La straordinaria storia di un uomo comune.

Mi sono sempre chiesto perché si scrive solo del dolore, della gioia, di gente che si buca e di gente che si ama, di gente con i jet e di quelli senza cibo. Ma perché nessun grande scrittore ha mai parlato di un uomo normale?

Badate bene che non mi riferisco ai finti tranquilli, a quelli che fanno attraversare le vecchiette, timbrano il badge e poi strangolano dieci prostitute per dimostrare che sono potenti. E nemmeno di quelli tanto cuccioloni che poi alle tre di notte si scolano una bottiglia di whiskey mentre la moglie pensa solo a ricordargli che sono  dei falliti e che si sarebbe dovuta sposare quel ricco industriale come diceva sua madre.

Non gioco alle macchinette, non vado con le prostitute, non ho perversioni sessuali particolari. Sono una persona comune e, per pura ironia della sorte, in Comune ci lavoro. Forse è per quello, verrà da pensare, forse è per il tuo lavoro in Comune che sei diventato comune. Non lo so, ciò che è sicuro è che non sono un eroe. Non salvo gattini, non ho idee alla Steve Jobs e non ho mai fatto free climbing. Non sono un donnaiolo, non ho avuto un’infanzia travagliata e non ho mai partecipato ad un rave. Non ho mai fatto più di dieci giorni di ritardo per riconsegnare un dvd, non ho mai fatto una seduta spiritica, ho picchiato mio cugino solo una volta quando avevamo sette anni. Non ho figli, non ho mai avuto storie adulterine e vado in palestra solo il giovedì.

Ora vedete bene che rispetto ai vari personaggi di libri, film, canzoni, io sono noioso, assolutamente noioso. Ma la noia non è un sentimento di cui la gente parla volentieri. Per i cercatori di emozioni parlare di noia è come chiedere un colloquio col Papa e dirgli che veneri  Satana. Come andare in macelleria e chiedere un hamburger di soia, in una spiaggia per nudisti con il burqa. Perché la gente ha paura della noia come i bimbi del mostro sotto il letto.

E se la guardate in quest’ottica su di me dovrebbero scrivere un libro in tre volumi perché io, che tra le altre cose mi chiamo Mario Rossi che è il nome più comune della storia, non ho paura della noia, della quotidianità. Non ho paura del caffè alle sette e dieci del mattino, della benzina il martedì pomeriggio, del brasato il sabato a pranzo.  Ma vi dirò di più ed è adesso che voi, voi assetati di eroi, inizierete a pensare che ci vuole del fegato per essere noiosi. Volete sapere perché? Perché ho avuto il coraggio, lo straordinario coraggio, di guardarmi allo specchio e ammettere che ho paura.

Ho paura di Achille, di Icaro, ho paura d’innamorarmi perché la mia gatta Penelope è scappata la prima volta che ho provato ad accarezzarla e non è mai più tornata. Ho paura d’innamorarmi, di fare un lavoro che mi consumi anche i denti, di avere più zeri in banca che libri da leggere. Ho paura di morire e di scottarmi con la zuppa se non ci soffio sopra ma il bello, l’unica cosa che veramente amo di me, è che non ho paura di ammettere che ho paura. Perché non è vero che col tempo passa anche la paura di calpestare la riga delle piastrelle, io in casa ho ancora la moquette.

E allora vivo la mia vita tranquilla, un posto fisso, gli amici di una vita, un libro ed un bicchiere di vino prima di chiudere gli occhi e se li chiuderò davvero sarò sereno.

Cosa vuol dire in fondo osare? Non ho forse osato abbattendo il tabù che tutti abbiamo, non ho osato gridando a bassa voce che ho paura e che sì, sono noioso? E mi chiedo perché nessuno ancora abbia scritto su di me, su Mario Rossi, l’impiegato comunale. Su Mario Rossi, quello che sorride e che va in Liguria ad Agosto da quando aveva cinque anni. Quello che ama la vita sì, ma a modo suo. Perché non è che tutti dobbiamo diventare ministri o rock star, non è che tutti dobbiamo arrivare ai vertici o cadere in un precipizio. Diciamo che io me ne sto seduto ai piedi della montagna e vedo tutti, uno dopo l’altro, arrivare in vetta o morire provandoci ma stai sicuro che sia che tu salga sia che tu precipiti, mi troverai sempre lì all’ombra di quel rigoglioso tiglio con un bicchiere di vino rosso e quel libro che ho sempre amato tra le mani. Non sono un eroe ed è proprio per questo che dovrebbero scrivere su di me, perché nessuno di noi è un eroe ma io ne sono consapevole.

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