ti risponde “è sempre come se fossero nuove, me le dimentico ogni volta” un po’ come i bambini con le favole.

E così ad ottantaquattro anni mia nonna si è creata il suo piccolo mondo fatto di poche voci e tanti sorrisi, così che per la nonna la realtà è più bella di quella fuori dal suo terrazzo fiorito, i rumori sono ovattati, il caldo è meno caldo, gli abbracci sono più veri.

Per mia nonna io sono ogni giorno più alta, ma per favore non ditele che è la sua schiena ad incurvarsi un po’ di più.

Ad occhi chiusi.

Hai sentito la mia carezza?
Hai sentito la mia carezza questa notte mentre ti addormentavi sfinita da lacrime malinconiche?
Vedi, mia cara, adesso ti riconosco. Adesso ricordo anche la piccola fossetta che ti viene quando sorridi davvero.
Percepisci, mia adorata, un leggero tepore sulla tua mano? Chiudi gli occhi, immagina che sia io a carezzarti.
Forse che quando abbandoniamo le vesti terrene il pensiero diventa impercettibilmente fisico, una leggera brezza tra i tuoi lunghi capelli, un battito di ciglia che scatena uragani.
C’è una tale pace qui, le farfalle vivono secoli interi.
C’è una tale pace qui che quando piove l’acqua è dolce rugiada, che se l’assaggi sa di vino francese.
C’è una tale pace qui che vorrei dirti, mia amata, di pensarmi così, leggera e in equilibrio. Un cerchio di luce, nuvola bianca.
Abbiamo così paura del cambiamento che abbandonare il fisico ci atterrisce al punto da annebbiarci il cervello, al punto che  non vogliamo più ricordarci come sia la vita per evitare di pensare alla morte.
Ma io ti dico, mia cara, non si muore che negli organi, non si muore che nelle cellule, non si muore che nei capelli che non dovremo più sistemare.
E allora guardami vivere, guardami gioire al tuo fianco come ieri quando una farfalla ti passerà accanto, quando il vento saprà di fresco, quando una mano ti fermerà sulle strisce pedonali, quando sorridendo penserai che, adesso, la tua stanza profuma di eucalipto.
Buon viaggio Amore mio, ti auguro di imparare, nel bene e nel male, quante più cose possibili.
Ti auguro l’ingenuità con chi è senza malizia, ti auguro solide armature con chi vuole solo calpestarti.
Ti auguro di guardare il mondo con gli occhi di un bambino, di non perdere mai la curiosità innocente.
Ti auguro di donare amore senza condizioni e di riceverne altrettanto.
Vorrei proteggerti da tutto, tesoro mio bello, ma per quanto mi costi caro dirti che non posso, credo che per avvertire fino in fondo la gioia si debba sperimentare anche il dolore.
Non preoccuparti per me, io continuo a vivere nell’aria che ti asciuga il viso.

Per sempre,
da sempre
con infinito amore.

Che fine hanno fatto gli unicorni?

Ho sempre fermamente creduto agli unicorni.
Ho sempre pensato che nel mondo gli squali non ci fossero, che i cattivi esistessero solo nei cartoni della Disney.
Ho sempre pensato che la bilancia della giustizia non potesse essere altro che in equilibrio perché l’ingiustizia non esiste, non deve. Non nella mia testa.
E adesso in piena notte sono qui a camminare per le vie della città cercando gli unicorni, le principesse candide e i principi azzurri.
Sono qui che penso che gli squali mica girano col tesserino associativo “squali”, che mica hanno davvero la pinna sulla schiena. E mi chiedo allora chi lo sia e se, chi lo è, ci si senta davvero.
Come facciamo ad essere sicuri di non essere noi stessi dei predatori mascherati da cavallucci marini?
Com’è possibile che la realtà ci venga a sbattere in faccia come in un frontale sulla provinciale? Com’è possibile che i miei unicorni bellissimi siano in realtà dei pony affamati?
Che poi lo sai, Amore, io non so dirti più di tanto. Io ci provo, lo giuro, ad aprirmi il cervello e farti dono dei miei pensieri, ma è più forte di me, proprio non ci riesco.
Come potresti fino in fondo comprendere che mi ferisce quasi a morte anche la minima ingiustizia perché attacca l’equilibrio della mia perfetta bilancia? Come fare a dirti che per me tutto ciò che non è chiaro, puro ed innocente è fonte di enorme sofferenza? Che io, fosse per me, non legherei nemmeno la bici perché i ladri non esistono?
Lo vedi,  già stai pensando che io sia una bambina, una povera stupida che ancora spera di trovare una pentola alla fine dell’arcobaleno, che ancora spera nel lieto fine perché l’ingiustizia non è una fine, solo una fase passeggera. E poi questa storia degli unicorni, neanche più i bambini di seconda elementare ci credono.
Ti guardo con occhi increduli mentre mi spieghi che “interesse” non significa solo hobby, che il vero dio per molti è il denaro, che gli squali esistono anche fuori dagli oceani.
Mi sanguina l’anima ne sono sicura. Scopritrice di acqua calda, ecco il mio titolo di studio. È solo che mi ci sto scottando.
Così adesso con voce flebile continuo a girare per la città chiamando gli unicorni, cercando una luce bianca in mezzo al buio.
Tu mi guardi e non capisci o forse non sai rispondere ma io lo so, lo so che è tutto vero, che gli squali esistono così come i buoni, che il grigio è l’unico vero colore e che non sempre il finale è lieto come in Mulan.
Ma permettimi, mentre tutte queste bombe mi esplodono sugli occhi, di farle scivolare via con un po’ di lacrime che quelle sì, sono pure. Un po’ come te.

Carlotta Marengo

Amore la benzina è finita.

Ti ricordi quella volta in autostrada? Ma sì, quella volta che per un soffio siamo riusciti ad arrivare al distributore di benzina,  quella volta che stavamo andando al mare e per poco non abbiamo passato la vacanza in un carro attrezzi. Ecco, è lì che ho capito che l’amore non è come un serbatoio di benzina.

Com’è che andavamo ai cento all’ora, prima al mare poi in montagna poi ovunque nel mondo l’importante era stare insieme e adesso, adesso ci chiamiamo “amore” solo per abitudine? Com’è che prima mi mancava il respiro se non ti vedevo per tre giorni e adesso mi dà fastidio se mi sfiori nel sonno?

Ti ricordi i miei occhi prima che tutto si spegnesse? Ti ricordi quella scintilla tanto forte da illuminare la stanza? Ti ricordi quando passeggiavamo per ore parlando di tutto e poi di nulla, che tanto contava solo tenersi stretti per mano?

Ma dov’è finito tutto quell’amore? L’hai nascosto tu da qualche parte? È fuggito nella notte come l’amante di una sera? Non ha lasciato nemmeno un bigliettino, nemmeno un numero o un indirizzo per rintracciarlo.

O forse il nostro amore è stato come la benzina della macchina e noi ce ne siamo accorti quando ormai la riserva era finita. E adesso siamo qui nudi e stanchi a guardarci senza neanche più la voglia di assaggiarci la pelle, senza nemmeno il coraggio di dirci che è finita, che il sipario si è chiuso, che l’amore ci ha abbandonati come cani in autostrada.  E sarebbe stupido fare un processo sulle colpe, sulle parole che ci siamo detti e su quelle che non ci siamo detti.

Ma tu senti che non abbiamo più le forze? Non percepisci il vuoto dietro questo mio sorriso stanco?  Non ti accorgi che io non so come fare a dirtelo che adesso io voglio fare altro, voglio correre in un campo di grano urlando nel vento, cadere tra le spighe dorate e ridere fino alle lacrime? Non ti accorgi che io adesso vorrei dirti tutto ma tutto quello che mi viene è un silenzio che mi assorda, che ti assorda? Ma non trovo il coraggio, se ne sarà andato insieme al nostro amore e nemmeno si è degnato di mandarmi una cartolina. Ma non trovo il coraggio e ho svuotato i cassetti senza successo, ho provato a scriverti ma non avevo l’inchiostro.

Abbiamo finito la benzina Amore ma siamo in un deserto senza distributori. E allora le nostre strade si divideranno, e allora saremo colpevoli di aver permesso, ancora una volta, che l’amore evaporasse, che la benzina finisse. E sentiremo le gambe stanche, questo sì, ma sapremo che la strada è quella giusta e troveremo nuove mani da stringere, nuove labbra da baciare, troveremo di chi innamorarci ogni giorno di più e non ogni giorno di meno.

Allora adesso guardami per l’ultima volta, sorridimi teneramente e baciami la fronte. Dimmi solo ciao, non servono altre parole. Un lungo abbraccio, le tue spalle che si allontanano oltre l’orizzonte. È come se sentissi una lacrima, o forse è evaporata anche lei.

Riposa In Povertà.

E così te ne sei andata. Di te ricordo soprattutto la casa, ricordo che ero piccola e che dissi alla mamma “puzza di vecchio” prendendomi un bello scappellotto in pieno viso. Ricordo che eri bella, bella davvero, gli occhi color del mare e capelli d’argento.  Ricordo poco altro a dir la verità.

Hai chiuso la porta fingendo di non sentire il nostro bussare. Com’è che la ricchezza materiale a volte porta alla povertà di spirito? Com’è che un ricco conto in banca porta ad un tavolo vuoto a Natale? Che gusto c’è a poter chiamare tesoro non una persona ma solo degli zeri?  Com’è che a forza di possedere mattoni uno finisce per murare il cuore in una casa? E tu l’hai murato, l’hai messo in una cassaforte e hai dimenticato la combinazione.

Chi pensa che il mondo sia ladro non proverà mai il piacere di donare un sorriso. Chi vive pensando che il mondo voglia fregarlo altri non imbroglierà se non se stesso. Perché se per paura del male non si sperimenta mai il bene allora per che cosa si vive?

E mi dispiace, questo sì, che si arrivi in ritardo. Ad un appuntamento, ad una cena, a capire che l’amore del denaro se ne frega. Chissà se alla fine di tutto, mentre la vita ci scorre davanti agli occhi, comprendiamo i nostri errori, perdoniamo i nostri nemici, gioiamo delle piccole cose e ce ne andiamo via sereni sapendo che ci sarà un’altra occasione. Ed io spero che tu ce l’abbia quest’altra occasione, spero che tu possa avere un cuore così grande da non riuscire a farlo entrare in una stanza e spero che da qualche parte, nell’angolo più nascosto dei tuoi occhi blu, tu troverai finalmente il coraggio di dire Ti voglio bene.

Fai buon viaggio.