Caro Babbo Natale,
lo so che tu ora sei in vacanza con la tua mamma e il tuo papà, hai lavorato tanto e mio zio dice che se lavori poi devi andare al mare.
A me piace tanto il mare, ci vado sempre d’estate con Gianpiero che è il mio cane. Gioco alle biglie con i miei amici e mangio un sacco di gelati.
Oggi piove e a scuola ho preso 9 in matematica. La maestra ha detto che sono bravo e che se continuo così da grande potrò fare lo scienziato. Io però voglio ammaestrare i canguri e farmi portare nella loro sacca tutto il giorno. Non devo mangiare gelati però sennò poi vomito come sul bruco mela. La mamma si era arrabbiata tanto quel giorno, si arrabbia sempre tanto ma alla fine ogni sera mi dà un bacino sulla fronte e mi sorride.
Ha le rughe quando sorride ma lei dice che non è vecchia, è solo saggia. Ho chiesto alla maestra Chiara cosa vuol dire “saggia” e lei mi ha detto che è quando hai la risposta giusta a molte domande. Che bello Babbo Natale, la mia mamma è proprio saggia allora! Sa i nomi di tutti i fiori, cosa mi piace mangiare, quando è nato il mio papà e il numero di telefono di tutti i suoi amici.
Io lo so che tu adesso sei al mare a mangiare i gelati e che sei in vacanza fino al compleanno di Gesù però ho un desiderio e ti chiedo un anticipo. Mio zio mi ha detto che un anticipo è quando chiedi un regalo prima del compleanno o di Natale e se te lo danno prima poi non arriva più dopo.
Allora, caro Babbo, io voglio il mio anticipo. Vorrei, l’erba voglio non esiste neanche nel giardino del Re dice sempre la Nonna Maria.
Ho visto la mia mamma piangere. Le ho chiesto se si era fatta la bua e lei mi ha detto di sì. Io non ho capito però, non aveva le ginocchia sbucciate e non era caduta. Lei mi ha detto che ci sono bue che non si vedono con gli occhi come quando hai l’aria nella pancia ma per me non è vero.
Ha detto che non le faceva tanto male, che se le davo un bacino passava tutto. A me non passa la bua quando mi danno un bacino però.
Le ho dato c-e-n-t-o-c-i-n-q-u-a-n-t-a baci e l’ho abbracciata forte forte fortissimo fortissimissimo.
È da tante sere che la mia mamma ha la bua e non le passa.
A me non piace quando la mamma piange, a me piacciono le rughe quando sorride.
Ecco cosa vorrei Babbo Natale: io sono stato bravo, ho preso nove in matematica, faccio sempre i compiti, non litigo coi miei amici e voglio bene a tutti, anche alla zia Ilda. Mangio la verdura (anche quella verde), vado a dormire quando me lo dice la mamma.
Io vorrei vedere la mamma piena di rughe da sorriso. È brutta quando piange, ha tutti gli occhi rossi e mi bagna le guance quando la bacio. Che schifo.
Posso avere la mamma che ride? Con tante rughe, sì. Così tutti possono dire che la mia mamma è saggia e sorride sempre. Lo sai che è proprio bella quando sorride? Lo dice anche il mio papà e il mio papà ha sempre ragione.
Allora Babbo mi dai questo anticipo? Mi mandi una cartolina dal mare? Se tu mi mandi una cartolina te ne mando una anch’io da Sanremo a Giugno.
Ciao babbo natale, quando arrivi ti faccio trovare due pacchi di biscotti al cioccolato e una tazza di latte con tanto tanto tantissimissimo miele caldo.
Mattia
Pronto tra vent’anni.
E se davvero mi telefonassi tra vent’anni?
Ci hai mai pensato? Cosa ci diremmo?
“Compra il pane tesoro che io sono ancora nel traffico”.
O forse mi dirai che hai avviato le pratiche, quelle del divorzio.
Sì perché non ce la facevi più, io con le mie ansie e tu con le tue ali che sapevo solo tarpare.
Che poi io nel matrimonio non so nemmeno se crederci.
Forse starò ancora correndo per inseguire ciò che non ho il coraggio di raggiungere. È proprio necessario correre per qualcosa che si ha accanto?
Invece no, tu mi chiamerai e userai il numero privato per stupirmi col suono della tua voce come fai sempre.
Mi chiederai come sto, è da tanto che non ci si sente, ti risponderò che va tutto bene, qualche intoppo a lavoro ma che vuoi è la vita, a casa una meraviglia.
Tu sarai felice, un uomo realizzato che voleva chiamare una persona che tanto gli era stata cara.
Era.
Sì perché non ne abbiamo azzeccate molte, lo sai, e alla fine il tempo, il lavoro, le nostre colpe e il nostro orgoglio ci hanno divisi.
Chissà se dopo aver schiacciato il rosso riprenderemo a camminare tranquilli o se avremo bisogno di sederci su una panchina.
Io mi accenderò una sigaretta, tu no, odi i vizi che non hai.
Guarderemo il vuoto sentendoci vuoti.
Una valanga di ricordi che ti cade addosso con una violenza tale da farti male alle spalle.
Sorrideremo da soli e poi, quando penseremo ai litigi, scuoteremo lievemente la testa pensando a quanto siamo stati stupidi e immaturi, a quando avremmo potuto dire “va bene” anziché intestardirci.
A quando avremmo potuto chiudere un occhio anziché tirarci un pugno, amarci piuttosto che urlarci addosso.
Ci morderemo le labbra come avremmo dovuto fare vent’anni prima, appoggeremo le mani sulle ginocchia e a fatica ci alzeremo tornando meccanicamente al presente.
Sarà dura forse, ma col tempo saremo diventati dei professionisti nel nascondere i sentimenti.
E se, semplicemente, ti dicessi “certo amore, passo io in panetteria”?
Facciamo così, telefonami tra vent’anni e vediamo che mi dici.
Cinema metropolitano
Parigi, linea 10 fermata Cardinal Lemoine.
Non è molto affollato il vagone : una coppia di colore che sembra uscita da un video di Snoop Dogg limona durissimo in fondo a destra, un rabbino legge un testo religioso forse per esorcizzare la carica sessuale dei due amanti, una mamma col passeggino cerca di calmare quella belva di suo figlio che di stare zitto proprio non ne vuole sapere, due ragazze coi nasi all’insù parlano di un loro compagno di classe di cui sono entrambe perdutamente innamorate ma che ovviamente non ne ricambia neanche una.
Siamo tutti apparentemente immersi nel nostro mondo e ciò che vorremmo è semplicemente arrivare il prima possibile a destinazione.
Mentre continuo a guardare nervosamente e quasi in modo ossessivo l’orologio dando la colpa del mio ritardo ai trasporti pubblici, un francese tutto sorridente sale e si lascia più o meno dolcemente cadere su uno dei tanti sedili vuoti.
Lo guardo di sfuggita assorta come sono dalla mia ansia di non arrivare in tempo.
Non sembra avere nulla di particolare: una giacca marrone, dei jeans anonimi, capelli normali, né alto né basso, né bello né brutto (si ok era bruttino ma ci tenevo ad essere delicata). Si guarda intorno e sorride, apre la sua tracolla e tira fuori una scatola di pop corn. Mi strofino gli occhi incredula e ora ne sono certa, quelli sono pop corn caramellati. Si sistema come al cinema e inizia a sgranocchiarli osservando noi, i suoi casuali compagni di viaggio. Di un solo misero viaggio in metro.
« o è pazzo o è un fan sfegatato di Bukowski » penso.
« la gente è il più grande spettacolo al mondo. E non si paga il biglietto », quando si dice prendere una frase alla lettera.
Il rabbino sembra non notare nulla mentre a me viene da ridere e da saltare in piedi sui seggiolini urlando “oddio ma quest’uomo è un genio, un genio dio mio”. Forse lo è inconsapevolmente ma non ha alcuna importanza.
Mi guarda incuriosito mentre io mi immergo goffamente nella borsa, manco avessi l’Oceano Indiano a tracolla, in cerca di carta e penna per annotare questa stranezza.
« non capita tutti i giorni di vedere uno che mangia i pop corn in metro e che osserva gli altri in cerca chissà poi di cosa », « non capita tutti i giorni di vedere una ragazza che ride di gusto da sola frugando, con tanto di testa dentro, nel caos della sua borsa » sembriamo dirci mentre furtivamente ci guardiamo in silenzio. Finalmente trovo uno scontrino ed una matita e inizio a scrivere “bukowsi, metro, brutto, limone duro, rabbino, pop corn, pop corn in metro, mangiare pop corn in metro, mangiare pop corn in metro studiando i passeggeri”. Per fortuna per il mio conto in banca è solo la ricevuta di un caffè dunque finisco subito lo spazio. Continuiamo a guardarci cercando di capire se è lui o sono io quella stramba e le nostre risposte non sembrano coincidere.
Scendo dopo poche fermate, non prima di avergli sorriso : siamo stati per alcuni minuti i reciproci protagonisti dei nostri spettacoli anche se, caro Charles, devo darti torto.
Il biglietto, nonostante fosse quello della metro, l’ho pagato eccome.
Alla fine non c’è fine
Ho sentito dire che la vera magia di un film o di un libro è la non conclusione, la democratica scelta di lasciare che sia lo spettatore o il lettore a decidere che fine mettere.
Abbiamo un bisogno viscerale di avere sempre l’ultima parola manco l’intero film dipendesse dalla nostra umile opinione ?
O forse non abbiamo il coraggio di accettare le cose semplicemente per quel che sono : lui muore, lei si risposa, la trottola cade.
Vorremmo plasmare il finale in base ai nostri bisogni, immaginare ciò che più ci piace proiettato sullo schermo senza arrenderci al naturale corso degli eventi.
Siamo dei rivoluzionari della fantasia che lottano contro un regista o uno scrittore anzichè occuparsi della propria personale storia.
È inaccettabile, totalmente inaccettabile, che una trama abbia un inizio ed una fine ben definite : che banalità. Come se nulla potesse mai concludersi in un libro così come nella realtà.
Un’idea si può cambiare, una storia ricominciare, ad un punto si può sempre aggiungere una virgola.
Bè io non ci credo.
Per me un film inizia e si conclude, il cerchio si chiude ed è la fine la più importante.
Io non ho nulla di democratico, non quando leggo.
Io sono un’assetata di ultime righe, voglio vedere cosa succede nero su bianco e non rimanere a fissare il vuoto con un’espressione da ebete pensando a quale taglio di capelli avrà deciso di farsi la protagonista che abbiamo lasciato dal parrucchiere.
Se tutto scorre allora a me piace costruire dighe, almeno nei libri.
Sì perchè se è vero che coi romanzi e con i film ci astraiamo anche solo per un paio d’ore dal nostro mondo, allora io voglio un finale che non ammetta repliche, lo voglio netto, deciso,chirurgico.
Voglio i titoli di coda che non vedo scorrere quando prendo una decisione che, in fondo, non è mai davvero definitiva.
Voglio il punto e a capo che non sempre riesco a mettere, voglio il vissero felici e contenti che raramente ho visto per strada.
Ecco a me piace l’ultima pagina, mi piace proprio tanto perchè non mi lascia troppe strade aperte né la paura di doverne intraprendere una.
Mi presenta i fatti per come si sono svolti e accetto le conseguenze di scelte che, purtroppo, ha preso lo scrittore al posto mio.
Per fortuna, comunque, si parla solo di libri o poco più.
Forse.
Elogio del dentifricio
In qualsiasi viaggio tra amici che si rispetti lui c’è sempre : quello col dentifricio.
Uomo previdente e dalle mille risorse, è lui che salva l’imbarazzante momento in cui tutti girovagano con uno spazzolino elemosinando non si sa bene cosa.
La mamma del gruppo, il vecchio saggio del villaggio, un uomo che sa girare il mondo o forse semplicemente un maniaco dell’ordine.
Ce lo portiamo dietro solo per questa sua essenziale funzione ?
Tutti con grandi sogni, grandi aspettative, grandi viaggi alla scoperta di noi stessi pensando di essere i nuovi Buddha e poi ci dimentichiamo puntualmente il dentifricio a casa.
Non che Buddha lo usasse, ben inteso, ma è come partire senza la voglia di lavare via il vecchio per lasciare spazio al nuovo.
Un po’ come non leggere il primo capitolo del libro di testo : pensi sempre che non ti tornerà utile fino a quando il professore, indeciso sul voto, ti chiede esattamente la terza riga del quarto paragrafo del manuale e tu ti rendi conto di essere un cretino. Come hai fatto a non pensarci ? Era una cosa così semplice, così banale, così « tanto non me lo chiederà mai », « tanto il dentifricio lo portano già gli altri » e invece scopri che ragioniamo tutti allo stesso modo e rimani fregato da quei piccoli dettagli che fanno la differenza.
Non c’è la mamma come qualche anno fa che ti piega i vestiti, ci sei solo tu e il tuo beauty case, tu e le tue responsabilità.
Mutande prese, calzini pure, quel vestito non posso non portarlo, ma questa maglia ci sta troppo bene con questi pantaloni, il mascara waterproof che non si sa mai, la canottiera che metti faccia freddo, le aspirine che io lo so già che mi sveglio col cerchio alla testa domenica mattina, un costume da bagno, la macchina fotografica, la moleskine per annotare curiosità, l’ipod per isolarsi dal mondo al tramonto, soldi per le birre. E il dentifricio ? Ma che ha fatto di male per essere abbandonato in bagno e attendervi fedele al ritorno come un labrador ? Molto bene uscire tutta truccata e ben vestita la sera ma, tesoro mio, se c’hai la fiatella non farai molta strada.
Non si può partire senza la voglia di fare un viaggio, senza essere pronti a farlo.
Se credi di voler scoprire il mondo allora conta su te stessa e non c’è nulla di filosofico, non devi fare l’eremita o quella super-indipendente-super-tutto che se vuole una mano la trova al fondo del suo braccio, no. Dico solo che devi farti da mamma, pensare ai tuoi bisogni e cercare di soddisfarli senza sperare in qualche povero cristo con un tubetto di mentadent sempre pronto, qualcuno che ti trascini in giro mentre tu passiva lasci che tutto ti scorra attorno.
Se fossi in Irene Grandi riscriverei una delle sue canzoni: prima di partire per un lungo viaggio, porta con te lo spazzolino e il dentifricio.
In orario per nulla
Parigi, place du Trocaderò.
Una ragazza si siede ad un tavolino al sole, si accende una Marlboro light.
Il cameriere le chiede cosa desidera e lei, prima di ordinare una coca cola zero, si toglie gli occhiali : le piace guardare la gente nelle pupille senza filtro alcuno.
Sorride senza motivo, sembra aspettare una persona: una sua amica o il fidanzato di una vita.
Non guardarla è impossibile bella com’è, i lunghi capelli castani che incorniciano quel viso dolcemente sensuale, quegli occhi che hanno molto da raccontare. Sembra sicura di sè dentro il suo vestito nero che le dona un’eleganza senza tempo. Si accorge di me ma non sembra infastidita, mi sorride e mi dice « bonjour » anche se non ci siamo mai viste prima, ha una dolcezza che mi sorprende e mi avvolge.
C’è un momento, un istante brevissimo, proprio mentre si sta voltando in cui noto qualcosa, un luccichio nell’angolo sinistro dei suoi occhioni verdi.
Ci leggo sofferenza, un’infanzia un po’ particolare certo, di quelle che ti segnano e che, a giudicare dal suo sorriso, lei ha vinto senza nemmeno rendersi conto fino in fondo delle difficoltà.
Non sempre la leggerezza è negativa, a volte serve a mantenerci in alto senza farci affondare.
Le chiedo da accendere, mi risponde « ci siamo già viste ? » e io non so che dirle.
In un attimo ci troviamo allo stesso tavolo, le racconto la mia vita e non so nemmeno il perchè, lei mi ascolta cercando di guardarmi dentro, vuole captare ogni emozione e annuisce dolcemente.
Non m’interrompe mai e rimane concentrata, dopo un tempo che non saprei definire mi zittisco, è il suo turno.
Mi parla di suo padre e lo sguardo inizia a brillarle sognante, mi dice che è lontano ma, ben inteso, solo fisicamente. Dice che è la sua guida che le indica il cammino senza forzarla nel seguirlo, una fonte di amore incondizionato.
È molto legata alla famiglia, mi parla per un’ora dei suoi fratelli, cugini, zii senza mai smettere di sorridere.
Rompo la magia e le chiedo di sua madre, lei mi guarda con un velo di tristezza che cerca subito di nascondere e mi dice « è molto bella Parigi vero ? ». Annuisco cercando un modo delicato per scusarmi, è sempre brutto porre involontariamente domande scomode.
Ha un fidanzato, ne ha avuti molti in realtà, ed è innamorata dell’amore. Mi dice che non capisce chi ha paura di lasciarsi andare, che le ferite passano mentre il bene resta, che per quante lacrime versi un abbraccio dato con amore ti farà sempre tornare il sorriso.
La osservo stranita, sono troppo cinica per lasciarmi incantare e lei mi guarda interrogativa, mi chiede da dove nasca tutta questa paura.
Uno ci mette anni per costruire il suo bel muro di tempi comici, sarcasmo stuccato con un po’ di cinismo e infine una bella mano di autoironia per poi sentirsi dire in pochi secondi da una sconosciuta francese « dimmi da dove ti nasce tutta questa paura» ? Pensavo di essere al tavolo con una mia coetanea non con Maga Magò. Lei ride divertita, mi dice che sono pazza ma a me quella fuori dal comune sembra lei. Non ha filtri, sa aprirti il cuore e fa quello che pensa.
Le piace spendere e non se ne vergogna, le piace viziare gli altri ma arrossisce se le fai un regalo, ama amare e si butta senza reti di sicurezza, ha un viso dolcissimo ma quando decide non cambia facilmente idea. Dice di non sapere cosa le riserverà il futuro ma che ha ben presente con chi vuole guardare avanti.
Da come mi parla si vede che è caduta tante volte ma le sue ginocchia sono morbide come quelle di un bambino. Si trucca molto ma è chiaro che è una di quelle persone che al mattino appena sveglie sono belle come sul red carpet.
Sorride e mi dice « che hai da guardarmi così ? » e stiamo un minuto in silenzio.
Rispondo che non ci eravamo mai viste forse, ma che di sicuro ora voglio rivederla, che è la prima volta che incontro una persona come lei nella mia vita.
Voglio dire vi è mai successo di trovare qualcuno che riesce ad avere la forza di spostare il Vesuvio a mani nude come se stesse bevendo un bicchiere d’acqua, qualcuno che vi ascolterebbe per ore parlare di nulla solo per avervi accanto, qualcuno che dà tutto senza davvero aspettarsi nulla in cambio, qualcuno che non ha paura di ascoltare il suo cuore e che, pur amando senza freni, riesce a non farsi intimorire dalle delusioni ?
Torno a casa quando già fa buio e rido da sola mentre scrivo al computer, l’ho vista una volta soltanto e già sta facendo vacillare il mio cinismo.
Non stava aspettando nessuno e nemmeno io, ma siamo arrivate perfettamente in tempo al nostro appuntamento.
Odio relativo
Io non odio nessuno e questa è una bugia.
Odio quelli che in metro si appoggiano contro i seggiolini mobili senza sedercisi.
Io sono stanca e tu, tamarro da tre soldi che fingi di non accorgerti del mio sguardo gelido, stai lì indeciso sul da farsi: sedersi o non sedersi, essere o non essere?
Come se non avessi il coraggio di andare fino in fondo lasciando sempre le cose a metà.
Tiro ad indovinare: tu sei quello intelligente che non si applica, quello che la rincorre ma quando la guarda negli occhi scappa, quello che a monopoli non costruiva mai alberghi perchè costavano troppo e poi metti che non ci passa nessuno, quello che al posto della birra ordina una panachè.
Uno che va in palestra ma non per farsi i muscoli, quello che fa il bagno in mare ma solo fino a dove tocca, uno che mangia gli spaghetti aglio olio e peperonicino ma mi raccomando con pochissimo piccante e magari senza aglio, uno che fa sesso sempre a luce spenta.
Toccare ma non guardare, guardare ma non toccare, appoggiare ma non sedersi.
Ad ogni permissione corrisponde una proibizione uguale e contraria, mantieni un equilibrio innaturale e infatti io rido quando la metro si ferma bruscamente e tu cadi, cioè quasi cadi, sia ma che porti a termine qualcosa.
Finalmente scendi guardandoti fugacemente intorno sperando che qualcuno, ma non molti, ti abbia notato.
Mentre ti avvii all’uscita con passo mediamente veloce e mediamente lento, penso che peggio di te ci siano solo quelli che guidano col cappello, quelli che vanno ai 50 all’ora anche in autostrada, quelli che passeggiano in mezzo alla strada mentre tu hai cinque minuti per attraversare la città, quelli che non hanno ancora capito che se hanno paura di mettersi alla guida possono prendere i mezzi pubblici, quelli che solo perchè hanno il suv non rispettano i ciclisti.
In breve, da buona italiana, odio tutti quelli che anche solo lontamente potrebbero intralciare la mia strada quando sono di fretta senza dimenticarmi di detestare quelli che corrono mentre io faccio la turista.
Ho perso un treno ma sono ancora viva
Mia nonna mi ha sempre detto che se un treno è perso, è perso per sempre.
Ecco perchè il giorno in cui ho visto il mio partire mentre correvo disperata sul binario mi sono sentita morire.
“Starò a Milano Centrale per il resto dei miei giorni” pensavo “non ci sarà mai più un regionale come quello che dovevo e volevo prendere io”.
Mia nonna aveva ragione: i treni passano una volta sola e non ti aspettano, non come il postino.
Ad un certo punto un signore distinto in giacca e cravatta mi chiese se andava tutto bene e perchè stessi piangendo. Gli spiegai quello che credevo fosse un fatto gravissimo e lui, ridendo, mi disse “signorina ma per Torino c’è un treno ogni sessanta minuti e anche meno. Poi guardi che sono tutti uguali se non più belli e veloci di quello che ha perso”.
Avevo sedici anni ed era una delle prime volte che viaggiavo da sola, mi sentivo smarrita perchè ero abituata ad essere sempre in anticipo per tutto, anche quando non ce n’era bisogno. Avevo paura di perdere qualcosa che credevo prezioso ed irripetibile ma non mi ero mai resa conto che molte cose, in primis i treni, passano e se anche ne perdi uno c’è sempre quello dopo.
Non che ora io voglia mettermi a fare metafore azzardate, forzate e sdolcinate sulla vita, al contrario il mio è un grido contro i falsi insegnamenti delle nonne, contro la filosofia da mercato delle pulci.
Per esempio la gallina vecchia non fa buon brodo, al massimo fa milf.
Poi basta, basta e ancora basta con questa storia delle minestre riscaldate che non vanno bene, se fosse vero ci sarebbero generazioni di studenti fuori sede in preda a coliche e altri problemi intestinali.
E quella faccenda del chiudere una porta per aprire un portone? Certo è assolutamente vera, ma solo se stai uscendo di casa.
Io non lo so che m’è preso quel giorno sta di fatto che ero veramente arrabbiata: ora è mai possibile creare immagini così potenti nelle menti di poveri ragazzi innocenti se poi esse non corrispondo a verità? È tanto difficile dire “non rimetterti con quel cretino, l’hai già frequentato ed è andata male una volta, non c’è motivo di risbagliare” anziché obbligarmi indirettamente a trangugiarmi due piatti di minestra perchè mangiarne uno il giorno dopo sarebbe un sacrilegio?
La vita grazie a Dio (nonna sarebbe molto fiera di questo ringraziamento) non è un treno o una minestra o un arrosto con o senza fumo, non è una botte di vino né tanto meno un dilemma tra uova e galline dunque che senso ha banalizzarla con queste frasette da Platone di Settimo Torinese? Sarebbe come tentare di imbottigliare l’Atlantico, una cosa folle e priva di significato alcuno.
E dunque cara nonna io confesso:
perdo treni che è un piacere, adoro l’adrenalina della corsa all’ultimo minuto. Mangio con sommo piacere la vellutata di zucca del giorno prima e, ti dirò, se la lasci riposare una notte prende ancora più gusto. Scelgo sempre il vino nella botte grande ma solo perchè ce n’è di più. Preferisco la gallina all’uovo. Non prendo pesci neanche da sveglia quindi posso dormire un’ora in più al mattino. L’oro preferisco averlo al collo che in bocca. Esiste il fumo anche senza arrosto, dovresti saperlo visto che ami tanto l’Olanda.
Solo una cosa non posso contestarti, una verità assoluta: fioca mnu fioca fin al cu (nevica fine nevica fino al culo).
Ora devo andare, mi aspettano per tarallucci e vino.
Mi è piombato addosso l’amore
Ho sempre pensato che sarebbe arrivato, che prima o poi sarei uscita di casa e avrei trovato Lui su un’alfetta rossa che di cavalli ne ha ben più d’uno.
Ero certa che saremmo andati a cena in un ristorante con terrazza a picco sul mare : un locale intimo, non più di dieci tavoli .
Sapevo che ci saremmo ubriacati di risate e vino bianco mangiando del buon pesce, per dessert un sorbetto limone e vodka.
Immaginavo di passeggiare sulla sabbia a piedi nudi mano nella mano con un vestito di seta e la testa leggera.
Sostanzialmente la versione alcolista di una principessa Disney e dire che io odio le principesse.
Non è colpa mia, solo che quei “principe azzurro” e “vissero felici e contenti” a forza di sentirli ti s’incastrano nella mente e farli uscire risulta più difficile che montare un mobile ikea senza istruzioni.
Comunque non vi preoccupate, oggi ho capito che l’amore arriva quando meno te lo aspetti e ti fa davvero girare la testa.
Com’è successo ?
All’improvviso, un attimo prima non c’era e l’attimo dopo si : è stato un colpo anche se non propriamente di fulmine, direi un colpo e basta.
Non era una giornata buia e tempestosa nè particolarmente soleggiata e allegra, non stavo parlando con gli scoiattoli del parco nè ero in contemplazione della natura e dei misteri della vita ; era una mattina assolutamente normale e stavo tornando a casa con le borse del supermercato pregando divinità fino a quel momento sconosciute che le buste di plastica reggessero almeno fino al portone d’ingresso.
È stato allora che mi è piombato addosso l’amore : ho sempre pensato che avesse un gusto dolce, invece devo dire che ha quel non so chè di sangue.
Stavo arrancando verso casa, come dicevo, e ad un certo punto ho sentito venire da una casa vicina delle urla di donna « maledico il giorno in cui sei nato ».
Normalmente non avrei fatto una piega, avrei continuato per la mia strada dimenticandomi dopo pochi passi delle voci, ma questa volta non potevo : era chiaramente una citazione di Sex and the City e si sa che ogni donna ne ha visto almeno una puntata, io nello specifico le so quasi tutte a memoria.
Ho alzato gli occhi incuriosita per vedere che aspetto avesse quella fantastica ragazza che, in pieno litigio, riusciva a usare le frasi di un telefim dai contenuti profondi quanto una vaschetta lavapiedi : è evidente che non capita tutti i giorni.
Quello che ho visto è stato solo un mazzo di fiori, banalissime rose rosse per giunta, che si avvicinava alla mia faccia a discreta velocità.
Ci sono attimi in cui sai benissimo cosa dovresti fare : un passo avanti o perchè no anche indietro, ma tutto quello che pensi si tramuta nell’immobilità più totale, una specie di paralisi momentanea abbinata ad una bocca spalancata.
È un po’ come quando nei film d’azione inizi ad urlare al protagonista cosa dovrebbe fare senza che lui reagisca, solo che il grande attore sei tu.
Che poi voglio dire possiamo filosofeggiare sulle spine delle rose intese come le trappole dell’essere, ma i fiori in faccia non fanno particolarmente male; il vero motivo del mio terrore era quella scatola di cioccolatini a forma di cuore tutta bella decorata, tutta bella di latta.
Una sorta di schiaffo non morale, un kharma con grande senso dell’umorismo e un tempismo degno di Willy il coyote.
Ho pensato che come ricompensa almeno avrebbe potuto soccorrermi un Raoul Bova per caso nei paraggi ma sono umile e dunque mi sarei accontentata anche solo di un classico ma intramontabile Brad Pitt invece no, a chiedermi se stavo bene è stata una signora sulla settantina che ha prontamente commmentato “per fortuna che è successo a lei e non a me!”, un’amore di donna in breve.
Che poi io non ho mai avuto nulla contro San Valentino, non mi piace festeggiarlo ma non insulto chi porta a cena il proprio fidanzato o si fa regalare i tulipani di mezza Olanda; ci ho pensato a lungo su che segno potesse essere questo, ma a parte quello sul labbro non ne ho trovato alcuno.
Ah e per la cronaca i cioccolatini me li sto mangiando io, stronza.
Buona festa degli innamorati.
Mr Destino
A me questa storia della predestinazione proprio non va giù, credo anzi che se incontrassi questo signor Destino per strada lo prenderei a ceffoni.
Com’è possibile che ci sia tutta questa gente in giro che come scusa per star seduta tutto il santo giorno sul divano a grattarsi il deretano dica « doveva andare così, è evidente » ?
È una brutta droga, crea più dipendenza dell’eroina e chi ci crede ciecamente secondo me è solo destinato ad essere un cretino.
Come se Jim Morrison si fosse trovato il disco di platino già nella culla saltando puntualmente le lezioni di chitarra perché tanto lui Jim Morrison c’era già nato e anche se ancora non sapeva che le note sono sette, durante una notte di mezza estate sarebbe sicuramente arrivato Mr. Destino col suo mantello nero e la sua ventiquattrore di pelle a infodergli il sapere.
Un po’ come se quando incontri per la prima volta la tua anima gemella dopo una stretta di mano vi sentiste già uno accanto all’altra nella tomba con quarant’anni di felice matrimonio e dieci nipoti alle spalle.
Certo riconosco che esista la sorte altrimenti non mi spiegherei perché quando devo andare ad una cena romantica puntualmente il cihuahua della mia vicina defechi sul terzo gradino delle scale esterne o perché quando decido di andare dal parrucchiere debbano scatenarsi delle piogge tropicali che torno a casa in gommone ogni santa volta.
Il problema è che tutto può essere destino : la vecchia che ti pesta un piede col bastone alla fermata dell’autobus, il nuovo barista figo del tuo caffè di fiducia, il perdere il treno come in quel film con Gwyneth Paltrow ; ma così non ha senso, non c’è scopo educativo anzi non c’è proprio nessuno scopo e tanti cari saluti al libero arbitrio.
La verità è che ammettendo pure che qualcosa di ”già scritto” ci sia è meglio non saperlo perché l’homo erectus, alla costante ricerca del massimo risultato col minimo sforzo, appreso che da grande diventerà il presidente del consiglio degli Umpa Lumpa, passerà il resto dei suoi giorni a sfondarsi di canne in attesa che accada ciò che deve accadere.
Un sillogismo le cui premesse sono infondate e dunque un non-sense bello e buono.
Quando incontri la tua anima gemella non è che hai fatto jackpot, non è che solo avendola conosciuta hai vinto un contratto milionario a tempo indeterminato con sei mesi di ferie pagate all’anno e otto ore di lavoro a settimana con week-end da mercoledì a domenica.
No.
L’amore te lo devi sudare, il principe azzurro può averti leggermente influenzata ma quello che hai davanti in carne ed ossa spesso può sembrare un nobile decaduto con problemi di aerofagia e il vissero felici e contenti nella realtà significa saper accettare anche quello che proprio non sopporti.
Io ci ho anche provato a crederci a questa storia, mi sono presentata ad un’esame senza aver aperto libro pensando che fosse scritto da qualche parte che io dovessi laurearmi ma l’unica cosa che ho letto è stata il labiale del professore mentre mi invitava a ripresentarmi all’appello successivo.
Io non sarò di certo Gesù Cristo ma per cortesia alzati e cammina figliolo, non è guardando Batman che diventerai un supereroe e non è partecipando da spettatore alla tua vita che inizierai a Vivere.
Ora scusami ma devo andare in palestra, ho capito che anche se è Destino che io arrivi in forma smagliante alla prova costume, se gli do una mano a questo signore di sicuro non sbaglio.