Corso di cucina per amanti inesperti.

Caro Amore,

ti avevo preparato una torta per stasera, una torta con mele e cannella come piace tanto a te.

Mi sentivo così felice mentre la vedevo lievitare, mi sentivo così felice mentre quel caldo profumo si diffondeva nell’aria come musica in un giorno silenzioso.

Era bellissima con quella crosticina così fragile, mi sono persa a guardarla.

Sei la mia primavera, Amore. Averti accanto mi fa venir voglia di essere migliore, di fiorire da un piccolo ramo secco in cui il sapiente giardiniere ha creduto, in cui tu hai creduto sin dal primo istante.

Ti chiederai dove avrò nascosto la torta di mele, avrai alzato velocemente lo sguardo per cercarla.

Non la troverai, l’ho buttata.

Sapeva di copertone con un pizzico di cannella. Ci ho messo così tanto amore nel prepararla che mi è venuto da piangere quando l’ho assaggiata.

Forse l’amore da solo non basta, forse ci vogliono altri ingredienti. Eppure ho seguito la ricetta passo passo, farina, uova, latte, zucchero e lievito. C’era tutto. Anche le mele e la cannella. Setacciare, mescolare, infornare. Forse ho sbagliato la cottura, forse sbagliamo senza rendercene conto.

Ma come fai tu a cucinare così bene, ma come fai tu ad amare così bene? Hai frequentato dei corsi, chi è il tuo maestro? Mi hai insegnato così tante cose che avrei voluto dimostrarti di essere all’altezza, alla tua altezza. Hai rotto i miei muri in punta di piedi ed io invece ho rotto i vasi del salotto mentre urlavo contro me stessa. Mi hai abbracciata mentre tremavo in un angolo e non ho saputo far altro che spingerti lontano. Ma tu sei tornato e mi hai tolto quell’odore selvatico che odiavo così tanto da averlo fatto mio e adesso profumo di torta al cioccolato.

A volte mi chiedo come tu faccia ad amarmi, come tu possa vedere il Sole oltre le mie spine. Semplicemente lo fai. E vedi forse è proprio questo, forse è che mentre setacciavo la farina mi sono cadute alcune spine velenose, non hanno più motivo di proteggermi, non ho motivo di proteggermi da te. E forse sono quelle spine a rovinare le torte, a rovinare l’amore. Ma ho deciso che non voglio compatirmi, voglio capirmi insieme a te. Così ho buttato la torta, l’ho buttata per strada e ho aperto le finestre per non lasciare nemmeno un’ombra di quell’odore amaro.

Sono uscita a ricomprare la farina, il latte, le uova e la cannella. Mettiti il grembiule Amore, fammi un corso di cucina per amanti inesperti.

Hola, mi amor.

Ciao zia,

sono Paolo, ricordi? È da un po’ che non ti scrivo, dal primo anniversario della tua morte.

Ho scritto morte e non quelle espressioni orrende tipo “dipartita, scomparsa” che la gente usa per non dire la temutissima parolina con la emme. Morte.

Tu hai sempre amato la cruda verità, hai sempre odiato le persone che non hanno il coraggio di dirla. In generale hai sempre detestato le persone che non hanno coraggio e mi hai amato alla follia perché dicevi che invece io, di coraggio, ne avevo da vendere. Non so se avevi ragione.

Ricordo perfettamente la tua erre moscia, quel tuo sguardo così profondo che non se ne vedeva la fine. Ti ricordo così bene che potrei disegnare le tue unghie dei piedi ed è strano, sai, è strano perché non ci siamo visti che un paio di settimane. Vivevi dall’altra parte del mondo ma, da quando te ne sei andata, è un po’ come se avessi lasciato un monolocale nel mio cuore. Una casetta piccola senza muri divisori, uno spazio aperto e luminoso in cui, qualche volta, mi rifugio.

Ti scrivo perché sono triste e mi hai sempre detto che mettere nero su bianco il proprio dolore aiuta ad esorcizzarlo, che è come farlo uscire da noi stessi e guardarlo con occhi nuovi, un po’ come pensare ad una persona ed avercela davanti agli occhi. Una gran bella differenza. Così ti scrivo perché spero tu abbia ragione, l’hai sempre avuta.

Mi chiedo zia se quella ferita che ho al fondo della schiena si rimarginerà mai o se invece dovrei usarla come inesauribile fonte di riflessione. L’altro giorno, mentre pensavo che si fosse ormai cicatrizzata, ho stretto la mano ad uno sconosciuto ed è stato come se quest’uomo avesse preso un pugnale per lacerarmi quel punto esatto della schiena, per aprire una finestra del tempo e riportarmi a quei giorni bui. E mentre io viaggiavo il mio cervello era paralizzato, ho pianto dietro le ante di un armadio, ho pianto così tanto che quasi non riuscivo a respirare. Erano anni che non mi succedeva.

Mi dicevi sempre, zia bella, che il nostro corpo ci parla e che sta a noi imparare ad ascoltarlo. Ecco, ho imparato che quando mi succede qualcosa che mi ferisce nel profondo ho una scossa fortissima al braccio, una specie di fitta che parte dalla spalla ed arriva fino al pollice. Quando ho stretto la mano a quello sconosciuto la fitta è stata a tutte e due le braccia. Non ricordo il suo viso né tantomeno il suo nome. Di lui ricordo questa fitta fortissima e le mie lacrime come una diga senza argini. Sarà stato il caso, sarà che erano anni che avevo bisogno di piangere come un bambino quando gli muore il cane. Come se stringendomi la mano avesse tirato via il tappeto facendomi sparire dietro una nuvola di polvere.

Se stessimo parlando davanti ad un caffè come vecchi amici so che non mi chiederesti se ho una ragazza, so che mi guarderesti dritto nelle pupille e cercheresti di capire se sono innamorato. So che lì ti stupiresti d’intuire, perché tu intuisci molte cose, che non lo sono e allora poseresti la tazzina di caffè e mi chiederesti perché non sono innamorato, perché mi nascondo dietro castelli di carte. Ti direi che semplicemente non ho ancora incontrato la persona giusta, nessuna che mi smuova le viscere. Nessuna per cui abbia pianto davvero  anche se per pseudo amore ho pianto. Un uomo si sente vivo quando ama e se non lo fa si convince di essere innamorato per convincersi di essere vivo fino in fondo.  Così ho pianto per illudermi di sentire il mio cuore pulsare più forte. Tu rideresti così  forte da far ridere tutto il bar, è impossibile non essere felici quando tu sorridi. Poi torneresti seria con quel tuo sguardo severo e mi diresti che sono tutte scuse, che la persona giusta non cade come pioggia a primavera, che la persona giusta, cazzo, devi saperla accogliere.  Hai sempre amato dire le parolacce, ti facevano sentire più giovane.

A questo punto azzarderesti una delle tue metafore da donna con le palle, tireresti fuori il calcio. E zia, ammettilo, tu di calcio non ci hai mai capito niente. Mi diresti, ne sono certo, che sono come un ragazzo che sogna di giocare la Champions League ma che salta gli allenamenti, un uomo che sogna una cena al lume di candela ma si dimentica di apparecchiare la tavola. Perché la verità, mi diresti, è che tu non ti concedi d’innamorarti. Ti chiudi nel tuo guscio rifuggendo le persone, continueresti, non ti spogli delle tue paure perché senti freddo ma non ti accorgi che il freddo ce l’hai dentro. Non ti accorgi che nessuno bussa alla tua porta perché, semplicemente, le hai murate tutte. Mi sgrideresti perché, ovviamente, starei piangendo, perché saprei che hai ragione.

“Vuoi bere Barolo ma entri in birreria sapendo che non servono vino e ti lamenti che, cazzo, non hai bevuto ciò che volevi. E ci ritorni ogni sera, e ogni sera ti lamenti. E ogni sera sai che, in fondo, è colpa tua, che basterebbe cercare una vineria. Ma non sai che nome dare a quella forza invisibile che ti impedisce di avventurarti tra le vie del centro e che ti fa entrare, ogni sera, in quella birreria di periferia.”

Ecco zia, adesso la mia fantasia si ferma, non so come continueresti ed è per questo che ti scrivo, per chiederti di dare un nome, per chiederti un consiglio. Mi hai sempre detto di non avere fretta e ti giuro che ho imparato a non averne se non sulle cose importanti. Sai zia, mi sento galleggiare in un mare che non so nemmeno dove sia e vorrei che tu, nel più bello dei miei sogni, venissi a prenderlo questo caffè con me, fosse anche dall’altra parte del mondo. Mi mancano la tua voce, quella tua erre moscia e tutte quelle rughette che avevi intorno alle labbra. Mi mancano la tua aria così austera e quei tuoi abbracci caldi, il tuo orgoglio e la tua dolcezza. Mi manca comporre il tuo numero sul telefono e sentire il tuo “Hola mi amor” dall’altra parte del capo. Vienimi a trovare zia, offro io.

Paolo

Ps. Non sapendo l’indirizzo brucio questa lettera nel camino. Il calore sale così spero che le mie parole arrivino fin da te. Hola, mi amor.

Otto ore di ritardo.

Tutto è iniziato quando sei salita su quell’aereo.

Io qui, tu otto ore avanti.

Quando si sono chiuse le porte mi sono seduto accanto a una signora. Abbiamo pianto insieme. C’era suo figlio in volo con te, c’erano i nostri cuori sotto i vostri sedili. Quella donna mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto “da quando mio figlio ha iniziato a camminare non sono più stata in grado di raggiungerlo”. Chissà se l’hai conosciuto, si chiama Federico e studia chimica.

Le ho raccontato di te, della tua voglia di girare il mondo e di me che mi sento perso se faccio più del giro dell’isolato. Le ho raccontato che tu le radici le mangi a colazione, che io ho bisogno di sentirle sotto i piedi. Non ricordo che strada ho fatto per tornare a casa. Non ricordo quasi nulla del primo mese senza te.

Dicono che, comunque vada, siamo tutti sotto lo stesso cielo. Noi no, io vedo il tramonto mentre tu osservi il grande carro, io vedo l’alba mentre tu ti ripari dal Sole di mezzodì.

Vorrei sapere chi l’ha deciso che a Est sono avanti mentre ad Ovest si rimane sempre indietro. A nessuno è mai passato per la testa che forse l’alba a Pechino è quella che hanno visto a Chicago il giorno prima, che l’Australia dovrebbe festeggiare il capodanno dodici ore dopo Roma?

Quando guardo l’orologio chiudo gli occhi e m’immagino di cenare con te. Poi li riapro e finisco il mio cappuccino. Freddo.

Ho pensato ad una soluzione, Amore mio. Salirò su una mongolfiera e starò immobile a pochi metri da terra. Io starò immobile e la Terra girerà. Mi passerà sotto i piedi tutto il mondo e spero che uno squalo non mi mangi quando sarà il turno degli oceani. Atterrerò nel tuo giardino come panna montata sulla cioccolata calda di tua zia. Sarò soffice e bianco, più per i miei cali di pressione che altro. Un mio amico dice che non si può, che la gravità ostacola anche il corso naturale dell’amore. Non ti preoccupare, ho comprato le scarpe da corsa.

Salirò sui paralleli e correrò più veloce di un aereo, correrò fino a che la gente non si dimenticherà di Forrest Gump. Mi scoprirai al tuo fianco mentre camminerai in riva al mare, ti prenderò la mano mentre fisserai l’oceano cercando di scorgermi oltre l’orizzonte. Supererò i fusi orari come le righe delle piastrelle, arriverò e non saprò che ore saranno. Non avrò di certo avuto il tempo di spostare le lancette.

Mi sentirai soffiare sulla tua minestra mentre m’immagini raffreddare la mia tazza di tè francese, mi sentirai russare sul tuo cuscino mentre m’immagini chino a lavorare.

E se non trovassi il parallelo, mi dirai, se ti perdessi all’incrocio col primo meridiano? Non ci si può perdere nell’immaginazione, ti direi. E non c’è cosa più immaginaria del tempo, lo so bene.

Col senno di poi

Gentile utente,

ti ringraziamo per aver scaricato la nostra applicazione Col senno di poi.

Ti è mai capitato di pensare che, ad averlo saputo prima, ti saresti comportato in modo diverso? Che ad averlo saputo prima avresti cambiato marciapiede per non incontrarla o ti saresti seduto al suo tavolo sorridendole anziché nasconderti dietro il menù sgualcito di una pizzeria? Sei stufo di passare notti intere a piangere, di scambiare merde secche per l’amore della vita? Ti sei stufato di sentire una fredda lama trapassarti il cuore quando una donna sbatte la porta di casa portandosi via vestiti e serenità? Ne hai abbastanza dei due di picche, dei tradimenti, delle amicizie amorose e dei telefoni che squillano a vuoto? Sei stufo, soprattutto, di vederti passare la vita davanti mentre anneghi nelle tue lacrime urlando “ad averlo saputo prima” ?

Bene,  col senno di poi  è l’applicazione che fa per te.

Col senno di poi si basa sull’analisi del campo morfogeno dell’individuo dandoti la soluzione all’equazione con infinite variabili del “e se?”.

I limitatori biologici dell’individuo vengono superati da una semplice applicazione che squarcia la fessura di tempo cui siamo abituati. Non prevediamo il futuro perché non esiste futuro in col senno di poi. Tutto è qui, ora, sempre, da sempre e per sempre.

Immagina una videocassetta nel video registratore. Il film è già tutto sul nastro ma tu non puoi vederne che l’attimo in cui esso compare sul video. Col senno di poi, invece, sa già dirti se lei morirà o verrà salvata da un mago. Mentre tu fissi lo schermo, noi analizziamo la pellicola.

Mentre tu la fissi a bocca aperta, noi sappiamo già dirti se la troverai a letto con tuo cugino o se avrete dei figli biondi. Esatto, hai capito bene: dei figli biondi.

Noi prendiamo il libero arbitrio e lo sublimiamo. Abbiamo immaginato l’amore come un grande mercato in cui domanda ed offerta s’incontrano, in cui si dovrebbe aspirare alla concorrenza perfetta, alla possibilità per ogni individuo di raccogliere un numero d’informazioni tale da permettergli di operare la scelta secondo lui migliore. Abbiamo pensato che il mistero che tanto ci fa sorridere durante la prima parte di una storia sia la fonte maggiore di sofferenza quando essa finisce. Questo perché non siamo sufficientemente informati e quando c’innamoriamo è come se comprassimo un prodotto in una scatola nera da cui non capiamo né colore,  forma, odore, o funzione. Col senno di poi invece è il foglietto illustrativo di vantaggi e svantaggi del tuo nuovo amore, sta a te poi decidere se acquistarlo. Ti anticipiamo il finale del film dandoti la possibilità di premere play o di cambiare cassetta con una nuova consapevolezza.

Col senno di poi è il tuo “te l’avevo detto” a portata di touch screen.

L’applicazione è completamente gratuita e non dovrai inserire nomi né tanto meno segni zodiacali. Ti basterà pensare alla tua amata per una manciata di secondi e subito col senno di poi ti invierà un breve filmato sui momenti cruciali della vostra relazione.

Attraverso uno studio di fisica quantistica col senno di poi muove verso un perfetto mercato dell’amore in cui la sofferenza, vista come fallimento di mercato, viene sensibilmente ridotta lasciando spazio all’informazione, alla concorrenza perfetta della felicità.

Potrai scegliere tra un amore calmo e duraturo o breve e passionale, potrai scegliere quello che più desideri cosciente che col senno di poi, ovviamente, te l’aveva detto.

Col senno di poi, amore in-formato touch screen.

Un quadro bellissimo.

Mia madre mi diceva sempre di non fare promesse che non avrei potuto mantenere. Niente è più odioso di una promessa non mantenuta, nemmeno il caffè bruciato di prima mattina. Mia madre diceva anche che non importa se hai le dita dei piedi incrociate o se stai facendo le corna, una promessa è una promessa. Così, giuro, non avevo mai promesso nulla di impossibile prima.

Era il diciannove settembre quando lo conobbi. Avevo poco più di vent’anni, una camicetta verde e tutta la leggerezza di una studentessa fuori sede. Lui era bello, non saprei descriverlo meglio. Era bello e basta.

Mi offrì un gin fizz, poi un altro e altri ancora. Ci baciammo dopo poco più di un’ora e ancora ricordo la sua lingua umida nella mia bocca. Fu piacevole, mi pare.

Iniziammo a frequentarci. Era un pittore, mi raccontò che sua nonna da giovane era scappata dalla dittatura di qualche paese dell’Est. Non ricordo quale, in effetti quando parlava non riuscivo a seguirlo più di tanto ero ipnotizzata da quelle labbra carnose. Sembravano due petali di rosa scossi da un vento leggero.

Un giorno d’autunno mi preparò una pietanza a base di barbabietole, una vecchia ricetta di famiglia. Vomitai tutto dopo dieci minuti appena. Non bisognerebbe mai mangiare niente di viola. Sono nauseanti le cose viola.

La gente pensa sempre che la vita di un pittore sia piena di colori ma nessuno, mai nessuno, si chiede da dove vengano quei colori. Mica le comprano dal bottegaio le sfumature che dico io. I colori, quei colori, i pittori li prendono dalla gente che hanno intorno, rubano l’azzurro di uno sguardo, il bianco di un sorriso e il verde di un cuore puro. Rubano l’arcobaleno per lasciare un po’ di grigio qua e là.

È stato inevitabile, vedete bene. Nessuno stratega avrebbe trovato una soluzione migliore.

Un sabato mattina mi portò nella sua casa di montagna. Disse che voleva dipingere il mare a 2500 metri, che avrebbe fatto una copia esatta della sua idea di mare. Non mi sembrò più strano di quando dipinse un cavallo non sellato intitolandolo “perdere le staffe”. In fondo la montagna era una buona occasione per un piatto di polenta. Quella sera ci ubriacammo di vino rosso. Facemmo l’amore e bevemmo vino. Bevemmo vino e facemmo l’amore. Di nuovo il vino, di nuovo l’amore. Per sei ore. Quando ormai fuori era mattino mi strinse tra le sue braccia e mi chiese di stare con lui fino alla fine dei suoi giorni, fino alla morte. Se avevo passato sei ore intere a fare l’amore su una coperta di lana ruvida potevo di certo passare il resto della mia vita con lui. Saremmo rimasti accoccolati per sempre in quel tepore, ci saremmo ubriacati il lunedì e mangiato brodo caldo la domenica a pranzo. Avremmo dormito di giorno e lavorato di notte, avremmo vissuto liberi. Fu così che all’alba, in montagna, ci promettemmo amore eterno su una coperta di lana ruvida. Non ci fu nessun anello, la premeditazione è banale per i pittori.

Dovrebbero sempre passare almeno dodici ore tra un orgasmo e una promessa. Il piacere rende stupidi, inebetisce al punto che si perde la capacità d’intendere e di volere. Come si può decidere della propria vita pochi istanti dopo essersi abbandonati a quella scossa elettrica che paralizza il cervello fino a renderlo un puntino di luce bianca? Con quale cattiveria si può mai ricattare un’anima in preda al delirio sessuale più profondo? Nemmeno il diavolo ne sarebbe capace eppure il mio pittore mi chiese di restargli accanto e io, ancora scossa dal piacere, dissi sì con la stessa naturalezza di un respiro. (Risposi con la stessa incoscienza  con cui un bambino sorride alla mamma.)

Dodici ore dopo, mentre passeggiavo per le vie del paese, mi resi conto che non lo amavo. Ricordo ancora di aver provato una fitta allo stomaco, allora è vero che il corpo ci dà segnali chiari. Mi ricordai improvvisamente di quella sensazione di vuoto che da sempre avevo cercato di reprimere con estremo successo quando ero a fianco del mio pittore. Un po’ come se ogni sua pennellata avesse eroso un pezzettino piccolissimo di me, una cellula alla volta mentre io osservavo quei colori che diventavano parte della tela. Più colori dipingeva, più la vita ingrigiva. La verità è che mi ero messa in pausa, ero rimasta ferma a guardare il mondo come intrappolata in un quadro che io stessa avevo dipinto. E quei colori per quanto fossero bellissimi non erano reali, non erano me. In quel verde non scorreva clorofilla, solo un po’ di giallo e blu mescolati con maestria. Ma è possibile che l’amore finisca nel tempo di un battito di ciglia? È possibile addormentarsi sul cemento armato e risvegliarsi in un castello di carte?  Mi venne un conato di vomito, avevo ancora delle barbabietole in qualche angolo dell’intestino tenue.

Anche una biro prima di finire l’inchiostro scrive, diceva sempre la mia maestra. Anche una candela prima di spegnersi rischiara. Anche l’amore, prima di finire, fa battere il cuore. Ma una promessa è una promessa e non ci sono dita incrociate, corna od orgasmi che tengano.

Fu di lunedì sera che lo invitai a cena. Preparai una zuppa calda e uno stufato. Avevo pianificato tutto e niente, niente mi avrebbe fermata. C’è sempre una via d’uscita, anche da un vicolo cieco.

In due anni di relazione lui mi aveva portato via il colore, il sapore ed anche l’odore della libertà, della mia felicità. Mi trasformò in bianco e nero il giorno in cui mi fece un ritratto a colori, mi tolse il sapore quando vomitai la sua sbobba di barbabietole ed infine mi privò dell’odore della montagna chiedendomi in moglie a duemilacinquecento metri.

Fu per chiudere il cerchio che scelsi l’arsenico.

Inodore, incolore, insapore.

Brindammo al nostro futuro insieme e al suo quadro con un mare così blu da sembrare vero.

Quando cadde a terra io restai a fissarlo come una statua in una galleria d’arte. Tentò di urlare mentre si contorceva ma io ero ipnotizzata dalle sue labbra che ora appassivano lentamente come petali in autunno.

Avete mai visto la vita abbandonare un corpo? Sembra quasi di poter toccare l’anima mentre esce a fatica dagli occhi, dal naso, dalla bocca e dalle mani. Tutto trema come i cristalli durante il terremoto. Come un pesce che sbatte la coda al sole. E mentre il suo viso diventava sempre più pallido le mie gote si facevano più rosa, il mio naso sentiva di nuovo il profumo dell’aria fresca. Uno ci mette anni interi per imparare a vivere e la morte non dura che una manciata di secondi.  Un tremore che sembra quasi un orgasmo, l’ultimo.

Quando smise di muoversi mi stesi per terra accanto a lui, gli presi dolcemente la mano e gli sussurrai “fino all’ultimo respiro amore mio, una promessa è una promessa”.

Mi sentivo leggera, non avrei mai potuto disobbedire a mia madre.

Eravamo un quadro bellissimo.

Acquaragia

Era un ragazzino come tanti, figlio di operai, né alto né basso, né bello né brutto. Era biondo, certo, ma di quel biondo un po’ slavato che nemmeno esiste nelle tinte dei parrucchieri che nessuno si tingerebbe mai i capelli di quel colore. Lavorava come aiutante del fabbro dietro casa dopo la scuola e non brillava di certo nello studio. Era un ragazzino abitudinario, percorreva sempre la strada davanti al macellaio per tornare a casa. Tuttavia quel giorno sua madre gli chiese di comprare un po’ di pane fresco per pranzo, avevano ospiti. All’angolo girò a destra seguendo il profumo di focaccia appena sfornata.

Aveva circa diciassette anni quando la vide. È difficile credere all’amore a prima vista quando ti scarseggia il pane sulla tavola. È difficile credere nell’amore eterno quando i tuoi genitori non fanno altro che lanciarsi addosso sensi di colpa come fossero piatti di ceramica. Quel suo sorriso, tuttavia, gli fece dimenticare tutto. “Acquaragia” pensò, “il suo sorriso è acquaragia”. Non era una metafora molto romantica ma quel ragazzino non era di certo un poeta.

Accadde davanti all’università, lei indossava una lunga gonna blu, i capelli raccolti in una crocchia come voleva la moda, una camicia bianca leggera ed una cartella di cuoio scuro. Non notò di certo quel ragazzino magrino con gli occhi cerulei. Non notò di certo il suo sussulto quando la vide passare, non percepì quell’energia cosmica che dovrebbe essere l’amore. Gli passò accanto come se lui non esistesse tanto che lo urtò involontariamente con la sua cartella di cuoio scuro.  Lui guardò l’orologio della piazza, erano le dodici in punto. Si ricordò di quel vecchio al bar che un giorno, con l’alito di chi ha assaggiato più bottiglie che labbra, gli disse che l’amore era solo un invenzione, che l’unica anima gemella è quella che vedi riflessa nello specchio mentre ti fai la barba. Pensò che quel vecchio l’acquaragia non l’aveva mai provata.

Decise che il giorno dopo sarebbe tornato in quello stesso posto alla stessa ora, avrebbe preso un bel respiro e le avrebbe parlato. Sulla via del ritorno si sentì un po’ come sua cugina Caterina, quell’inguaribile romantica che lui tanto aveva preso in giro. Si impose di smettere di fischiettare, era un uomo e non poteva abbandonarsi a tali frivolezze.

Dimenticò il pane. Sua madre andò su tutte le furie e lo obbligò al digiuno.

L’indomani, dopo la scuola, si piantò davanti all’università alle dodici in punto. Aspettò la sua amata per venti minuti ma non vide nessuno. “forse è uscita prima, forse aveva la febbre” pensò, “tornerò domani”. Quasi non si accorse che arrivò la nebbia, che iniziò a nevicare, che calpestò una primula e si ustionò il naso col sole d’Agosto. Quasi non si accorse che le prime rughe iniziarono a solcargli le guance, che il biondo fece spazio al bianco, che la scuola l’aveva finita da un pezzo. Quasi non si accorse, perso com’era nella sua fantasia, che tutto si muoveva mentre lui restava incollato a quella panchina, tutti i giorni, dalle dodici alle dodici e trenta. C’è chi va a messa e c’è chi si siede aspettando il suo destino.

Era il quattro dicembre quando tutto cambiò. D’improvviso si ricordò che era il suo settantesimo compleanno e, forse per la prima timida neve, si sentì gelare il cuore. Aveva dimenticato la sua amata. Non si ricordava più il suo viso, il suo profumo, non si ricordava nemmeno più come si era sentito quell’unica, bellissima volta che si erano visti. Aveva stravolto la sua vita per amore e ora non si ricordava nemmeno più che gusto avesse quel sentimento. Si alzò di scatto ed entrò nel negozio sulla via centrale. Pagò, uscì e tornò a sedersi sulla panchina. Non poteva accettare di aver perso quella sensazione così dolce, così potente. Aprì la bottiglia e se la scolò tutta d’un fiato. Subito un calore si diffuse per tutto il corpo, si sentiva ardere finalmente come quella volta.

Acquaragia, ecco che sapore aveva. I colori, così come i ricordi, svanirono piano piano lasciando un candido bianco, luce pura che rischiara e conforta, proprio come quel sorriso.

Fu il quattro di Dicembre che il quartiere si strinse intorno al corpo rigido di quel vecchio pazzo a cui nessuno mai ebbe il coraggio di dire che l’Università era stata chiusa almeno vent’anni prima, a cui nessuno ebbe mai il coraggio di dire che l’acquaragia era più velenosa di un ricordo.

Sistema binario

Ti ho visto quel giorno, eri sul vagone di fronte al mio. Pazzesco no, abbiamo condiviso così tanto e adesso tu sei a pochi centimetri da me, due finestrini ci separano ma io posso guardarti negli occhi.

Tra poco scatterà il bip e tu andrai avanti e io andrò indietro.

O forse sarà il contrario.

Abbiamo condiviso così tanto, siamo stati così a lungo nella stessa stazione e adesso, adesso che dobbiamo muoverci andiamo in direzioni opposte. Forse che, presi com’eravamo a scavarci l’anima, non abbiamo visto che eravamo su due banchine diverse? Forse che non ci siamo mai davvero incontrati, mai davvero sfiorati. Io da una parte e tu dall’altra.

Ci sono i binari di mezzo, è impossibile capisci?

Ma nessuno ha pensato di non salire su quel maledetto treno, nessuno ha pensato che se solo fossimo tornati indietro di qualche gradino saremmo potuti uscire da quella stazione mano nella mano.

Sono passati diciotto minuti, diciotto. Lo sai che normalmente si aspetta molto meno.

Forse i macchinisti lo sapevano, forse ci spiavano dalle telecamere come una casalinga avida guarda le soap opera. E forse ci han creduto fino all’ultimo, hanno tifato a gran voce perché non fossero solo i nostri sguardi ad intrecciarsi, perché anche le nostre mani potessero accarezzarsi, accarezzarsi per davvero. E invece siamo un film con un finale deludente,  un colpo di scena tagliato nel montaggio, una porta scorrevole che si chiude senza portone.

Così adesso sono qui e ti osservo dal finestrino e sembra quasi di sentire il tuo odore, ma sicuramente è il sudore del mio vicino ad annebbiarmi la mente. Così adesso prenderò un caffè alle macchinette e so che lo farai anche tu, un surrogato di quello al bar sulla piazza che mai prenderemo.

E mi sembra di riuscire a capire chi dice di essere impotente, chi vorrebbe con tutto se stesso una cosa e poi rimane fermo con lo sguardo vitreo prendendosela con se stesso ma continuando a rimanere fermo.

Siamo saliti su due vagoni diversi e siamo più vicini di prima, non ci sono più i binari a separarci. Siamo saliti su due vagoni diversi e siamo più lontani che mai, tu andrai a est e io a ovest. Tu vedrai il sole prima di me, la notte scenderà dopo sopra di me. Ma la notte forse non sarebbe scesa mai se ci fossimo incontrati, incontrati per davvero.

Tu mi guardi come a dire che non torni mai indietro, io ti guardo come a dire che forse saremmo andati avanti insieme.

Lo senti quel bip così forte, così insistente ora? Non ti ricorda il suono di quella macchina che monitora i battiti cardiaci, di quella roba che adesso, guardandoti, proprio non ricordo come si chiami. Quella roba che fa un rumore insistente giusto prima che il tuo cuore si fermi, giusto prima che le porte si chiudano. E non è così diverso, la macchina del cuore, le porte di un vagone, sempre un bip è. E non è così diverso, il treno verso ovest, il treno verso est, sempre alla stessa fermata s’incontrano. E quel bip mi ferma il cuore, e quel treno mi allontana da te. Eppure siamo stati impotenti, il mio cuore si è fermato, le mie gambe non hanno fatto dietro front.

Così vado avanti, qualche battito in meno, qualche fermata in più e mi chiedo se incontrandoti di nuovo per un caso non fortuito riuscirò a venirti incontro, riuscirai ad accarezzarmi il viso.

Adesso mi giro, ho un senso di nausea. Sai quando tu sei su un treno fermo e quello accanto a te si muove ed è tutto relativo, e ti senti andare avanti mentre invece sei fermo, e ti senti senza appiglio con lo stomaco in rivolta. Adesso mi giro, sei già ripartito.

Ti sposo ma nulla di serio.

Ho deciso che ti sposo, stai tranquilla non è nulla di serio.

Ti sposo ma voglio che sia leggero come i tuoi vestiti di seta. Dire che è una cosa seria mi fa subito intristire, mi farebbe sentire uno di quei pinguini in giacca e cravatta sempre dritti con la schiena, sempre bassi con lo sguardo per non inciamparsi nelle loro scarpe di vernice.

Ho deciso che ti sposo per come muovi le mani quando ti arrabbi, che io mica riesco ad arrabbiarmi davvero con te che disegni nell’aria.

Ho deciso che ti sposo per come mi stringi quando facciamo l’amore, per come afferri la mia anima e la tieni al sicuro.

Ho deciso che ti sposo perché se c’è una cosa che voglio fare nella vita è contarci le rughe una ad una come stelle a San Lorenzo.

Ho deciso che ti sposo perché non trovavo una scusa plausibile per regalarti un anello uguale al mio. Sai quelle cose un po’ infantili tipo il braccialetto dell’amicizia, ecco una cosa del genere. Puoi metterlo dove vuoi, anche nell’alluce destro se ti va, l’importante è sapere che io e te avremo qualcosa di uguale ed unico al mondo. Che a ben pensarci è una contraddizione ma non è che sia famoso per la coerenza.

Ti sposo ma non è nulla di serio, nessuna gabbia e nessun limite, voglio essere libero di amarti ed essere amato.

Ti sposo perché alle feste mi diverto da morire e faremo una festa enorme con amici, parenti ed una piscina di vino bianco.   

Con gli anni ti tingerai i capelli per paura di vederli ingrigire e io sicuramente non avrò mai il coraggio di dirti che quando ti guardo io ci vedo tutti i colori dell’arcobaleno.

Ti sposo perché sono sicuro, sicuro di voler passare il resto della mia vita libero insieme a te.

È solo che mi è rimasta quella paura un po’ infantile, quelle cose che la mamma esce per fare la spesa e tu vai nel panico pregando perché torni e alla fine lei torna sempre. Ecco io voglio guardarti negli occhi e sentirmi dire “sì”, perché quel sì vorrà dire che entrerai ogni giorno dalla porta principale con il latte e due baguette ancora calde. Tranquilla, io ti starò aspettando con due calici di vino francese.

E vedi bene che sono ancora un po’ bambino, che ho ancora delle paure dietro ai muscoli e lo sguardo da duro.

Ti sposo ma non è nulla di serio perché la verità è che lo faccio perché se non avessi il tuo sorriso il cuore mi batterebbe un po’ più lentamente.

Così ti sposo per vederti sorridere giorno dopo giorno e capisci anche tu che non può essere nulla di serio, perché l’unica cosa seria del nostro matrimonio è che io ti amo, ma ti amo col sorriso.

E penserai che sono un po’ sciocco, un eterno fanciullo e per darti ragione, perché qualche volta la ragione ce l’hai anche tu, ti lascio un bigliettino al fondo di questa lettera e barra pure la casella che vuoi, sai che sono estremamente democratico.

Fai con calma, ti aspetto in cucina.

daje