Cinema metropolitano

Parigi, linea 10 fermata Cardinal Lemoine.

Non è molto affollato il vagone : una coppia di colore che sembra uscita da un video di Snoop Dogg limona durissimo in fondo a destra, un rabbino legge un testo religioso forse per esorcizzare la carica sessuale dei due amanti, una mamma col passeggino cerca di calmare quella belva di suo figlio che di stare zitto proprio non ne vuole sapere, due ragazze coi nasi all’insù parlano di un loro compagno di classe di cui sono entrambe perdutamente innamorate ma che ovviamente non ne ricambia neanche una.

Siamo tutti apparentemente immersi nel nostro mondo e ciò che vorremmo è semplicemente arrivare il prima possibile a destinazione.

Mentre continuo a guardare nervosamente e quasi in modo ossessivo l’orologio dando la colpa del mio ritardo ai trasporti pubblici, un francese tutto sorridente sale e si lascia più o meno dolcemente cadere su uno dei tanti sedili vuoti.

Lo guardo di sfuggita assorta come sono dalla mia ansia di non arrivare in tempo.

Non sembra avere nulla di particolare: una giacca marrone, dei jeans anonimi, capelli normali, né alto né basso, né bello né brutto (si ok era bruttino ma ci tenevo ad essere delicata). Si guarda intorno e sorride, apre la sua tracolla e tira fuori una scatola di pop corn. Mi strofino gli occhi incredula e ora ne sono certa, quelli sono pop corn caramellati. Si sistema come al cinema e inizia a sgranocchiarli osservando noi, i suoi casuali compagni di viaggio. Di un solo misero viaggio in metro.

« o è pazzo o è un fan sfegatato di Bukowski » penso.

« la gente è il più grande spettacolo al mondo. E non si paga il biglietto », quando si dice prendere una frase alla lettera.

Il rabbino sembra non notare nulla mentre a me viene da ridere e da saltare in piedi sui seggiolini urlando “oddio ma quest’uomo è un genio, un genio dio mio”. Forse lo è inconsapevolmente ma non ha alcuna importanza.

Mi guarda incuriosito mentre io mi immergo goffamente nella borsa, manco avessi l’Oceano Indiano a tracolla, in cerca di carta e penna per annotare questa stranezza.

« non capita tutti i giorni di vedere uno che mangia i pop corn in metro e che osserva gli altri in cerca chissà poi di cosa », « non capita tutti i giorni di vedere una ragazza che ride di gusto da sola frugando, con tanto di testa dentro, nel caos della sua borsa » sembriamo dirci mentre furtivamente ci guardiamo in silenzio. Finalmente trovo uno scontrino ed una matita e inizio a scrivere “bukowsi, metro, brutto, limone duro, rabbino, pop corn, pop corn in metro, mangiare pop corn in metro, mangiare pop corn in metro studiando i passeggeri”. Per fortuna per il mio conto in banca è solo la ricevuta di un caffè dunque finisco subito lo spazio. Continuiamo a guardarci cercando di capire se è lui o sono io quella stramba e le nostre risposte non sembrano coincidere.

Scendo dopo poche fermate, non prima di avergli sorriso : siamo stati per alcuni minuti i reciproci protagonisti dei nostri spettacoli anche se, caro Charles, devo darti torto.

Il biglietto, nonostante fosse quello della metro, l’ho pagato eccome.

Alla fine non c’è fine

Ho sentito dire che la vera magia di un film o di un libro è la non conclusione, la democratica scelta di lasciare che sia lo spettatore o il lettore a decidere che fine mettere.
Abbiamo un bisogno viscerale di avere sempre l’ultima parola manco l’intero film dipendesse dalla nostra umile opinione ?
O forse non abbiamo il coraggio di accettare le cose semplicemente per quel che sono : lui muore, lei si risposa, la trottola cade.
Vorremmo plasmare il finale in base ai nostri bisogni, immaginare ciò che più ci piace proiettato sullo schermo senza arrenderci al naturale corso degli eventi.
Siamo dei rivoluzionari della fantasia che lottano contro un regista o uno scrittore anzichè occuparsi della propria personale storia.
È inaccettabile, totalmente inaccettabile, che una trama abbia un inizio ed una fine ben definite : che banalità. Come se nulla potesse mai concludersi in un libro così come nella realtà.
Un’idea si può cambiare, una storia ricominciare, ad un punto si può sempre aggiungere una virgola.
Bè io non ci credo.
Per me un film inizia e si conclude, il cerchio si chiude ed è la fine la più importante.
Io non ho nulla di democratico, non quando leggo.
Io sono un’assetata di ultime righe, voglio vedere cosa succede nero su bianco e non rimanere a fissare il vuoto con un’espressione da ebete pensando a quale taglio di capelli avrà deciso di farsi la protagonista che abbiamo lasciato dal parrucchiere.
Se tutto scorre allora a me piace costruire dighe, almeno nei libri.
Sì perchè se è vero che coi romanzi e con i film ci astraiamo anche solo per un paio d’ore dal nostro mondo, allora io voglio un finale che non ammetta repliche, lo voglio netto, deciso,chirurgico.
Voglio i titoli di coda che non vedo scorrere quando prendo una decisione che, in fondo, non è mai davvero definitiva.
Voglio il punto e a capo che non sempre riesco a mettere, voglio il vissero felici e contenti che raramente ho visto per strada.
Ecco a me piace l’ultima pagina, mi piace proprio tanto perchè non mi lascia troppe strade aperte né la paura di doverne intraprendere una.
Mi presenta i fatti per come si sono svolti e accetto le conseguenze di scelte che, purtroppo, ha preso lo scrittore al posto mio.
Per fortuna, comunque, si parla solo di libri o poco più.
Forse.

Elogio del dentifricio

In qualsiasi viaggio tra amici che si rispetti lui c’è sempre : quello col dentifricio.

Uomo previdente e dalle mille risorse, è lui che salva l’imbarazzante momento in cui tutti girovagano con uno spazzolino elemosinando non si sa bene cosa.

La mamma del gruppo, il vecchio saggio del villaggio, un uomo che sa girare il mondo o forse semplicemente un maniaco dell’ordine.

Ce lo portiamo dietro solo per questa sua essenziale funzione ?

Tutti con grandi sogni, grandi aspettative, grandi viaggi alla scoperta di noi stessi pensando di essere i nuovi Buddha e poi ci dimentichiamo puntualmente il dentifricio a casa.

Non che Buddha lo usasse, ben inteso, ma è come partire senza la voglia di lavare via il vecchio per lasciare spazio al nuovo.

Un po’ come non leggere il primo capitolo del libro di testo : pensi sempre che non ti tornerà utile fino a quando il professore, indeciso sul voto, ti chiede esattamente la terza riga del quarto paragrafo del manuale e tu ti rendi conto di essere un cretino. Come hai fatto a non pensarci ? Era una cosa così semplice, così banale, così « tanto non me lo chiederà mai », « tanto il dentifricio lo portano già gli altri » e invece scopri che ragioniamo tutti allo stesso modo e rimani fregato da quei piccoli dettagli che fanno la differenza.

Non c’è la mamma come qualche anno fa che ti piega i vestiti, ci sei solo tu e il tuo beauty case, tu e le tue responsabilità.

Mutande prese, calzini pure, quel vestito non posso non portarlo, ma questa maglia ci sta troppo bene con questi pantaloni, il mascara waterproof che non si sa mai, la canottiera che metti faccia freddo, le aspirine che io lo so già che mi sveglio col cerchio alla testa domenica mattina, un costume da bagno, la macchina fotografica, la moleskine per annotare curiosità, l’ipod per isolarsi dal mondo al tramonto, soldi per le birre. E il dentifricio ? Ma che ha fatto di male per essere abbandonato in bagno e attendervi fedele al ritorno come un labrador ? Molto bene uscire tutta truccata e ben vestita la sera ma, tesoro mio, se c’hai la fiatella non farai molta strada.

Non si può partire senza la voglia di fare un viaggio, senza essere pronti a farlo.

Se credi di voler scoprire il mondo allora conta su te stessa e non c’è nulla di filosofico, non devi fare l’eremita o quella super-indipendente-super-tutto che se vuole una mano la trova al fondo del suo braccio, no. Dico solo che devi farti da mamma, pensare ai tuoi bisogni e cercare di soddisfarli senza sperare in qualche povero cristo con un tubetto di mentadent sempre pronto, qualcuno che ti trascini in giro mentre tu passiva lasci che tutto ti scorra attorno.

Se fossi in Irene Grandi riscriverei una delle sue canzoni: prima di partire per un lungo viaggio, porta con te lo spazzolino e il dentifricio.

In orario per nulla

Parigi, place du Trocaderò.

Una ragazza si siede ad un tavolino al sole, si accende una Marlboro light.

Il cameriere le chiede cosa desidera e lei, prima di ordinare una coca cola zero, si toglie gli occhiali : le piace guardare la gente nelle pupille senza filtro alcuno.

Sorride senza motivo, sembra aspettare una persona: una sua amica o il fidanzato di una vita.

Non guardarla è impossibile bella com’è, i lunghi capelli castani che incorniciano quel viso dolcemente sensuale, quegli occhi che hanno molto da raccontare. Sembra sicura di sè dentro il suo vestito nero che le dona un’eleganza senza tempo. Si accorge di me ma non sembra infastidita, mi sorride e mi dice « bonjour » anche se non ci siamo mai viste prima, ha una dolcezza che mi sorprende e mi avvolge.

C’è un momento, un istante brevissimo, proprio mentre si sta voltando in cui noto qualcosa, un luccichio nell’angolo sinistro dei suoi occhioni verdi.

Ci leggo sofferenza, un’infanzia un po’ particolare certo, di quelle che ti segnano e che, a giudicare dal suo sorriso, lei ha vinto senza nemmeno rendersi conto fino in fondo delle difficoltà.

Non sempre la leggerezza è negativa, a volte serve a mantenerci in alto senza farci affondare.

Le chiedo da accendere, mi risponde « ci siamo già viste ? » e io non so che dirle.

In un attimo ci troviamo allo stesso tavolo, le racconto la mia vita e non so nemmeno il perchè, lei mi ascolta cercando di guardarmi dentro, vuole captare ogni emozione e annuisce dolcemente.

Non m’interrompe mai e rimane concentrata, dopo un tempo che non saprei definire mi zittisco, è il suo turno.

Mi parla di suo padre e lo sguardo inizia a brillarle sognante, mi dice che è lontano ma, ben inteso, solo fisicamente. Dice che è la sua guida che le indica il cammino senza forzarla nel seguirlo, una fonte di amore incondizionato.

È molto legata alla famiglia, mi parla per un’ora dei suoi fratelli, cugini, zii senza mai smettere di sorridere.

Rompo la magia e le chiedo di sua madre, lei mi guarda con un velo di tristezza che cerca subito di nascondere e mi dice « è molto bella Parigi vero ? ». Annuisco cercando un modo delicato per scusarmi, è sempre brutto porre involontariamente domande scomode.

Ha un fidanzato, ne ha avuti molti in realtà, ed è innamorata dell’amore. Mi dice che non capisce chi ha paura di lasciarsi andare, che le ferite passano mentre il bene resta, che per quante lacrime versi un abbraccio dato con amore ti farà sempre tornare il sorriso.

La osservo stranita, sono troppo cinica per lasciarmi incantare e lei mi guarda interrogativa, mi chiede da dove nasca tutta questa paura.

Uno ci mette anni per costruire il suo bel muro di tempi comici, sarcasmo stuccato con un po’ di cinismo e infine una bella mano di autoironia per poi sentirsi dire in pochi secondi da una sconosciuta francese « dimmi da dove ti nasce tutta questa paura» ? Pensavo di essere al tavolo con una mia coetanea non con Maga Magò. Lei ride divertita, mi dice che sono pazza ma a me quella fuori dal comune sembra lei. Non ha filtri, sa aprirti il cuore e fa quello che pensa.

Le piace spendere e non se ne vergogna, le piace viziare gli altri ma arrossisce se le fai un regalo, ama amare e si butta senza reti di sicurezza, ha un viso dolcissimo ma quando decide non cambia facilmente idea. Dice di non sapere cosa le riserverà il futuro ma che ha ben presente con chi vuole guardare avanti.

Da come mi parla si vede che è caduta tante volte ma le sue ginocchia sono morbide come quelle di un bambino. Si trucca molto ma è chiaro che è una di quelle persone che al mattino appena sveglie sono belle come sul red carpet.

Sorride e mi dice « che hai da guardarmi così ? » e stiamo un minuto in silenzio.

Rispondo che non ci eravamo mai viste forse, ma che di sicuro ora voglio rivederla, che è la prima volta che incontro una persona come lei nella mia vita.

Voglio dire vi è mai successo di trovare qualcuno che riesce ad avere la forza di spostare il Vesuvio a mani nude come se stesse bevendo un bicchiere d’acqua, qualcuno che vi ascolterebbe per ore parlare di nulla solo per avervi accanto, qualcuno che dà tutto senza davvero aspettarsi nulla in cambio, qualcuno che non ha paura di ascoltare il suo cuore e che, pur amando senza freni, riesce a non farsi intimorire dalle delusioni ?

Torno a casa quando già fa buio e rido da sola mentre scrivo al computer, l’ho vista una volta soltanto e già sta facendo vacillare il mio cinismo.

Non stava aspettando nessuno e nemmeno io, ma siamo arrivate perfettamente in tempo al nostro appuntamento.

Odio relativo

Io non odio nessuno e questa è una bugia.
Odio quelli che in metro si appoggiano contro i seggiolini mobili senza sedercisi.
Io sono stanca e tu, tamarro da tre soldi che fingi di non accorgerti del mio sguardo gelido, stai lì indeciso sul da farsi: sedersi o non sedersi, essere o non essere?
Come se non avessi il coraggio di andare fino in fondo lasciando sempre le cose a metà.
Tiro ad indovinare: tu sei quello intelligente che non si applica, quello che la rincorre ma quando la guarda negli occhi scappa, quello che a monopoli non costruiva mai alberghi perchè costavano troppo e poi metti che non ci passa nessuno, quello che al posto della birra ordina una panachè.
Uno che va in palestra ma non per farsi i muscoli, quello che fa il bagno in mare ma solo fino a dove tocca, uno che mangia gli spaghetti aglio olio e peperonicino ma mi raccomando con pochissimo piccante e magari senza aglio, uno che fa sesso sempre a luce spenta. 
Toccare ma non guardare, guardare ma non toccare, appoggiare ma non sedersi.
Ad ogni permissione corrisponde una proibizione uguale e contraria, mantieni un equilibrio innaturale e infatti io rido quando la metro si ferma bruscamente e tu cadi, cioè quasi cadi, sia ma che porti a termine qualcosa.
Finalmente scendi guardandoti fugacemente intorno sperando che qualcuno, ma non molti, ti abbia notato.
Mentre ti avvii all’uscita con passo mediamente veloce e mediamente lento, penso che peggio di te ci siano solo quelli che guidano col cappello, quelli che vanno ai 50 all’ora anche in autostrada, quelli che passeggiano in mezzo alla strada mentre tu hai cinque minuti per attraversare la città, quelli che non hanno ancora capito che se hanno paura di mettersi alla guida possono prendere i mezzi pubblici, quelli che solo perchè hanno il suv non rispettano i ciclisti.
In breve, da buona italiana, odio tutti quelli che anche solo lontamente potrebbero intralciare la mia strada quando sono di fretta senza dimenticarmi di detestare quelli che corrono mentre io faccio la turista.