La notte è appena iniziata

Eccomi qui, sono arrivato finalmente. No, non svegliarti amore, non voglio disturbarti. Che bei capelli che hai, è come infilare il naso in un campo di grano accarezzato dal vento. Non coprirti Amore, non devi sentire freddo, sono qui io per scaldarti. Puoi sentirmi? Puoi sentire il mio fiato sul collo? Non svegliarti, la notte è appena iniziata. Sono arrivato tardi, lo so, ma adesso sono qui per restare, per starti accanto ogni notte, accarezzarti il viso, guardarti dormire. Non svegliarti amore, lasciami stare ancora qui con te, al sicuro. Non aprire gli occhi, non guardare com’è brutto il mondo fuori, il dolore che c’è appena oltre la soglia lasciamolo lì. Stai qui con me al riparo dalla luce, nel buio che nasconde le ferite, le mie ferite. Restiamo così per sempre, tu placido nel tuo sonno e io qui, modellato per aderire ad ogni tua ansa, ad ogni tua cellula. Restiamo così per sempre, nella pace del tuo letto, lontano da chi ci ha negato di poter essere felici, lontano da chi ci vede colpevoli solo di ciò che muove il Sole e le altre stelle. Ci hanno detto che si può amare solo ciò che è nato diverso da noi, e io ti sono diverso. Tu alto, bello e forte. Io invece mi sento così piccolo, così fragile che il cuore mi va in frantumi al solo immaginare una brezza leggera. Ti sono così diverso, allora perché m’impediscono di amarti? Ho creduto davvero di poter cambiare il mondo, te lo giuro, ma ho scoperto che fatico a cambiarmi i vestiti la mattina. Il mondo è troppo pesante per le mie spalle, mi ha schiacciato il petto fino a soffocarmi. Mi hanno detto che sono sbagliato, che il mio cervello non funziona, che sono malato nella testa. Ho urlato la mia innocenza, colpevole solo di amare ogni fibra del tuo essere. Mi hanno condannato senza appello, sentenza passata in giudicato. Mi hanno condannato a starti lontano, a non vederti, non chiamarti, a non pensarti. Hanno buttato via la chiave di una prigione mentale di cui non ho trovato la porta. Ma adesso sono qui, puoi sentirmi? Dicono che si ami con tutto il cuore ma sono stronzate. Non si ama che con l’anima, ed è questo di cui io ti faccio regalo, la mia anima per sempre. Hanno voluto dirmi per chi doveva battere il mio cuore e ce l’avevano quasi fatta. Per cosa batte un cuore svuotato dall’amore? È come quell’albero che cade in una foresta disabitata, nessuno può sentirne il rumore. Così ogni battito non porta vita, ma solo sangue tiepido, solo agonia. Ho riempito la vasca di acqua calda, ho preso il rasoio. Non ho sentito dolore, non preoccuparti. Ho pensato solo a quando sarei potuto arrivare da te, nel silenzio della notte, al tuo fianco. Ho guardato il sangue che iniziava a mescolarsi con l’acqua, due liquidi diversi che si fondono fino a non potersi più dividere. È quello che avrei voluto per noi due. Non ho sentito dolore, solo un po’ di freddo, solo il cuore che piano piano rallentava, come una macchina quando si alza il piede dall’acceleratore. Ho lasciato in quella vasca tutto il dolore, l’ho sentito fluire piano dalle vene per lasciare spazio solo all’essenziale, a quella mia anima che è nata sbagliata, che è nata per amare te. Quando suonerà il telefono, quando ti diranno, quando saprai promettimi di non odiarmi, non potrei sopportare anche il tuo, di odio. Ti prego non giudicarmi, non pensare a nulla, quando ti sveglierai. Io volevo stare accanto a te ma era l’unico modo che mi hanno lasciato.  

Mamma, che fatica.

 

Il fatto è che non se ne parla abbastanza. O meglio, se ne parla, ma non nel modo giusto, non nel modo vero. Siamo schiavi di un tabù, di un mito, della felicità totalizzante che non permette obiezioni pena il declassamento a depressione post partum, una semplice condizione clinica indotta dagli ormoni. Le frustrazioni vengono dette a mezza bocca, ridendo, poco più di una battuta oppure anticipate da preamboli degni delle migliori prefazioni a libri che però non esistono. Anche guardandoci allo specchio, anche con noi stessi, diciamo che tutto viene ampiamente compensato, ripagato, superato e il dolore dimenticato, cancellato. Anche con gli altri genitori, con l’altro genitore, quell’urlo che abbiamo esce come un sibilo, un ultrasuono, una pallida eco di quella voragine che ci cresce nel petto. E la verità è che è colpa nostra, quella voragine è anche colpa nostra. Perché tacendo le sofferenze, banalizzandole come fasi transitorie della durata di un tempo comico, parlandone come se fossero parentesi in un libro di migliaia di pagine, ecco riducendone le dimensioni noi creiamo aspettative che poi non riusciamo a soddisfare.

 

Veniamo lanciati nel mondo della genitorialità come scimmie nello spazio, senza aver ancora davvero capito fino in fondo il pianeta Terra e trovandoci di colpo a fluttuare in un’orbita di cui ci sfugge la destinazione.

 

Ci hanno detto tutti che sarebbe stato il cambiamento più bello della nostra vita allora cos’è questa frustrazione, questa incapacità di gestire me stessa che sento crescere dentro? Perché se dev’essere solo bello ed ampiamente compensato, perché se così dev’essere quando posso prendermi un paio d’ore per me mi sembra di essere andata alle Seychelles anche se ho solo fatto la piega, preso un aperitivo, nuotato più in là della boa? Perché il pianto disperato delle tre di notte mi soffoca come un cuscino premuto sul volto e no, non provo amore cambiando la creatura quando ancora non ho capito se si tratta di un sogno lucido o una disincantata realtà? Perché poi quando ricevo un abbraccio, un sorriso con pochi denti o una carezza con le mani cicciotte sento il ventricolo sinistro allargarsi di quattro millimetri e dico “perché non mi sento sempre così se è così che dovrei essere sempre”?

 

Perché devo sentirmi così terribilmente sbagliata, in colpa, cattiva se non vivo come nelle fiabe?

 

Sono io, siamo noi?

 

Perché dell’amore, delle amicizie, dei rapporti umani in generale si assume che ci siano dei momenti di gioia assoluta, momenti di complicità, ma anche rabbia e tristezza in buona misura mentre la genitorialità deve avere un amore sconfinato e tristezza in tracce trascurabili? Perché, anzi, in amore si diffida delle coppie che non litigano mai mentre si guarda con compassionevole rimprovero un genitore esausto?

 

Un’altra depressa, che pesantezza. Lo vedo che lo state pensando.

 

Invece sapete che vi dico? Che mi sento coraggiosa per una volta, perché ho la forza di dire che non tutto è rosa e fiori, ma sono comunque un genitore, una mamma e posso essere brava, perché sto imparando a riconoscere le mie fragilità.

Vorrei chiudere con qualcosa di motivazionale, di sprono, ma credo che terrò queste righe come una coccola a me stessa, come se mettessi nero su bianco che non sono sbagliata se provo questi sentimenti, che sentirsi capiti, a volte, è già di per sé una motivazione per andare avanti.

 

Cocci di tegola

Questo è il pezzo di cui avevo bisogno. Come se ci fosse un fiume che mi scorre dentro e io potessi finalmente prenderne una manciata con le mani e buttarla sopra il foglio, ecco mi sento un po’ così.
Questa ossessione del lato positivo, del trovare il bello, questa fissazione con la felicità, le difficoltà viste solo come rafforzamento di noi stessi mi turbano. Abbiamo perso la voglia di scendere nei nostri inferi, di guardare la sofferenza negli occhi e vederci la tristezza. Anziché entrare in contatto con la sofferenza, viverla e sentire che ci pervade in ogni cellula come quando attraversiamo una nuvola, ecco noi preferiamo scappare, voltarci, correre, darle le spalle sperando che sia come da bambini quando tappandoci gli occhi eravamo convinti che se noi non vedevamo la mamma, di sicuro nemmeno la mamma poteva vedere noi.  Invece questa nuvola ci segue, s’ingrandisce, acquista peso e pioggia, diventa un cumulonembo, si fa nera, ci oscura il sole e noi ancora lì, a spalmarci crema protezione cinquanta pensando che sia solo una nuvola di passaggio, qualche frase motivazionale sul non può piovere per sempre la scaccerà via. Inizia a tirare vento e noi pensiamo alla brezza, non allo spostamento d’aria che precede le tempeste, rimaniamo lì, con gli occhiali da sole e le mani sugli occhi, pensando che se non guardiamo la sofferenza lei non possa trovarci. Così mentre tutto intorno si alza l’uragano, mentre volano le sdraio, le auto, mentre la sabbia ci ferisce come proiettili, noi stoicamente ci rannicchiamo, chiusi nelle nostre piccole convinzioni e pensiamo solo che finita la tempesta tornerà il sole e tutto splenderà, magicamente, come nelle favole. Non ci siamo accorti che la nuvola ci è entrata nel petto, che è il cuore a soffiare così forte, a implorarci di guarirlo, di guardarlo, che siamo noi il nostro uragano.
Otto anni fa mia Nonna si è suicidata, era un mercoledì sera. Saranno state le 20.30 circa, era giugno e fuori il cielo si preparava a tramontare. Ha salutato la badante e le ha detto che si sarebbero viste l’indomani alla stessa ora. Si è tolta il pigiama e l’ha rimesso nell’armadio, ha indossato il vestito buono, la collana del nonno. Ha piegato sul letto il sacco a pelo che usava quando andavamo sulla loro piccola barchetta, gli ha messo accanto il pareo giallo che indossa in ogni foto al mare. Si è tolta gli occhiali che le avevamo regalato, quelli con l’apparecchio acustico integrato che costavano troppo per lei, che lei non se la meritava una spesa così, che li usassimo per noi quei soldi. Ha preso il calendario e sulla data del 15 giugno 2016 ha scritto “siete i miei grandi amori”. È uscita sul terrazzo, ha spinto la seggiolina vicino alla ringhiera, si è sfilata le ciabatte senza la solita precisione, quella destra era girata sul lato. Ha scavalcato per arrivare su quella breve fila di tegole che la separava dalla piazza. Forse mi ha pensata, forse ha avuto paura, forse ha sentito un peso andarsene, quello di una vita che per lei non valeva più di essere vissuta. Non lo so se ha saltato in alto o se ha fatto un passo nel vuoto.
Al suo funerale non riuscivo a piangere, mi ero imposta di dover tenere insieme i cocci rimasti di mia madre. Non riuscivo a percepire le crepe che si formavano nella mia anima. C’è stata rabbia, una rabbia indistinta, cieca e verso chiunque, per tanto tempo. Verso la mia famiglia, che non voleva parlare del lutto e che sembrava ricordare la nonna come se fosse morta così, un infarto il lunedì mattina. Come se si ostinasse a spargere profumo di rose mentre io camminavo su una montagna di merda fumante. Ero arrabbiata con mia nonna, che mi aveva fatto questo, a me, come se avesse scelto il suicidio per ferirmi, e non per tacere quel grido che sentiva anche lei, da qualche parte, dentro il petto.
Ero arrabbiata con me stessa che non ero riuscita a salvare quella povera anima candida, che non avevo visto tutta quella sofferenza, che avevo permesso che lei preferisse morire anziché  abbracciarmi ancora una volta la domenica a pranzo.
Ho smesso di scrivere per così tanto tempo, perché c’era quella vergogna di smascherare le mie colpe e quell’urgenza di parlare solo di lei, di mia nonna che si è buttata dal tetto di casa sua ed è volata via da me.
Ho smesso di scrivere per così tanto tempo e ho provato così rabbia, così tanta, che di tutti questi cocci io non sapevo che farmene, li avrei voluti bruciare, polverizzare, buttare nell’indifferenziato.
Poi ha aperto una piccola libreria indipendente e la sua proprietaria ha deciso di fare dei corsi di scrittura una volta al mese e ho pensato che obbligarmi a stare davanti ad un pc, obbligarmi a consegnare un testo in un tempo limitato fosse un buon modo per riprendere, piano piano, a scrivere qualcosa in più delle mail di lavoro.
Mi è anche venuta voglia di iniziare, finalmente, un percorso di psicoterapia e sto trovando le lenti giuste per mettere a fuoco quello che mi ribolle nell’anima.
Penso di aver senza dubbio superato le 3600 battute, ma Vittoria dice sempre che scrivo poco, così anche se questa volta ho infranto le regole so che, almeno per me, ne è valsa la pena.
Non so dire se questo corso di scrittura e la psicoterapia siano la polvere dorata del mio kintsugi, ma mi danno il coraggio di entrare dentro alla sofferenza e trovare un posto comodo da cui parlare.

I sogni non contano nulla

La differenza tra la camminata e la corsa è la fase aerea: mentre corriamo c’è un preciso istante in cui entrambi i piedi sono staccati da terra, per aria, un attimo in cui stiamo volando per davvero. La camminata, invece, ci tiene con i piedi per terra, pesanti, goffi.
Si potrebbe pensare allora, guardando Riccardo camminare veloce per via Giobert, che quel ragazzo sia così felice da aver voglia di correre, di saltare di gioia, ma che stia cercando di contenersi per pudore. A ben pensarci, la corsa è quasi sempre mossa da due sentimenti
opposti: la gioia e la paura. Si potrebbe allora pensare che Riccardo stia scappando da qualcosa o da qualcuno: da un brutto voto in classe, da un rifiuto, dalla mamma che l’ha sorpreso a fumare di nascosto.
Se solo potessimo percepire le emozioni altrui senza mediazioni, se solo sapessimo leggere immediatamente cosa si cela oltre i muri di silenzi, la sofferenza alla fine della rabbia, il cuore
che pulsa dietro un’apparente indifferenza, se solo non fossimo tutti daltonici davanti alle sfumature dell’anima non ci saremmo sbagliati nell’interpretare la camminata veloce di
Riccardo.
La realtà è che Riccardo ha fretta, che via Giobert ha una salita ripida e scoscesa, i marciapiedi sono sconnessi e l’odore dello smog è nauseante nelle ore di punta. La verità è che non ci sarebbe nessun valido motivo per percorrerla a piedi se non fosse la via più breve per tornare a casa, e la brevità è certamente un’ottima ragione per uno che ha fretta come Riccardo. Via Giobert non solo gli consente di ridurre il tragitto fino a casa, ma la pendenza della salita rappresenta un buon deterrente che gli assicura di incontrare il minor numero possibile di
compagni.
Riccardo cammina veloce e senza fermarsi, senza quasi voltarsi fa un cenno di saluto a due ragazze che ricambiano agitando per aria le mani. Tacco, punta, tacco, punta, un ultimo sforzo, un ultimo passo, finalmente a casa.
Sente la porta sbattere dietro di sé e tira un sospiro di sollievo.
Chiude la porta della sua stanza, apre il pc. Mette il muto, navigazione anonima. Chissà poi, si chiede Riccardo, perché si dice navigare in Internet e non scavare, volare, saltare: forse perché su internet ci si perde non come in un labirinto, soffocati dalle pareti, ma come in mare
aperto, nauseati dalle infinite possibilità che ci circondano ed incapaci di scegliere una rotta senza provare rimorso per quelle che non abbiamo seguito.
Riccardo scrolla la testa, non deve distrarsi, non oggi, non adesso. Si toglie la cintura, piega i pantaloni mentre la mano trema lievemente; si accovaccia sul letto, il pc aperto sulla sedia accanto a lui. Sullo schermo c’è l’anteprima del video di cui tutti i compagni parlano e lui non sarà da meno. Inspira profondamente, socchiude gli occhi, cerca di sgomberare la mente.
Tutto si fa buio e calmo nella testa mentre il cuore fatica a rallentare: espira, apre gli occhi, preme play.
Ci sono due ragazze bionde su un letto sfatto: si baciano, le mani sfiorano i due corpi seminudi, le bretelle dei reggiseni scivolano sulle braccia toniche. Riccardo osserva, è concentratissimo, la fronte si aggrotta. I suoi compagni hanno detto che è un video incredibile, da capogiro,
eccitazione allo stato puro. Ecco, un reggiseno adesso è stato slacciato, una ragazza schiude le labbra mentre l’altra le bacia il collo. Riccardo continua ad osservare, concentratissimo.
Quanto tempo impiega uno stimolo visivo piacevole ad arrivare negli slip?
Sicuramente più di tre minuti, pensa Riccardo, guardando da quanto tempo è iniziato il video.
È probabile che ci vogliano dieci minuti: prima di tutto i fotogrammi colpiscono le pupille che devono avere la giusta dilatazione; le immagini percepite dall’occhio destro e dall’occhio sinistro devono poi essere assemblate. In un miope come lui ci vorrà almeno un minuto e mezzo, pensa. Il tutto dev’essere poi tradotto in impulso elettrico che viaggia tramite le cellule
nervose fino al cervello il quale decide, in tutta coscienza, come classificarla.
Non essendo un tipo istintivo, ragiona, solo la classificazione del tipo di percezione impiegherà un minuto e, se sommiamo i sicuri trenta secondi di traduzione degli impulsi elettrici, si arriva facilmente a tre minuti. Si rilassa immediatamente al pensiero che tutto stia procedendo secondo i suoi calcoli mentre sullo schermo vede un perizoma di pizzo bianco scivolare giù da un polpaccio glabro.
Una volta che il cervello opta per una classificazione erotica dell’immagine, è necessario che attraversi tutto il corpo fino alle mutande e, essendo alto un metro e ottanta, calcolando che l’impulso deve schivare polmoni, stomaco, fegato, pancreas, tutto quel groviglio d’intestino ed infine la vescica, sicuramente ci vorrà un minuto e mezzo. La schiena della bionda sullo schermo s’inarca, stringe le lenzuola con le mani mentre si morde il labbro inferiore.
Arrivato tra i peli pubici, pensa Riccardo, l’impulso deve richiamare un bel po’ di sangue, l’ha studiato sul libro di biologia. Ora, riflette, calcolando che ci vuole molto sangue per le funzioni vitali, un altro po’ per finire di digerire la focaccia dell’intervallo, un po’ per non sentire freddo senza pantaloni, è normale che l’impulso debba tornare al cervello per cercare di capire quanto sangue può davvero finire nelle mutande. Vanno dunque aggiunti ancora cinque minuti
necessari per un viaggio pube-cervello, il tempo tecnico per fare la stima dell’esatto quantitativo di sangue e, naturalmente, per la deviazione che lo stesso deve fare verso il corpo cavernoso. Curioso, pensa Riccardo, che si chiami corpo cavernoso quello che, a tutti gli effetti, tende all’esterno. Ha sempre pensato alle caverne come a cunicoli freddi scavati nelle viscere della Terra, non come ad un corpo caldo che si affaccia sulla superfice del mondo.
Il video s’interrompe. Sarà sicuramente l’ennesimo problema di connessione, dannato wifi.
Attende invano qualche secondo: si è sbagliato, il video è finito, sono passati tredici minuti.
Secondo i suoi calcoli, sempre approssimativi per difetto, sono necessari nove minuti e mezzo dall’inizio dello stimolo visivo perché il sangue inondi il corpo cavernoso e lo distenda.
Probabilmente si è distratto troppo, la mente ha vagato, ecco perché non è successo nulla nemmeno nei tre minuti e mezzo in eccedenza.
Rispedisce nello stomaco la saliva amara. Non è il caso di agitarsi, i compagni hanno detto che il video è pura eccitazione ma non hanno specificato se sia successo da subito, al primo sguardo, o se invece sia necessario prima carburare. Sicuramente è così, bisogna rivederlo assolutamente. Nemmeno la sua canzone preferita gli era sembrata un gran ché al primo ascolto. La seconda visione, inoltre, porta con sé un enorme vantaggio: avendo già ricevuto gli stimoli necessari, i nove minuti e mezzo calcolati in precedenza vanno praticamente azzerati permettendogli tredici minuti di piacere. Deve solo rilassarsi e il corpo farà tutto da solo in automatico.
Inspira, chiude gli occhi, cerca di sgomberare la mente. Espira, apre gli occhi, preme play.
Le due ragazze sono di nuovo sul letto a baciarsi. Un minuto e mezzo di video, nelle mutande
tutto tace. Deve solo liberare la mente e accadrà come succede di notte, quando si sveglia eccitato e con il pigiama bagnato. Gli piacciono quei risvegli placidi, nel silenzio ovattato della notte, con quella leggera sensazione elettrica lungo la schiena, protetto dal piumone. Il tempo
sembra scorrere lento durante quei risvegli, ascolta il suo corpo galleggiare in un limbo fluttuante che finisce solo al primo suono della sveglia.
Sente il calore aumentare tra le cosce, è il sangue dalle periferie che avanza calmo nel corpo cavernoso. Riccardo irrigidisce la schiena per la sorpresa, si sente così fiero: i suoi calcoli erano esatti. Riapre gli occhi; le due ragazze sono ancora sul letto a baciarsi, hanno entrambe i capelli biondo platino.
Il cuore inizia a battere forte, far ripartire il video è stata un’ottima idea, sente l’eccitazione di cui parlavano i suoi compagni: si sente normale.
Deve solo finire il lavoro e domani potrà andare a scuola e commentare questo video pazzesco, dire quante volte di seguito l’ha guardato, quanto si è eccitato, quanto ha goduto.
Deve solo finire il lavoro e raccontare tutto ai compagni, così la smetteranno di scrivere sulla lavagna quella frase, quella parola, quella bugia assoluta: “Riccardo cuor di ricchione” diventerà un brutto ricordo, una cosa da niente. Sarà per tutti Ricky, il ragazzo normale della prima B. Deve solo concentrarsi.
Sullo schermo vede un groviglio di mani e capelli biondo platino, il calore è sparito. Non vuole farsi prendere dal panico, è solo un attimo di distrazione, tutto quello che deve fare è respirare,
osservare, eccitarsi. Sono passati sei minuti di video, ne rimangono ancora sette; sullo schermo ci sono delle mutandine di pizzo che cadono sul pavimento.
Di notte sembra tutto così semplice, così naturale, cosa può esserci di tanto diverso ora?
Chiude gli occhi, risale la corrente dei ricordi come quei salmoni dei documentari. Un guizzo fuori dall’acqua per evitare gli attimi dolorosi, per non vedere le risate dei compagni quando
passa tra i corridoi. Un altro per non sentire i loro sguardi perforargli il cranio. Ancora un guizzo ed eccolo, finalmente, a quella notte sotto il tepore del piumone, ancora prima, a quel risveglio con qualche fremito, la fronte imperlata di sudore e ancora più indietro, un attimo prima di aprire gli occhi, a quel sogno.
I sogni non contano nulla, puro delirio della mente. Quante volte ha sognato di picchiare Anita, quella insulsa smorfiosa che lo chiama frocio, ma questo non fa di lui un aggressore. Quante volte ha sognato di volare in alto, sopra le torri mozze della sua città, ma questo non fa di lui un ragazzo con dei super poteri. Quante volte ha sognato di baciare Giacomo, quel compagno alto e moro della terza C, ma questo non fa di lui un ricchione. Sono solo sogni, non abbiamo
nessun controllo su di loro né loro, è evidente, hanno influenza su di noi. Certo, quando sogna di picchiare Anita si sveglia pieno di energia, pronto ad affrontare il mondo a muso duro; quando sogna di volare si sveglia leggero e quando sogna di baciare Giacomo si sveglia felice, ma sono poco più che sensazioni che svaniscono al primo sorso di caffelatte: non farebbe male ad una mosca, soffre di vertigini e non è quella parola con la effe.
Le argomentazioni sono più che valide, anzi solidissime, Riccardo allora può concedersi senza sensi di colpa di ricordare tutti quegli attimi in cui ha sognato Giacomo: la sala dello spazio Kor
è in penombra, il velluto blu dei sedili lo fa sentire in fondo al mare, in pace. Qualcuno gli bisbiglia all’orecchio sinistro, è una voce familiare ma le parole sono confuse. Si gira: è Giacomo. Voltandosi Riccardo gli ha accidentalmente urtato il naso ma lui non si è mosso, è immobile e lo fissa dritto negli occhi. Le pupille si dilatano, si allargano come pozzanghere durante i mesi di pioggia, assorbono quanta più luce possibile, una boccata d’ossigeno prima di un’immersione e infatti le palpebre si chiudono, il collo si protende, le labbra si sfiorano, ridono, assaggiano quel sapore di scoperta e crema per i brufoli.
Nella luce pomeridiana della sua stanza, Riccardo sente un fuoco arrivare sotto le mutande: è una sensazione netta, potente, che non può ignorare. Si ripete che sono solo sogni mentre asseconda il suo corpo e si accarezza il ventre con una mano. Non c’è nessuna colpa nei
sogni perché non c’è volontà.
Il calore aumenta, la mano scende sotto l’elastico delle mutande, non era mai arrivato a tanto.
Ci siamo, pensa, e apre gli occhi sul video delle due ragazze biondo platino. Bastava un piccolo aiuto, nulla di più, deve solo finire il lavoro e tutti gli altri ragazzi sapranno finalmente che anche
lui è normale, come tutti. Mentre la mano esplora, mentre gli occhi sgranati fissano il computer, Riccardo sente la testa alleggerirsi e volare di nuovo fino alle poltroncine di velluto blu, nel
posto accanto a Giacomo, le mani sul suo viso, le labbra voraci e incollate. Gli occhi guardano uno schermo dai contorni sempre più sfocati mentre la fantasia di Giacomo diventa più nitida.
Sente che il sogno sta cercando di scavalcare quel confine armato della volontà, d’insinuarsi in quella zona grigia che non esiste, non deve esistere.
Vuole smettere, deve smettere, ma si sente come da bambino in spiaggia, con paletta e secchiello a difendere il castello di sabbia dalle onde del mare. Si affanna mentre la corrente sembra alzarsi, un’onda allaga il fossato, si ritira, Riccardo con la paletta butta fuori acqua.
Un’altra onda, di nuovo, invade il fossato fino a eroderne le fondamenta, si ritira. Con le mani Riccardo compatta la sabbia, ne raccoglie una manciata, tampona. D’improvviso viene travolto. Avverte una scarica lungo la schiena, l’onda lo scavalca, incurante, lo travolge, spolpa
in un secondo quei granelli impilati uno alla volta per tutta la vita, li trascina in mare, rimescola tutto ciò che incontra, distrugge, scoperchia. Si ritira.
Riccardo è immobile al centro del letto, gli occhi chiusi, la mano bagnata. Se solo adesso riuscisse ad addormentarsi, se solo non dovesse aprire le palpebre fino a domani mattina, se solo non sentisse una lacrima corrergli lungo la guancia, potrebbe dirsi che è stato tutto un
sogno e i sogni, si sa, non contano nulla.

Rubrica gastronomica Ripieno di Autostima

Caro lettore,

in questo particolare periodo dell’anno dove le giornate fredde e uggiose ci costringono a passare maggior tempo da soli tra le mura di casa, la rubrica gastronomica Ripieno di Autostima ha selezionato per te due ricette di cui non potrai fare a meno.

Autocommiserazione: due gocce di vittimismo, una manciata di ingiustizie, mescolare con persone meschine e servire con qualche lacrima a temperatura ambiente, voilà.

I vantaggi di questa ricetta includono un immediato stato di benessere e ottima idratazione oculare; tutti gli ingredienti sono facilmente reperibili nella propria comfort zone.

Attenzione: si ricorda che l’utilizzo prolungato di autocommiserazione all’interno della propria dieta potrebbe portare a scarsa capacità di analisi, bassi livelli di empatia e miopia morale. Si rilevano inoltre numerosi casi di autocommiserazione cronica, da sempre correlati alla cecità verso i propri errori. Se ne consiglia dunque un uso fortemente limitato ai casi di assoluta necessità o come antipasto all’autocoscienza.                   

Attenzione: proseguendo oltre nella lettura verrà illustrata una ricetta i cui ingredienti vanno reperiti in luoghi remoti quali il proprio io e il mondo oltre i punti neri del naso. In caso di malessere improvviso fuori dalla propria comfort zone si consiglia l’assunzione di quattro gocce di negazione della realtà a rilascio immediato.

Autocoscienza (difficoltà massima): otto germogli di pure io ho sbagliato e lo riconosco, un chilo di se è vero che gli altri sono stronzi ed è vero che, escluso per me stesso, io sono uno degli altri per tutto il resto del mondo allora anche io posso essere stronzo, aggiungere autostima nella giusta misura (un eccesso rovinerebbe l’equilibrio dei sapori appiattendo tutti gli altri ingredienti, una dose insufficiente renderebbe il piatto ricco di potenzialità ma povero di gusto), condire con autocritica costruttiva e una spruzzata di amor proprio.     

Avviso: in merito ai germogli di pure io ho sbagliato e lo riconosco, si consiglia una sbollentatura prima dell’utilizzo per evitare il classico effetto amaro in bocca. Circa il chilo di anche io posso essere stronzo, si consigliano sperimentazioni di nuovi sapori con l’empatia vegana: sono stato mai un carnefice? E, se sì, ho commesso verso altri ingiustizie di cui adesso ritengo di essere vittima? Autostima, per il calcolo della giusta dose si consiglia una proporzione di due parti di autostima ogni parte di autocritica costruttiva.

Il consumo regolare di autocoscienza è consigliato ad ogni età contribuendo alla crescita personale e alla prevenzione dell’irrigidimento muscolare sulle proprie posizioni.

Si ricorda che una dieta varia è fondamentale per la propria salute mentale, si raccomanda dunque una preponderanza di autocoscienza intervallata da occasionali porzioni di autocommiserazione per potenziare gli effetti terapeutici di entrambe le preparazioni.

Te l’ho mai detto che ti odio?

Te l’ho mai detto che ti odio? Penso proprio di no. In realtà ne sono ragionevolmente sicuro, è un pensiero che ho elaborato da poco, me lo ricorderei se te l’avessi detto. Ne è passato di tempo, così tanto che sotto i ponti sono passati acqua, tronchi e magari anche qualche cadavere di quegli omicidi di cui leggi nella cronaca nera la domenica.

Non fraintendere, non te lo dico con risentimento, né con tristezza: te lo dico come constatazione, per amore della verità. Te lo dico con lo stesso spirito con cui un ufficiale dell’anagrafe timbra un certificato di nascita, per far sapere al mondo che è reale: io ti odio.

Ti chiederai perché arrivo dopo così tanto tempo, dopo che anche i termini della prescrizione sono scaduti. La verità è che non ci avevo mai pensato, ho sempre riempito le mie giornate: il lavoro, gli amici, i viaggi, la famiglia. Ho sempre avuto un moto perpetuo, senza pause, un ritmo perfetto.

È colpa della pandemia. Ci hanno messi in pausa, come levrieri ai blocchi di partenza ma questo cancelletto non si abbassa mai. Hanno fatto bene, è pacifico, ma il punto è che mi hanno fermato. Ho bevuto vino, impastato pizze, sfornato torte, ho addirittura preparato un arrosto ma non sono comunque riuscito a riempire ventiquattro ore. Ho letto libri, visto film agghiaccianti, fatto addominali, ma arrivava sempre il momento del silenzio, del vuoto. La mente umana non è fatta per non pensare, ho cercato di lottare come tentando di educare un jack russel iperattivo ma ho perso. Dicono sempre “non pensarci, cerca di distrarti, vai a fare un giro”, ma il tour del salotto ha perso quasi subito la sua attrattiva.

È successo all’improvviso: mentre mi lavavo la faccia mi sei venuta in mente tu. Non è vero che il tempo è galantuomo, il tempo è un manipolatore di ricordi, è un operatore ecologico che divide la carta dall’organico, che decide se lasciarti i bei momenti o le brutte sensazioni. Io i bei momenti quasi non me li ricordo, forse sono diventati fertilizzante per un campo di tulipani. Mi sono tornate in mente le discussioni, le volte in cui mi hai abbandonato come un cane. Ho elaborato delle risposte perfette, sai? Solo che mi sono sentito come un comico che ha perso il tempo, come un vecchio che ritrova il senno, sì, ma il senno di poi. E non è nemmeno vero, se è questo che stai pensando, che ti odio per il male che mi hai fatto, per come mi hai trattato. Il punto è che odio me stesso, ma fatico ad ammetterlo, per come ti ho lasciato il manico del coltello, per come ti ho aiutata a spingere più a fondo la lama, a darle un quarto di giro. Ho raccolto briciole convincendomi che fossero il tuo amore senza mai alzare la testa: vedi bene che il problema non eri tu, a pensarci bene solo uno stupido non l’avrebbe capito, e io lo sono stato.

Tu adesso sarai lì, leggendo, pensando che stia per arrivare la chiusa filosofica, il pensiero profondo che risolve il dilemma dell’eroe, la morale che ci tira fuori da questo pozzo di tristezza e ci riporta in un campo fiorito ad osservare la forma delle nuvole.

Non sono ancora arrivato a questa fase, è come l’elaborazione del lutto, ho superato la rabbia, mi sono fatto trasportare da un pensiero estemporaneo col viso pieno di sapone, ho cercato di asciugarmelo ma gli occhi sono ancora umidi.

Quando riaprono vengo a trovarti e ti dico che sei una stronza, sarò fuori tempo comico ma voglio solo far sorridere me stesso. O forse, quando riaprono, tornerò a chiuderti sotto la cicatrice che ho sul gomito; fatemi uscire, che a stare qui mi sanguina l’anima.

In apnea

Quelle che state leggendo, saranno parole dal passato. Sono presenti solo ora, mentre batto sulla tastiera, ma diventano vecchie con il passare dei minuti, come un limone che inesorabilmente è destinato a diventare muffa. Sì perché mentre scrivo è un po’ come se fosse crollato un edificio e noi fossimo ancora intrappolati sotto le macerie. Chi mai perderebbe tempo a imprimere le sue memorie anziché lottare per la sua vita? Ma non è forse vero che le impressioni perdono colore, s’ingialliscono fino a che non si distingue più se era verde d’invidia o verde speranza? Allora tanto vale ingannare il tempo spremendo le meningi, che almeno se devo morire non sarò solo un corpo schiacciato da un calcinaccio.

La realtà è che ho sbagliato similitudine, il crollo di un edificio comporterebbe troppa azione ed eccessiva violenza per quello che voglio raccontare.

Ho scelto l’apnea: la quarantena è come l’apnea subacquea. Siamo lì, sospesi a galleggiare nelle nostre case: i rumori fastidiosi dei clacson, dei bar aperti fino a tardi, gli schiamazzi dei ragazzini che giocano a pallone sono un ricordo ingiallito mentre percepiamo solo un silenzio ovattato, irreale. Ci hanno detto di trattenere il respiro solo per pochi secondi, poi i secondi sono diventati un minuto, un minuto è diventato dieci e adesso siamo lì, con l’ossigeno nei polmoni che sta per finire mentre il direttore di gara ci dice di tenere duro, che tra un paio d’ore al massimo torneremo a mettere la testa fuori. Fuori dove, direttore? Che mondo ci aspetta oltre il pelo dell’acqua? Siamo qui, a metà di non si sa cosa, aspettando solo che risuoni una campana, che arrivi il tana libera tutti. Inganniamo il tempo fingendo di non vedere che è il tempo a ingannare noi. Cuciniamo leccornie, puliamo gli scaffali, leggiamo libri che nemmeno ricordavamo di avere, guardiamo serie tv di infima qualità, facciamo incetta di film colossal, pratichiamo più yoga che buone maniere. Viviamo eterne domeniche senza pensare troppo che il settimo giorno è passato da un pezzo, che dal riposo siamo passati all’ozio, dall’ozio alla noia, e dalla noia alla paura. E io ne ho da vendere, di paura. Ci sono lati positivi, è innegabile, adesso potrò liberamente manifestare il mio raccapriccio dinnanzi a chi osa toccarmi mentre mi parla, ma sarebbe stato sufficiente un corso di buone maniere. Il punto centrale è che ho paura del domani, di come si viaggerà, come si andrà a cena fuori, della rivoluzione che investirà il mondo del lavoro, il mio piccolo monotono mondo. Riuscirò a salire i gradini che mi ero prefissata o si saranno sgretolati, nel frattempo, per eventi che sfuggono al nostro controllo? Ci andrò ancora ai concerti dei Red Hot Chili Peppers? Che risposte darò alle mie domande tra uno, due o dieci mesi? È proprio questo il punto, che io non volevo scrivere un bel niente su questa quarantena per lo stesso motivo per cui mi rattristano terribilmente i libri di politica: perché nel momento stesso in cui vengono stampati sono già passati, sono già libri di storia. Che brutto scrivere parole che perdono di significato nell’arco di poco tempo, nel tempo esatto in cui dobbiamo trattenere il respiro. Non pensavo di avere polmoni così resistenti, non pensavo che le gare di apnea durassero tanto a lungo.

Giorno di quarantena sicuramente più di quaranta: chissà com’è andata, adesso che leggi dal domani.

Primavera

Volevo scusarmi con la cassiera dell’altro giorno, non è colpa tua, è che ero nervoso, il mio capo mi aveva appena fatto il culo, poi ho anche deciso di smettere di fumare e, sai com’è, non è che fosse colpa tua, è che dovevo lanciare la mia rabbia e tu mi sei sembrata perfetta.

Se ti ho fatto male non esitare a chiamarmi, ho l’assicurazione per la responsabilità civile.
È solo che io quella strigliata dal mio capo non me la meritavo, che certo ho sbagliato ma non si sparano cannonate sulle formiche (forse non è esattamente questo il detto). E poi questa storia del fumo, capisci? Se non avessi mai iniziato non ti avrei urlato addosso per dei piselli primavera surgelati in pieno autunno. Prenditela con le multinazionali del tabacco, chiedi a loro il risarcimento danni.
Che poi il mio capo non era arrabbiato con me, solo che un coglione l’aveva tamponato un paio d’ore prima perché era di fretta, che io dico ma perché la gente pensa che la causa del suo ritardo siano gli automobilisti che rispettano i limiti e non accusa invece la loro pigrizia, la loro pipì di quindici minuti per farsi gli affari di tutti su Facebook, le loro sveglie così rimandate che manco alla Cepu le possono recuperare?
Ecco, cara cassiera, chiedilo a quell’automibilista il risarcimento danni, che tanto, con lo scherzetto che ha fatto al mio capo, questo qui il prossimo anno con l’assicurazione passa in classe di merito “A stronzo più”. Chiedilo a lui perché è colpa sua se il capo mi ha sgridato, che poi se il capo non mi avesse urlato contro io a fumare manco ci pensavo, che se non ero incazzato mi mettevo pure a cucinare, altro che pisellini primavera surgelati in pieno autunno, ti facevo un’arrosto che nemmeno tua nonna.

Ah.
Eri tu quell’automibilista? Eri esasperata dopo l’ennesima scenata di un cliente che urla con te perché non sa su chi altro vomitare il suo risentimento, lui ha frenato all’improvviso, tu eri distratta et voilà? Mi stai dicendo che io ho comprato i pisellini primavera in pieno autunno perché non avevo voglia di cucinare perché ero arrabbiato per via del mio capo che era arrabbiato per via del tamponamento che tu avevi causato per via del nervoso che un compratore nevrotico di verdura surgelata ti aveva creato?

Meraviglioso. Non è poetico? Non cogli il messaggio? Se tu non ti fossi agitata non avresti tamponato il mio capo, che non mi avrebbe sgridato evitando che iniziassi a pensare al fumo e facendomi passare la voglia di cucinare inducendomi a comprare dei pessimi piselli surgelati che mi hanno fatto salire i nervi e che, poi, ti hanno agitata. Mi stai dicendo che se io, tu e il mio capo avessimo contenuto la rabbia non ci sarebbero stati tamponamenti, strigliate e cene precotte?

Ma vaffanculo.
Altro che scuse, bella, datti una calmata, che qui c’è gente che perde la salute e i paraurti per colpa tua.
E poi levateli questi pisellini primavera surgelati, che non piacciono a nessuno.

Dove i prati hanno le coperte

Ho conosciuto la mia mamma solo per pochi minuti, e non me li ricordo. È morta di parto, mentre la nonna tagliava il mio cordone ombelicale. Papà dice sempre che la mamma è morta per darmi la vita, quindi la mia vita è per forza speciale. Si chiamava Kubra e aveva ventidue anni, dieci più di quanti ne ho io adesso, ma io tra dieci anni non voglio essere morta, l’ho detto a papà. Non voglio avere dei bambini se poi devo morire, voglio accudire le capre e diventare vecchia come la nonna. Papà mi ha spiegato che anche la nonna ha avuto tanti figli ed è diventata vecchia, che una donna deve avere dei figli perché Dio ci ha creati per questo, che è Dio a decidere quando toglierci la vita, qualunque cosa decidiamo di fare. Papà mi ha detto che avere dei figli è la gioia più grande di tutta la vita, che non averne sarebbe come vivere senza un braccio e una gamba, una vita a metà. Non mi ha convinta del tutto, ma quando sarò grande e mi sposerò ci penserò.

Mia mamma mi ha avuta molto tardi, la prima gravidanza qui da noi si ha a diciotto anni, lei quattro anni più tardi. “Colpa di tuo padre” dice sempre la nonna con le lacrime agli occhi. Non lo vuole sgridare, è solo che cerca di zittire le sue emozioni, il suo cuore vecchio e debole. La verità è che papà aveva sposato la mamma quattro anni prima che io nascessi, era stata una festa bellissima, aveva partecipato tutta la comunità. C’era la carne, il vino, c’erano i regali e tantissima musica. Papà era molto conosciuto in quegli anni, parlava spesso in pubblico e difendeva la nostra fede, difendeva Gesù dagli attacchi delle comunità vicine, musulmani, tribù con strani Dei, il Governo. Diceva che la sua era un’azione buona perché eravamo agnelli circondati da lupi e non potevamo essere mangiati senza ribellarci, senza resistere. È solo che, forse, papà aveva parlato troppo forte e le sue parole erano arrivate all’orecchio di un gruppo di persone cattive, persone che sono entrate in casa sua, della mamma e della nonna, e lo hanno portato via. Lo hanno rapito e torturato, ma lui è rimasto in vita perché sapeva che, in un modo o nell’altro, se fosse sopravvissuto avrebbe rivisto Kudra, mia madre, e avrebbero creato la loro famiglia. Dopo quattro anni in quella prigione lontana dal mondo, il gruppo di rapitori fu sconfitto e, finalmente, mio padre riabbracciò Kundra, poi sono nata io. La sua schiena è piena di cicatrici, così come la pancia, le braccia e le gambe. Sul viso ha il segno di un grosso taglio, profondo, “il secondo sorriso” lo chiama. Non ha mai voluto raccontarmi nulla del suo rapimento, dice che non sono ancora pronta.

Noi siamo Nigeriani e siamo cattolici. Da quando papà è stato liberato la nostra vita è stata tranquilla, almeno per me. Governano sempre i militari, prima uno, poi con un colpo di Stato arriva l’altro, poi con un altro colpo di Stato sale un altro ancora. Me l’ha dovuto spiegare papà che nei paesi civili i governi si scelgono con le elezioni, io mica l’avevo capito. Ho sempre avuto le mie capre, le zone dove non andare per nessun motivo al mondo perché ti rapiscono e ti uccidono come una lucertola, i miei amici e l’acqua corrente due giorni a settimana. La mia amica Fatimah ce l’ha un solo giorno a settimana l’acqua corrente, quindi sono fortunata. Papà e la nonna però dicono che per il mio futuro è meglio andare in posto lontano, più fertile, senza luoghi in cui non poter andare perché: papà e la nonna vogliono che vada in Europa. Io l’Europa pensavo si mangiasse, che fosse un piatto tipico delle tribù del Nord. Invece è un continente, come l’Africa, mi ha detto papà, solo molto più ricco. Non ci sono società che buttano petrolio nei fiumi, non ci sono capanne nella giungla e nemmeno colpi di Stato. “E allora cosa c’è in questa Europa?” ho chiesto alla nonna, “c’è il lavoro, Habibah, ci sono le tavole sempre piene di prelibatezze, le strade sono sicure e c’è la neve sulle montagne.”

Io non ho mai visto la neve, ho chiesto al maestro Jalil che cosa fosse e mi ha detto che l’acqua può essere liquida, come quella che beviamo e quella che scende dal cielo quando piove. Può essere gassosa, come le nuvole in cui le goccioline sono così piccole da volare in alto su nel cielo. Oppure può essere solida, come il ghiaccio che però io non ho mai visto perché c’è solo dove fa tanto freddo e a casa mia fa sempre un caldo che si muore, dal caldo. Così la neve è quella cosa che cade dal cielo, della pioggia che diventa pezzettini di ghiaccio così piccoli da diventare dei cristalli, dei fiocchi più precisamente. Ed è tutta bianca, un’enorme coperta bianca che protegge l’erba dal freddo. Ecco cosa c’è in Europa, una coperta per l’erba che altrimenti prende freddo. Io non l’ho mai vista l’erba prendere freddo, chissà se trema come quando ti viene la febbre. Papà ha detto che per arrivare in Europa bisogna andare prima in Italia, che l’Italia è un paese a forma di stivale, come quelli che indossa nella stagione delle piogge. Ma che posto è quest’Europa dove i prati hanno le coperte e i paesi la forma delle scarpe? Sono così ricchi che comprano regali anche per la natura, ecco la verità. La prima cosa che farò in Italia sarà comprare un orecchino per la mia palma da datteri, così quando torno a casa potrò dire a tutti che la mia palma è europea e la mia amica Fatimah sarà molto affascinata.

Sono molto contenta di fare un viaggio, il maestro Jalil in classe ci ha raccontato degli esploratori, di Marco Polo e di Cristoforo Colombo, così potrò diventare anch’io un’esploratrice insieme a Momi. Momi è la mia bambola bianca, era di mia madre, l’ha lasciata a me. Siamo inseparabili, le parlo spesso pensando che, dietro quegli occhi duri, ci sia l’anima della mia mamma a rispondermi. Le ho chiesto se sarebbe stata una buona idea partire, e sono sicura che mi abbia detto di si. Devo procurarmi una matita e dei fogli per disegnare tutti i luoghi che vedremo, e un quaderno per scrivere quello che non si può rappresentare. Dovrò assorbire quante più informazioni possibili in Europa, così quando torneremo a casa racconterò a tutti delle coperte sui prati, degli orecchini sulle palme, delle donne con i capelli biondi e la pelle bianca. Diventerò la prima esploratrice donna della Nigeria, parleranno di me a scuola e il maestro Jalil racconterà dei miei viaggi ai suoi nuovi alunni. Ho preparato la mia borsa, ho messo dentro la mia felpa nera, due paia di mutande, una maglietta e i pantaloni lunghi.

Ho controllato sul mappamondo della scuola, l’Italia è lontanissima, è a quindici centimetri da casa mia! Devo chiedere a papà se andremo in Italia in aeroplano, non ho mai volato e non vedo l’ora di avere la testa tra le nuvole! Chiederò al pilota di poter fare un giro sull’ala dell’aereo, aiuterò le hostess a servire i passeggeri, così sarò già bravissima quando anche io sarò hostess. Girare il mondo servendo caffè caldo, che meraviglia. Avrò la mia divisa sempre nuova, pulita, sorriderò a tutti e tutti mi sorrideranno, prenderò per mano i bambini che hanno paura per farli smettere di piangere e volerò sugli oceani come gli uccelli che arrivano davanti casa a primavera.

E’ successa una cosa brutta: io e la nonna abbiamo sentito un gran baccano per le strade, le donne piangevano e gli uomini urlavano maledizioni. Hanno rapito delle bambine a pochi chilometri da casa nostra, le hanno portate via e hanno detto che nessuno le rivedrà più, non vive. Ogni tanto succede, qui da noi, che qualcuno sparisca nel nulla, come il mio papà tanto tempo fa. E’ solo che questi rapitori sono entrati in una scuola e hanno rapito quasi trenta bambine, hanno detto che diventeranno le loro spose e che partoriranno figli musulmani. Sono tante, tantissime trenta bambine, perché rapirle? Papà mi ha detto che questi rapitori sono tra gli uomini più cattivi della Terra, che hanno preso le bambine per poter avere tanti figli da crescere con le loro idee estremiste. “Perché una cosa bella come la religione, l’amore per qualunque Dio porta gli uomini a fare cose così brutte?” ho chiesto a papà, lui si è messo a piangere e mi ha detto che non esiste una risposta, che non tutti al mondo sono buoni come me, che per me sogna un mondo in cui a contare sia solo la purezza del mio cuore. Mi ha detto che devo essere forte, studiare tanto e avere una mia idea, perché se non hai idee, se non hai studiato, se sei debole, può arrivare la persona sbagliata e trasformarti in un lupo assetato di sangue. Mi ha detto di elevare il mio spirito, perché la povertà, materiale e intellettuale, ci rende miopi, costringendoci a lottare tra poveri anziché unirci contro i veri nemici, anziché unirci per il bene comune. Mio papà è molto saggio, la nonna dice che lo è sempre stato e dopo tutti quegli anni di tortura il suo corpo è rovinato ma la sua anima è tornata a casa ancora più lucente e pura di quando vi è stata strappata. Un po’ come se ogni cicatrice sul suo corpo si fosse trasformata in uno spiraglio per illuminare meglio il suo spirito. Devo ammettere che quando papà sorride si vede tutta quella luce, i suoi denti sono abbaglianti quasi quanto i suoi occhi.

E’ venuto un signore qualche giorno fa, era mattina. Ha bussato alla porta e ho aperto io, mi ha detto “Cerco Jamal”. Non mi ha neanche salutata, non ha chiesto permesso, non mi è piaciuto da subito questo signore. Aveva i denti gialli, lo sguardo con una luce scura, sinistra. “Jamal è mio padre, lo chiamo subito” ho risposto. Si sono seduti in cucina e papà mi ha detto di andare fuori a vedere se la nonna aveva bisogno di me, che loro dovevano parlare di cose da adulti. Papà lo sa benissimo che sono curiosa, che dirmi di non fare una cosa è il modo migliore per farmela fare, così sono uscita e mi sono nascosta sotto la finestra della cucina con l’orecchio teso ad ascoltare. Non è stato facile, parlavano sottovoce e in giardino le capre belavano di continuo. “Non è sicuro, sarebbe meglio se.. Mi occupo di tutto io, saranno sufficienti due milioni di Naire.” Due milioni di Naire? Non le avevo mai viste in tutta la mia vita, a che cosa servivano? “Un mese a partire da oggi Jamal, non un giorno di più.” Ho sentito la porta d’ingresso chiudersi e quell’uomo è uscito da casa mia con un sorriso soddisfatto sulla faccia. Sembrava un sorriso di banane tanto erano gialli quei denti. Sono corsa in cucina da papà, lui si teneva la testa tra le mani. “Che succede papà, che cosa voleva quell’uomo?” “Siediti Habibah, voglio insegnarti una cosa.” I suoi occhi erano lucidi, ma trattenne le lacrime. “Ci sono volte in cui un uomo è costretto a fare delle scelte, in cui deve tradire i propri ideali perché quello che avrà in cambio vale molto più della sua stessa vita. In questo paese, Habibah, non c’è futuro per te, solo povertà e violenza. Io e tua madre non ti abbiamo messa al mondo per farti sopravvivere, ti abbiamo cresciuta per farti vivere e assaporare ogni istante. Avevamo parlato a lungo del tuo futuro quando Kubra era incinta, e avevamo deciso che la Nigeria è casa tua, è casa nostra, è dove abbiamo versato il nostro sudore, le nostre lacrime, è dove la terra ha l’odore del nostro sangue ma che, se rimanere qui avrebbe significato mettere in pericolo la tua vita o come l’avresti vissuta, ti avremmo portato al sicuro, in un luogo dove la paura lascia spazio alla speranza. Quel luogo è l’Europa. Ho pregato ogni notte che non arrivasse mai il giorno in cui avremmo dovuto raccogliere le nostre cose e andare lontano, ma Dio ha piani che noi non possiamo comprendere, un mortale non potrà mai elevarsi al pensiero divino. Così, Habibah, quel giorno è arrivato: il sangue cristiano scorre copioso nelle strade, la guerra civile è alle porte e io ho sempre cercato di proteggerti da tutto il male che ti circonda, ma per continuare a farlo devo portarti lontano. Casa nostra, il tuo nido, il posto dove chiudevi la porta lasciando il mondo fuori non è più sicuro, non per noi. Dobbiamo partire ma non sarà una vacanza, non ci sarà un ritorno, non per adesso. Lo so che tu sei ancora una ragazzina, che tutto questo è troppo da sopportare a dodici anni. Ma ho bisogno che tu sia forte, ho bisogno che tu sia dalla mia parte, che stringi i denti insieme a me. Ho bisogno di sapere che sarà una fuga, certo, ma che mi terrai sempre per mano. Non sarà facile, Habibah, tutt’altro: incontreremo uomini a cui non importa sapere il mio nome o il tuo, importerà solo se abbiamo i soldi in tasca. Attraverseremo il deserto e scoprirai quanto può essere fredda la notte, atroce la sete. Incontreremo uomini che ci metteranno su una barca, schiacciati come capre insieme ad altri come noi, fuggitivi in cerca di speranza. Forse ci sarà un Sole cocente, forse onde alte due metri, quello che ti prometto è che quando arriveremo in Italia, quando avremo posato il primo piede sulle loro coste, saprai che ne è valsa la pena. Scoprirai cos’è la fame perché proverai la sazietà, capirai cosa significa essere poveri perché diventeremo ricchi, saprai che gusto ha la paura perché assaggerai la tranquillità. Ti salverò dall’Inferno navigando fino al Purgatorio e avrai la possibilità di costruirti, finalmente, il tuo Paradiso. Ti chiedo perdono, figlia mia, perché ti porterò lontano, ma ti chiedo di guardare nel mio cuore, e di capire quanto sia grande l’amore che muove le mie scelte.”

Ero senza fiato. La mia casa, le mie capre, Fatimah. Non avrei più visto Fatimah. Che pericolo c’è, rapiscono qualche bambina, uccidono qualche centinaio di cristiani ed è già ora di scappare? I codardi scappano, io voglio restare. Dove sta l’amore in un uomo che fugge dalla propria casa in fiamme invece di provare a spegnerla? Cosa mi rimane del fatto che devo essere forte, che devo avere delle idee e difenderle se poi è proprio mio padre a distruggerle? Che cosa ci faccio io in Italia se nemmeno so quale sia la capitale, che cosa mangiano le persone e come si dice “grazie”? Perché rinnegare il mio Paese, fuggire come i topi, lasciare che i musulmani, il Governo e i cattivi prendano terreno conquistando ogni angolo della Nigeria? Io qui ci sono nata, io di questo posto conosco ogni angolo, ogni suono, ogni odore la mattina. Che cosa dirò ai miei figli, se mai ne avrò? Che ho avuto paura e sono scappata? Io non ho paura. Ma è mio padre, non avrei mai potuto disubbidirgli.

Con gli occhi gonfi di lacrime mi limitai ad annuire. Partiamo. Tu mi hai dato la vita, tu ne puoi decidere. Forse papà mi ha voluta per regalarmi quella libertà che a lui è stata tolta, forse si hanno dei figli per far sì che realizzino i sogni che i genitori non sono riusciti a inseguire.

“Dobbiamo vendere le capre.” Dissi d’un tratto.

“Non è necessario, di loro si occuperà la nonna.”

Lontana dalla mia terra, lontana dalle mie capre, lontana da Fatimah e, adesso, scoprivo anche che sarei stata lontana, per sempre, da mia nonna. Fino a che punto puoi piegare un bastoncino prima che si spezzi? Quanta forza devi esercitare prima di romperlo, prima di sentirlo incrinarsi? Ecco, iniziavo a sentirlo quel rumore. Sentivo un incendio ma non potevo parlare, le donne non sposate non possono parlare. Mio padre mi ha cresciuta lasciandomi molte libertà, mi ha raccontato tante storie, mi ha fatta andare a scuola e ha sempre controllato che facessi i compiti.; ma ci sono pur sempre delle regole, e una di queste è che una donna non sposata è poco più di un vaso. Quindi sono molto fortunata, perché mio padre vuole una vita migliore per me che sono solo una donna, e perché mi parla, mi dice che cosa vuole fare, dove vuole portarmi. La maggior parte delle mie amiche non parla coi genitori, esegue gli ordini. Quindi io devo imparare a riconoscere la mia fortuna e stare al mio posto, ringraziando mio padre per il suo infinito amore.

“Va bene papà, come decidi tu. Mi sarebbe piaciuto portare la nonna con noi in Italia.”

“Lo so, Habibah, ma la nonna è vecchia, per lei il futuro è molto breve e potrebbe non sopportare un viaggio così lungo. Abbiamo deciso insieme ed è meglio che resti qui fino a quando Gesù non la porterà con sé in Paradiso.”

Compromesso, ecco cosa mi aveva insegnato mia nonna. Mi vennero in mente le sue parole: “siamo donne, Habibah, valiamo meno di un uomo per la società. Lo trovi ingiusto? Forse sì, ma non è urlando che otterremo più potere. È questo che gli uomini si aspettano da noi: che urliamo, che piangiamo, che ci disperiamo, ma che poi, alla fine, ci pieghiamo al loro volere come una gazzella che per quanto corra veloce, prima o poi verrà mangiata. Sii più intelligente, allora, sorprendili. Sii mansueta, calma, all’apparenza docile. Diventa come quei ragni che lasciano avvicinare la preda, rimani immobile, fingi che la tua mente sia come morta. Lascia che l’uomo scopra il suo lato debole, lascia che si crogioli nel suo senso di potere. Nessun uomo è debole come chi si sente al sicuro sul suo trono. Quando lo vedrai sedersi, quando lo vedrai rilassarsi, colpisci, cattura la sua mente senza lasciare che abbia il tempo di capire chi o che cosa l’hanno assalito. La tua arma migliore sarà sempre la calma, il compromesso. Prendi la decisione e lascia a tuo marito i meriti. Cuoci tu la carne ma lascia che si vanti di averla scuoiata. Rimani sempre un passo indietro così che il tuo sussurro possa arrivare al suo orecchio ma i suoi occhi non possano vederti, fai che le tue parole diventino le sue come d’incanto, come se un’anima lontana gliele avesse suggerite. Non cedere alla rabbia, mai. Se lo farai ci sarà altra rabbia, ci sarà la frusta e nelle mani sbagliate anche la lapidazione. Non lasciare che una voce troppo stridula ti porti via la vita. Forse sarebbe meglio se fossimo nate uomini, destinati al potere fin dalla nascita, il comando marchiato a fuoco tra le gambe. Forse è vero, Habibah, sarebbe stato più facile ma non dimenticare che, grazie alle nostre difficoltà, ai nostri abusi, alle vite che ci hanno negato, noi siamo diventate più astute, più sottili, più furbe di un uomo. Sappiamo sedurre, ammaliare, sappiamo incantare. La cosa più importante che imparerai nella vita è il compromesso, il passo indietro prima dello scontro. Le guerre portano morte, distruzione, colpi di stato. Devi essere la pace, l’abbraccio che riporta l’equilibrio. Perché non si decide nulla con la rabbia, non si decide che col cuore ma il cuore diventa miope se non si guarda il mondo con amore. Difendi le tue idee, ma sii pronta a rivederle, decidi come agire, fallo con il cuore. Ascolta sempre ogni creatura, anche una tarantola ha molto da insegnare.”

Ero ancora lì, seduta a tavola con mio padre e pensavo al compromesso. Era il momento di fare un passo indietro, non potevo attaccare, sarebbe stato uno sforzo inutile, così gli chiesi di più su questo viaggio.

“Quando partiamo papà?”

“Non lo so ancora, tesoro. Al massimo entro un mese ma ci sono tante cose da organizzare. Tieniti pronta in ogni momento e, ti prego, non farne parola con nessuno. La nostra è una fuga, non un viaggio, una parola di troppo e potrebbe essere l’ultima, non so se mi spiego. Il Governo non ama che i cristiani scappino, perché poi non possono ucciderci. Dobbiamo arrivare in Tunisia, Habiba, lì potremo tirare un sospiro di sollievo e aspettare che ci mettano su questa benedetta nave. Avrei potuto mentirti, dirti che sarebbe stato facile, un viaggio divertente. Ma tu sei un essere speciale, un’anima nobile, un’intelligenza rara. Ti tratto come una donna, non comportarti da bambina Habib.”

“Non lo farò, padre.”

Dopo cena andai in camera, sentivo il bisogno di parlare con la mamma, presi Momi tra le braccia e la guardai dritta negli occhi. Sentii come un’energia calda, avvolgente, era il suo abbraccio, lo sapevo. Avevo perso mia madre prima ancora di conoscerla e avrei perso mia nonna, la figura più materna che avessi mai avuto, nel giro di un mese. In natura è impossibile perdere due madri, forse perché è un dolore troppo grande, un solo cuore non riesce a sopportarlo. Mia nonna non sa leggere, quindi non avrei potuto scriverle nemmeno una lettera. Si rifiutava di usare il telefono, diceva che per parlare bene servono tutti e cinque i sensi, che se non ti posso toccare né guardare tanto vale parlare con una capra. Non mi aveva ancora insegnato abbastanza, non era giusto.

Mi misi nel letto a guardare la Luna, la sua fioca luce che illuminava la notte. Avevo sempre pensato che, calato il Sole, il mondo diventasse buio. Invece la Luna e le stelle rischiarano, puoi vedere il riflesso dell’Oceano e le cime degli alberi che brillano. È solo una luce diversa, più tenue, certo, ma più affascinante, misteriosa, che invita all’avventura. Forse anche la vita in Europa era così, la mia Luna piena e un cielo stellato. Non avrebbe gettato oscurità sulla mia anima, l’avrebbe invitata a scoprire nuove avventure.

Mi addormentai profondamente, sognai di volare. Mi sentivo un fenicottero, le ali grandi e sicure, sfioravo l’Oceano, risalivo tra le nuvole e poi giù, in picchiata fino quasi tra le cime degli alberi. Era pieno di fenicotteri, volavamo in stormi enormi ma tutti eravamo liberi di cambiare rotta, di esplorare, di allontanarci spavaldi e tornare in fila al sicuro. Al mio risveglio ero felice, carica di energia, ero pronta a partire.

Presi una tazza di tè e vidi la nonna e papà intenti a smontare dei mobili, a mettere sul pavimento delle cianfrusaglie, a tirare fuori un vecchio cassetto. “Che cosa state facendo?” chiesi. “Abbiamo bisogno di soldi per partire, moltissimi soldi. Tua nonna ha dei risparmi da parte, i frutti di una vita e ha deciso di regalarli a te, li stiamo cercando. Corri a darle un bacio, muoviti signorina” mi rispose mio padre. Abbracciai la nonna così forte che i nostri battiti si fusero per un secondo. “Sei il mio angelo” le sussurrai all’orecchio. Bisognava vendere più latte e più capre al mercato, papà decise che venderle vive avrebbe reso di più: la carne era sicuramente ancora fresca e si poteva tirare il latte fino all’ultimo minuto. La nonna si tenne otto capre, due maschi e sei femmine. Andammo al mercato ogni mattina per due settimane, vendemmo tutto quello che avevamo. In casa non c’erano quasi più mobili, ma i soldi non bastavano lo stesso, mancavano diecimila Naire.

“È tutto quello che mi rimane di lei” disse mio padre a mia nonna sciogliendosi in un pianto caldo, sommesso. “Lei è nell’aria che respiri, nel coraggio che ti guida, nella speranza del nuovo mondo” disse mia nonna e gli diede un cofanetto. Dentro c’era quel diamante che papà aveva rubato ai suoi rapitori tanti anni prima e che aveva regalato a Kudra, mia madre. “Non si vive di cose materiali, ma di spirito e quel poco cibo che ti riempie la pancia. Non uccidere il tuo spirito per una pietra senz’anima.” Disse la nonna. Papà si fece coraggio, si lavò la faccia e andò al mercato nero. Devi essere un bravo commerciante per vendere in quel posto pieno di parassiti, un posto dove quello che conta è avere il più alto guadagno e non esistono principi, divinità o amore. Io lo odio, il mercato nero. Dovrebbero starci gli scarafaggi, non le persone per bene come mio padre. “La disperazione rende l’uomo peccatore, Habibah, a volte per rimanere puri bisogna sporcarsi le mani e toglierci di dosso il letame che ci soffoca” mi disse. Anche mio padre, dunque, faceva compromessi, anche gli uomini sanno fare un passo indietro, forse chi è saggio conosce il momento in cui arretrare, in cui prendere la rincorsa per volare più in alto.

Avevamo i soldi che ci aveva chiesto quell’uomo dai denti gialli, quel conoscente di mio padre. Era tempo di partire. Non avevo più visto Fatimah, il pensiero di mentirle mi faceva stare così male che avevo preferito fingere un litigio per evitare di parlarle. L’avrei salutata un attimo prima di andarmene, l’avrei abbracciata e le avrei detto che un giorno, forse, avrebbe capito. Denti gialli tornò a farci visita, ci disse che saremmo partiti mercoledì a mezzanotte, avremmo attraversato il deserto per tre giorni e poi saremmo giunti in Tunisia. Lì ci aspettava la nave, il viaggio, l’Italia. Era tutto vero, stava diventando tutto vero.

Mia nonna mi disse che il deserto è pieno di scorpioni, che gli scorpioni sono velenosi e possono uccidere, ma lei aveva un rimedio speciale. Ne catturò uno in cortile, lo mise in una bottiglia d’olio e lo annegò. Lo lasciò per due notti lì, a galleggiare al chiaro di Luna. Poi aprì la bottiglia e cosparse me e mio padre con questo unguento miracoloso, “l’antidoto migliore che esista” lo definì. Eravamo immuni al veleno, al dolore, eravamo pieni di speranza.

Arrivò mercoledì e mio padre mise in uno zaino il suo diploma, la mia pagella di scuola e la mia bambola, Momi. A tavola era molto silenzioso, la nonna aveva cucinato il Moyin con le foglie di banano e carne di capra, era squisito, era il nostro piatto delle feste. Mangiammo in silenzio gustando ogni boccone come se fosse l’ultimo, e in effetti lo era. Dopo cena mio padre iniziò finalmente a parlare: “Ho capito che urlare in Nigeria non serve a nulla, l’ho capito quando mi hanno portato via, quella notte di sedici anni fa. C’era così tanta violenza in quegli anni, noi cristiani venivamo denigrati, picchiati, uccisi. Ero giovane, non avevo paura, anzi ritenevo debole chi diceva di averne. Se temi un proiettile non vale la pena vivere, mi ripetevo. La realtà è che quei bastardi mi hanno fatto pentire di non esser morto subito con un proiettile dritto in testa. Mi hanno portato in una cella, mi hanno rinchiuso con altri dieci cristiani in due metri quadri di ferro e cemento. Facevamo a turno per dormire e non avevamo un bagno. Decidemmo che l’angolo vicino alle sbarre era perfetto per defecare, era il posto che più prendeva aria. L’odore era quasi sopportabile fin quando, un giorno, una guardia venne verso di noi con dei guanti, raccolse da terra i nostri escrementi e ce li tirò addosso urlando che eravamo delle merde, che eravamo neri, sporchi e cristiani come le merde. Cambiammo angolo, la puzza era soffocante, ma almeno era lontano dalle mani di quei bastardi. Mi chiesero di rinnegare il mio Dio, la mia religione. Non mi piegai al loro volere, ma non pensate che fossi un pazzo: un mio compagno giurò fede ad Allah straziato dalle ripetute torture e loro lo rimandarono in cella con uno squarcio nell’addome dicendo che il loro Dio voleva solo fedeli puri, non sporchi traditori che pur di tenersi stretta la vita rinunciano alla loro anima. Morì dopo dieci ore di convulsioni, urla strazianti e sangue che colava caldo come lava da un vulcano stanco. Non chiedetemi come ho fatto a sopravvivere per quattro anni, io non li ho vissuti. Ho abbandonato il mio corpo, ne facessero quello che volevano, io ero altrove. Le coltellate, le frustate, i calci nello stomaco, io volavo sopra l’Oceano insieme a Kundra. Ero lontano, in un paradiso nella mia testa, nel mio cuore. Non porteranno via la mia anima, non fermeranno il mio cuore pulsante, mi ripetevo. Devi tornare, fallo in fretta. La metà dei miei compagni morì il primo anno, ma appena ne usciva uno, subito entrava un altro. Ero così abituato all’odore della merda che, quando ci portavano fuori per frustarci, la cosa che più mi spaventava era quell’odore puro. Mi hanno stremato così tanto che l’aria fresca, nel mio cervello, aveva l’odore della violenza e la merda era diventata calma apparente, era diventata stare nudi nella cella con i miei compagni. La prima volta che ho rimesso dei vestiti, dopo quattro anni, mi sentivo come un bambino che impara a camminare, ogni cosa era nuova, potermi sedere, poter mangiare il Moyin, avere una forchetta. La vita è un miracolo, e io l’ho capito. Non hanno fatto in tempo ad ucciderci, ecco perché sono vivo. Ci hanno salvati di notte, in un agguato, erano trenta uomini contro dodici guardie. Quei bastardi dei nostri rapitori hanno aperto le celle per confondere i nostri salvatori, hanno usato i più moribondi di noi come scudo umano dai proiettili. Hanno fatto fuoco per non so quanto tempo, ma so che è stato il momento in cui ho più temuto di morire. Sentivo la vita talmente vicina che morire lì, durante il salvataggio, come uno stronzo che anneghi a cinque centimetri dal pelo dell’acqua, mi terrorizzava. È stata la paura a salvarmi, è stata la paura a farmi rimanere fermo dentro la cella. Di quelli usciti la maggior parte è stata ferita a morte dalle guardie, dai nostri alleati, da una sete di libertà che hanno cercato di placare bevendo acqua salata. Il coraggio ci rende forti, ma senza la paura saremmo solo degli sprovveduti, degli incoscienti con i minuti contati. Quando gli spari sono cessati ci hanno fatto uscire, ci hanno dato acqua e tuniche di lino bianco, ci hanno portati in un villaggio amico. Ho capito di essere libero solo quando ho riabbracciato Kundra, solo quando le sue labbra hanno sfiorato le mie. Se fosse passato un giorno in più avrei dimenticato che sapore avevano i suoi baci. Non avevo muscoli, non avevo forze, mi rimanevano un mucchietto d’ossa e il mio amore per lei. Mi ha accolto come una leonessa con un cucciolo che si era perso, mi ha nutrito, mi ha accarezzato, ha aspettato che tornassi l’uomo che aveva conosciuto, quel che ne rimaneva. Avevo guardato la morte così tante volte negli occhi da non ricordarmi bene che aspetto avesse la vita, quali colori, odori, sapori. Dopo due mesi le ferite si erano rimarginate, iniziavano a cicatrizzare insieme alla mia anima. È stato quando abbiamo fatto l’amore che ho riassaporato la vita, sentendo il suo calore ho riscoperto il mondo, l’ossigeno. È stato come se l’anima, che a lungo aveva vagato in cerca di una meta, l’avesse trovata lì, dentro il suo corpo, come se fosse stata la sua casa da sempre. Nove mesi dopo sei nata tu, Habibah. Mi hanno portato via la mia Kudra ma mi hanno dato te, mi hanno portato via Kudra ma lei sa che quella notte è stata mia così tanto da essere diventata la metà della mia anima, l’ultimo secondo del mio respito, il quinto dito del mio piede. È per lei, per il suo amore, per le promesse che ci siamo fatti, che ho deciso di salvarti, che ho deciso di andare lontano. Vi ho raccontato questa storia, questa sera, perché qualunque cosa accada vi ricordiate chi è, chi è stato, Jamal, quel contadino con le cicatrici sulla faccia.”

Il mio cuore si gonfiò come un palloncino nei giorni di festa, ero sicura che sarebbe esploso. Non dissi nulla, le parole di mio padre volavano così in alto che nemmeno un mio urlo le avrebbe raggiunte. Lo abbracciai forte, ci dicemmo tutto in quel silenzio. Erano le dieci e mezza, uscii in cortile e corsi fino a casa di Fatimah, le chiesi scusa per la discussione, le dissi “dammi un bacio, ci vediamo domani!” Lei mi disse che non era il caso di piangere, che non era successo nulla di grave. Mi limitai a sorriderle, le dissi che era tardi, che dovevo tornare a casa altrimenti la nonna si preoccupava.

Andai nel recinto delle capre e le salutai, una dopo l’altra. Puzzavano di letame, pensai alle parole di mio padre. In giardino trovai la nonna, seduta su una sedia, che guardava la Luna. “Ogni sera, dopo il tramonto, mi siederò qui fuori e guarderò il cielo. Non importa se ci saranno nubi o stelle, se pioverà o soffierà il vento forte. Io sarò qui a guardare la Luna e a dirti che mi manchi, che sarà bellissimo saperti al sicuro, lontano da tutto questo sangue, a realizzare i tuoi sogni. Abbiamo tutti un destino quando arriviamo sulla Terra: il mio è questo, sono le capre, la natura, il fango sotto i piedi. Ma il tuo, Habibah, il tuo destino è tra le nuvole, sugli aerei che ti piacciono tanto, a volare dove solo Dio può stare. Fai una buona vita, tesoro mio, io sarò sempre la Luna che veglia su di te.”

Papà venne a sedersi con noi, era nervoso, contava i minuti. Arrivò un camioncino grigio, scese un uomo alto, muscoloso “Jamal, Habibah?” “siamo noi” “Salite, e in fretta”. Non la guardai ma percepì la stretta al cuore di mia nonna, eravamo stipati in un camioncino con altri disperati, stavamo per attraversare il deserto, sperando che non ci catturassero, per arrivare in Tunisia, per imbarcarci su un gommone sperando che Dio ci proteggesse, e poi il sogno, l’Italia, l’Europa. Chiusero il portellone e partimmo inghiottiti dal buio della notte. Eravamo diventati sognatori senza permesso di soggiorno, eravamo diventati migranti.