Il mostro di Loch Ness

Stamattina sono uscita di casa ed ero in ritardo. Come al solito, penserai.

In realtà non sono proprio uscita di casa, è più corretto dire che se non fosse stato per l’impresa di pulizie che lascia sempre il portone aperto mi ci sarei spalmata su quel portone. Magari mi sarebbe venuto un bel nasino alla francese.

Ho messo un piede in strada e mi sono bloccata, di colpo. Credo di aver sorriso per una frazione di secondo. C’era elettricità nell’aria, non ho mai capito bene cosa significhi ma rende l’idea, non trovi? C’era quell’odore di ghiaccio, di neve.

Mi sei venuta in mente tu.

Stava certamente nevicando sui nostri alberi, sul nostro tetto e su quei prati che diventavano più verdi quando noi ridevamo.

Eravamo come sorelle, ti lasciavo finire sempre la mia cioccolata calda. Non l’ho mai più fatto con nessuno. Mi tenevi la mano in seggiovia, ti passavo i compiti di matematica in mezzo ai fazzoletti. Ricordi quando la maestra ci aveva scoperte?  Ti eri soffiata il naso e con l’inchiostro ti eri tatuata per sbaglio un bel “=2” sulla guancia destra.

La mia copertina ha ancora il tuo profumo se chiudo gli occhi. Ci siamo sempre dette che l’amicizia è più forte dell’amore, che la nostra amicizia era più forte del mostro di Loch Ness.

Poi siamo cresciute. Tu in quell’università, io in quell’altra. Tu con i tuoi nuovi amici, io con i miei. È stato come mangiare un cucchiaino di Nutella al giorno e poi accorgersi una domenica mattina che il barattolo è vuoto e i supermercati sono chiusi.

Dovevamo prendere un caffè il sabato, ricordi? Dovevamo prendere un caffè e io non ti ho chiamata. E tu non mi hai chiamata. Non c’è nulla di male nel dimenticarsi le cose, siamo sempre state distratte. Ma ci sentivamo colpevoli, ho pensato che se ti avessi chiesto scusa tu avresti pensato che ormai non m’importava più di te, hai pensato che se mi avessi chiesto scusa io avrei pensato che ormai non t’importava più di me. E in fondo, forse, un po’ era così.

È stata la vergogna di quella svista ad ucciderci. È stata la vergogna travestita da paura travestita da senso di colpa. Roba che ad Halloween avremmo fatto un figurone.

E le nostre vite sono andate avanti. Tutto va avanti, nonostante tutto. L’ho scoperto quando è morto il mio pesce rosso, me lo dicesti tu. Un giorno semplicemente ti svegli e il tuo presente devi chiamarlo passato. Un giorno mi sono svegliata e non ti ho più chiamata.

Ho saputo che l’anno prossimo ti sposerai, ho saputo che m’inviterai. Mi metterò in fondo alla chiesa e piangerò due volte: la prima per la tua felicità, la seconda perché non sarò la tua testimone come avevamo giurato sulle nostre barbie. Sarà strano vederti vestita da cerimonia e non aver scelto l’abito con te, sarà strano non sentirti piangere mentre urli che sei grassa. Sarà strano non toglierti la nutella dalle mani dicendoti che di sicuro non aiuta. O forse non la mangi più, forse sei diventata una fedele del biologico e l’olio di palma lo usi solo per sporcare le pellicce delle signore Bene. La cosa che mi ferirà di più sarà dover stringere la mano a tuo marito, scoprire il suo nome quando ormai avrà già la fede al dito, sentirmi rispondere “ho sentito parlare di te, eravate così amiche”. Sarà un po’ come morire, mi andrà in gangrena il mignolo.

Chissà se gli hai mai dato dello stronzo, se l’hai tradito e quando ti ha detto “ti amo” la prima volta. Chissà dove ti porta a cena, se è bravo a letto e se quando ti guarda nuda tu ti senti bella. Quando ti ha chiesto di sposarti? Vorrei sapere che mobili hai scelto, non dirmi che ancora adori lo stile provenzale. Ti hanno mai bocciata all’università? E tuo padre col tempo è diventato più comprensivo?

Avrei voluto chiamarti una mattina di Marzo. Avevo già composto il tuo numero. È solo che non l’ho fatto. Se fossi tornata dal nulla ci sarebbe voluto del tempo per ritrovare il ritmo delle nostre risate, dei nostri silenzi, delle nostre parole. Il tempo di un caffè, forse. Poi mi sarei sentita costretta a richiamarti per altri dieci caffè perché non esiste la botta e via dei caffè tra amiche, o è un caffè serio o nulla. Ma lo sai, o forse non lo sai, temo le storie serie più del mostro di Loch Ness. Sono per gli inizi molto cauti, i famosi piedi di piombo ed invece con te avrei dovuto fare l’equivalente amichevole di una proposta di matrimonio. Non salti fuori dopo dieci anni per cinque minuti di bevanda amara, è scorretto. E così ho continuato a dormire sperando che quel piccolo angolino vuoto non mi avrebbe più fatta piangere.

E invece mi capita. Nelle mattine come queste, quando c’è aria di neve, io ti penso e quell’elettricità, ne sono sicura, è il tuo pensiero di rimando.

È un po’ come se vivessimo in due mondi paralleli lontanissimi tra loro, due mondi paralleli che si sono incrociati per così tanto tempo che nel mio mondo, nelle mie parole, ci sei tu. Se guardi bene puoi specchiarti. Se t’incontrassi adesso sarei muta, mi sono successe così tante cose in questi ultimi dieci anni che per riassumerle non saprei trovare nulla meglio del silenzio. Se t’incontrassi adesso te lo offrirei quel benedetto caffè, la casualità è senza impegno.

Sai, il mostro di Loch Ness secondo me esiste, dimmi tu se siamo più forti.

Otto ore di ritardo.

Tutto è iniziato quando sei salita su quell’aereo.

Io qui, tu otto ore avanti.

Quando si sono chiuse le porte mi sono seduto accanto a una signora. Abbiamo pianto insieme. C’era suo figlio in volo con te, c’erano i nostri cuori sotto i vostri sedili. Quella donna mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto “da quando mio figlio ha iniziato a camminare non sono più stata in grado di raggiungerlo”. Chissà se l’hai conosciuto, si chiama Federico e studia chimica.

Le ho raccontato di te, della tua voglia di girare il mondo e di me che mi sento perso se faccio più del giro dell’isolato. Le ho raccontato che tu le radici le mangi a colazione, che io ho bisogno di sentirle sotto i piedi. Non ricordo che strada ho fatto per tornare a casa. Non ricordo quasi nulla del primo mese senza te.

Dicono che, comunque vada, siamo tutti sotto lo stesso cielo. Noi no, io vedo il tramonto mentre tu osservi il grande carro, io vedo l’alba mentre tu ti ripari dal Sole di mezzodì.

Vorrei sapere chi l’ha deciso che a Est sono avanti mentre ad Ovest si rimane sempre indietro. A nessuno è mai passato per la testa che forse l’alba a Pechino è quella che hanno visto a Chicago il giorno prima, che l’Australia dovrebbe festeggiare il capodanno dodici ore dopo Roma?

Quando guardo l’orologio chiudo gli occhi e m’immagino di cenare con te. Poi li riapro e finisco il mio cappuccino. Freddo.

Ho pensato ad una soluzione, Amore mio. Salirò su una mongolfiera e starò immobile a pochi metri da terra. Io starò immobile e la Terra girerà. Mi passerà sotto i piedi tutto il mondo e spero che uno squalo non mi mangi quando sarà il turno degli oceani. Atterrerò nel tuo giardino come panna montata sulla cioccolata calda di tua zia. Sarò soffice e bianco, più per i miei cali di pressione che altro. Un mio amico dice che non si può, che la gravità ostacola anche il corso naturale dell’amore.

Salirò sui paralleli e correrò più veloce di un aereo, correrò fino a che la gente non si dimenticherà di Forrest Gump. Non ti preoccupare, ho comprato le scarpe da corsa. Mi scoprirai al tuo fianco mentre camminerai in riva al mare, ti prenderò la mano mentre fisserai l’oceano cercando di scorgermi oltre l’orizzonte. Supererò i fusi orari come le righe delle piastrelle, arriverò e non saprò che ore saranno. Non avrò di certo avuto il tempo di spostare le lancette.

Mi sentirai soffiare sulla tua minestra mentre m’immagini raffreddare la mia tazza di tè francese, mi sentirai russare sul tuo cuscino mentre m’immagini chino a lavorare.

E se non trovassi il parallelo, mi dirai, se ti perdessi all’incrocio col primo meridiano? Non ci si può perdere nell’immaginazione, ti direi. E non c’è cosa più immaginaria del tempo, lo so bene.

Col senno di poi

Gentile utente,

ti ringraziamo per aver scaricato la nostra applicazione Col senno di poi.

Ti è mai capitato di pensare che, ad averlo saputo prima, ti saresti comportato in modo diverso? Che ad averlo saputo prima avresti cambiato marciapiede per non incontrarla o ti saresti seduto al suo tavolo sorridendole anziché nasconderti dietro il menù sgualcito di una pizzeria? Sei stufo di passare notti intere a piangere, di scambiare merde secche per l’amore della vita? Ti sei stufato di sentire una fredda lama trapassarti il cuore quando una donna sbatte la porta di casa portandosi via vestiti e serenità? Ne hai abbastanza dei due di picche, dei tradimenti, delle amicizie amorose e dei telefoni che squillano a vuoto? Sei stufo, soprattutto, di vederti passare la vita davanti mentre anneghi nelle tue lacrime urlando “ad averlo saputo prima” ?

Bene,  col senno di poi  è l’applicazione che fa per te.

Col senno di poi si basa sull’analisi del campo morfogeno dell’individuo dandoti la soluzione all’equazione con infinite variabili del “e se?”.

I limitatori biologici dell’individuo vengono superati da una semplice applicazione che squarcia la fessura di tempo cui siamo abituati. Non prevediamo il futuro perché non esiste futuro in col senno di poi. Tutto è qui, ora, sempre, da sempre e per sempre.

Immagina una videocassetta nel video registratore. Il film è già tutto sul nastro ma tu non puoi vederne che l’attimo in cui esso compare sul video. Col senno di poi, invece, sa già dirti se lei morirà o verrà salvata da un mago. Mentre tu fissi lo schermo, noi analizziamo la pellicola.

Mentre tu la fissi a bocca aperta, noi sappiamo già dirti se la troverai a letto con tuo cugino o se avrete dei figli biondi. Esatto, hai capito bene: dei figli biondi.

Noi prendiamo il libero arbitrio e lo sublimiamo. Abbiamo immaginato l’amore come un grande mercato in cui domanda ed offerta s’incontrano, in cui si dovrebbe aspirare alla concorrenza perfetta, alla possibilità per ogni individuo di raccogliere un numero d’informazioni tale da permettergli di operare la scelta secondo lui migliore. Abbiamo pensato che il mistero che tanto ci fa sorridere durante la prima parte di una storia sia la fonte maggiore di sofferenza quando essa finisce. Questo perché non siamo sufficientemente informati e quando c’innamoriamo è come se comprassimo un prodotto in una scatola nera da cui non capiamo né colore,  forma, odore, o funzione. Col senno di poi invece è il foglietto illustrativo di vantaggi e svantaggi del tuo nuovo amore, sta a te poi decidere se acquistarlo. Ti anticipiamo il finale del film dandoti la possibilità di premere play o di cambiare cassetta con una nuova consapevolezza.

Col senno di poi è il tuo “te l’avevo detto” a portata di touch screen.

L’applicazione è completamente gratuita e non dovrai inserire nomi né tanto meno segni zodiacali. Ti basterà pensare alla tua amata per una manciata di secondi e subito col senno di poi ti invierà un breve filmato sui momenti cruciali della vostra relazione.

Attraverso uno studio di fisica quantistica col senno di poi muove verso un perfetto mercato dell’amore in cui la sofferenza, vista come fallimento di mercato, viene sensibilmente ridotta lasciando spazio all’informazione, alla concorrenza perfetta della felicità.

Potrai scegliere tra un amore calmo e duraturo o breve e passionale, potrai scegliere quello che più desideri cosciente che col senno di poi, ovviamente, te l’aveva detto.

Col senno di poi, amore in-formato touch screen.

Acquaragia

Era un ragazzino come tanti, figlio di operai, né alto né basso, né bello né brutto. Era biondo, certo, ma di quel biondo un po’ slavato che nemmeno esiste nelle tinte dei parrucchieri che nessuno si tingerebbe mai i capelli di quel colore. Lavorava come aiutante del fabbro dietro casa dopo la scuola e non brillava di certo nello studio. Era un ragazzino abitudinario, percorreva sempre la strada davanti al macellaio per tornare a casa. Tuttavia quel giorno sua madre gli chiese di comprare un po’ di pane fresco per pranzo, avevano ospiti. All’angolo girò a destra seguendo il profumo di focaccia appena sfornata.

Aveva circa diciassette anni quando la vide. È difficile credere all’amore a prima vista quando ti scarseggia il pane sulla tavola. È difficile credere nell’amore eterno quando i tuoi genitori non fanno altro che lanciarsi addosso sensi di colpa come fossero piatti di ceramica. Quel suo sorriso, tuttavia, gli fece dimenticare tutto. “Acquaragia” pensò, “il suo sorriso è acquaragia”. Non era una metafora molto romantica ma quel ragazzino non era di certo un poeta.

Accadde davanti all’università, lei indossava una lunga gonna blu, i capelli raccolti in una crocchia come voleva la moda, una camicia bianca leggera ed una cartella di cuoio scuro. Non notò di certo quel ragazzino magrino con gli occhi cerulei. Non notò di certo il suo sussulto quando la vide passare, non percepì quell’energia cosmica che dovrebbe essere l’amore. Gli passò accanto come se lui non esistesse tanto che lo urtò involontariamente con la sua cartella di cuoio scuro.  Lui guardò l’orologio della piazza, erano le dodici in punto. Si ricordò di quel vecchio al bar che un giorno, con l’alito di chi ha assaggiato più bottiglie che labbra, gli disse che l’amore era solo un invenzione, che l’unica anima gemella è quella che vedi riflessa nello specchio mentre ti fai la barba. Pensò che quel vecchio l’acquaragia non l’aveva mai provata.

Decise che il giorno dopo sarebbe tornato in quello stesso posto alla stessa ora, avrebbe preso un bel respiro e le avrebbe parlato. Sulla via del ritorno si sentì un po’ come sua cugina Caterina, quell’inguaribile romantica che lui tanto aveva preso in giro. Si impose di smettere di fischiettare, era un uomo e non poteva abbandonarsi a tali frivolezze.

Dimenticò il pane. Sua madre andò su tutte le furie e lo obbligò al digiuno.

L’indomani, dopo la scuola, si piantò davanti all’università alle dodici in punto. Aspettò la sua amata per venti minuti ma non vide nessuno. “forse è uscita prima, forse aveva la febbre” pensò, “tornerò domani”. Quasi non si accorse che arrivò la nebbia, che iniziò a nevicare, che calpestò una primula e si ustionò il naso col sole d’Agosto. Quasi non si accorse che le prime rughe iniziarono a solcargli le guance, che il biondo fece spazio al bianco, che la scuola l’aveva finita da un pezzo. Quasi non si accorse, perso com’era nella sua fantasia, che tutto si muoveva mentre lui restava incollato a quella panchina, tutti i giorni, dalle dodici alle dodici e trenta. C’è chi va a messa e c’è chi si siede aspettando il suo destino.

Era il quattro dicembre quando tutto cambiò. D’improvviso si ricordò che era il suo settantesimo compleanno e, forse per la prima timida neve, si sentì gelare il cuore. Aveva dimenticato la sua amata. Non si ricordava più il suo viso, il suo profumo, non si ricordava nemmeno più come si era sentito quell’unica, bellissima volta che si erano visti. Aveva stravolto la sua vita per amore e ora non si ricordava nemmeno più che gusto avesse quel sentimento. Si alzò di scatto ed entrò nel negozio sulla via centrale. Pagò, uscì e tornò a sedersi sulla panchina. Non poteva accettare di aver perso quella sensazione così dolce, così potente. Aprì la bottiglia e se la scolò tutta d’un fiato. Subito un calore si diffuse per tutto il corpo, si sentiva ardere finalmente come quella volta.

Acquaragia, ecco che sapore aveva. I colori, così come i ricordi, svanirono piano piano lasciando un candido bianco, luce pura che rischiara e conforta, proprio come quel sorriso.

Fu il quattro di Dicembre che il quartiere si strinse intorno al corpo rigido di quel vecchio pazzo a cui nessuno mai ebbe il coraggio di dire che l’Università era stata chiusa almeno vent’anni prima, a cui nessuno ebbe mai il coraggio di dire che l’acquaragia era più velenosa di un ricordo.

La straordinaria storia di un uomo comune.

Mi sono sempre chiesto perché si scrive solo del dolore, della gioia, di gente che si buca e di gente che si ama, di gente con i jet e di quelli senza cibo. Ma perché nessun grande scrittore ha mai parlato di un uomo normale?

Badate bene che non mi riferisco ai finti tranquilli, a quelli che fanno attraversare le vecchiette, timbrano il badge e poi strangolano dieci prostitute per dimostrare che sono potenti. E nemmeno di quelli tanto cuccioloni che poi alle tre di notte si scolano una bottiglia di whiskey mentre la moglie pensa solo a ricordargli che sono  dei falliti e che si sarebbe dovuta sposare quel ricco industriale come diceva sua madre.

Non gioco alle macchinette, non vado con le prostitute, non ho perversioni sessuali particolari. Sono una persona comune e, per pura ironia della sorte, in Comune ci lavoro. Forse è per quello, verrà da pensare, forse è per il tuo lavoro in Comune che sei diventato comune. Non lo so, ciò che è sicuro è che non sono un eroe. Non salvo gattini, non ho idee alla Steve Jobs e non ho mai fatto free climbing. Non sono un donnaiolo, non ho avuto un’infanzia travagliata e non ho mai partecipato ad un rave. Non ho mai fatto più di dieci giorni di ritardo per riconsegnare un dvd, non ho mai fatto una seduta spiritica, ho picchiato mio cugino solo una volta quando avevamo sette anni. Non ho figli, non ho mai avuto storie adulterine e vado in palestra solo il giovedì.

Ora vedete bene che rispetto ai vari personaggi di libri, film, canzoni, io sono noioso, assolutamente noioso. Ma la noia non è un sentimento di cui la gente parla volentieri. Per i cercatori di emozioni parlare di noia è come chiedere un colloquio col Papa e dirgli che veneri  Satana. Come andare in macelleria e chiedere un hamburger di soia, in una spiaggia per nudisti con il burqa. Perché la gente ha paura della noia come i bimbi del mostro sotto il letto.

E se la guardate in quest’ottica su di me dovrebbero scrivere un libro in tre volumi perché io, che tra le altre cose mi chiamo Mario Rossi che è il nome più comune della storia, non ho paura della noia, della quotidianità. Non ho paura del caffè alle sette e dieci del mattino, della benzina il martedì pomeriggio, del brasato il sabato a pranzo.  Ma vi dirò di più ed è adesso che voi, voi assetati di eroi, inizierete a pensare che ci vuole del fegato per essere noiosi. Volete sapere perché? Perché ho avuto il coraggio, lo straordinario coraggio, di guardarmi allo specchio e ammettere che ho paura.

Ho paura di Achille, di Icaro, ho paura d’innamorarmi perché la mia gatta Penelope è scappata la prima volta che ho provato ad accarezzarla e non è mai più tornata. Ho paura d’innamorarmi, di fare un lavoro che mi consumi anche i denti, di avere più zeri in banca che libri da leggere. Ho paura di morire e di scottarmi con la zuppa se non ci soffio sopra ma il bello, l’unica cosa che veramente amo di me, è che non ho paura di ammettere che ho paura. Perché non è vero che col tempo passa anche la paura di calpestare la riga delle piastrelle, io in casa ho ancora la moquette.

E allora vivo la mia vita tranquilla, un posto fisso, gli amici di una vita, un libro ed un bicchiere di vino prima di chiudere gli occhi e se li chiuderò davvero sarò sereno.

Cosa vuol dire in fondo osare? Non ho forse osato abbattendo il tabù che tutti abbiamo, non ho osato gridando a bassa voce che ho paura e che sì, sono noioso? E mi chiedo perché nessuno ancora abbia scritto su di me, su Mario Rossi, l’impiegato comunale. Su Mario Rossi, quello che sorride e che va in Liguria ad Agosto da quando aveva cinque anni. Quello che ama la vita sì, ma a modo suo. Perché non è che tutti dobbiamo diventare ministri o rock star, non è che tutti dobbiamo arrivare ai vertici o cadere in un precipizio. Diciamo che io me ne sto seduto ai piedi della montagna e vedo tutti, uno dopo l’altro, arrivare in vetta o morire provandoci ma stai sicuro che sia che tu salga sia che tu precipiti, mi troverai sempre lì all’ombra di quel rigoglioso tiglio con un bicchiere di vino rosso e quel libro che ho sempre amato tra le mani. Non sono un eroe ed è proprio per questo che dovrebbero scrivere su di me, perché nessuno di noi è un eroe ma io ne sono consapevole.

Sistema binario

Ti ho visto quel giorno, eri sul vagone di fronte al mio. Pazzesco no, abbiamo condiviso così tanto e adesso tu sei a pochi centimetri da me, due finestrini ci separano ma io posso guardarti negli occhi.

Tra poco scatterà il bip e tu andrai avanti e io andrò indietro.

O forse sarà il contrario.

Abbiamo condiviso così tanto, siamo stati così a lungo nella stessa stazione e adesso, adesso che dobbiamo muoverci andiamo in direzioni opposte. Forse che, presi com’eravamo a scavarci l’anima, non abbiamo visto che eravamo su due banchine diverse? Forse che non ci siamo mai davvero incontrati, mai davvero sfiorati. Io da una parte e tu dall’altra.

Ci sono i binari di mezzo, è impossibile capisci?

Ma nessuno ha pensato di non salire su quel maledetto treno, nessuno ha pensato che se solo fossimo tornati indietro di qualche gradino saremmo potuti uscire da quella stazione mano nella mano.

Sono passati diciotto minuti, diciotto. Lo sai che normalmente si aspetta molto meno.

Forse i macchinisti lo sapevano, forse ci spiavano dalle telecamere come una casalinga avida guarda le soap opera. E forse ci han creduto fino all’ultimo, hanno tifato a gran voce perché non fossero solo i nostri sguardi ad intrecciarsi, perché anche le nostre mani potessero accarezzarsi, accarezzarsi per davvero. E invece siamo un film con un finale deludente,  un colpo di scena tagliato nel montaggio, una porta scorrevole che si chiude senza portone.

Così adesso sono qui e ti osservo dal finestrino e sembra quasi di sentire il tuo odore, ma sicuramente è il sudore del mio vicino ad annebbiarmi la mente. Così adesso prenderò un caffè alle macchinette e so che lo farai anche tu, un surrogato di quello al bar sulla piazza che mai prenderemo.

E mi sembra di riuscire a capire chi dice di essere impotente, chi vorrebbe con tutto se stesso una cosa e poi rimane fermo con lo sguardo vitreo prendendosela con se stesso ma continuando a rimanere fermo.

Siamo saliti su due vagoni diversi e siamo più vicini di prima, non ci sono più i binari a separarci. Siamo saliti su due vagoni diversi e siamo più lontani che mai, tu andrai a est e io a ovest. Tu vedrai il sole prima di me, la notte scenderà dopo sopra di me. Ma la notte forse non sarebbe scesa mai se ci fossimo incontrati, incontrati per davvero.

Tu mi guardi come a dire che non torni mai indietro, io ti guardo come a dire che forse saremmo andati avanti insieme.

Lo senti quel bip così forte, così insistente ora? Non ti ricorda il suono di quella macchina che monitora i battiti cardiaci, di quella roba che adesso, guardandoti, proprio non ricordo come si chiami. Quella roba che fa un rumore insistente giusto prima che il tuo cuore si fermi, giusto prima che le porte si chiudano. E non è così diverso, la macchina del cuore, le porte di un vagone, sempre un bip è. E non è così diverso, il treno verso ovest, il treno verso est, sempre alla stessa fermata s’incontrano. E quel bip mi ferma il cuore, e quel treno mi allontana da te. Eppure siamo stati impotenti, il mio cuore si è fermato, le mie gambe non hanno fatto dietro front.

Così vado avanti, qualche battito in meno, qualche fermata in più e mi chiedo se incontrandoti di nuovo per un caso non fortuito riuscirò a venirti incontro, riuscirai ad accarezzarmi il viso.

Adesso mi giro, ho un senso di nausea. Sai quando tu sei su un treno fermo e quello accanto a te si muove ed è tutto relativo, e ti senti andare avanti mentre invece sei fermo, e ti senti senza appiglio con lo stomaco in rivolta. Adesso mi giro, sei già ripartito.

Nella testa di mia nonna

Nella testa di mia nonna tutto è come lei vorrebbe che fosse: i desideri si realizzano, le cose brutte svaniscono.

Nella testa di mia nonna la realtà è emigrata lasciando spazio alla fantasia.

Nella testa di mia nonna un giorno di pioggia diventa soleggiato, il caldo afoso un tiepido venticello.

Nella testa di mia nonna la sofferenza non esiste, tutti stanno bene e lei capisce solo quello che pensa. Si passa una vita intera a pensare agli altri, a ricordarsi nomi, date, luoghi che alla fine tutto si fa luminoso, semplice luce che cancella il buio.

Nella testa di mia nonna l’unica nuvola è quando la realtà, timida, bussa a ricordarle che lei di ricordi ne ha ben pochi. Rimangono la gioventù, le vacanze in barca, l’amore della famiglia, il lavoro. Scompaiono con un colpo di spugna le ultime ore, quasi come se fosse un nastro sempre nuovo su cui incidere solo sorrisi.

Si ascoltano così tante lacrime, così tante cazzate, così tanti lamenti che alla fine si diventa quasi sordi al resto del mondo.  Ci si chiude in sé stessi quasi a dire che non si ha più voce per ascoltare, quasi a dire “vaffanculo” perché si passa così tanto tempo a rimanere ingessati, così tanto tempo a sorridere invece di arrabbiarsi perché non si rispetterebbe l’etichetta, che alla fine l’etichetta si taglia pure dai vestiti, che alla fine ad ottantaquattro anni si può dire “vaffanculo”.

E mia nonna ci sente poco ma ha denti perfetti, le è sempre piaciuto sorridere. Mia nonna da quando sono nata non ha mai cambiato pettinatura, i veri cambiamenti non si attuano che nell’anima.

Mia nonna legge sempre gli stessi libri e se le chiedi “non ti sei stufata di leggere le stesse storie?” ti risponde “è sempre come se fossero nuove, me le dimentico ogni volta” un po’ come i bambini con le favole.

E così ad ottantaquattro anni mia nonna si è creata il suo piccolo mondo fatto di poche voci e tanti sorrisi, così che per la nonna la realtà è più bella di quella fuori dal suo terrazzo fiorito, i rumori sono ovattati, il caldo è meno caldo, gli abbracci sono più veri.

Per mia nonna io sono ogni giorno più alta, ma per favore non ditele che è la sua schiena ad incurvarsi un po’ di più.

Studiati la vacanza

Gentile studente,
Anche quest’anno la tua università ha pensato a te.
Recenti studi del dipartimento di statistica mostrano come il 75% degli studenti italiani reputi un lusso il caffè al bar preferendo fare ore ed ore di coda davanti alle macchinette per un risparmio di circa 0.50 €.
La paghetta media di uno studente si aggira (eventuale affitto escluso) intorno ai 200 € mensili che il 75% degli intervistati investe esclusivamente in azioni ai tre luppoli (birra ndr).
Analizzando dunque le scelte consapevoli di questa fascia di consumatori, tenuto conto del prezzo medio di una vacanza di una settimana e dello stipendio esentasse degli studenti, le Università italiane hanno fondato una loro personale agenzia di viaggi: “Studiati la vacanza”.
Le proposte sono tante e tutte a costo quasi zero! Scegli la più adatta a te e prenotati sul sito del tuo ateneo!
Qui di seguito le opzioni più gettonate.
Categoria summer sport, per un’estate con un fisico studioso:
-scherma con i tubi porta progetti (riservato agli studenti di architettura, possibilità di corsi avanzati e principianti)
-corsa ad ostacoli tra i muschi : trova il tuo posto nelle affollate e sudate aule studio (possibilità di effettuare anche corsi di sopravvivenza)
-lotta libera applicata , lancio di manuali e spallate per il posto a sedere

Categoria cucina:
-olio di gomito e studio, mille usi che non conoscevi
-due palle così, tritatura e macinatura della carne da esami
-cigno, dal tiro alla pentola

Categoria viaggi culturali:
-lonely planet delle aule studio, tour alla scoperta dell’aria condizionata
-i segreti dei codici, da Da Vinci a Rocco, tra letteratura e diritto
-monumenti, i compagni che ti passano gli appunti e la beatificazione

Categoria benessere:
-bagno turco, la sudata prima dell’esame e l’eliminazione delle tossine
-energy drink, classi contro l’abuso
-tumori della pelle, i mille vantaggi di non prendere il sole

Prenotati, i posti sono limitati! 
Offerta valida fino ad esaurimento esami o esaurimento nervoso.
In collaborazione con l’associazione culturale “l’unico fisico bestiale lavora al Cern” e “Clinica riabilitativa per i fuori corso”.

Ringraziandoti per l’attenzione, ti porgiamo i nostri migliori auguri.

Agenzia viaggi “Studiati la vacanza”