Il palco al pubblico

Pochi posti, tutti vicini e sedie anche sul palco che quasi senti il puzzo di sudore degli artisti, che quasi diventi tu parte dello spettacolo. Stai seduto e guardi avanti, luci soffuse, una ragazza al piano. È minuta e graziosa, un bustino di pelle le dà un’aria grintosa anche se la vera forza la scatena quando accarezza il pianoforte, quando insieme alle corde vocali fa vibrare quelle che credevi ormai sopite, le tue. Lorenzo scende tra il pubblico mentre suona un banjo ed una batteria, mani e piedi in armonia con la sua voce, con i tuoi sorrisi. Arriva un tizio che si alza e non si sa da dove sbuchi, che si siede di fronte al microfono. Prende una chitarra e nemmeno lui sa quello che sta facendo, o più probabilmente lo sa fin troppo bene. “Io voglio vivere nudo, far prendere aria ai talloni” dice. Io dico che sei un fenomeno, caro Tano. Le risate si uniscono alle note che si fondono con le parole che ti frullano il cervello che ti fan venire i crampi agli addominali e ai muscoli facciali, che finisce la canzone e pensi che non riesci a pensare perché ancora stai ridendo e dici non ci credo, non ci credo che si è spogliato uscendo. Silenzioso come un gatto entra un ragazzo ricciolino, un altro Lorenzo, si siede al piano ed inizia una sonata classica, non chiedetemi di chi che se poi sbaglio mi vergogno. E poi di chi fosse che importanza ha? Ciò che conta è che ti arriva dentro come una carezza e ti culla dolcemente mentre ti lasci andare al punto che ti accorgi che ti sei commosso quando ormai il tuo mascara è completamente colato. Le mani volano su quei tasti come fossero create per stare lì sopra, è piuma nell’aria, è poesia in 88 tasti. Ma subito di corsa mentre stai dando un fazzoletto al tuo vicino si aggiungono un bassista ed un batterista e caro Baricco io in culo anche al jazz non lo dirò mai. Di nuovo sorridi e fluttui leggero tra una corda, una cassa e dei tasti. Non pensi, ascolti solo. Chiudi gli occhi e le note quasi si muovono davvero, le puoi toccare se vuoi. È di nuovo Chiara e son di nuovo lacrime ed un altro fazzoletto al tuo vicino che poteva anche portarseli da casa ed è di nuovo Lorenzo e di nuovo ridi a crepapelle abbracciando il vicino che ti scrocca i fazzoletti ed è di nuovo Tano e questa volta sei sconcertata, prima mi parli di nudo e ora d’amore, com’è che le mie emozioni non riescono a star ferme? Com’è che andiamo in alto e di colpo mi scaraventate in basso? Tutti in piedi, signori. Entrano gli Eugenio in Via Di Gioia, entrano questi personaggi che han dei musi simpatici, che sono autentici. Via le sedie tutti a ballare e io, confesso, io proprio non riesco a fare passi troppo complessi. È che il multitasking non è la mia caratteristica predominante e non posso godermi la musica, ridere fino alle lacrime e fare grands plies allo stesso tempo. Poi sono goffa di natura, il mio vicino invece non ha i fazzoletti ma quando balla sembra Bolle e lo perdo tra la folla, mi perdo tra la folla. Prendo sotto braccio degli sconosciuti e la mamma mi guarda ma non mi dice più di non dare confidenza a chi non conosco che solo scoprendo il nuovo si diventa grandi, ballo con un’amica, con la signora anziana che a fatica si regge in piedi ma che cosa ce ne frega se dobbiamo vivere facciamolo ballando col sorriso, prendo sotto braccio quella che pensavo fosse frigida e invece le bastano un paio di canzoni per muoversi leggiadra.

Mi fermo.

Mi nascondo dietro una quinta ad osservare. Il bianco dei vostri denti è accecante, l’energia dei nostri corpi è contagiosa e penso che abbiamo davvero partorito qualcosa di nuovo, autorale, popolare. L’ho fatto io, l’hai fatto tu, lo abbiamo fatto noi tutti battendo le mani a ritmo e regalando fazzoletti a chi, come noi, sa emozionarsi. Sembra banale, ogni cosa che scrivo su cos’ho provato durante il concerto d’apertura di Popolè sembra banale. Perché sarebbe dare corpo a qualcosa che un corpo non ce l’ha, sarebbe mettere nero su bianco sensazioni che nemmeno io ho ben capito cosa fossero, che nemmeno io ormai riesco più a scindere perché se dovessi riassumere in una parola il Nostro concerto, userei senza dubbio centrifuga. È stato rapido, intenso, è stato essere alla cima e al fondo del cestello nello stesso tempo, è stato girare intorno ad un punto fermo. Tu, io, noi, il popolo. È stato vedere i sorrisi durante l’aperitivo, è stato saziare l’animo in sala e il corpo subito fuori. È stato tutto e sarà ancora di più perché, signori miei, avete visto solo l’inizio.

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