Un capo che ritrovò la coda

Questa è una storia che non ha capo né coda. Questa è una storia senza drammi, senza colpi di scena, senza azione.

Se volete leggere di omicidi, di sangue e di battaglie, se volete leggere d’amore, allora non leggete questa storia. Se volete leggere di peccatori, di santi e di eroi, se vi piace il lieto fine, allora cambiate storia. Perché qui non c’è inizio e men che meno una fine. Qui non c’è amore né passione né tanto meno morte.

Questa storia in realtà è una somma di storie che contengono una storia ma, di per sé, non è una storia. Narra di un paese, un piccolo paese con più chiese che abitanti. Narra di uomini, donne e qualche bambino che si trovarono in un bar. Un bar in un paesino con più chiese che abitanti, un bar tutto sommato pulito, ben illuminato. Così ben illuminato che i nostri protagonisti di questa storia che non è una storia, dovettero abbassare le tapparelle. Ed è un dettaglio inutile perché le tapparelle abbassate non hanno alcuna importanza, forse.

Adesso la tensione è palpabile, il lettore si chiederà perché le tapparelle, che m’importa delle tapparelle se d’importanza non ne hanno? E questo è un grattacapo che ti leva il sonno, quel dettaglio che si pensa sia la chiave ma poi si scopre che non c’è nessuna porta. Allora si pensa che, se fosse inglese, almeno questa chiave servirebbe a qualcosa. Non perché l’inglese sia utile, bada bene, la chiave inglese lo è.

Questa è la storia di alcuni personaggi seduti in cerchio, anche se un cerchio propriamente non è, che si trovarono in un bar per ascoltare. E vien da chiedersi che cosa mai ci sia da ascoltare in un piccolo, pulito e ben illuminato bar di paese. Le chiacchiere delle vecchie, la macchina del caffè, le tazzine ancora calde.

Ora il lettore si sorprenderà di scoprire che i nostri eroi, i nostri eroi di questa storia che non è una storia, si trovarono in un bar per ascoltare un gran maestro. Che setta sarà mai una setta che si riunisce in un bar? Forse il circolo della canasta, il gran oriente della caffetteria. Si discuterà senza dubbio di miscele di caffè. Così il lettore rimarrà deluso scoprendo che di un arabo si parlò ma l’arabica mai fu nominata.

È inammissibile, si pensa, che dopo mezza pagina ancora non si veda una storia. Che non si dica, tuttavia, che non eravate state avvertiti. Uomo avvisato, mezzo salvato. E di salvati tra i nostri eroi ce ne sono ben pochi, anzi forse nessuno.

Questa è una storia in cui i personaggi, e il numero di personaggi sceglietelo pure voi, si trovarono in cerchio per ascoltare il gran maestro che raccontava storie, che raccontava come si scrive una storia. Una storia qualunque, che di logico non ha nemmeno il filo. Una storia di poeti, cantanti, geometri ed avvocati. Ognuno con una storia, anche se nessuno parlò della sua storia. E allora voi mi chiederete che senso ha scrivere una storia che non contiene una storia, una storia in cui uomini raccontano fatti, in cui son tutti un po’ matti, in cui non emergono sommersi né ci sono salvati. E vien da chiedersi se questa è una storia dove tre vecchi che vivono insieme decidono d’ammazzarsi così, perché così dice lo scrittore. Allora si scriva, perchè almeno nelle nostre pagine bianche si è avvocati, imputati e pure giudici. Così adesso dico che un personaggio aveva lunghi capelli blu, che uno le scarpe le portava solo d’inverno, che il muto per miracolo parlò. E poco importa se mi distacco di molto dal vero, perché il vero in una storia conta meno di un due di picche, a carte s’intende. Allora concludo e vi confesso che una fine non ce l’ho, ma l’inizio non è male. Decido dunque che sarà l’inizio, l’inizio di una storia che sarà una vera storia. Una storia in cui vedremo amore, passione e magari un po’ di morte. La storia di un capo che ritrovò la coda. Ma questa è un’altra storia.

Dolce come la mielite

Ho aperto il cassetto dei ricordi. C’era una busta bianca, intatta. Sapevo benissimo cosa fosse ma ho comunque letto il nome del destinatario: “a chiunque tu sarai, da chi sei stata”.
Mi tremava la mano, ma ho trovato la forza di aprirla.

“è già il 30 aprile 2014? Come passa in fretta il tempo, dieci anni in meno di un secondo. Parlami di te, che aspetto hai? Sei innamorata? Ti son cresciute le tette o continuiamo ad assomigliare più ad un asse da stiro che ad una donna? Cosa studi? Ti sei fatta nuovi amici? Hai un fidanzato? Io no, cioè si. Sai sono piccola ma non stupida, credo. Non so quanto riuscirò a scriverti, c’è quest’odore di disinfettante che mi dà alla testa. Pensa che ridere se ora ti venisse in mente il momento esatto in cui tu eri me, in cui avevi questa penna tra le dita. Ti do una mano, ti descrivo la stanza.
C’è Marta nel letto di fronte, sai quella con la mamma che patisce il freddo e dorme in un sacco a pelo che manco fossimo in Patagonia nonostante sia Maggio. È simpatica ma domani se ne andrà. A me non piace farmi domande però è vero che è la terza compagna di stanza che se ne torna a casa mentre io, tu, cioè noi siamo sempre qui. Qui dove? Al Regina Margherita, ospedale pediatrico, Torino. È iniziato tutto a scuola, un gran mal di schiena. Non avevo, avevamo.. senti facciamo che ti scrivo come se ti dovessi raccontare in prima persona cosa tu hai vissuto dieci anni fa, ok? Come se avessi perso la memoria. Magari ti cali più nel personaggio se uso l’ “io” anziché il “tu”. Perfetto. Non avevo mai pianto per il dolore in vita mia. In realtà non era proprio un pianto, le lacrime uscivano naturalmente e non riuscivo ad opporre resistenza. Papà aveva suonato il campanello, dovevo aprire. Mi sono alzata e sono caduta. Che succede? Magari solo una gamba addormentata, dai riprova. Niente. Solo un piccolo sforzo, su. Questa volta mi faccio male. Dalla schiena dritto al cervello arriva il panico e adesso sì che piango come una bambina, come quando non sai che sta succedendo e tutto ciò che senti è una paura che ti paralizza. È arrivato un angelo col camice da medico, sono andata al pronto soccorso della mia città. Ho perso i sensi, non riuscivo a reggere tutto quel peso sulle gambe, figuriamoci nella mia testa. “Subito a Torino, CTO o Molinette, sentite chi ha posto” dicono i dottori e non so nemmeno dove sia esattamente Torino. In ambulanza sento le sirene, vedo un respiratore attaccato. Chiedo al medico seduto accanto a me perchè stiamo andando così veloci. “Sono le undici di sera stellina, vogliamo tutti andare a casa. Abbiamo pure messo i lampeggianti e le sirene così arriviamo prima. Questa mascherina con l’ossigeno si attacca sempre, è la prassi”. E io ci casco. Ha ragione la mamma, se fossi un pesce avrei vita breve, abbocco sempre a tutto. Arriviamo al cto e mi dicono che devono iniettarmi il liquido di contrasto. Ho scoperto che serve a farti illuminare come un albero di Natale. Guarda spero che col tempo tu sia migliorata perchè in quella risonanza magnetica non sono durata più di dieci minuti. Ero calma, ferma e con la mano mi coprivo gli occhi. L’ago della flebo però ha iniziato ad andarsene per i fatti suoi, nella mia testa mi stava bucando tutto il corpo. Eccolo posso quasi vederlo il panico che ritorna, verde e feroce, dentro il mio cervello. Tremo, urlo, do i pugni e mi sembra di non potermi muovere. Perchè in effetti non posso. Tutti a nanna, se ne riparla domani. Respiro affannata e leggo la delusione negli occhi di quel medico e di mio padre. Mi dispiace, mi dispiace davvero ma io non ci riesco. Voglio dormire, voglio la mamma, voglio riabbracciare il mio cane. Devo fare la pipì ma non esce, l’infermiera mi dice di non essere timida, di fare finta che lei non ci sia. Cosa me ne frega a me del suo sguardo? Ti dico che non esce cazzo non sono mica scema! Ho la vescica che è come una bomba, sento quasi il timer.. tre, due, uno e mi dicono di stendermi. È il momento del catetere. Ho imparato più parole oggi che negli ultimi due mesi.
La notte passa in fretta, per mamma e papà un po’ meno. Ho cambiato ospedale, sono al Regina Margherita. Riproviamo con la risonanza magnetica e il mostro verde lo chiudo fuori dalla porta. Tutti mi dicono che sono stata brava ma in realtà io sono solo stata ferma.
“È il momento di giocare, devi indovinare se ti sto toccando con del cotone o con un ago”.
Per me è tutto uguale. Io sento solo delle formiche ma non credo fossero tra gli oggetti elencati. Ecco ora la vedo, quella timida lacrima sul volto di mia madre. No eh, non si fa piangere la mamma. Concentrati su dai che ora indovini. Mi giro sorridente verso il medico e dico “cotone” ma vedo chiaramente l’ago nel mio piede. Va be dai è difficile, non sono poi così diversi è normale sbagliarsi, no?
“Ora ti facciamo una punturina ma, prima, ti faccio una piccola anestesia qui sulla schiena così poi fa meno male”.
Tirano fuori il bazooka delle punture, un ago che sembra uscito dal set di un film horror. Fa un male cane. Fa davvero davvero male. Liquor è la roba che devono prendere ma non si beve e non è alcolica. Che nomi bizzarri.
“Senta dottoressa le confesso che la sedia a rotelle è abbastanza comoda ma tra quante ore torno a camminare? Non posso prendere un antibiotico, qualche pastiglia? Bevo anche dell’olio di merluzzo se necessario. Ah poi senta mercoledì devo essere fuori che ho il compito di matematica e la mia amica prende un brutto voto se non glielo passo”.
Forse a Torino parlano in francese perchè nessuno mi risponde.
Mielite. Si mangia? Di sicuro non è dolce. Devo dormire con uno strano coso al fondo del letto, dicono che il mio “piedino da fata” è troppo delicato per sopportare il peso del lenzuolo. Gli aghi sono sempre cotone e il cotone sempre ago. Manco tirando a caso ci azzecco.
Oggi sono felice, sono proprio felice. Ho una sorpresa per il mio papà. La mamma già la conosce, lei dorme qui da una settimana ormai, ventiquattr’ore su ventiquattro.
Faccio pipì da sola, non è incredibile? Non è bellissimo? Senti ora esco in mezzo alla strada corro e… si va be ok spingo le rotelle e mi metto a urlare “FACCIO PIPI’ DA SOLA”.
La fisioterapista ha detto che posso fare cinque passi al giorno, stupendo. Sono tantissima strada, posso andare fino al letto di Marta. Uno, due, tre, quattro, cinque. Magnifico.
Ho perso il conto dei giorni ma ho imparato a muovere l’alluce sinistro. Cosa me ne frega di sapere se è mercoledì o domenica quando posso giocare con le dita dei piedi?
La fisioterapia procede a gonfie vele, ora distinguo la carta vetro da una spugna. La mia neurologa ha lottato per non farmi cambiare di reparto, l’ho sentita litigare coi colleghi. Dice che qui io sono felice e che se salissi al piano di sopra mi deprimerei rischiando di guarire meno in fretta. “Questa bambina fa dei progressi incredibili, non rischiamo di rovinare tutto perchè voi non volete muovere il culo su e giù dalle scale”.
Ho una nuova compagna di stanza, si chiama Francesca. Sta sempre a lamentarsi e le vorrei tirare un vaso in testa. Per fortuna è fuori in 48 ore.
Sono passate forse tre settimane, anzi qualcosina in più. Molto di più. Non so esattamente che giorno sia, so che entra il primario in stanza e mi dice “ti dimettiamo, sei felice?”.
Praticamente gli butto le braccia al collo e, per la prima volta da quando sono rinchiusa in questa cella che sa di disinfettante, vedo la mamma tirare un sospiro di sollievo.
“Ora ti facciamo le immunoglobuline, tra due o tre giorni sei a casa”.
Non ci credo. Non ci credo. Non ci credo. Questo stronzo mi dice che mi dimette poi ritratta e mi tiene sottochiave ancora per settantadue ore? Ma credi di essere simpatico? Vaffanculo. Prendo i cesti coi regali, prendo i fiori sul comodino, prendo ogni singolo oggetto e lo scaravento contro il muro. Sembro hulk non mi ferma nessuno, getto la mia rabbia, getto il mio cazzo di sorriso che ho sempre tenuto come si porta una maschera di cera. Solo che si è sciolta quando mi hai detto “ancora due o tre giorni”. Non puoi illudermi, è scorretto. Questo vaso lo spacco per te, per il male che mi hai fatto. Non sono certa di chi sia il “te” ma non importa. È una rabbia cieca, totale, non vedo nulla, non sento nessuno. Devo solo spaccare e spacco come voi mi avete spaccato i coglioni. Urlo e piango, sento un fuoco dentro ma non riesco a spegnerlo anzi si autoalimenta. Piango tanto da farmi male agli occhi, urlo così forte da sentire le corde vocali che si stanno per spezzare. Fatemi uscire, fatemi uscire. Non ho più visto il mio cane, fatemi uscire. Nessuno ha il coraggio di dire nulla, tutti osservano in silenzio. È la mia ribellione, è il mio sommerso che esce fuori come un fiume in piena, come una diga che nessuno si è curato di tenere d’occhio. Non emetto più suoni, non ho quasi più forze. Il cuore sta per uscirmi dal petto ne sono sicura. Digrigno i denti che quasi me li spacco. Un cane con la bava alla bocca, ecco cosa sembro. Sto zitta, immobile. Guardo il vuoto, non sento più niente. Ricado sul letto e tendo il braccio al primario, mi abbandono al mio destino. Lui si avvicina, mi dà una carezza, mi buca la mano perchè ormai le altre vene sembrano un colabrodo. Chiudo gli occhi e stacco il cervello. Lo riaccendo dopo settandue ore, sulla macchina di papà. Abbraccio mio fratello, le nonne, gli zii, i cugini, il mio battuffolo di pelo bianco.
Ti ho mentito all’inizio. Sono nella nostra camera da letto, non in ospedale. Volevo solo attirare la tua attenzione. Il resto, come sai, è tutto vero. Tra qualche giorno dovrei gettare la sedia a rotelle. Chissà come cammini adesso. Non te lo chiedo, ho paura della risposta. Spero che tu stia bene, che sia riuscita a realizzare i.. i miei sogni. Comprati un bel cavallo se ancora ci sai andare, portami in passeggiata la domenica mattina. Riprendi a nuotare bene che con queste gambe adesso non mi si può vedere. Fai la pace con tuo fratello e diventa un po’ più dolce che io sono una bella stronza. Fai sorridere mamma e papà, non saltare fisioterapia. Sii felice. Sposati tardi e con uno davvero figo, uno che ti porti per mare come faceva il nonno. Tieni il piede dritto quando cammini.
Fammi un regalo, un ultimo regalo. Promettimi che un giorno mi porterai a correre ancora.

Ci vediamo tra dieci anni.”

Chiudo la busta, do un bacio in fronte a mio fratello, saluto la mamma, sorrido a mio padre.
Metto un pantaloncino nero, la prima maglietta che trovo nell’armadio. Calzo il tutore, le scarpe da ginnastica. Chiudo la porta della casa della mia infanzia.
Vado a correre al parco, ci porto anche il cane.  

Ho fatto l’amore controvoglia

Pizzo nero. Sì, era decisamente pizzo nero. Ottima fattura, nulla da dire anche se non è che m’importasse molto.
L’avevo portata a cena in quel ristorantino che dà sulla piazza, quello con i tavolini fuori e le tovaglie rosse proprio accanto al giornalaio.
Guarda sarò sincero, mi sono pure divertito. Potrà suonare un po’ razzista ma lei è bella, davvero bella e non pensavo potesse essere anche così simpatica. Roba rara amico, genere “una su un milione” per citare quella musichetta da due soldi che a te piace tanto.
Abbiamo bevuto senza fare troppi complimenti, io ero tranquillo e poi mi piaceva vedere che iniziava ad arrossire sulle guance quel tanto che basta per lasciarsi andare. Ho speso pure poco, fortuna che conosco Giacomino che in quel ristorante ci lavora da anni sennò manco per piangere mi rimanevano i soldi. Quel ragazzo è uno spettacolo, ci facciamo certe partite di calcetto che in quanto a tensione e adrenalina juve inter sembra un incontro tra i pulcini dell’oratorio.
Ti dicevo comunque che dopo cena abbiamo fatto due passi, sai quando devi creare il momento. Bè che faccio vengo ad insegnarlo a te? È scritto nella Bibbia del primo appuntamento che non puoi provarci al tavolo né in macchina ma solo ed esclusivamente durante la passeggiata digestiva, magari sorprendendola con un complimento che racchiude un mix di dolcezza ed ironia perfettamente bilanciate.
Bene guarda io proprio da manuale le sorrido e mi avvicino quasi per caso, tasto il terreno e vedo che ci sta. Sarebbe banale baciarla subito quindi fingo imbarazzo e mi allontano di un passo, mi sarei dato una pacca sulla spalla da solo. Una performance degna di oscar. Lei mi guarda mezza delusa, mezza curiosa, mezza presa bene e boom mi bacia. Quelle cose come quando ti arriva un messaggio ed è una ricarica da venticinque euro omaggio che non sai perchè, un trenta ad un esame che credevi fosse andato uno schifo. Ma poi che bacio, cioè sesso puro. Tuttavia mantengo il controllo e, al limite delle mie facoltà fisiche, non poso le mani in zone eccessivamente erogene per non risultare il porco polipone, genere che le donne schifano. Io voglio farla morire, seducimi tu moretta, fammi cedere tu bellezza.
Si stacca, mi guarda e, ti giuro, mi manda una scarica di ormoni che è come un’onda d’urto, hai presente? Quegli occhi che c’hanno scritto “prendimi” manco fosse il “tilt” del flipper, ecco così.
Poi il bivio: che tattica uso adesso? Cioè stai confuso, vai diretto sul “prendiamo un caffè da me” o punti sul “ti accompagno a casa” rischiando di rimanere davanti ad un portone chiuso come un cretino? Risiko del sesso, valutazione dell’avversario: questa tipa è aggressiva apparentemente ma fino a che punto? Abbiamo all’attivo una bottiglia di rosso in due, un paio di amari e sì, è evidente che siamo brilli dunque vale tutto. Poi senti io mi butto al massimo anziché la moretta mi guardo un video e mi faccio una Moretti.
Accetta il caffè da me, la sua coinquilina si alza alle sei e non vuole disturbarla.
Fantastico, posso anche farmi la doccia nel mio bagno.
Senti qui, saliamo da me, quella sua gonna leggera e la camicetta reggono circa un secondo e mezzo. Subito letto, via tutto. Ma chi se ne frega della forma, chi se ne frega del caffè, questa tipa è spaziale. Dio, colpisco lo spigolo del comodino col ginocchio ma ragazzi qui c’è iron man non sento nulla, vado dritto alla meta come un All Black. Lei si spoglia io la guardo, diamine che bella e già mi sembra strano non dirlo volgarmente ma in fondo che c’è da pensare ammira e stai zitto cretino che questa te la stai per fare.
Una dea nel corpo e nel sesso. Sai la storia della coppa di champagne? Tette perfette che quasi mi dispiace toccarle manco avessi un Caravaggio davanti, pancino tondo ma tonico, una pelle dal gusto sensuale. E poi scendo piano piano, la guardo dritta negli occhi mentre le sfilo le mutandine e lei mi sorride maliziosa di rimando.
È mia, è mia adesso. La sento forte sotto le mie mani e ci provo, ci riprovo, tento ancora ma non ci riesco. Non riesco a farci sesso.
È terribile quando succede. Uno parte con l’idea di fare una serata giusto per dare due colpetti, una sigaretta poi tutti dormire ognuno a casa sua invece no, io non ci riesco. Questa sera proprio non ce la faccio. È che questa ragazza mi piace e non riesco a farci sesso. Dici che fare l’amore fa male alla salute? Non rischio nulla? Cardiopatie, psicosi, magari una bronchite che ne so. No?
Ok perchè senti io c’ho fatto l’amore. Come me ne sono accorto? Ma guarda mi sono pure spaventato all’inizio. Per me il sesso è scollegare il cervello e lasciare che i gioielli di famiglia comandino la spedizione mentre i piani alti chiudono, vanno in ferie, hasta la vista, siesta fino a nuovo ordine.
L’altra sera non trovavo il tasto off, tutto qui. Mi sono impegnato, ripetevo “spegniti spegniti spegniti” e il cervello nulla, lavorava ancora più del normale e mi sembrava di godere più nella mia testa che tra le gambe. Anzi forse è andata proprio così. Una figata senza senso, roba senza precedenti. Niente di speciale eppure tutto speciale. Una cosa semplice nessuna acrobazia o kamasutra però ti giuro il miglior orgasmo della mia vita, un po’ come passare da una barbera ad un barolo del ’99 e sai quanto mi piace il barolo.
Guarda ho fatto per la prima volta l’amore e pure controvoglia, ho cercato di opporre resistenza ma alla fine mi son lasciato andare, che mica ti puoi controllare. Ora non farei altro tutto il giorno anzi sai che c’è?
Magari la chiamo e le chiedo se ci prendiamo un altro di quei caffè che solo noi sappiamo fare e che non lasciano l’amaro in bocca.

Babbo vorrei un anticipo

Caro Babbo Natale,
lo so che tu ora sei in vacanza con la tua mamma e il tuo papà, hai lavorato tanto e mio zio dice che se lavori poi devi andare al mare.
A me piace tanto il mare, ci vado sempre d’estate con Gianpiero che è il mio cane. Gioco alle biglie con i miei amici e mangio un sacco di gelati.
Oggi piove e a scuola ho preso 9 in matematica. La maestra ha detto che sono bravo e che se continuo così da grande potrò fare lo scienziato. Io però voglio ammaestrare i canguri e farmi portare nella loro sacca tutto il giorno. Non devo mangiare gelati però sennò poi vomito come sul bruco mela. La mamma si era arrabbiata tanto quel giorno, si arrabbia sempre tanto ma alla fine ogni sera mi dà un bacino sulla fronte e mi sorride.
Ha le rughe quando sorride ma lei dice che non è vecchia, è solo saggia. Ho chiesto alla maestra Chiara cosa vuol dire “saggia” e lei mi ha detto che è quando hai la risposta giusta a molte domande. Che bello Babbo Natale, la mia mamma è proprio saggia allora! Sa i nomi di tutti i fiori, cosa mi piace mangiare, quando è nato il mio papà e il numero di telefono di tutti i suoi amici.
Io lo so che tu adesso sei al mare a mangiare i gelati e che sei in vacanza fino al compleanno di Gesù però ho un desiderio e ti chiedo un anticipo. Mio zio mi ha detto che un anticipo è quando chiedi un regalo prima del compleanno o di Natale e se te lo danno prima poi non arriva più dopo.
Allora, caro Babbo, io voglio il mio anticipo. Vorrei, l’erba voglio non esiste neanche nel giardino del Re dice sempre la Nonna Maria.
Ho visto la mia mamma piangere. Le ho chiesto se si era fatta la bua e lei mi ha detto di sì. Io non ho capito però, non aveva le ginocchia sbucciate e non era caduta. Lei mi ha detto che ci sono bue che non si vedono con gli occhi come quando hai l’aria nella pancia ma per me non è vero.
Ha detto che non le faceva tanto male, che se le davo un bacino passava tutto. A me non passa la bua quando mi danno un bacino però.
Le ho dato c-e-n-t-o-c-i-n-q-u-a-n-t-a baci e l’ho abbracciata forte forte fortissimo fortissimissimo.
È da tante sere che la mia mamma ha la bua e non le passa.
A me non piace quando la mamma piange, a me piacciono le rughe quando sorride.
Ecco cosa vorrei Babbo Natale: io sono stato bravo, ho preso nove in matematica, faccio sempre i compiti, non litigo coi miei amici e voglio bene a tutti, anche alla zia Ilda. Mangio la verdura (anche quella verde), vado a dormire quando me lo dice la mamma.
Io vorrei vedere la mamma piena di rughe da sorriso. È brutta quando piange, ha tutti gli occhi rossi  e mi bagna le guance quando la bacio. Che schifo.
Posso avere la mamma che ride? Con tante rughe, sì. Così tutti possono dire che la mia mamma è saggia e sorride sempre. Lo sai che è proprio bella quando sorride? Lo dice anche il mio papà e il mio papà ha sempre ragione. 
Allora Babbo mi dai questo anticipo? Mi mandi una cartolina dal mare? Se tu mi mandi una cartolina te ne mando una anch’io da Sanremo a Giugno.
Ciao babbo natale, quando arrivi ti faccio trovare due pacchi di biscotti al cioccolato e una tazza di latte con tanto tanto tantissimissimo miele caldo.
Mattia

Pronto tra vent’anni.

E se davvero mi telefonassi tra vent’anni?
Ci hai mai pensato? Cosa ci diremmo?
“Compra il pane tesoro che io sono ancora nel traffico”.
O forse mi dirai che hai avviato le pratiche, quelle del divorzio.
Sì perché non ce la facevi più, io con le mie ansie e tu con le tue ali che sapevo solo tarpare.
Che poi io nel matrimonio non so nemmeno se crederci.
Forse starò ancora correndo per inseguire ciò che non ho il coraggio di raggiungere. È proprio necessario correre per qualcosa che si ha accanto?
Invece no, tu mi chiamerai e userai il numero privato per stupirmi col suono della tua voce come fai sempre.
Mi chiederai come sto, è da tanto che non ci si sente, ti risponderò che va tutto bene, qualche intoppo a lavoro ma che vuoi è la vita, a casa una meraviglia.
Tu sarai felice, un uomo realizzato che voleva chiamare una persona che tanto gli era stata cara.
Era.
Sì perché non ne abbiamo azzeccate molte, lo sai, e alla fine il tempo, il lavoro, le nostre colpe e il nostro orgoglio ci hanno divisi.
Chissà se dopo aver schiacciato il rosso riprenderemo a camminare tranquilli o se avremo bisogno di sederci su una panchina.
Io mi accenderò una sigaretta, tu no, odi i vizi che non hai.
Guarderemo il vuoto sentendoci vuoti.
Una valanga di ricordi che ti cade addosso con una violenza tale da farti male alle spalle.
Sorrideremo da soli e poi, quando penseremo ai litigi, scuoteremo lievemente la testa pensando a quanto siamo stati stupidi e immaturi, a quando avremmo potuto dire “va bene” anziché intestardirci.
A quando avremmo potuto chiudere un occhio anziché tirarci un pugno, amarci piuttosto che urlarci addosso.
Ci morderemo le labbra come avremmo dovuto fare vent’anni prima, appoggeremo le mani sulle ginocchia e a fatica ci alzeremo tornando meccanicamente al presente.
Sarà dura forse, ma col tempo saremo diventati dei professionisti nel nascondere i sentimenti.
E se, semplicemente,  ti dicessi “certo amore, passo io in panetteria”?
Facciamo così, telefonami tra vent’anni e vediamo che mi dici.

Alla fine non c’è fine

Ho sentito dire che la vera magia di un film o di un libro è la non conclusione, la democratica scelta di lasciare che sia lo spettatore o il lettore a decidere che fine mettere.
Abbiamo un bisogno viscerale di avere sempre l’ultima parola manco l’intero film dipendesse dalla nostra umile opinione ?
O forse non abbiamo il coraggio di accettare le cose semplicemente per quel che sono : lui muore, lei si risposa, la trottola cade.
Vorremmo plasmare il finale in base ai nostri bisogni, immaginare ciò che più ci piace proiettato sullo schermo senza arrenderci al naturale corso degli eventi.
Siamo dei rivoluzionari della fantasia che lottano contro un regista o uno scrittore anzichè occuparsi della propria personale storia.
È inaccettabile, totalmente inaccettabile, che una trama abbia un inizio ed una fine ben definite : che banalità. Come se nulla potesse mai concludersi in un libro così come nella realtà.
Un’idea si può cambiare, una storia ricominciare, ad un punto si può sempre aggiungere una virgola.
Bè io non ci credo.
Per me un film inizia e si conclude, il cerchio si chiude ed è la fine la più importante.
Io non ho nulla di democratico, non quando leggo.
Io sono un’assetata di ultime righe, voglio vedere cosa succede nero su bianco e non rimanere a fissare il vuoto con un’espressione da ebete pensando a quale taglio di capelli avrà deciso di farsi la protagonista che abbiamo lasciato dal parrucchiere.
Se tutto scorre allora a me piace costruire dighe, almeno nei libri.
Sì perchè se è vero che coi romanzi e con i film ci astraiamo anche solo per un paio d’ore dal nostro mondo, allora io voglio un finale che non ammetta repliche, lo voglio netto, deciso,chirurgico.
Voglio i titoli di coda che non vedo scorrere quando prendo una decisione che, in fondo, non è mai davvero definitiva.
Voglio il punto e a capo che non sempre riesco a mettere, voglio il vissero felici e contenti che raramente ho visto per strada.
Ecco a me piace l’ultima pagina, mi piace proprio tanto perchè non mi lascia troppe strade aperte né la paura di doverne intraprendere una.
Mi presenta i fatti per come si sono svolti e accetto le conseguenze di scelte che, purtroppo, ha preso lo scrittore al posto mio.
Per fortuna, comunque, si parla solo di libri o poco più.
Forse.