Ad Intermittenza.

Bimba mia,
Un tempo quando parlavo di lucidità mi riferivo a quella del tavolo di cristallo, mai avrei pensato di usarla per parlare della mia mente.

Ti chiedo scusa, immensamente scusa anche se, purtroppo, non ricordo bene per cosa.

La demenza senile è una cosa strana, è una lampadina avvitata male che si spegne e si accende come vuole. Ti chiedo scusa perché non so riavvitarla. Tu guardandomi pensi che sia fulminata, un vecchio aggeggio da cestinare. Hai mai pensato che io sento l’energia ma non riesco a illuminarmi? Non sono spenta, non sono morta. Sono intermittente.

Non ho scritto se ho preso la pastiglia, non ricordo se proprio non l’ho presa o se mi sono dimenticata di appuntarlo. Se adesso ti chiamassi forse tu ti arrabbieresti, mi diresti che sono rincoglionita e ti direi che hai ragione. Forse tu non lo vedresti ma il mio cuore avrebbe un battito in meno, morirei per un istante.

Ti ho messa al mondo e ho giurato che ti avrei protetta dal freddo, dal mostro sotto il letto e dalla sofferenza inutile. Così mi chiedo che senso abbia continuare a stare qui se sono io stessa a gelarti il cuore, io stessa a chiamarti per scacciare i mostri della memoria, io stessa a farti soffrire.

Ti ricordi com’ero bella e forte mentre ti crescevo? Se mi abbracci troverai ancora un po’ di luce nei miei occhi. Lasciami andare, non verso la morte questo no, lasciami scorrere senza preoccupazioni verso una nuova fanciullezza. Lascia che dimentichi le pastiglie ma che ricordi l’aperitivo con le amiche. Lascia che ti chieda venti volte se hai già chiamato Laura, credi che non abbia anch’io la sensazione di avertelo già chiesto?  Io non ho colpa ma forse me lo merito, non sono mai stata spensierata come adesso, non sono mai stata fantasiosa come ora. Ho perso la memoria ma non è nel mio nascondiglio segreto. Nemmeno quello ricordo dove sia. L’ho persa ma, come vedi, ancora viene a trovarmi come uno spasimante che non si rassegna.

Prendimi tra le tue braccia e cullami come facevo io, dammi un bacio in fronte e dimmi che andrà tutto bene, che ci sei tu a tenermi la mano. Cerca di vedere la luce anche nei miei attimi di buio, cerca di immaginarti come io mi senta in colpa nei miei attimi di luce. Non ricordo se non le cose importanti, allora da vecchia mamma un po’ rimbecillita tutto quello che davvero ti chiedo è: fai sì che le cose importanti che ricordo siano il tuo sorriso e le risate dei nipoti, niente lacrime e urla. Perché nessuno ne ha colpa, non rendermi colpevole. Non ho scritto se ho preso la pastiglia, non ricordo se proprio non l’ho presa o se mi sono dimenticata di appuntarlo. Se adesso ti chiamassi forse tu ti arrabbieresti, mi diresti ancora che sono rincoglionita?

 

Mamma

Nella mia Memoria, mio nonno Vive.

Io mio nonno non l’ho mai conosciuto. Mio nonno paterno, s’intende.

Mi hanno detto che era una persona buona, saggia. Mi hanno detto tante cose anche se quello che so di lui lo devo ai suoi quaderni e lo devo alla nonna che me li ha regalati.

Mio nonno era strabico, guardava sempre le cose da più punti di vista. Mio nonno quando suo padre gli aveva proposto di comprargli un’azienda si era rifiutato, ci sono compromessi a cui non si può scendere e lui non poteva non schierarsi con i deboli. Così ha fatto il sindacalista per tutta la vita. Mio nonno non era uno che si accontentava ma le sue grandi conquiste erano quelle che molti considerano piccole gioie quotidiane.

Mio nonno sapeva cambiare idea e dunque non era uno stupido, che solo gli stupidi non cambiano idea. Mio nonno era un sottufficiale della Folgore perché c’è stato un tempo in cui aveva creduto che il Fascismo coincidesse coi suoi ideali. Era scappato dopo l’otto Settembre per unirsi ai partigiani, mio nonno ha sempre lottato per la Libertà, aveva solo sbagliato luogo in cui cercarla.

Se in amor vince chi fugge, così non è in guerra. I nazisti lo catturarono in Toscana e lo portarono in un campo di lavoro. Lo picchiarono quando tentò di rubare un tozzo di pane dalle fauci del cane di una guardia, gli sputarono addosso solo perché la sua nazionalità non era quella giusta, non era più quella giusta.

Era il 29 giugno quando fece ritorno. A salvargli la vita fu un suo amico che gli impedì per tutta la prigionia di scambiare il rancio per le sigarette. Non preoccupatevi, ha recuperato tutti gli arretrati di tabacco con gli anni.

Forse per gli orrori che aveva visto commettere da certi uomini, forse per indole, mio nonno vedeva la natura come perfezione assoluta. Gli piaceva guardare la neve che cadeva e gli piaceva perché adesso, accanto al camino di casa sua, non doveva più temere il freddo. Gli piaceva dare le briciole di pane agli uccellini adesso che non era più costretto a lottare anche contro gli animali per sopravvivere.  Gli piaceva vedere le stagioni che cambiavano un po’ come le guerre che finiscono e poi si ricostruisce.

A mio nonno, soprattutto, piaceva scrivere filastrocche e oggi, oggi che il giorno della Memoria sta per finire, ho pensato di farvi dono di ciò che per mio nonno era il fine della Vita. Così le righe che seguono sono sue, assaporatene ogni lettera, ogni virgola, ogni pausa.

 

Vivere

 

Dell’Universo cosparso di stelle,

di fiori, di bimbi, di mill’altre cose belle,

godere, godere della luce, del calore del sole,

di prati, di campi, di vigne e dipinte aiuole

e vivere, vivere non sviscerando codici o messali,

vivere nelle leggi Divine, umane e naturali;

mettendo al bando come persone infette,

chi, arzigogolando, su testi e su pandette,

ne uccide lo spirito, inteso ad ordinare,

sfruttandone la lettera ad imbrogliare.

Vivere coscienti che Libertà, Giustizia, decoro

Antitesi son d’orpelli, dottorati, oro:

che duta disciplina, è vera scienza,

la gioia del saper è sola ricompensa.

Il vile denaro, diventa vero oro,

sol se proviene da onesto e provo lavoro.

Tu terrorista, pseudo intellettuale,

nella tua rabbia folle e criminale,

più d’ogni “padrone” colpisci la lega

degli oppressi, che uniti si scuotono la gleba.

Caino a te, che del sol profitto sei assertore,

sui tuoi fratelli riversi fame, morte, dolore.

Compagno non è colui che solo chiede,

ruba pure lui, se non suda la sua mercede.

Idiota propugnatore del consumo

Per te avrem presto solo fame e fumo.

Mafioso, guappo, calabro o picciotto,

di droga, sangue e morte, pagherai lo scotto.

Vivere e goder di cose semplici, in parsimonia.

Vivere tra fratelli, senza invidia od acrimonia.

Vivere senza troppa brama del successo.

Vivere operando assieme per il Progresso.

Vivere rispettando ed onorando la tua compagna,

che da sempre geme ed or si lagna.

Vivere nella legge del Signore,

che è amore, amore e sempre amore.

Uomini siamo, sì, non tutti uguali,

ma ricordiamo… tutti siam mortali.

 

Ettore Marengo

Un cappello alla guida

Questa che vado a raccontare è una storia vera anche se potrebbe sembrare una leggenda.  Questa che vado a raccontare è una storia in cui ognuno di noi, nessuno escluso, può ritrovarsi senza essersi mai perso.
I cattivi di questa storia sono molti e tutti simili. Vagano per le strade armati di rughe, cappello e una macchina targata Cuneo. I nostri cattivi pensano di essere buoni, di essere depositari della guida in sicurezza e dell’eterna giovinezza. Si mettono al volante con le lenti così spesse che qualche mala lingua sostiene siano antiproiettile. Escono di casa e il loro obiettivo agli occhi del mondo sembra essere uno solo: mettere alla prova l’altrui capacità di conquistarsi il paradiso.
Vien quasi da pensare che siano i black blocks delle parolacce, istigatori di scurrilità.
Procedono con calma senza mai oltrepassare i venti chilometri orari, sia mai che volasse il cappello per la velocità. Si fermano a semaforo verde, si buttano con non chalanche a semaforo rosso. Forse la vecchiaia stimola il daltonismo.
Fortunatamente sono una specie rara, o forse no. Contrariamente ai panda e alle tigri siberiane, gli anziani cuneesi col cappello sembrano essere numericamente superiori ai cinesi.
Il perchè vaghino in macchina costantemente e a qualsiasi ora del giorno rimane per la scienza un mistero nonostante stia dando buoni risultati una ricerca sul magnetismo triangolare rughe-coppola-cantiere.
Nella nostra storia, tuttavia, pur non essendo una favola esiste una morale. E quale sarà,  vi starete chiedendo, tale morale?
Forse che bisogna apprezzare la gratuità del corso di meditazione offerto mentre si trattengono le ingiurie verso i saggi cappelluti?
Forse che non tutti i cuneesi vengono per nuocere?
No. La realtà signori miei è che queste figure quasi mitologiche sono davvero mandate da Dio. E lo prova non solo il fatto che statisticamente sono arrivati alla loro tenera età nonostante la discutibile guida, non solo il fatto che la fuga di molti rapinatori si è conclusa mentre aspettavano che i nostri paladini parcheggiassero, ma anche il fatto che oggi, sì oggi, stremata da un’estenuante attesa io, voce narrante, ho ceduto alla tentazione diabolica delle ingiurie ed io, innocente vittima di un disegno divino forse troppo grande per essere compreso, dopo aver finalmente parcheggiato sono stata assaltata dal mitologico Piccione Defecatore.
Ed ecco dunque la morale: chiunque voi siate, ovunque vi troviate, dai cuneesi col cappello scampo non avrete: se male non direte attendere dovrete, se al clacson vi attaccherete  sul cappotto un escremento del Puccion Defecator vi troverete.

Merlino è un assassino

Ho visto un mago una volta. Stava su un ponte con il suo banchetto e giocava coi bambini. Ha fatto comparire un coniglietto da un cilindro, che bello. Ero affascinata, non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso. C’era davvero magia nei suoi gesti, una maestria che solo gli esperti hanno. Sembrava tutto facile, tutto naturale. Indovinava la carta che sceglievi, sembrava quasi ti leggesse nei pensieri. Mescolava il mazzo, stargli dietro era impossibile. Eravamo tutti sorridenti, tutti stregati. Un incantesimo di magia bianca, uno stupore innocente. È bello vedere come ancora anche da grandi sappiamo tornare bambini di fronte a ciò che non sappiamo spiegarci, a ciò che non abbiamo voglia di chiederci. Forse non c’è sempre un trucco, a volte puoi sederti e guardare a bocca aperta quello che hai davanti, semplicemente incredula.
Non so quanto tempo sono rimasta a fissarlo, avevo tolto l’orologio, non m’importava dell’ora.
C’era il sole, un bel vento fresco, le risate dei bambini. Alle mie spalle sentivo i passi frettolosi dei turisti, dei lavoratori, di chi non ha mai tempo. Io invece ero in una bolla di sapone. I miei vicini avranno avuto sette anni al massimo e avranno pensato che.. Probabilmente non hanno neppure fatto caso a me presi com’erano dal loro « Merlino ». Battevano forte le mani, alla fine del gioco di prestigio quasi urlavano di gioia. Io ad un certo punto non ho poi mica capito se sorridevo per il mago o per l’allegria che mi circondava. So che non mi andava di interrogarmi, è bello guardarsi l’ombelico ma se si esagera poi ti si blocca il collo.
C’erano colombe che apparivano, altre che sparivano, c’erano palline colorate, carte truccate. Truccate ? Non è possibile, è un mago vero mica un imbroglione ! Non è possibile, è stata solo una di quelle impressioni sbagliate che a volte si hanno, il solito voler pensar male. Il mio Merlino è semplicemente bravo, non ha bisogno di barare per fare le magie. Elimino quel pensiero dalla testa e torno a ridere coi bambini. Dovrei imparare ad ascoltarmi a ben pensarci. Ma che bravo ma che bello! A me che ha sempre fatto paura la magia, a me che ha sempre intimorito sentirmi come sotto l’effetto di un incantesimo senza sapere come e perchè, a me ora brillano gli occhi. Sono felice, rilassata, sono a mio agio con i miei timori. Ho sentito la paura bussare ma non ho aperto la porta. Non ero in casa.
Un bambino si mette a piangere, tutti lo guardiamo, non capiamo il perchè. C’è una colomba morta per terra, vicino ad una gabbietta. È piena di sangue, non ha certo avuto un colpo al cuore, non lei. Le mamme sconvolte guardano il mago, lui non sa che dire, è senza parole nonostante il monologo dello spettacolo. Ci guarda, si scusa, si avvicina a noi grandi. “Sono davvero mortificato per l’accaduto, il bambino ha preso la gabbietta da sotto il tavolo mentre io ero distratto. Non sapete che è tutto un trucco? Mica sono un vero mago, io faccio l’illusionista”. Ma come? Sul cartello c’è scritto mago, m-a-g-o non illusionista, è ben diverso. È molto molto diverso. Lei non illude lei inganna. Un bambino la guarda e crede che lei abbia davvero dei poteri magici. Lei suscita ammirazione nelle menti di giovani innocenti vittime della sua incapacità di essere sincero, di dire che lei vive di trucchi.
Illusionismo : effetto artistico diretto a suscitare nello spettatore l’impressione di trovarsi a contatto diretto con la realtà e non con una sua rappresentazione.
Magia : capacità di dominare e trasformare le forze della natura mediante il ricorso a pratiche di natura benefica (bianca) o malefica (nera).
Lo vede se è vero? Lo vede se è vero?
Noi ci siamo seduti qui, le abbiamo dato la nostra fiducia, il nostro stupore, i nostri sorrisi. Lei se li è presi con avidità, dopotutto lei con il pubblico ci campa. Qui ci sono bambini dio mio, persone che dovrebbe proteggere, che dovrebbe mettere in guardia da.. da quelli come lei. Ce l’aveva quasi fatta a illuderci ma sono i particolari che fanno la differenza. Lei ha ucciso una colomba bianca facendoci credere di averla smaterializzata così, puff. Ha fatto comparire dal suo cilindro un coniglio che già c’era. Ha detto che sapeva leggere nel pensiero invece aveva solo carte truccate. Ha trasformato i nostri sorrisi in sguardi tristi, ha tolto la vita ad una colomba che voleva volare solo per nutrire quella voragine mai colma che lei chiama ego. Vorrei dirle che avrei fatto meglio a non sedermi, a perdermi nel flusso delle persone giusto alle mie spalle che non si sono degnate di guardarla prese com’erano dal loro tempo che fuggiva. Invece la ringrazio, è stato bello ed istruttivo. Ed istruttivo. E distruttivo. Vede? Anch’io conosco un paio di trucchetti con le parole. È un bravo illusionista, certo potrebbe migliorare ma chi di noi può ritenersi davvero soddisfatto? Mi ha strappato un sorriso fino a quando non ha scoperto le sue carte, quelle non truccate e se posso un po’ vecchiotte. Ha attirato la mia attenzione dandomi la voglia di fermarmi un attimo, di non chiedermi cosa ci fosse dietro, di lasciarmi prendere dallo stupore vero. Ecco il mio stupore era la sola cosa reale del suo spettacolo che, comunque, è degno di un professionista non v’è dubbio.
Io, però, continuo a preferire i maghi veri, quelli che se dicono salagadulamegicabula ti portano lontano, in un mondo fantastico.
Che poi avrei dovuto capirlo subito, quale mago userebbe i suoi poteri per elemosinare soldi ai bambini?

Dolce come la mielite

Ho aperto il cassetto dei ricordi. C’era una busta bianca, intatta. Sapevo benissimo cosa fosse ma ho comunque letto il nome del destinatario: “a chiunque tu sarai, da chi sei stata”.
Mi tremava la mano, ma ho trovato la forza di aprirla.

“è già il 30 aprile 2014? Come passa in fretta il tempo, dieci anni in meno di un secondo. Parlami di te, che aspetto hai? Sei innamorata? Ti son cresciute le tette o continuiamo ad assomigliare più ad un asse da stiro che ad una donna? Cosa studi? Ti sei fatta nuovi amici? Hai un fidanzato? Io no, cioè si. Sai sono piccola ma non stupida, credo. Non so quanto riuscirò a scriverti, c’è quest’odore di disinfettante che mi dà alla testa. Pensa che ridere se ora ti venisse in mente il momento esatto in cui tu eri me, in cui avevi questa penna tra le dita. Ti do una mano, ti descrivo la stanza.
C’è Marta nel letto di fronte, sai quella con la mamma che patisce il freddo e dorme in un sacco a pelo che manco fossimo in Patagonia nonostante sia Maggio. È simpatica ma domani se ne andrà. A me non piace farmi domande però è vero che è la terza compagna di stanza che se ne torna a casa mentre io, tu, cioè noi siamo sempre qui. Qui dove? Al Regina Margherita, ospedale pediatrico, Torino. È iniziato tutto a scuola, un gran mal di schiena. Non avevo, avevamo.. senti facciamo che ti scrivo come se ti dovessi raccontare in prima persona cosa tu hai vissuto dieci anni fa, ok? Come se avessi perso la memoria. Magari ti cali più nel personaggio se uso l’ “io” anziché il “tu”. Perfetto. Non avevo mai pianto per il dolore in vita mia. In realtà non era proprio un pianto, le lacrime uscivano naturalmente e non riuscivo ad opporre resistenza. Papà aveva suonato il campanello, dovevo aprire. Mi sono alzata e sono caduta. Che succede? Magari solo una gamba addormentata, dai riprova. Niente. Solo un piccolo sforzo, su. Questa volta mi faccio male. Dalla schiena dritto al cervello arriva il panico e adesso sì che piango come una bambina, come quando non sai che sta succedendo e tutto ciò che senti è una paura che ti paralizza. È arrivato un angelo col camice da medico, sono andata al pronto soccorso della mia città. Ho perso i sensi, non riuscivo a reggere tutto quel peso sulle gambe, figuriamoci nella mia testa. “Subito a Torino, CTO o Molinette, sentite chi ha posto” dicono i dottori e non so nemmeno dove sia esattamente Torino. In ambulanza sento le sirene, vedo un respiratore attaccato. Chiedo al medico seduto accanto a me perchè stiamo andando così veloci. “Sono le undici di sera stellina, vogliamo tutti andare a casa. Abbiamo pure messo i lampeggianti e le sirene così arriviamo prima. Questa mascherina con l’ossigeno si attacca sempre, è la prassi”. E io ci casco. Ha ragione la mamma, se fossi un pesce avrei vita breve, abbocco sempre a tutto. Arriviamo al cto e mi dicono che devono iniettarmi il liquido di contrasto. Ho scoperto che serve a farti illuminare come un albero di Natale. Guarda spero che col tempo tu sia migliorata perchè in quella risonanza magnetica non sono durata più di dieci minuti. Ero calma, ferma e con la mano mi coprivo gli occhi. L’ago della flebo però ha iniziato ad andarsene per i fatti suoi, nella mia testa mi stava bucando tutto il corpo. Eccolo posso quasi vederlo il panico che ritorna, verde e feroce, dentro il mio cervello. Tremo, urlo, do i pugni e mi sembra di non potermi muovere. Perchè in effetti non posso. Tutti a nanna, se ne riparla domani. Respiro affannata e leggo la delusione negli occhi di quel medico e di mio padre. Mi dispiace, mi dispiace davvero ma io non ci riesco. Voglio dormire, voglio la mamma, voglio riabbracciare il mio cane. Devo fare la pipì ma non esce, l’infermiera mi dice di non essere timida, di fare finta che lei non ci sia. Cosa me ne frega a me del suo sguardo? Ti dico che non esce cazzo non sono mica scema! Ho la vescica che è come una bomba, sento quasi il timer.. tre, due, uno e mi dicono di stendermi. È il momento del catetere. Ho imparato più parole oggi che negli ultimi due mesi.
La notte passa in fretta, per mamma e papà un po’ meno. Ho cambiato ospedale, sono al Regina Margherita. Riproviamo con la risonanza magnetica e il mostro verde lo chiudo fuori dalla porta. Tutti mi dicono che sono stata brava ma in realtà io sono solo stata ferma.
“È il momento di giocare, devi indovinare se ti sto toccando con del cotone o con un ago”.
Per me è tutto uguale. Io sento solo delle formiche ma non credo fossero tra gli oggetti elencati. Ecco ora la vedo, quella timida lacrima sul volto di mia madre. No eh, non si fa piangere la mamma. Concentrati su dai che ora indovini. Mi giro sorridente verso il medico e dico “cotone” ma vedo chiaramente l’ago nel mio piede. Va be dai è difficile, non sono poi così diversi è normale sbagliarsi, no?
“Ora ti facciamo una punturina ma, prima, ti faccio una piccola anestesia qui sulla schiena così poi fa meno male”.
Tirano fuori il bazooka delle punture, un ago che sembra uscito dal set di un film horror. Fa un male cane. Fa davvero davvero male. Liquor è la roba che devono prendere ma non si beve e non è alcolica. Che nomi bizzarri.
“Senta dottoressa le confesso che la sedia a rotelle è abbastanza comoda ma tra quante ore torno a camminare? Non posso prendere un antibiotico, qualche pastiglia? Bevo anche dell’olio di merluzzo se necessario. Ah poi senta mercoledì devo essere fuori che ho il compito di matematica e la mia amica prende un brutto voto se non glielo passo”.
Forse a Torino parlano in francese perchè nessuno mi risponde.
Mielite. Si mangia? Di sicuro non è dolce. Devo dormire con uno strano coso al fondo del letto, dicono che il mio “piedino da fata” è troppo delicato per sopportare il peso del lenzuolo. Gli aghi sono sempre cotone e il cotone sempre ago. Manco tirando a caso ci azzecco.
Oggi sono felice, sono proprio felice. Ho una sorpresa per il mio papà. La mamma già la conosce, lei dorme qui da una settimana ormai, ventiquattr’ore su ventiquattro.
Faccio pipì da sola, non è incredibile? Non è bellissimo? Senti ora esco in mezzo alla strada corro e… si va be ok spingo le rotelle e mi metto a urlare “FACCIO PIPI’ DA SOLA”.
La fisioterapista ha detto che posso fare cinque passi al giorno, stupendo. Sono tantissima strada, posso andare fino al letto di Marta. Uno, due, tre, quattro, cinque. Magnifico.
Ho perso il conto dei giorni ma ho imparato a muovere l’alluce sinistro. Cosa me ne frega di sapere se è mercoledì o domenica quando posso giocare con le dita dei piedi?
La fisioterapia procede a gonfie vele, ora distinguo la carta vetro da una spugna. La mia neurologa ha lottato per non farmi cambiare di reparto, l’ho sentita litigare coi colleghi. Dice che qui io sono felice e che se salissi al piano di sopra mi deprimerei rischiando di guarire meno in fretta. “Questa bambina fa dei progressi incredibili, non rischiamo di rovinare tutto perchè voi non volete muovere il culo su e giù dalle scale”.
Ho una nuova compagna di stanza, si chiama Francesca. Sta sempre a lamentarsi e le vorrei tirare un vaso in testa. Per fortuna è fuori in 48 ore.
Sono passate forse tre settimane, anzi qualcosina in più. Molto di più. Non so esattamente che giorno sia, so che entra il primario in stanza e mi dice “ti dimettiamo, sei felice?”.
Praticamente gli butto le braccia al collo e, per la prima volta da quando sono rinchiusa in questa cella che sa di disinfettante, vedo la mamma tirare un sospiro di sollievo.
“Ora ti facciamo le immunoglobuline, tra due o tre giorni sei a casa”.
Non ci credo. Non ci credo. Non ci credo. Questo stronzo mi dice che mi dimette poi ritratta e mi tiene sottochiave ancora per settantadue ore? Ma credi di essere simpatico? Vaffanculo. Prendo i cesti coi regali, prendo i fiori sul comodino, prendo ogni singolo oggetto e lo scaravento contro il muro. Sembro hulk non mi ferma nessuno, getto la mia rabbia, getto il mio cazzo di sorriso che ho sempre tenuto come si porta una maschera di cera. Solo che si è sciolta quando mi hai detto “ancora due o tre giorni”. Non puoi illudermi, è scorretto. Questo vaso lo spacco per te, per il male che mi hai fatto. Non sono certa di chi sia il “te” ma non importa. È una rabbia cieca, totale, non vedo nulla, non sento nessuno. Devo solo spaccare e spacco come voi mi avete spaccato i coglioni. Urlo e piango, sento un fuoco dentro ma non riesco a spegnerlo anzi si autoalimenta. Piango tanto da farmi male agli occhi, urlo così forte da sentire le corde vocali che si stanno per spezzare. Fatemi uscire, fatemi uscire. Non ho più visto il mio cane, fatemi uscire. Nessuno ha il coraggio di dire nulla, tutti osservano in silenzio. È la mia ribellione, è il mio sommerso che esce fuori come un fiume in piena, come una diga che nessuno si è curato di tenere d’occhio. Non emetto più suoni, non ho quasi più forze. Il cuore sta per uscirmi dal petto ne sono sicura. Digrigno i denti che quasi me li spacco. Un cane con la bava alla bocca, ecco cosa sembro. Sto zitta, immobile. Guardo il vuoto, non sento più niente. Ricado sul letto e tendo il braccio al primario, mi abbandono al mio destino. Lui si avvicina, mi dà una carezza, mi buca la mano perchè ormai le altre vene sembrano un colabrodo. Chiudo gli occhi e stacco il cervello. Lo riaccendo dopo settandue ore, sulla macchina di papà. Abbraccio mio fratello, le nonne, gli zii, i cugini, il mio battuffolo di pelo bianco.
Ti ho mentito all’inizio. Sono nella nostra camera da letto, non in ospedale. Volevo solo attirare la tua attenzione. Il resto, come sai, è tutto vero. Tra qualche giorno dovrei gettare la sedia a rotelle. Chissà come cammini adesso. Non te lo chiedo, ho paura della risposta. Spero che tu stia bene, che sia riuscita a realizzare i.. i miei sogni. Comprati un bel cavallo se ancora ci sai andare, portami in passeggiata la domenica mattina. Riprendi a nuotare bene che con queste gambe adesso non mi si può vedere. Fai la pace con tuo fratello e diventa un po’ più dolce che io sono una bella stronza. Fai sorridere mamma e papà, non saltare fisioterapia. Sii felice. Sposati tardi e con uno davvero figo, uno che ti porti per mare come faceva il nonno. Tieni il piede dritto quando cammini.
Fammi un regalo, un ultimo regalo. Promettimi che un giorno mi porterai a correre ancora.

Ci vediamo tra dieci anni.”

Chiudo la busta, do un bacio in fronte a mio fratello, saluto la mamma, sorrido a mio padre.
Metto un pantaloncino nero, la prima maglietta che trovo nell’armadio. Calzo il tutore, le scarpe da ginnastica. Chiudo la porta della casa della mia infanzia.
Vado a correre al parco, ci porto anche il cane.  

Nei panni di lei. ( Ho fatto l’amore controvoglia II. Lei )

Finalmente Andrea mi ha chiesto di uscire, non posso crederci.
È da due anni che te ne parlo in modo ossessivo e questa sera è la grande sera.
In quarantacinque minuti sono pronta, tempo record. Abbigliamento studiato fino al colore della suola delle scarpe che deve obbligatoriamente abbinarsi alla clip degli orecchini, è tassativo.
Manco a dirlo il risultato è quell’elegante che può sembrare il “scusa ero di fretta mi sono messa addosso la prima gonna che ho trovato nell’armadio”. Non ci si può presentare troppo appariscenti al primo appuntamento, ne va della propria dignità.
Camicetta color crema vedo non vedo con due bottoni aperti, diventano tre se il vino è buono.
Passa a prendermi alle otto e mezza e ho un sorriso così grande che mettere il rossetto risulta più complesso del previsto.
In macchina c’è la radio e non riesco a capire quale genere preferisce, odio non conoscere chi ho davanti.
Mi porta in quel ristorantino sulla piazza giusto accanto al giornalaio, sai quello con i tavolini fuori e le tovaglie rosse. Quello dove lavora Giacomino, cazzo. Si quel Giacomino, quello che mi ha gettata nel cesto delle bambole usate manco fossi stata Patty Bravo e ora ha un senso di colpa grosso come quella collina fuori città. Odio fare pena alla gente, odio fare pena a quel cretino. Ci sediamo e ordiniamo da mangiare. In realtà voglio solo bere, sono tesa e inizio a dire cose senza senso giusto per alleggerire l’atmosfera mentre Andrea sembra perfettamente a suo agio. Dio mi sento il fuoco nelle guance e ne ho ben motivo, il vino fa dodici gradi.
Tengo banco, praticamente un monologo. Lui mi fissa con un sorriso ebete mentre io cerco di cavargli fuori le parole di bocca ma nonostante l’aspetto fisico parla meno di uno scorfano.
Che palle, perchè mi prendo sempre di quelli sbagliati? Dico lo sai che io ci puntavo molto su questo appuntamento, praticamente avevo già deciso il nome del secondogenito prima di salire in macchina (il primo quando mi ha chiesto di uscire) e invece adesso più che andarci a letto non saprei che fare. Si ok non è moralmente corretto, questo Andrea non ti piace davvero e tu non sei un uomo, tu non puoi fare sesso.
Ma sono scema o cosa? Ha un viso che neanche il David, un corpo pazzesco e poi senti sono adulta e vaccinata potrò ben fare cosa voglio no? Si ma cosa voglio? Non farmi problemi, non stasera. Basta paranoie, pregiudizi, oddio ma poi quello che dice, la moglie del fiorista cugina dello zio di mio padre cosa penserà, mi vedrà sicuramente il prete che battezzò il figlio dell’amico di Giulio mio cugino di terzo grado da parte di madre. No, la prendo alla leggera, mi godo il momento. Faccio l’uomo anzi meglio, faccio la donna libera. Bevo due Jagermeister che, anche se non sono Red Bull, mi mettono le ali. Sono carica, spacco il mondo.
Prevedibile come le occhiaie del lunedì mattina, durante la passeggiata digestiva si ferma e fa la mossa del “vediamo se ci sta ma non facciamoci sorprendere” e, questa volta, lo sorprendo io. Non gli do il tempo di fare il grande classico passo indietro che lo bacio. Un bacio di ribellione, di passione che ha il sapore di vittoria sulle mille paranoie di origine probabilmente preistorica. Non era male anche il retrogusto alcolico comunque ma lo sai quanto mi piace questa filosofia da tarallucci e vino, soprattutto vino.
Lo guardo come un leone guarda un cucciolo di antilope e mi sento la versione romana di Eva Kant.
Sta zitto per circa dieci secondi mentre io penso “se non mi chiede di andare da lui mi butto sotto le rotaie, ho pure il completino di pizzo coordinato”.
Mi salva inconsciamente la vita proponendomi “un caffè per toglierci quel gusto amaro dalla bocca”.
Adrenalina a mille manco stessi per salvare il mondo. Sei pronta? Si. Ci credi? Si. È normale parlare da soli quando si è agitati. No questa non era una domanda, era una giustificazione per la mia psicosi.
Saliamo da lui, non ho voglia di perdere tempo con un caffè, non saprei che dirgli. Cerco di appoggiarmi sensualmente sul letto e invece inciampo su un osceno tappeto finto persiano made in china e cado goffamente di faccia sul copri piumone. Mi giro pensando che la mia copertura sia saltata, la panterona è partita, ormai avrò il sex appeal di heidi ai suoi occhi e invece no. Mi prende, mi bacia, mi spoglia e quando sta zitto non è così spiacevole. 
È passionale, dolce, forse troppo. Ora senti ciccio bello non mi rovinare i piani, ma quale dolcezza e dolcezza io voglio sesso! Devo fare la rivoluzionaria mica la ragazza occhi a cuoricino che poi getti in un angolo. Tieni su la maschera, tieni su la maschera. Non ti intenerire qualunque cosa accada anche se dovesse chiederti di sposarlo sta notte. Si perchè le bambole accettano senza opposizione di essere abbandonate mentre io questa volta voglio andarmene da sola. Finiamo, mi abbraccia, mi chiede se voglio fermarmi da lui. M’invento che ho un rito pre-esame con la mia coinquilina e saltarlo è impossibile. Non preoccuparti abito qui accanto vado a piedi. Esco per strada,  non so che ore siano. Accendo una sigaretta e cammino tranquilla. Ho vinto in un gioco con me stessa e ho avuto una degna spalla.
Altro che Risiko.
Guarda un po’, mi sta chiamando proprio adesso.
Non rispondo, un bel gioco dura poco.

Ho fatto l’amore controvoglia

Pizzo nero. Sì, era decisamente pizzo nero. Ottima fattura, nulla da dire anche se non è che m’importasse molto.
L’avevo portata a cena in quel ristorantino che dà sulla piazza, quello con i tavolini fuori e le tovaglie rosse proprio accanto al giornalaio.
Guarda sarò sincero, mi sono pure divertito. Potrà suonare un po’ razzista ma lei è bella, davvero bella e non pensavo potesse essere anche così simpatica. Roba rara amico, genere “una su un milione” per citare quella musichetta da due soldi che a te piace tanto.
Abbiamo bevuto senza fare troppi complimenti, io ero tranquillo e poi mi piaceva vedere che iniziava ad arrossire sulle guance quel tanto che basta per lasciarsi andare. Ho speso pure poco, fortuna che conosco Giacomino che in quel ristorante ci lavora da anni sennò manco per piangere mi rimanevano i soldi. Quel ragazzo è uno spettacolo, ci facciamo certe partite di calcetto che in quanto a tensione e adrenalina juve inter sembra un incontro tra i pulcini dell’oratorio.
Ti dicevo comunque che dopo cena abbiamo fatto due passi, sai quando devi creare il momento. Bè che faccio vengo ad insegnarlo a te? È scritto nella Bibbia del primo appuntamento che non puoi provarci al tavolo né in macchina ma solo ed esclusivamente durante la passeggiata digestiva, magari sorprendendola con un complimento che racchiude un mix di dolcezza ed ironia perfettamente bilanciate.
Bene guarda io proprio da manuale le sorrido e mi avvicino quasi per caso, tasto il terreno e vedo che ci sta. Sarebbe banale baciarla subito quindi fingo imbarazzo e mi allontano di un passo, mi sarei dato una pacca sulla spalla da solo. Una performance degna di oscar. Lei mi guarda mezza delusa, mezza curiosa, mezza presa bene e boom mi bacia. Quelle cose come quando ti arriva un messaggio ed è una ricarica da venticinque euro omaggio che non sai perchè, un trenta ad un esame che credevi fosse andato uno schifo. Ma poi che bacio, cioè sesso puro. Tuttavia mantengo il controllo e, al limite delle mie facoltà fisiche, non poso le mani in zone eccessivamente erogene per non risultare il porco polipone, genere che le donne schifano. Io voglio farla morire, seducimi tu moretta, fammi cedere tu bellezza.
Si stacca, mi guarda e, ti giuro, mi manda una scarica di ormoni che è come un’onda d’urto, hai presente? Quegli occhi che c’hanno scritto “prendimi” manco fosse il “tilt” del flipper, ecco così.
Poi il bivio: che tattica uso adesso? Cioè stai confuso, vai diretto sul “prendiamo un caffè da me” o punti sul “ti accompagno a casa” rischiando di rimanere davanti ad un portone chiuso come un cretino? Risiko del sesso, valutazione dell’avversario: questa tipa è aggressiva apparentemente ma fino a che punto? Abbiamo all’attivo una bottiglia di rosso in due, un paio di amari e sì, è evidente che siamo brilli dunque vale tutto. Poi senti io mi butto al massimo anziché la moretta mi guardo un video e mi faccio una Moretti.
Accetta il caffè da me, la sua coinquilina si alza alle sei e non vuole disturbarla.
Fantastico, posso anche farmi la doccia nel mio bagno.
Senti qui, saliamo da me, quella sua gonna leggera e la camicetta reggono circa un secondo e mezzo. Subito letto, via tutto. Ma chi se ne frega della forma, chi se ne frega del caffè, questa tipa è spaziale. Dio, colpisco lo spigolo del comodino col ginocchio ma ragazzi qui c’è iron man non sento nulla, vado dritto alla meta come un All Black. Lei si spoglia io la guardo, diamine che bella e già mi sembra strano non dirlo volgarmente ma in fondo che c’è da pensare ammira e stai zitto cretino che questa te la stai per fare.
Una dea nel corpo e nel sesso. Sai la storia della coppa di champagne? Tette perfette che quasi mi dispiace toccarle manco avessi un Caravaggio davanti, pancino tondo ma tonico, una pelle dal gusto sensuale. E poi scendo piano piano, la guardo dritta negli occhi mentre le sfilo le mutandine e lei mi sorride maliziosa di rimando.
È mia, è mia adesso. La sento forte sotto le mie mani e ci provo, ci riprovo, tento ancora ma non ci riesco. Non riesco a farci sesso.
È terribile quando succede. Uno parte con l’idea di fare una serata giusto per dare due colpetti, una sigaretta poi tutti dormire ognuno a casa sua invece no, io non ci riesco. Questa sera proprio non ce la faccio. È che questa ragazza mi piace e non riesco a farci sesso. Dici che fare l’amore fa male alla salute? Non rischio nulla? Cardiopatie, psicosi, magari una bronchite che ne so. No?
Ok perchè senti io c’ho fatto l’amore. Come me ne sono accorto? Ma guarda mi sono pure spaventato all’inizio. Per me il sesso è scollegare il cervello e lasciare che i gioielli di famiglia comandino la spedizione mentre i piani alti chiudono, vanno in ferie, hasta la vista, siesta fino a nuovo ordine.
L’altra sera non trovavo il tasto off, tutto qui. Mi sono impegnato, ripetevo “spegniti spegniti spegniti” e il cervello nulla, lavorava ancora più del normale e mi sembrava di godere più nella mia testa che tra le gambe. Anzi forse è andata proprio così. Una figata senza senso, roba senza precedenti. Niente di speciale eppure tutto speciale. Una cosa semplice nessuna acrobazia o kamasutra però ti giuro il miglior orgasmo della mia vita, un po’ come passare da una barbera ad un barolo del ’99 e sai quanto mi piace il barolo.
Guarda ho fatto per la prima volta l’amore e pure controvoglia, ho cercato di opporre resistenza ma alla fine mi son lasciato andare, che mica ti puoi controllare. Ora non farei altro tutto il giorno anzi sai che c’è?
Magari la chiamo e le chiedo se ci prendiamo un altro di quei caffè che solo noi sappiamo fare e che non lasciano l’amaro in bocca.