Dieci mesi di champagne

Che cosa rimarrà della bella Parigi? Un anno è passato così in fretta, un battito di ciglia, il tempo di una coppa di champagne sul lungo Senna. Arrivi con la voglia di conquistare il mondo, poi ti rendi conto che è questa città piano piano a conquistare il tuo cuore passo dopo passo, bonjour dopo bonjour. Parigi e la sua pioggia, i suoi cieli incantevoli e quel suo fascino sopra le righe, quella bellezza che ti chiede d’inchinarti al suo cospetto. Parigi che quando il Sole splende puzza di piscio, un po’ come se la luce facesse i risaltare una città piena di contrasti dove le borse di Chanel non compensano i barboni ad ogni angolo. E bada che quell’odore dolciastro di alcool e sporcizia ti si attacca dentro, ti obbliga a riflettere almeno un istante su quanto forte la fortuna ti abbia baciata. Parigi con i suoi café, i suoi bistrot così minuscoli che puoi sentire il profumo della signora al tavolo accanto. Ecco vedi quell’uomo davanti a noi? Ora inizierà a suonare il pianoforte in piazza come ogni domenica, e come ogni domenica non potrò che stare a guardarlo. Presto si riempirà di turisti, e vedrai anche tu che inizierai un po’ a odiarli, il modo lento in cui camminano, il loro stare a sinistra sulle scale mobili, il loro fare foto in continuo mentre tu devi andare. Andare sì ma dove? non lo so, che importanza ha? Questa città ha la fretta nel DNA, ha il ritardo pre-impostato sull’orologio. Ora vieni, andiamo a perderci nelle stradine, non esiste modo migliore per vivere qui. Guarda quel passaggio che bello, guarda quel balcone coi suoi fiori bianchi e una signora affacciata con una collana di perle. Lo senti il profumo di cucina? Lo senti il burro salato della Normandia e della Bretagna che piano piano ti s’insinua nelle narici finché ne diventi dipendente? Lo sapevi che le ostriche si mangiano solo nei mesi con la erre? Lo sapevi che questo posto è una vecchia stazione del metrò? Lo sapevi che in un café senza terrazza non vale nemmeno la pena andare? Ho letto di una mostra, sembra bella e non lontano da qui. Qui che niente è vicino eppure tutto lo è, qui che non è poi così grande. Qui che non sai nemmeno quante mosche rischi di ingoiare se non la smetti di girare a bocca aperta per lo stupore.
I parigini sono proprio degli stronzi, dopotutto i cliché hanno sempre una base di verità. Trovami un cameriere gentile, diventerai il mio eroe. Trovami qualcuno che non rida sotto i baffi quando dici che sei italiano, ti offrirò una cena. Non è vero che ci odiano, assolutamente no. È solo che per loro siamo dei sempliciotti, dei mangia pizza con l’orecchino al sopracciglio e delle belle terre, nulla più. Certo siamo calorosi, addirittura focosi, ma lontani anni luce dal loro livello. Un italiano elegante? Ma voi non siete quelli coi completi gessati? È buona la cucina italiana? Bè pizza pasta e tiramisù non sono male ma che avete d’altro? All’inizio ti scaldi, rispondi a tono e ovviamente tiri in ballo il bidet, nostro vero orgoglio nazionale. Poi ti passa e sorridi, il loro patriottismo è così forte che per loro la Francia e Parigi soprattutto è meglio del paradiso. Questo se parlano con uno straniero perché, proprio come noi, sono i primi a criticare il loro paese, ma solo tra concittadini s’intende.
Si è fatto tardi, tra poco sarà buio. Quale anima vuoi scoprire? Vuoi vedere i ragazzi con una chitarra e del vino portato da casa? Seguimi forza, ti porto sul canale coi suoi ponti in ferro battuto e l’odore di marijuana. O forse preferisci rue de Lappe dove una tequila costa tre euro e ti ritrovi tra turisti e la Parigi forse non abbiente ma sicuramente piena di vita. Vuoi essere un bobò? Andiamo a scoprire i bar di Saint Germain, il suo essere terribilmente affascinante e in fondo un po’ snob.
Torniamo a casa, facciamolo in bici. Con la luce soffusa dei lampioni Parigi si scopre lentamente, come una bella donna che sa di essere guardata. C’è silenzio, tutto tace. Solo una leggera brezza, una risata lontana. Sono partita pensando che al mio ritorno avrei saputo molte più cose, sarei diventata incredibilmente “saggia”, come se le saggezza si acquistasse in un anno con comode rate mensili. Sono partita pensando che.. sono partita e non ricordo nemmeno bene come. Sai ci sono momenti che canonicamente dovrebbero essere importanti, e invece io sono una sega totale. Tipo gli addii, quando devo salutare qualcuno ho lo stesso trasporto di un sasso sul ciglio della statale per Bardonecchia. Quando devo partire ho solo l’ansia di prendere il treno, confesso che non mi perdo molto in riflessioni. Non sono capace di fare quelle scene strappalacrime da film, sai roba con fazzoletti bianchi, occhi lucidi e un sacco d’amore nell’aria. No. Io salgo, cerco il mio posto e tanti saluti. Anche se sarebbe bello ogni tanto poter fare una corsa disperata sul binario urlando “non partire, non partireee” cercando di non inciampare nel barboncino di quella che ti cammina davanti.
Ora che sono tornata ho passato giorni e giorni a cercare una frase ad effetto, sai una di quelle che poi quando l’hai scritta ti dai una bella pacca sulla spalla, una frase che ti faccia sembrare super intelligente e super profondo anche se, probabilmente, ti è venuta dopo il quarto negroni. E invece ho deciso di non scrivere nulla, di fare quella super pensierosa, super misteriosa, super fica, quando invece il mio unico pensiero è recuperare qualche ora di sonno. Ma questo è un segreto.
Andate a Parigi, perché è veramente uno spettacolo. Non prendete mai la linea tredici a Saint Lazare se ci tenete alla vostra vita. Prima di cambiare a Chatelet, consiglio mezz’ora di meditazione o spararsi in un piede. Odiate i turisti anche se voi stessi lo siete, se camminate con passo deciso e senza zaino, vi confonderete con la massa. Se un cameriere fa lo stronzo, fate ancora più gli stronzi e lo conquisterete.
Se, infine, un parigino snob vi chiedesse cosa ne pensate della città, voi guardatelo con aria di sufficienza rispondendo “non è male ci mancherebbe, però Roma..”

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