E se davvero mi telefonassi tra vent’anni?
Ci hai mai pensato? Cosa ci diremmo?
“Compra il pane tesoro che io sono ancora nel traffico”.
O forse mi dirai che hai avviato le pratiche, quelle del divorzio.
Sì perché non ce la facevi più, io con le mie ansie e tu con le tue ali che sapevo solo tarpare.
Che poi io nel matrimonio non so nemmeno se crederci.
Forse starò ancora correndo per inseguire ciò che non ho il coraggio di raggiungere. È proprio necessario correre per qualcosa che si ha accanto?
Invece no, tu mi chiamerai e userai il numero privato per stupirmi col suono della tua voce come fai sempre.
Mi chiederai come sto, è da tanto che non ci si sente, ti risponderò che va tutto bene, qualche intoppo a lavoro ma che vuoi è la vita, a casa una meraviglia.
Tu sarai felice, un uomo realizzato che voleva chiamare una persona che tanto gli era stata cara.
Era.
Sì perché non ne abbiamo azzeccate molte, lo sai, e alla fine il tempo, il lavoro, le nostre colpe e il nostro orgoglio ci hanno divisi.
Chissà se dopo aver schiacciato il rosso riprenderemo a camminare tranquilli o se avremo bisogno di sederci su una panchina.
Io mi accenderò una sigaretta, tu no, odi i vizi che non hai.
Guarderemo il vuoto sentendoci vuoti.
Una valanga di ricordi che ti cade addosso con una violenza tale da farti male alle spalle.
Sorrideremo da soli e poi, quando penseremo ai litigi, scuoteremo lievemente la testa pensando a quanto siamo stati stupidi e immaturi, a quando avremmo potuto dire “va bene” anziché intestardirci.
A quando avremmo potuto chiudere un occhio anziché tirarci un pugno, amarci piuttosto che urlarci addosso.
Ci morderemo le labbra come avremmo dovuto fare vent’anni prima, appoggeremo le mani sulle ginocchia e a fatica ci alzeremo tornando meccanicamente al presente.
Sarà dura forse, ma col tempo saremo diventati dei professionisti nel nascondere i sentimenti.
E se, semplicemente, ti dicessi “certo amore, passo io in panetteria”?
Facciamo così, telefonami tra vent’anni e vediamo che mi dici.
#amore
In orario per nulla
Parigi, place du Trocaderò.
Una ragazza si siede ad un tavolino al sole, si accende una Marlboro light.
Il cameriere le chiede cosa desidera e lei, prima di ordinare una coca cola zero, si toglie gli occhiali : le piace guardare la gente nelle pupille senza filtro alcuno.
Sorride senza motivo, sembra aspettare una persona: una sua amica o il fidanzato di una vita.
Non guardarla è impossibile bella com’è, i lunghi capelli castani che incorniciano quel viso dolcemente sensuale, quegli occhi che hanno molto da raccontare. Sembra sicura di sè dentro il suo vestito nero che le dona un’eleganza senza tempo. Si accorge di me ma non sembra infastidita, mi sorride e mi dice « bonjour » anche se non ci siamo mai viste prima, ha una dolcezza che mi sorprende e mi avvolge.
C’è un momento, un istante brevissimo, proprio mentre si sta voltando in cui noto qualcosa, un luccichio nell’angolo sinistro dei suoi occhioni verdi.
Ci leggo sofferenza, un’infanzia un po’ particolare certo, di quelle che ti segnano e che, a giudicare dal suo sorriso, lei ha vinto senza nemmeno rendersi conto fino in fondo delle difficoltà.
Non sempre la leggerezza è negativa, a volte serve a mantenerci in alto senza farci affondare.
Le chiedo da accendere, mi risponde « ci siamo già viste ? » e io non so che dirle.
In un attimo ci troviamo allo stesso tavolo, le racconto la mia vita e non so nemmeno il perchè, lei mi ascolta cercando di guardarmi dentro, vuole captare ogni emozione e annuisce dolcemente.
Non m’interrompe mai e rimane concentrata, dopo un tempo che non saprei definire mi zittisco, è il suo turno.
Mi parla di suo padre e lo sguardo inizia a brillarle sognante, mi dice che è lontano ma, ben inteso, solo fisicamente. Dice che è la sua guida che le indica il cammino senza forzarla nel seguirlo, una fonte di amore incondizionato.
È molto legata alla famiglia, mi parla per un’ora dei suoi fratelli, cugini, zii senza mai smettere di sorridere.
Rompo la magia e le chiedo di sua madre, lei mi guarda con un velo di tristezza che cerca subito di nascondere e mi dice « è molto bella Parigi vero ? ». Annuisco cercando un modo delicato per scusarmi, è sempre brutto porre involontariamente domande scomode.
Ha un fidanzato, ne ha avuti molti in realtà, ed è innamorata dell’amore. Mi dice che non capisce chi ha paura di lasciarsi andare, che le ferite passano mentre il bene resta, che per quante lacrime versi un abbraccio dato con amore ti farà sempre tornare il sorriso.
La osservo stranita, sono troppo cinica per lasciarmi incantare e lei mi guarda interrogativa, mi chiede da dove nasca tutta questa paura.
Uno ci mette anni per costruire il suo bel muro di tempi comici, sarcasmo stuccato con un po’ di cinismo e infine una bella mano di autoironia per poi sentirsi dire in pochi secondi da una sconosciuta francese « dimmi da dove ti nasce tutta questa paura» ? Pensavo di essere al tavolo con una mia coetanea non con Maga Magò. Lei ride divertita, mi dice che sono pazza ma a me quella fuori dal comune sembra lei. Non ha filtri, sa aprirti il cuore e fa quello che pensa.
Le piace spendere e non se ne vergogna, le piace viziare gli altri ma arrossisce se le fai un regalo, ama amare e si butta senza reti di sicurezza, ha un viso dolcissimo ma quando decide non cambia facilmente idea. Dice di non sapere cosa le riserverà il futuro ma che ha ben presente con chi vuole guardare avanti.
Da come mi parla si vede che è caduta tante volte ma le sue ginocchia sono morbide come quelle di un bambino. Si trucca molto ma è chiaro che è una di quelle persone che al mattino appena sveglie sono belle come sul red carpet.
Sorride e mi dice « che hai da guardarmi così ? » e stiamo un minuto in silenzio.
Rispondo che non ci eravamo mai viste forse, ma che di sicuro ora voglio rivederla, che è la prima volta che incontro una persona come lei nella mia vita.
Voglio dire vi è mai successo di trovare qualcuno che riesce ad avere la forza di spostare il Vesuvio a mani nude come se stesse bevendo un bicchiere d’acqua, qualcuno che vi ascolterebbe per ore parlare di nulla solo per avervi accanto, qualcuno che dà tutto senza davvero aspettarsi nulla in cambio, qualcuno che non ha paura di ascoltare il suo cuore e che, pur amando senza freni, riesce a non farsi intimorire dalle delusioni ?
Torno a casa quando già fa buio e rido da sola mentre scrivo al computer, l’ho vista una volta soltanto e già sta facendo vacillare il mio cinismo.
Non stava aspettando nessuno e nemmeno io, ma siamo arrivate perfettamente in tempo al nostro appuntamento.
Mi è piombato addosso l’amore
Ho sempre pensato che sarebbe arrivato, che prima o poi sarei uscita di casa e avrei trovato Lui su un’alfetta rossa che di cavalli ne ha ben più d’uno.
Ero certa che saremmo andati a cena in un ristorante con terrazza a picco sul mare : un locale intimo, non più di dieci tavoli .
Sapevo che ci saremmo ubriacati di risate e vino bianco mangiando del buon pesce, per dessert un sorbetto limone e vodka.
Immaginavo di passeggiare sulla sabbia a piedi nudi mano nella mano con un vestito di seta e la testa leggera.
Sostanzialmente la versione alcolista di una principessa Disney e dire che io odio le principesse.
Non è colpa mia, solo che quei “principe azzurro” e “vissero felici e contenti” a forza di sentirli ti s’incastrano nella mente e farli uscire risulta più difficile che montare un mobile ikea senza istruzioni.
Comunque non vi preoccupate, oggi ho capito che l’amore arriva quando meno te lo aspetti e ti fa davvero girare la testa.
Com’è successo ?
All’improvviso, un attimo prima non c’era e l’attimo dopo si : è stato un colpo anche se non propriamente di fulmine, direi un colpo e basta.
Non era una giornata buia e tempestosa nè particolarmente soleggiata e allegra, non stavo parlando con gli scoiattoli del parco nè ero in contemplazione della natura e dei misteri della vita ; era una mattina assolutamente normale e stavo tornando a casa con le borse del supermercato pregando divinità fino a quel momento sconosciute che le buste di plastica reggessero almeno fino al portone d’ingresso.
È stato allora che mi è piombato addosso l’amore : ho sempre pensato che avesse un gusto dolce, invece devo dire che ha quel non so chè di sangue.
Stavo arrancando verso casa, come dicevo, e ad un certo punto ho sentito venire da una casa vicina delle urla di donna « maledico il giorno in cui sei nato ».
Normalmente non avrei fatto una piega, avrei continuato per la mia strada dimenticandomi dopo pochi passi delle voci, ma questa volta non potevo : era chiaramente una citazione di Sex and the City e si sa che ogni donna ne ha visto almeno una puntata, io nello specifico le so quasi tutte a memoria.
Ho alzato gli occhi incuriosita per vedere che aspetto avesse quella fantastica ragazza che, in pieno litigio, riusciva a usare le frasi di un telefim dai contenuti profondi quanto una vaschetta lavapiedi : è evidente che non capita tutti i giorni.
Quello che ho visto è stato solo un mazzo di fiori, banalissime rose rosse per giunta, che si avvicinava alla mia faccia a discreta velocità.
Ci sono attimi in cui sai benissimo cosa dovresti fare : un passo avanti o perchè no anche indietro, ma tutto quello che pensi si tramuta nell’immobilità più totale, una specie di paralisi momentanea abbinata ad una bocca spalancata.
È un po’ come quando nei film d’azione inizi ad urlare al protagonista cosa dovrebbe fare senza che lui reagisca, solo che il grande attore sei tu.
Che poi voglio dire possiamo filosofeggiare sulle spine delle rose intese come le trappole dell’essere, ma i fiori in faccia non fanno particolarmente male; il vero motivo del mio terrore era quella scatola di cioccolatini a forma di cuore tutta bella decorata, tutta bella di latta.
Una sorta di schiaffo non morale, un kharma con grande senso dell’umorismo e un tempismo degno di Willy il coyote.
Ho pensato che come ricompensa almeno avrebbe potuto soccorrermi un Raoul Bova per caso nei paraggi ma sono umile e dunque mi sarei accontentata anche solo di un classico ma intramontabile Brad Pitt invece no, a chiedermi se stavo bene è stata una signora sulla settantina che ha prontamente commmentato “per fortuna che è successo a lei e non a me!”, un’amore di donna in breve.
Che poi io non ho mai avuto nulla contro San Valentino, non mi piace festeggiarlo ma non insulto chi porta a cena il proprio fidanzato o si fa regalare i tulipani di mezza Olanda; ci ho pensato a lungo su che segno potesse essere questo, ma a parte quello sul labbro non ne ho trovato alcuno.
Ah e per la cronaca i cioccolatini me li sto mangiando io, stronza.
Buona festa degli innamorati.
Questa non è una storia d’amore.
A volte ancora ti penso.
Sono passati dieci anni e io ancora ti penso.
Ero solo una ragazzina e per un paio di mesi mi hai tolto tutto : le gambe, gli amici, la scuola, il
nuoto.
Tutto eccetto il sorriso.
Quanto ti ho odiata forse neanche io lo so, credo però che ciò che conti sia il presente.
Stiamo quasi bene insieme, camminiamo piano, riflettiamo molto.
A volte se mi distraggo dal percorso tu sei lì al mio fianco e mi fai cedere la caviglia, un monito
come a dire di prestare sempre
attenzione ad ogni cosa, soprattutto ai dettagli.
Sì perché mica cado sui grossi massi, quelli so scalarli, sono i sassolini, le sfumature che fanno la
differenza quelle su cui davvero
scivolo.
Siamo tornate a sciare hai visto?
Abbiamo vinto quella paura irrazionale e ora siamo pure brave.
In barca ti ci ho trascinata e ti ho obbligata a fartela andare bene, ci è voluto del tempo e certo
non saremo dei fenomeni, ma ce la
caviamo.
Mi viene quasi da piangere mentre ti dedico queste righe di un amore un po’ insolito.
Si può amare una malattia?
Beh io credo di amarti come amo il mio braccio, la mia gamba e soprattutto quella caviglia un po’
speciale, ti “amo” perché sei parte di
me.
Come ci siamo incontrate non lo so, il perchè ho smesso di chiedermelo anni fa.
La cosa paradossale è che mi hai forse un po’ danneggiata fisicamente, ma mi hai insegnato ad
amare profondamente tutto quello
che col fisico non ha nulla a che vedere.
Una maestra un po’ severa certo, ma col tempo mi hai fatto capire che era per il mio bene.
E credo di averlo compreso davvero.
Lo sai, festeggio due compleanni: quello vero e poi il giorno in cui ti ho conosciuta, 30 aprile
2004.
Mi sono chiesta a volte come o cosa sarei diventata senza di te.
Ora ho capito che non mi interessa scoprire chi sarei potuta essere, voglio capire chi sono.
Io sono quel 2% che si è rialzato, sono la ragazzina che faceva le corse “clandestine” in sedia a
rotelle nei corridoi dell’ospedale,
quella che piangeva a fisioterapia ma che l’ha fatta per sei anni,
sono quella che se non beve almeno due caffè al giorno diventa jack lo squartatore, la bambina
che non è contenta fino a quando
non vince sì ma nelle sfide con se stessa.
Sono soprattutto quella ragazza che se si guarda indietro sorride serena, ma che preferisce
guardare avanti.
Mamma ho preso l’aereo
Una ragazza un po’ goffa e piena di valigie gesticola in mezzo alla strada cercando di fermare un taxi.
Indossa il vestito a fiori, quello che piace tanto a lui.
A vederla le si darebbero vent’anni, sarà per il suo viso innocente, sarà per quell’aria sbarazzina e i capelli mossi.
E’ agitata, come al solito è in ritardo.
Oggi però non doveva succedere, il check-in chiude alle 10:30 e non può permettersi di perdere l’aereo, non questa volta.
Finalmente un taxi accosta.
“dove la porto signorina?”
“milano malpensa grazie”
Le trema un po’ la voce mentre pronuncia quelle parole.
Un’emozione quasi impercettibile che lui, ne è certa, avrebbe notato.
Si erano conosciuti anni prima in un bar del centro quando lei, mettendosi la sciarpa, gli aveva rovesciato il caffè bollente addosso.
Erano scoppiati entrambi a ridere e non si erano più lasciati.
Una coppia di universitari come ce ne sono tante.
Belli, felici, complici.
Fino a quel 19 ottobre.
Era già passato qualche mese dalle loro lauree, stavano pensando di andare a convivere.
Lui, però, ricevette un’offerta di lavoro in svezia.
“non posso rinunciare amore, è una di quelle occasioni che ti capitano una volta nella vita.”
Casa, ottimo impiego e uno stipendio da capogiro, roba che in Italia te lo sogni a ventisette anni.
“vieni via con me” le aveva detto, ma lei a seguirlo proprio non ci pensava.
Allontanarsi dalle sue certezze, dalla sua casa, dal suo cane?
Non sopportava nemmeno l’idea di dover rinunciare ai suoi amici e ai sughi della nonna, al suo nido.
Certo a Milano abitava da sola in quanto studentessa fuori sede, ma tutti i week end tornava dalla sua famiglia.
Lui era partito.
L’aveva supplicata di seguirlo, di ricominciare da zero e farsi un’ esperienza solo loro due, solo un paio d’anni o chissà forse un po’ di più.
Tutto quello che lei era riuscita a fare era stato accompagnarlo all’aeroporto e vederlo decollare.
Non aveva avuto il coraggio di trattenerlo, sapeva che se l’avesse fatto lui avrebbe finito con l’odiarla.
Allo stesso tempo non aveva avuto la forza di partire al suo fianco.
Si erano detti le solite frasi di rito “la distanza rafforza l’amore vero, in fondo sono solo un paio d’ore di volo” ma in quelle parole nemmeno lei ci credeva.
Si sa che un rapporto è fatto anche di fisicità, di quotidianità, di silenzi eloquenti e di gesti nascosti che skype non sa rendere.
Erano passati sei mesi da quel giorno.
Un inferno.
Ogni mattina si svegliava chiedendosi cosa avesse davvero da perdere a parte lui.
La risposta era sempre la stessa: niente.
In fondo la sua laurea in economia e commercio le avrebbe permesso di poter cercare lavoro all’estero senza difficoltà.
La sua famiglia avrebbe capito ma rimaneva ancora un dubbio: e se fosse andata male?
Se lui, per esempio, l’avesse lasciata dopo poco tempo?
Era questo timore che ancora la tratteneva.
Poi la svolta.
Una mattina, dopo tanti risvegli pieni di domande, si era alzata con la risposta.
Aveva capito che il suo viaggio non sarebbe stato un sacrificare la propria vita per lui,
sarebbe stato un rimettersi in gioco con lui.
Sarebbe partita per se stessa e avrebbe avuto lui al suo fianco.
Aveva comprato il biglietto di sola andata.
“scusi quanto manca?”
Sbuffa, Malpensa sembra ancora così lontana.
Guarda nervosamente l’orologio.
“eccoci signorina”.
Paga lasciando 10 euro di mancia, “non ho tempo di prendere il resto!!!”
Corre al check-in, arriva con qualche minuto d’anticipo e le sembra un miracolo.
Mentre aspetta che aprano l’imbarco beve tre caffè e cammina avanti e indietro quasi come a fare il solco di una linea di partenza, la sua.
Finalmente chiamano i passeggeri. Sale, posto finestrino.
Trema, sorride, si commuove. quella bomba di sensazioni che ti esplode dentro quando sai che la tua vita sta per cambiare, in meglio.
I portelloni si chiudono.
Un ultimo sms prima del decollo.
Cerca tra la rubrica, compone il testo:
“mamma ho preso l’aereo”.
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