come un granello di sabbia

Non so se sia meglio partire o tornare.
Se sia più eccitante scoprire posti e visi nuovi o ritrovare volti amici.
Assaggiare un piatto dal gusto sconosciuto o lasciarsi riconquistare dai sapori della tradizione.
In fondo dipende tanto dal perché non ci sei, se viaggi o scappi.
Non è mica facile capire la differenza.  Io, per esempio, non saprei spiegartela.
È come partire con un bagaglio leggero pronto a riempirlo di sensazioni bellissime e momenti duri, o correre in stazione lasciando a casa una valigia troppo pesante.
Che poi è solo un’illusione, che anche se è piena di granito stai tranquillo che arriva a destinazione prima di te, come se i problemi non rispondessero alle leggi fisiche della gravità.
È dura accettarlo, voglio dire se non pesa, se non obbedisce alle leggi della natura, esiste davvero? Quanto è grande un problema?  Un metro cubo? O quanto un grattacielo?  Forse quanto un granello di sabbia che ti s’ insinua sotto la pelle e poi t’infetta, s’ infetta.
Per quanto tu cerchi di ignorarlo non è che se vai a 1000 km da casa lui sente nostalgia e ti dice “no guarda io ti aspetto qui o sai che faccio? torno da dova sono venuto ci prendiamo poi un caffè se vuoi una volta, stammi bene vecchio mio”.
No lui ha già pronti i bagagli prima che tu abbia acquistato il biglietto.
Allora, ne convieni, tanto vale toglierlo.
Certo devi riaprire la ferita e fa un male cane, se poi è tanto in profondità dopo ti danno pure due punti e capita che ti resti una brutta cicatrice, perché no in pieno volto, ma quella non è dolorosa.
Hai ragione pure tu a dirmi che se la mettiamo in questi termini non fa differenza guarire a casa davanti al camino o lontano davanti ad un pessimo caffè.
Infatti io mica volevo dirti che non devi uscire o convincerti che la tua è solo una fuga inutile, intendevo che puoi andare dove vuoi, puoi restare immobile oppure no, e potremmo discutere delle ore sul fatto che puoi restare fermo anche dall’altra parte dell’oceano così come puoi darti una mossa a dieci metri dalla casa in cui sei nato; quello che davvero sto cercando di dirti, amico, è che, ovunque tu decida di stare, l’importante è che trovi il coraggio di curarti quella brutta infezione.

Questa non è una storia d’amore.

A volte ancora ti penso.

Sono passati dieci anni e io ancora ti penso.

Ero solo una ragazzina e per un paio di mesi mi hai tolto tutto : le gambe, gli amici, la scuola, il

nuoto.

Tutto eccetto il sorriso. 

Quanto ti ho odiata forse neanche io lo so, credo però che ciò che conti sia il presente.

Stiamo quasi bene insieme, camminiamo piano, riflettiamo molto.

A volte se mi distraggo dal percorso tu sei lì al mio fianco e mi fai cedere la caviglia, un monito

come a dire di prestare sempre

attenzione ad ogni cosa, soprattutto ai dettagli.

Sì perché mica cado sui grossi massi, quelli so scalarli, sono i sassolini, le sfumature che fanno la

differenza quelle su cui davvero

scivolo.

Siamo tornate a sciare hai visto?

Abbiamo vinto quella paura irrazionale e ora siamo pure brave.

In barca ti ci ho trascinata e ti ho obbligata a fartela andare bene, ci è voluto del tempo e certo

non saremo dei fenomeni, ma ce la

caviamo.

Mi viene quasi da piangere mentre ti dedico queste righe di un amore un po’ insolito.

Si può amare una malattia? 

Beh io credo di amarti come amo il mio braccio, la mia gamba e soprattutto quella caviglia un po’

speciale, ti “amo” perché sei parte di

me.

Come ci siamo incontrate non lo so, il perchè ho smesso di chiedermelo anni fa.

La cosa paradossale è che mi hai forse un po’ danneggiata fisicamente,  ma mi hai insegnato ad

amare profondamente tutto quello

che col fisico non ha nulla a che vedere.

Una maestra un po’ severa certo, ma col tempo mi hai fatto capire che era per il mio bene.

E credo di averlo compreso davvero.

Lo sai, festeggio due compleanni: quello vero e poi il giorno in cui ti ho conosciuta, 30 aprile

2004.

Mi sono chiesta a volte come o cosa sarei diventata senza di te. 

Ora ho capito che non mi interessa scoprire chi sarei potuta essere, voglio capire chi sono.

Io sono quel 2% che si è rialzato, sono la ragazzina che faceva le corse “clandestine” in sedia a

rotelle nei corridoi dell’ospedale,

quella che piangeva a fisioterapia ma che l’ha fatta per sei anni,

sono quella che se non beve almeno due caffè al giorno diventa jack lo squartatore, la bambina

che non è contenta fino a quando

non vince sì ma nelle sfide con se stessa.

Sono soprattutto quella ragazza che se si guarda indietro sorride serena, ma che preferisce

guardare avanti.