Questa non è una storia d’amore.

A volte ancora ti penso.

Sono passati dieci anni e io ancora ti penso.

Ero solo una ragazzina e per un paio di mesi mi hai tolto tutto : le gambe, gli amici, la scuola, il

nuoto.

Tutto eccetto il sorriso. 

Quanto ti ho odiata forse neanche io lo so, credo però che ciò che conti sia il presente.

Stiamo quasi bene insieme, camminiamo piano, riflettiamo molto.

A volte se mi distraggo dal percorso tu sei lì al mio fianco e mi fai cedere la caviglia, un monito

come a dire di prestare sempre

attenzione ad ogni cosa, soprattutto ai dettagli.

Sì perché mica cado sui grossi massi, quelli so scalarli, sono i sassolini, le sfumature che fanno la

differenza quelle su cui davvero

scivolo.

Siamo tornate a sciare hai visto?

Abbiamo vinto quella paura irrazionale e ora siamo pure brave.

In barca ti ci ho trascinata e ti ho obbligata a fartela andare bene, ci è voluto del tempo e certo

non saremo dei fenomeni, ma ce la

caviamo.

Mi viene quasi da piangere mentre ti dedico queste righe di un amore un po’ insolito.

Si può amare una malattia? 

Beh io credo di amarti come amo il mio braccio, la mia gamba e soprattutto quella caviglia un po’

speciale, ti “amo” perché sei parte di

me.

Come ci siamo incontrate non lo so, il perchè ho smesso di chiedermelo anni fa.

La cosa paradossale è che mi hai forse un po’ danneggiata fisicamente,  ma mi hai insegnato ad

amare profondamente tutto quello

che col fisico non ha nulla a che vedere.

Una maestra un po’ severa certo, ma col tempo mi hai fatto capire che era per il mio bene.

E credo di averlo compreso davvero.

Lo sai, festeggio due compleanni: quello vero e poi il giorno in cui ti ho conosciuta, 30 aprile

2004.

Mi sono chiesta a volte come o cosa sarei diventata senza di te. 

Ora ho capito che non mi interessa scoprire chi sarei potuta essere, voglio capire chi sono.

Io sono quel 2% che si è rialzato, sono la ragazzina che faceva le corse “clandestine” in sedia a

rotelle nei corridoi dell’ospedale,

quella che piangeva a fisioterapia ma che l’ha fatta per sei anni,

sono quella che se non beve almeno due caffè al giorno diventa jack lo squartatore, la bambina

che non è contenta fino a quando

non vince sì ma nelle sfide con se stessa.

Sono soprattutto quella ragazza che se si guarda indietro sorride serena, ma che preferisce

guardare avanti.

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