La Verità in tasca.

John era un uomo alto, bello.

Gli si poteva dire tutto, tranne che non fosse perfetto. Nessuno mai aveva potuto anche solo pensare che John non fosse l’uomo giusto al momento giusto.

Era una persona eccezionale, di quelle che forse neanche esistono davvero. Non arrivava mai in ritardo, era gentile, intelligente e non andava mai oltre le righe, nemmeno quelle delle piastrelle. John aveva un ottimo lavoro, non diceva mai la parola sbagliata. Andava a cena con la Regina d’Inghilterra e col barbone che beveva per annebbiare la realtà.

Si diceva che John indossasse da circa quarant’anni gli stessi pantaloni, che la sarta del paese glieli rattoppasse ogni cinque lunedì e che quei pantaloni fossero semplicemente perfetti. La tasca destra era cucita e tutti sapevano il perché.

La leggenda narra che da bambino John andò a giocare nel bosco dietro casa e lì, all’ombra di un tiglio, vide una cosina tutta piccola, tutta tremante.

“Sono piccola ma ingombrante” disse questa cosina a John, “ posso stare in una tasca, ma è nella testa che non riesco ad entrare. Sono la Verità, la Verità in tasca.”

Fu così che John la portò con sé e la cucì per paura di perderla.  Le aveva sempre chiesto consiglio e lei rispondeva dicendogli che la Verità è sacra ma non sempre utile.

John era perfetto, dopo un solo sguardo capiva la natura più profonda delle persone e sapeva come usarla. Si dice spesso che il troppo potere concentrato nelle mani di una sola persona possa portare a conseguenze disastrose, ma questo non era il caso di John. Ad uno sguardo più attento si poteva dire che forse a John del potere non interessava anche se il motivo rimase per lungo tempo un mistero.

Ci sono persone sulle quali si potrebbero scrivere centinaia di pagine, ma solo un vecchio del paese buttò giù appena dieci righe sull’uomo con la Verità in tasca.

Era inverno quando lo incontrai, ero stremato dopo un violento temporale lungo la strada del mio pellegrinaggio.

Si pensa spesso che per trovare se stessi occorra andare lontano ma a me accadde ad appena venti chilometri da casa.

Un anziano signore mi aprì la porta del bar del paese e John mi offrì un tè caldo. Chiedendomi cosa ci facesse un ragazzino a piedi da solo nel rigido inverno della brughiera, mi disse queste poche parole:

“ Ho sempre pensato che avere la risposta giusta fosse la chiave della felicità. Ho sempre pensato che non sbagliare mai una mossa, non avere mai una mancanza fosse ciò cui aspirare nella vita. Perché credevo che questa fosse la sola ed unica via. Perché noi tutti demonizziamo l’errore, il caso, la zona d’ombra dove crediamo di non poter vedere, perché nel senso di colpa noi percepiamo solo un peso e non un trampolino. Ma la verità è che se nessuno più sbagliasse una risposta la vita sarebbe terribilmente noiosa, la verità è che io nonostante abbia la Verità in tasca della vita non so percepire altro che il nulla, un’autostrada dritta senza panorama. Se nessuno più fallisse nella ricerca non solo non ci si godrebbe il viaggio, ma nemmeno sapremmo quale meta dobbiamo raggiungere. Dicono di me che sono perfetto, ma è dentro di me che la vita ha smesso di esserci quando ho deciso che avrei  sempre avuto la risposta giusta. Ed ecco che a te, giovane pellegrino, io regalo la tensione della scelta, il brivido della vita, il caos primordiale. Qui sul tavolo io poggerò la mia Verità di cui non ho più bisogno e ti lascio la possibilità di portarla con te ovunque tu vorrai. Pensaci bene, tuttavia, e chiediti se anche il più saggio degli uomini non abbia mai commesso errori, se anche il più saggio degli uomini conservi ancora zone grigie. Io sono morto dentro, figliolo, e per la prima volta nella mia vita realizzo che io di sbaglio ne ho fatto uno soltanto: ho messo in tasca la Verità buttando nel cestino la mia anima. E adesso, per la prima volta in vita mia, devo finalmente chiedere scusa, innanzitutto a me stesso”.

Andai al suo funerale qualche giorno più tardi e sulla lapide erano incise queste parole:

“La verità è che di Verità si muore” .

Forse che senza errori l’esistenza stessa diventa un errore? Forse che possedendo la Verità in tasca si finisce col vivere nell’illusione?

Non lo so e non lo saprò mai. Perché io la verità l’ho rimessa sotto il tiglio e ancora oggi, dopo anni, ogni volta che non trovo risposta alle mie domande sorrido pensando a John.

Ad occhi chiusi.

Hai sentito la mia carezza?
Hai sentito la mia carezza questa notte mentre ti addormentavi sfinita da lacrime malinconiche?
Vedi, mia cara, adesso ti riconosco. Adesso ricordo anche la piccola fossetta che ti viene quando sorridi davvero.
Percepisci, mia adorata, un leggero tepore sulla tua mano? Chiudi gli occhi, immagina che sia io a carezzarti.
Forse che quando abbandoniamo le vesti terrene il pensiero diventa impercettibilmente fisico, una leggera brezza tra i tuoi lunghi capelli, un battito di ciglia che scatena uragani.
C’è una tale pace qui, le farfalle vivono secoli interi.
C’è una tale pace qui che quando piove l’acqua è dolce rugiada, che se l’assaggi sa di vino francese.
C’è una tale pace qui che vorrei dirti, mia amata, di pensarmi così, leggera e in equilibrio. Un cerchio di luce, nuvola bianca.
Abbiamo così paura del cambiamento che abbandonare il fisico ci atterrisce al punto da annebbiarci il cervello, al punto che  non vogliamo più ricordarci come sia la vita per evitare di pensare alla morte.
Ma io ti dico, mia cara, non si muore che negli organi, non si muore che nelle cellule, non si muore che nei capelli che non dovremo più sistemare.
E allora guardami vivere, guardami gioire al tuo fianco come ieri quando una farfalla ti passerà accanto, quando il vento saprà di fresco, quando una mano ti fermerà sulle strisce pedonali, quando sorridendo penserai che, adesso, la tua stanza profuma di eucalipto.
Buon viaggio Amore mio, ti auguro di imparare, nel bene e nel male, quante più cose possibili.
Ti auguro l’ingenuità con chi è senza malizia, ti auguro solide armature con chi vuole solo calpestarti.
Ti auguro di guardare il mondo con gli occhi di un bambino, di non perdere mai la curiosità innocente.
Ti auguro di donare amore senza condizioni e di riceverne altrettanto.
Vorrei proteggerti da tutto, tesoro mio bello, ma per quanto mi costi caro dirti che non posso, credo che per avvertire fino in fondo la gioia si debba sperimentare anche il dolore.
Non preoccuparti per me, io continuo a vivere nell’aria che ti asciuga il viso.

Per sempre,
da sempre
con infinito amore.

Che fine hanno fatto gli unicorni?

Ho sempre fermamente creduto agli unicorni.
Ho sempre pensato che nel mondo gli squali non ci fossero, che i cattivi esistessero solo nei cartoni della Disney.
Ho sempre pensato che la bilancia della giustizia non potesse essere altro che in equilibrio perché l’ingiustizia non esiste, non deve. Non nella mia testa.
E adesso in piena notte sono qui a camminare per le vie della città cercando gli unicorni, le principesse candide e i principi azzurri.
Sono qui che penso che gli squali mica girano col tesserino associativo “squali”, che mica hanno davvero la pinna sulla schiena. E mi chiedo allora chi lo sia e se, chi lo è, ci si senta davvero.
Come facciamo ad essere sicuri di non essere noi stessi dei predatori mascherati da cavallucci marini?
Com’è possibile che la realtà ci venga a sbattere in faccia come in un frontale sulla provinciale? Com’è possibile che i miei unicorni bellissimi siano in realtà dei pony affamati?
Che poi lo sai, Amore, io non so dirti più di tanto. Io ci provo, lo giuro, ad aprirmi il cervello e farti dono dei miei pensieri, ma è più forte di me, proprio non ci riesco.
Come potresti fino in fondo comprendere che mi ferisce quasi a morte anche la minima ingiustizia perché attacca l’equilibrio della mia perfetta bilancia? Come fare a dirti che per me tutto ciò che non è chiaro, puro ed innocente è fonte di enorme sofferenza? Che io, fosse per me, non legherei nemmeno la bici perché i ladri non esistono?
Lo vedi,  già stai pensando che io sia una bambina, una povera stupida che ancora spera di trovare una pentola alla fine dell’arcobaleno, che ancora spera nel lieto fine perché l’ingiustizia non è una fine, solo una fase passeggera. E poi questa storia degli unicorni, neanche più i bambini di seconda elementare ci credono.
Ti guardo con occhi increduli mentre mi spieghi che “interesse” non significa solo hobby, che il vero dio per molti è il denaro, che gli squali esistono anche fuori dagli oceani.
Mi sanguina l’anima ne sono sicura. Scopritrice di acqua calda, ecco il mio titolo di studio. È solo che mi ci sto scottando.
Così adesso con voce flebile continuo a girare per la città chiamando gli unicorni, cercando una luce bianca in mezzo al buio.
Tu mi guardi e non capisci o forse non sai rispondere ma io lo so, lo so che è tutto vero, che gli squali esistono così come i buoni, che il grigio è l’unico vero colore e che non sempre il finale è lieto come in Mulan.
Ma permettimi, mentre tutte queste bombe mi esplodono sugli occhi, di farle scivolare via con un po’ di lacrime che quelle sì, sono pure. Un po’ come te.

Carlotta Marengo

Lo squalo vegetariano

Ho sempre corso, tantissimo.
Non che non mi sia goduta il viaggio, non voglio mica esordire con qualche stronzata new age.
Dico solo che ho sempre corso, fin da piccolo. Ho più competizione che globuli rossi nel sangue.  Da bambino alle gare di atletica ricordo l’eccitazione totale al rumore dello sparo e una volta mi sono morso fortissimo una guancia per l’adrenalina.
Gli ultimi saranno i primi conta forse in paradiso, non di certo in pista. In pista il secondo è il primo dei perdenti, questo penso. E allora vai, una gamba dopo l’altra, un ostacolo dopo l’altro, niente può impedirmi di arrivare primo.
Ho sempre preteso molto da me stesso, forse troppo a ben pensarci. Ottima forma fisica, a scuola voti eccellenti, una vita lanciata ai mille all’ora verso un futuro che avevo già deciso, che avevo già programmato da quando avevo quattordici anni. E con il passare del tempo le mie certezze diventavano sempre più solide, sempre più concrete e palpabili.
Ma c’è un attimo prima della fine, una frazione di secondo prima della linea del traguardo, in cui tutti siamo profondamente tristi. Puoi sentirlo se ti concentri, è come se il tuo corpo rallentasse impercettibilmente perché in fondo non vuole tagliare quella linea, perché fin che corri sai dove stai andando e dove devi andare, ma dopo?
Così mi sono iscritto alla facoltà che volevo mettendo a tacere quei piccoli fastidiosi dubbi che tentavano di accarezzarmi la notte.
Così ho passato i primi anni andando come un treno, ossessionato dal ritardo. Avete presente il coniglio di Alice nel paese delle meraviglie? Ecco io ero uguale, nella mia testa continuavo ad urlarmi “è tardi è tardi è taaardi” senza mai chiedermi per cosa, esattamente, fosse tardi. In fondo non m’importava o forse mi mancava il coraggio di rispondermi.
Vivevo la mia vita come una gara di atletica: non è che puoi uscire dalla pista, non è che puoi metterti a fare i 100 metri sui gradoni delle tribune. Il percorso è già tracciato, basta che tu corra.
E sarebbe andato tutto bene, sarebbe stato molto più facile se non mi fossi, di colpo, stufato di girare sempre in tondo.
C’è un episodio che mi torna spesso in mente: un mio caro amico da piccino stava facendo una gara di nuoto, era il più forte di tutti senza dubbio alcuno. Al posto dei piedi aveva un motore da 200cv e le braccia sembravano un mulino a vento durante una tempesta.
Non ce n’era per nessuno, un piccolo squalo che però non amava mangiare i pesci, non amava vincere se non con se stesso. Il mio amico era uno squalo vegetariano. Fu così che, durante una gara, aveva dato un distacco più che notevole a tutti quegli insignificanti girini che tentavano di stargli dietro quando ad un certo punto il mio amico vide sul fondo un cerchietto. Senza pensarci s’immerse e lo raccolse per giocarci. Arrivò ultimo ma col sorriso sulle labbra, aveva trovato qualcosa che lo divertiva molto più di una vittoria. Ci fu chi rise, chi si arrabbiò, ma di sicuro nessuno notò che tra tutti quei bambini, il mio amico era stato l’unico ad aver avuto il coraggio di distaccarsi dal gruppo per scendere nella profondità degli abissi, per avventurarsi senza timore alcuno verso ciò che davvero lo attraeva.
E adesso, caro amico, io mi trovo nella tua situazione. Il traguardo è davanti a me, lo vedo ma vorrei non ci fosse, vorrei poter correre ancora per chilometri e chilometri prima di potermi fermare perché la realtà, amico mio, è che io non so se quel traguardo adesso voglio ancora tagliarlo, non so se ho voglia di correre in una pista che sembra mi s’incolli ai piedi.
Ho sempre vissuto con l’ansia del ritardo, dell’arrivare primo e adesso, adesso se guardo quella linea bianca vorrei solo fuggire lontano verso il mio cerchietto. Ma uno col cerchietto mica ci mangia a colazione.
Amico mio, fermiamo il tempo, sediamoci su questa terra rossa e raccontami, una volta per tutte, quanto è fredda l’acqua quando si scende in profondità, raccontami del coraggio di prendere un cerchietto ed avere il sorriso sulle labbra. Prendimi per mano, accompagnami al traguardo e poi portami dove vuoi, che io senza di te il coraggio non ce l’ho. 

Carlotta Marengo

In prima fila

Anche oggi salirò sul palco. I miei soliti concerti, i miei soliti timori, le mie solite cazzate.

Salirò e ti cercherò con lo sguardo. Non mi capita poi spesso sai, abituata com’ero a vederti in prima fila, esattamente al centro del mio cuore.

Ci guardavamo intensamente e per te avrei potuto fare un concerto silenzioso che tanto avresti colto ogni mia emozione, soprattutto quelle che non sono in grado di trasmettere. E invece adesso non ti trovo, sei scivolato in fondo e forse è colpa mia, ti ho tolto la targhetta “riservato” e tu, muto, sei scomparso dal mio centro.

Oggi canterò per te, suonerò per te note che tu già conosci ma che entrambi abbiamo paura di ascoltare.

Ogni mio gesto, fino al mignolo sul microfono, sarà per te. Per nessun altro all’infuori di te. E ti urlerò con lo sguardo di tornare davanti, di applaudirmi in prima fila. Ti cercherò tra la folla e so che ci sarai, fosse anche solo nel mio cuore.

Un saggio una volta mi ha detto che è ben diverso trasmettere emozioni ad un grande pubblico e parlare vis à vis. Ed ecco che confesso di non essere forte come credevo, ed ecco che realizzo che io le mie emozioni guardandoti negli occhi non so dirtele.

Ho paura non so neanche bene di cosa, ho paura che dal fondo della sala tu possa un giorno uscire ed io impazzirei perché saprei che è colpa mia. Di me che m’incendio e mi lascio trascinare dalla rabbia, di me che poi dimentico tutto senza ricordare che gli altri, spesso, non dimenticano.

E allora è come se ti proteggessi da questo fuoco che sento e per non scottarti ti tenessi lontano mentre quello che davvero voglio è portarti qui vicino al mio cuore senza ferirti. Ma ho bisogno di te per fare questo: ho bisogno che tu mi sgridi, che tu mi dica che sono una testa di cazzo facendoti guidare, però, solo dall’affetto. Ho bisogno di sentirti qui vicino e allora facciamo così, lasciami suonare qui davanti a tutti e dopo, quando il sipario sarà calato, beviamoci una birra scadente al chiaro di luna, riapriamo le ferite ma solo per disinfettarle e poi, quando tutto sarà finito, ridiamo fino a toglierci il respiro com’eravamo soliti fare, come saremo soliti fare.

Adesso che già ti sento accanto posso dirtelo: mi sei mancato.

Amore la benzina è finita.

Ti ricordi quella volta in autostrada? Ma sì, quella volta che per un soffio siamo riusciti ad arrivare al distributore di benzina,  quella volta che stavamo andando al mare e per poco non abbiamo passato la vacanza in un carro attrezzi. Ecco, è lì che ho capito che l’amore non è come un serbatoio di benzina.

Com’è che andavamo ai cento all’ora, prima al mare poi in montagna poi ovunque nel mondo l’importante era stare insieme e adesso, adesso ci chiamiamo “amore” solo per abitudine? Com’è che prima mi mancava il respiro se non ti vedevo per tre giorni e adesso mi dà fastidio se mi sfiori nel sonno?

Ti ricordi i miei occhi prima che tutto si spegnesse? Ti ricordi quella scintilla tanto forte da illuminare la stanza? Ti ricordi quando passeggiavamo per ore parlando di tutto e poi di nulla, che tanto contava solo tenersi stretti per mano?

Ma dov’è finito tutto quell’amore? L’hai nascosto tu da qualche parte? È fuggito nella notte come l’amante di una sera? Non ha lasciato nemmeno un bigliettino, nemmeno un numero o un indirizzo per rintracciarlo.

O forse il nostro amore è stato come la benzina della macchina e noi ce ne siamo accorti quando ormai la riserva era finita. E adesso siamo qui nudi e stanchi a guardarci senza neanche più la voglia di assaggiarci la pelle, senza nemmeno il coraggio di dirci che è finita, che il sipario si è chiuso, che l’amore ci ha abbandonati come cani in autostrada.  E sarebbe stupido fare un processo sulle colpe, sulle parole che ci siamo detti e su quelle che non ci siamo detti.

Ma tu senti che non abbiamo più le forze? Non percepisci il vuoto dietro questo mio sorriso stanco?  Non ti accorgi che io non so come fare a dirtelo che adesso io voglio fare altro, voglio correre in un campo di grano urlando nel vento, cadere tra le spighe dorate e ridere fino alle lacrime? Non ti accorgi che io adesso vorrei dirti tutto ma tutto quello che mi viene è un silenzio che mi assorda, che ti assorda? Ma non trovo il coraggio, se ne sarà andato insieme al nostro amore e nemmeno si è degnato di mandarmi una cartolina. Ma non trovo il coraggio e ho svuotato i cassetti senza successo, ho provato a scriverti ma non avevo l’inchiostro.

Abbiamo finito la benzina Amore ma siamo in un deserto senza distributori. E allora le nostre strade si divideranno, e allora saremo colpevoli di aver permesso, ancora una volta, che l’amore evaporasse, che la benzina finisse. E sentiremo le gambe stanche, questo sì, ma sapremo che la strada è quella giusta e troveremo nuove mani da stringere, nuove labbra da baciare, troveremo di chi innamorarci ogni giorno di più e non ogni giorno di meno.

Allora adesso guardami per l’ultima volta, sorridimi teneramente e baciami la fronte. Dimmi solo ciao, non servono altre parole. Un lungo abbraccio, le tue spalle che si allontanano oltre l’orizzonte. È come se sentissi una lacrima, o forse è evaporata anche lei.

Riposa In Povertà.

E così te ne sei andata. Di te ricordo soprattutto la casa, ricordo che ero piccola e che dissi alla mamma “puzza di vecchio” prendendomi un bello scappellotto in pieno viso. Ricordo che eri bella, bella davvero, gli occhi color del mare e capelli d’argento.  Ricordo poco altro a dir la verità.

Hai chiuso la porta fingendo di non sentire il nostro bussare. Com’è che la ricchezza materiale a volte porta alla povertà di spirito? Com’è che un ricco conto in banca porta ad un tavolo vuoto a Natale? Che gusto c’è a poter chiamare tesoro non una persona ma solo degli zeri?  Com’è che a forza di possedere mattoni uno finisce per murare il cuore in una casa? E tu l’hai murato, l’hai messo in una cassaforte e hai dimenticato la combinazione.

Chi pensa che il mondo sia ladro non proverà mai il piacere di donare un sorriso. Chi vive pensando che il mondo voglia fregarlo altri non imbroglierà se non se stesso. Perché se per paura del male non si sperimenta mai il bene allora per che cosa si vive?

E mi dispiace, questo sì, che si arrivi in ritardo. Ad un appuntamento, ad una cena, a capire che l’amore del denaro se ne frega. Chissà se alla fine di tutto, mentre la vita ci scorre davanti agli occhi, comprendiamo i nostri errori, perdoniamo i nostri nemici, gioiamo delle piccole cose e ce ne andiamo via sereni sapendo che ci sarà un’altra occasione. Ed io spero che tu ce l’abbia quest’altra occasione, spero che tu possa avere un cuore così grande da non riuscire a farlo entrare in una stanza e spero che da qualche parte, nell’angolo più nascosto dei tuoi occhi blu, tu troverai finalmente il coraggio di dire Ti voglio bene.

Fai buon viaggio.

La fuga della follia

Fu di lunedì mattina che il mondo si rese conto che la follia era fuggita.
Negli ospedali psichiatrici i pazienti risolvevano problemi di logica mentre medici e infermieri si giravano i pollici. Gli ubriaconi si diedero al the verde e gli psichiatri furono messi in cassa integrazione.
Fu di lunedì mattina che i pazzi del paese tennero conferenze di filosofia morale, che tutti smisero di comprare biglietti last minute.  Le sorprese si estinsero e gli ingegneri diventarono capi di governo.
Ricordo che stavo sorseggiando il mio caffè quando decisi, d’un tratto, che il vino non l’avrei più bevuto. Andai in strada e vidi che nessuno indossava più il verde né il rosa. Nessuno aveva tacchi né profumo, le chiese erano diventate centri di ricerca di geometria euclidea.
La bellezza aveva ceduto il passo alla funzionalità e di Leonardo a scuola si studiava solo più la macchina volante.
Ricordo che tutti andammo al funerale dell’Amore solo per rispetto, come alle esequie di una persona incontrata per caso in un bar di provincia. Non ci furono strette di mano né lacrime, solo una lenta processione di cappotti grigi e calcolatrici.
Il fine settimana divenne lavorativo così come il capodanno, le perdite di tempo non erano funzionali e nessuno si domandava “funzionali a cosa?”. 
Gli atleti si allevano per le Olimpiadi di matematica, le maratone furono rimpiazzate da tornei di sudoku. La parola casualità venne messa fuori legge e i libri di narrativa riciclati per pubblicare ricerche sull’origine della forza centrifuga.
Nessuno più guardava i tramonti e i pittori divennero geometri e i poeti riempitori di moduli.
Fu di lunedì mattina, se non ricordo male, che mi svegliai di soprassalto da un brutto sogno, andai in piazza e presi la mano a una pazza. Piansi fino a non avere più lacrime e la ringraziai con tutto il cuore per quel pizzico di follia che portava nel mondo.
Fu di lunedì mattina che mi ubriacai di poesia, colore e bellezza. Ricordo che chiamai il mio capo dicendo che non sarei andata a lavoro perché non ne avevo voglia.
“Lei è folle” mi rispose, “Per fortuna, a volte sì” dissi io.

Un cappello alla guida

Questa che vado a raccontare è una storia vera anche se potrebbe sembrare una leggenda.  Questa che vado a raccontare è una storia in cui ognuno di noi, nessuno escluso, può ritrovarsi senza essersi mai perso.
I cattivi di questa storia sono molti e tutti simili. Vagano per le strade armati di rughe, cappello e una macchina targata Cuneo. I nostri cattivi pensano di essere buoni, di essere depositari della guida in sicurezza e dell’eterna giovinezza. Si mettono al volante con le lenti così spesse che qualche mala lingua sostiene siano antiproiettile. Escono di casa e il loro obiettivo agli occhi del mondo sembra essere uno solo: mettere alla prova l’altrui capacità di conquistarsi il paradiso.
Vien quasi da pensare che siano i black blocks delle parolacce, istigatori di scurrilità.
Procedono con calma senza mai oltrepassare i venti chilometri orari, sia mai che volasse il cappello per la velocità. Si fermano a semaforo verde, si buttano con non chalanche a semaforo rosso. Forse la vecchiaia stimola il daltonismo.
Fortunatamente sono una specie rara, o forse no. Contrariamente ai panda e alle tigri siberiane, gli anziani cuneesi col cappello sembrano essere numericamente superiori ai cinesi.
Il perchè vaghino in macchina costantemente e a qualsiasi ora del giorno rimane per la scienza un mistero nonostante stia dando buoni risultati una ricerca sul magnetismo triangolare rughe-coppola-cantiere.
Nella nostra storia, tuttavia, pur non essendo una favola esiste una morale. E quale sarà,  vi starete chiedendo, tale morale?
Forse che bisogna apprezzare la gratuità del corso di meditazione offerto mentre si trattengono le ingiurie verso i saggi cappelluti?
Forse che non tutti i cuneesi vengono per nuocere?
No. La realtà signori miei è che queste figure quasi mitologiche sono davvero mandate da Dio. E lo prova non solo il fatto che statisticamente sono arrivati alla loro tenera età nonostante la discutibile guida, non solo il fatto che la fuga di molti rapinatori si è conclusa mentre aspettavano che i nostri paladini parcheggiassero, ma anche il fatto che oggi, sì oggi, stremata da un’estenuante attesa io, voce narrante, ho ceduto alla tentazione diabolica delle ingiurie ed io, innocente vittima di un disegno divino forse troppo grande per essere compreso, dopo aver finalmente parcheggiato sono stata assaltata dal mitologico Piccione Defecatore.
Ed ecco dunque la morale: chiunque voi siate, ovunque vi troviate, dai cuneesi col cappello scampo non avrete: se male non direte attendere dovrete, se al clacson vi attaccherete  sul cappotto un escremento del Puccion Defecator vi troverete.