Imparità dei sessi

Io non l’ho mai voluta la parità dei sessi. Non mi è mai andata giù così come non posso ingoiare un mattone: è semplicemente impossibile. A meno che non sia un mattone di cioccolato, in quel caso sarebbe una figata. È che trovo che questa favola della parità dei sessi sia una cavolata. Come pretendere che il vino rosso sia identico a quello bianco: certo entrambi sono vini, ma c’è un abisso. E non è che ora parte il pippone femminista tipo “cioè noi donne siamo molto più fiche di quei cavernicoli muniti di pene”, no. È solo una constatazione oggettiva: io non voglio dei pettorali alla Schwarzenegger  né dei gioielli alla Rocco. Non solleverò mai cento chili di panca piana, non farò mai pipì in piedi. E vale il contrario: un uomo non soffrirà mai di sindrome premestruale (salvo rari casi), non capirà mai le gioie che ti regala un mascara waterproof davanti ad un film strappalacrime, penserà sempre che gli assorbenti possano tranquillamente essere chiamati pannolini che “ma si dai è la stessa cosa”. Voglio vedere la tua fidanzata a girare con un pampers 16-18 mesi bello mio. È che siamo diversi. Io piango quando Jack muore in Titanic, lui piange se Pirlo sbaglia una punizione. Io sono attenta ai mobili di design, lui che ci sia sempre della birra fresca in frigo.

Ma chi l’ha detto che il femminismo è la parità dei sessi? Quanto è stupido voler glorificare la femmina cercando di renderla quello che non è? Avete mai sentito un uomo lamentarsi della mercificazione del corpo maschile per i California dream men o per quel figone della pubblicità di D&G? Non credo. Perché la dignità della donna dovrebbe essere minata da femmine che decidono di usare il proprio corpo come strumento di lavoro? È il loro di corpo mica il mio. Non è forse vero che si vale in quanto individui?  Se io preparo la cena è perché mi piace coccolare il mio uomo, non perché sento il peso della società che mi obbliga implicitamente con convenzioni sociali a stare dietro ai fornelli. Se mi faccio offrire la cena è perché al mio uomo piace darmi sicurezza, anche economica. Ma non mi sento minacciata da un conto che non ho pagato o da una cena di troppo che ho cucinato.  Perché io credo che il femminismo sia indipendenza e libertà. Indipendenza da quattro frustrate che pensano di dirmi come devo condurre la mia vita per essere una vera donna con le palle (ossimoro di prima qualità), libertà di fare ciò che voglio di me stessa e del mio corpo perché, se è vero che mercificarlo è una mancanza di rispetto, lo è al massimo nei miei confronti e non in quelli dell’universo femminile. Se una donna la dà per ottenere un lavoro, mi spiace per lei che non crede nelle sue capacità ma la mia, di dignità e di vagina, resta intatta. Se una di professione sculetta, penso semplicemente che non è un mestiere che farei. Se un uomo mi offre da bere, gli sorrido e lo ringrazio ma non mi sento insultata perché forse il tizio può pensare che io non abbia soldi per potermi permettere un drink e che dunque lui ha il potere o che mi tiene in pugno come io tengo il mio gin tonic, no. È solo un drink, sono solo cinque euro, sono solo cazzate. E semplicemente se uno mi chiede favori sessuali rifiuto e probabilmente lo insulto anche, ma non per l’idea che lui ha delle donne, semplicemente per l’idea erronea che ha di me.  Io sta storia del “volete la parità dei sessi poi però vi fate pagare anche il caffè” la rimando al mittente. Ma chi la vuole sta parità? Non è che solo perché sei tirchio allora devi buttarci in mezzo questa sociologia da banco del pesce.  Che poi io ho sempre offerto tanto quanto un uomo,  lo sa bene il mio bancomat.  Sai cosa ti risponderei?  Credi nella parità dei sessi? Benissimo, da domani amore proviamo lo strap-on poi mi dici.

Io sono donna e fiera di esserlo, ma mi piace esaltare la mia femminilità e le mie capacità intellettuali, non sembrare un uomo per dimostrare chissà poi cosa. Dammi un lavoro se me lo merito, sia che voglia diventare una soubrette perché ho un culo che parla, sia che voglia fare l’amministratrice delegata perché sono il top. Pagami la cena se hai piacere, cucinami una fiorentina se ne sei capace. E non preoccuparti tesoro, se mi offendo lo faccio come individuo, non come esponente del genere femminile. Perché io il rosa l’ho sempre odiato, e le uniche quote che voglio sono quelle che mi sono comprata coi soldi del mio lavoro, qualunque esso sia.

Io sono poligamo. ( parte I )

Gentili lettrici, buongiorno.

Ho deciso di scrivere una lettera aperta a questo giornale perché io mi sono stufato, ne ho abbastanza. Per questioni di privacy inventerò luoghi e nomi, tuttavia i fatti e le sensazioni sono verititeri.

Dunque mi chiamo Guido, ho trentacinque anni e sono sposato da sette. Ho un lavoro che mi permettere di fare la bella vita, un bel cane in giardino e assolutamente nessun figlio. Qual è il mio problema vi starete chiedendo. Ecco il fatto è che io credo di aver troppo amore da dare. Sia chiaro mia moglie è una donna fantastica, cucina da dio, è simpatica, solare, forse ha qualche chilo di troppo ma chi di noi è perfetto?  Io no di sicuro. Il punto è che io non mi sento soddisfatto ad amare una sola donna, proprio non mi basta. Sarebbe come mettere il motore di una Ferrari sotto un Ciao, vedete bene che è sprecato oltre che pericoloso. E dunque io sono una persona estremamente generosa, dono il mio amore a molte donne. Credo che la mia unica colpa sia di essere nato a Monza e non in un paese a religione musulmana. Cosa ne posso se la poligamia mi scorre nelle vene più dei globuli rossi? Non faccio mancare nulla a nessuna delle mie donne, solo che di una proprio non riesco ad accontentarmi. E vedete io ne ho abbastanza di essere additato da quei catto-moralisti come “lo stronzo”, “il Don Giovanni”, “lo sciupafemmine”. È così difficile capire che il mio è puro altruismo? È così difficile capire che il mio è amore verso le donne? Perché vedete io sono stufo di sentirmi dire dalle mie amanti che sono un egoista, che penso solo a me stesso, che illudo tutte e poi resto sempre con mia moglie. Illudo di che? È forse illudere provare amore? Il mio ti amo è ben tangibile, basta vedere gli scontrini delle mie cene. Solo che ecco perché dovrei rinunciare a qualcosa? Sono in perfetto equilibrio con me stesso, mia moglie, le mie donne. Fine. Poi mica chiedo grandi sacrifici. Ho poche regole da far rispettare. Il lunedì sono i panzerotti a casa, il martedì vedo Clara per cena poi dritti a casa sua, il mercoledì calcetto con gli amici, il giovedì e venerdì a turno tra Marta e Sofia. Ovviamente i weekend sono a rotazione. Per le telefonate e i messaggini nessun problema in orario di lavoro ma la sera ecco, meglio evitare. Ora dico vedete bene che non c’è nulla di male, che tutto torna. Io non trovo alcun motivo logico per dover rinunciare anche ad una sola delle mie donne, delle mie abitudini. Perché vedete le femmine per quanto io le ami, va detto che non brillano per intelligenza. Non sono né particolarmente bello, né particolarmente simpatico. Eppure tutte s’innamorano, tutte s’illudono di diventare il motivo del mio divorzio. Ma io lo dico fin dall’inizio che con mia moglie sto bene, che sono poligamo per natura. E a loro va bene, fanno l’amore un paio di mesi, tutte dolci, carine, sensuali. Poi iniziano a lamentarsi, a dirmi “io ti aspetto ma devi scegliere”, “o me o lei”, “lasciala o con me hai chiuso”. E sono sette anni che mi minacciano. Voi donne che state leggendo, voi care signore non avete credibilità. Se un rapinatore mi chiede dei soldi con una pistola ad acqua, io gli rido in faccia. Poi ragazze mie io vi amo, vi amo davvero. Quante volte mi sveglio al mattino e vorrei una di voi al mio fianco, quante volte vi penso durante la giornata… ma voi non vi accontentate, mai. Pretendete troppo e non avete la forza di ottenerlo. Io sto bene così, ho imparato la tecnica. Basta rispondere “certo amore, ma sai è difficile, stiamo insieme da tanto, ci vuole tempo” e subito diventano come cagnolini che ti chiedono una carezza. Perché in fondo volete solo essere rassicurate da dolci parole, quasi aveste paura del vero grande passo. Poi mi dite che vi sentite in panchina, messe da parte, le numero due. Ma che scusa è? Lo sapevate fin dal primo istante, io la fede l’ho sempre portata. Come ordinare un gelato al cioccolato e poi stupirsi del fatto che, effettivamente, sa di cioccolato. Vedete bene che non ha alcun senso. Dunque, concludendo, se non riuscite a rispettare le mie regole, se non riuscite ad accontentarvi del mio sincero e devoto amore, andatevene. Ma senza fare minacce, scenate, serenate patetiche. Andatevene con classe, dicendo “io ne ho abbastanza, grazie di tutto è stato bello ma ora voglio qualcosa che tu non potrai mai darmi”, siate donne con le palle, siate le amanti innanzitutto di voi stesse. Questa lettera dunque, amori miei, è per dirvi che in fondo io sono solo la manifestazione della vostra insicurezza e ne sono ben consapevole. Vedete? Io mi accontento. So che il vostro non è sincero amore ma solo il tentativo di diventare la numero uno, eppure mica mi lamento, mica vi faccio patetiche scenate isteriche. Forse, in fondo, la sfortuna è la mia che dono il mio cuore e da voi non ricevo altro che complessi d’inferiorità. Amatemi, se potete. Amatevi, perché dovete.

 

Sorridi, sei in metro.

Fa caldo, di quel caldo umido che ti si appiccica addosso.  Il metrò è affollato ma son riuscita a trovare un posto a sedere. Quaggiù si vive di sguardi rubati, di nervosismi, di orologi consumati dalla fretta. Un sorriso, quello, è merce rara, una perla nera.
Davanti a me un uomo non la smette di guardarmi le scarpe manco avessi un paio di Jimmy Choo, sono solo Converse tesoro.
Una donna urla al telefono, suo figlio ha preso un altro brutto voto a scuola.  Un’anziana signora gioca col cane, ovviamente il vicino è inorridito dal terrificante e ferocissimo cocker, cos’ è in fondo un dobermann al suo confronto? Qualcuno stamattina ha dimenticato il deodorante ma per quante volte tu abbia già sentito quell odore, non ci puoi fare l’abitudine. Mai.
C’è uno strano silenzio. Qualche cigolio, la voce che annuncia le stazioni, uno strarnuto soffocato in un fazzoletto cifrato. 
L’uomo che mi fissava le scarpe di colpo guarda un punto indefinito e scoppia a ridere così, dal nulla. Ora può sembrare normale, a chi non capita di sorridere mentre si pensa a qualcosa di divertente? Il fatto è che è successo lì, nel regno dell’indifferenza, nella culla della solitudine condivisa, nel putrido vagone di un metrò.
E quest uomo aveva davvero dentro il sole in un luogo dove la luce naturale non arriva mai. Abbiamo forse tutti bisogno di qualcuno che sorrida per primo, che distrugga un tabù metropolitano, che rischiari i nostri sguardi bui. Perché poi, in fondo, lo sanno tutti che la risata è contagiosa tipo l’influenza. Pensa che bello se i giornali titolassero ” pandemia di risata, non vengono risparmiati nemmeno quelli senza denti, nemmeno quelli con l’apparecchio”. Pensa che bello se di colpo un intero vagone sorridesse perché un tizio a cui piacciono le mie converse non la smette di ridere da tre fermate.  Pensa che bello essere lì e per trenta secondi riuscire a dimenticare che i soldi sono finiti, che il lavoro non ti soddisfa.  Pensa che bello essere lì e  riuscire a pensare solo che sei pieno di luce.

Ha visto le mie chiavi?

Ufficio oggetti smarriti ? Buongiorno, vi chiamo per delle chiavi. Guardi non saprei dirle bene dove nè quando le ho perse, sono piccole piccole quasi invisibili ad occhio nudo. Cosa aprono ? Il mio giardino. È bellissimo, sa? Pieno di rose, tulipani, fiori di campo e uno stupendo tappeto verde così verde che non saprei descriverlo meglio. È solo che, vede, avevo paura che qualcuno mi rovinasse quei petali così delicati e ho fatto costruire un bel muro di cemento. Che poi di bello non ha nulla, è una colata grigio chiaro, un po’ un pugno in un occhio lo riconosco. Mi piaceva così tanto quel giardino che non potevo condividerlo, le è mai successo di diventare tremendamente possessivo riguardo le cose cui è più legato? C’era così tanta bellezza che la volevo tutta per me, “che egoista!” starà pensando e ne ha ben motivo, me lo dico da sola. Comunque tornando a noi un giorno sono uscita e ho chiuso a chiave la porticina d’ingresso. Non mi sono allontanata di molto, non credo. O forse non ricordo, di rado penso prima di agire. Gliela faccio breve, quando mi sono stancata di stare fuori sono tornata indietro ed ero davvero felice, volevo organizzare una festa nel mio giardino con tutte le persone con cui avevo finalmente deciso di condividere quel mio piccolo paradiso, quella bellezza che a ben pensarci magari era bella solo per me. Mica sono oggettive le emozioni, le sensazioni, mica posso imporre agli altri la mia visione delle cose come se fossi custode di verità assolute. Ho già evidenti difficoltà a badare al mio giardino, pensi che disastri farei con la Verità.

Bè in sostanza sono arrivata davanti alla porta e nelle tasche dei miei pantaloni leggeri non c’era alcuna traccia delle chiavi. Ho svuotato la borsa, ho rifatto la strada tre volte controllando ogni centimetro quadrato, ho alzato le foglie, ho chiesto ai passanti ma niente, nessuno aveva trovato un bel nulla. Rubate? No non credo, chi sarebbe così cattivo da prendermi un oggetto che non ha valore alcuno se non personale? Mica possiedo oro, diamanti o soldi, che soddisfazione può dare prendere un paio di tulipani? Io sono convinta di averle perse ed è per questo che l’ho contattata. Certo che ho provato a forzare la serratura e a colpire violentemente la porta, solo che davvero non c’è nulla da fare. Non si apre. Senta può farmi una cortesia? Non è che potrebbe controllare meglio? Magari sono in un angolino polveroso del vostro ufficio. Ah se non è nell’inventario è impossibile? Certo, certo, capisco. L’ultimo posto in cui le cercherei? Che senso ha questa domanda? L’ultimo posto in cui le cercherei è lo stesso in cui le troverei. Dopo sarebbe stupido continuare a cercare qualcosa che già ho, non crede? Va bene ho capito è un modo di dire, è che non lo faccio di proposito ma spesso mi attacco troppo alle parole. Dovrei smettere di cercarle? Si ma mica sono un mago che faccio materializzare gli oggetti, sono una fedelissima del “chi cerca trova” dopotutto. Ah lei dice una cosa tipo? Si, si ho presente. Non ci avevo mai pensato ma può essere. Ovviamente. E poi oplà? Interessante. Quindi scusi ricapitolando lei mi sta dicendo che dovrei rilassarmi un attimo, sgomberare un po’ i pensieri e così secondo lei dovrebbe essere più facile che mi torni in mente dove sono quelle maledette chiavi? Poi mi spiega come fa a notare lo stress solo dal suono della mia voce? Che cos’è lei un indovino o un impiegato dell’ufficio oggetti smarriti? Ah è abituato, dunque succede spesso? Ma pensi un po’, ero convinta di essere l’unica, di essere unica e invece ogni giorno la chiamano per cose simili. Incredibile quanto in fondo siamo tutti uguali a modo nostro. Va bene, allora guardi la ringrazio molto, nel caso dovessi trovare queste chiavi lei ovviamente si consideri invitato alla mia festa.   

Ego tra le righe

Ho sentito dire che il successo di un racconto dipende da quanto il lettore riesce ad immedesimarcisi. Una cosa del tipo che se ora scrivessi la storia degli allevatori di pecore del sud est della Bolivia avrebbe molto meno seguito di un grande, grandissimo amore finito dopo appena quindici giorni. Ora non dico che siamo tutti disinteressati di fronte ai problemi e al freddo che devono patire i pecorai del monte Sajama (sì ho dato una sbirciatina su wikipedia), solo che forse non ci vediamo nulla di nostro in un uomo che produce ottimi formaggi isolato dal resto dell’umanità. Non ci risolve i problemi esistenziali apprendere come si munge una pecora. Ma chi l’ha detto che i libri debbano darci delle soluzioni? Come la mettiamo poi con quella faccenda dell’arte come fuga anche solo temporanea dalla realtà? È difficile evadere dal quotidiano se quello che si ricerca tra le pagine di un libro o tra le battute di un film sono le nostre emozioni vissute e raccontate da altri. Forse funziona come nelle foto di gruppo quando una volta che hai trovato il tuo faccione sorridente nell’angolo in basso a sinistra vicino al cespuglio e dietro quel tizio di due metri, bè tutto il resto dell’immagine svanisce e chi se ne frega di quello vestito da sailor moon in primo piano, tu ti sei trovato e ‘ntu culo a tutti gli altri. Cioè tu inizi un libro/racconto/film/quello che ti pare e rivedi in ogni personaggio tua madre/la vicina di casa/ il fidanzato figo della vicina di casa/ quella stronza dell’università/ il tuo pesce rosso e a quel punto, solo a quel punto, ti godi la storia. O forse no. Forse schiacci play/giri la prima pagina e fantastichi su come faresti tu se fossi nel protagonista, antagonista, amante del protagonista, barboncino della panettiera di fiducia della sorella del protagonista. Il punto è che in ogni caso se non ci sei Tu in qualsiasi modo, quella storia non ti prenderà mai. È un po’ triste se ci pensi, no? È un ragionamento veramente egocentrico. Cioè anche con la Divina Commedia ora scagli la prima pietra chi non ha mai fatto il giochino di “in che girone sarei”. Fa strano realizzare che anche davanti ad un capolavoro simile il nostro pensiero sia rivolto a noi stessi. E ovviamente mi ci metto dentro pure io, che mica son diversa dalla gente che mi sta accanto in metro, da te che stai affaticando le pupille su queste righe maledicendo il momento in cui hai iniziato a leggere. Perchè ad ogni costo noi dobbiamo sempre e comunque essere protagonisti o quantomeno partecipare? Perchè risulta impossibile, a meno che non si decida di leggere un saggio su come si filava la lana nel medioevo, sedersi in poltrona e godersi il libro da fuori, da osservatore esterno che non prende parte in alcun modo alla storia? Non siamo capaci di stare fermi o per il nostro ego non esiste forza centrifuga?

Tuttavia è vero, hai ragione, è sbagliato generalizzare e non sempre due più due fa quattro, non sempre riusciamo a penetrare tra le righe e trasformarci nel protagonista. Io, ad esempio, quando leggo le istruzioni per il montaggio del comodino ikea proprio non ci riesco ad immedesimarmi. Adesso tu penserai “caspita è vero, anche a me è capitata la stessa cosa con gli armadi del corridoio” e posso a questo punto ben sperare che non ti sia dispiaciuto leggerti tutta questa gigantesca pippa mentale perchè, in fondo (letteralmente in fondo), ci sei anche un po’ tu.

Primo me

Non ho mai capito i giudizi facili, gli ultimi prezzi. Cos’è questa storia tipo “quello è antipatico, l’altro è un cretino”, com’è che diamo per assolute verità delle opinioni puramente soggettive? Anche perchè se è vero che tendenzialmente le antipatie sono reciproche, o siamo tutti scemi o nessuno lo è. Il punto è che è questione di chimica, di compatibilità. Come in un puzzle, con un pezzo t’incastri e con l’altro no ma ciò non lo rende più stupido o più furbo, semplicemente va più o meno bene per noi. C’è chi ascolta solo musica tunz, chi senza il black metal non riesce ad uscire di casa. C’è a chi piace il sesso e chi se non recita il rosario pensa di morire per autocombustione, c’è chi beve vino bianco e chi preferisce il rosso. E allora? Non è forse tremendamente arrogante credersi dei giudici e sentenziare dall’alto di… del nostro sgabello della cucina? Non è forse stupido pensare che le nostre opinioni siano assolutamente giuste e che non lascino spazio ad altro? Ma forse mi sbaglio, forse siamo solo dei maghi del risparmio e, anche sulle parole, preferiamo non spendere energie inutili per dire “secondo me” a inizio o fine frase. Perchè poi è stupido no il fatto che la formula sia “secondo”, cioè io sono un campione al massimo posso dirti “primo me” e chi se ne frega della cacofonia. Poi è ovvio non voglio dire che non esistano persone poco furbe, per fortuna ogni regola ha le sue eccezioni, per fortuna fino a prova contraria una prova contraria la si trova per tutto. E dunque è bene essere diffidenti verso chi il vino non lo beve per nulla perchè teme il nettare degli dei, verso chi si fa modificare la macchina pensando di vivere in fast and furios e ti urla “ehy bella gnocca” mentre muove la testa a ritmo di Nino D’Angelo, verso chi si crede giudice della corte suprema solo perchè non ha il coraggio di giudicare sé stesso. Che bello sarebbe un mondo pieno di “secondo me” e di Nutella? Un mondo pieno di umiltà, nocciole tostate e cacao. Io per ora devo esercitarmi è ovvio, ma primo me non sarebbe male.

Adesso non esiste.

Mi fa strano scriverti. In realtà questo momento non esiste. Voglio dire ora qui adesso io ti dico che il mio caffè é caldo, ma quando tu lo leggerai sarà già finito. I miei capelli misurano circa 15,35 cm, forse quando tu leggerai saranno cresciuti di 0,00005 mm e tutto sarà diverso, ogni cosa sarà cambiata.  Io avrò più sonno, il sole sarà meno alto nel cielo o forse sarà già notte. Capisci é come se quando ti scrivo mettessi le parole in una bolla di sapone che non risente del tempo, dello spazio, dei capelli che crescono, del caffè che si raffredda. Adesso ne sono certa ci sono 2000 coppie che stanno facendo l’amore, un signore suona il violino nella stazione del metrò ma forse é già tutto finito, forse non é già più vero.  Come può esserlo se mentre ti scrivo il momento é già passato?  Si certo tutto scorre non l’ho mica inventato io, é solo che non ci avevo mai davvero pensato, non applicato ad una lettera. Si lo so che è un’email ma concedimi quel po’ di romanticismo che ancora conservo. Dici che esiste un mondo a parte per le parole scritte ? Che ne so un enorme archivio che funziona tipo una macchina del tempo. Tu dal futuro, che magari poi son dieci minuti, torni indietro al momento il cui mio indice si è posato sulla prima « emme ». Bello vero ? Un orologio che va avanti e indietro secondo i tuoi desideri. Avrai nella testa i miei capelli della giusta lunghezza, il profumo inebriante del caffè appena passato che, in realtà, ho bevuto già da un po’. Chissà cosa stai facendo adesso. Che poi se ci pensi adesso è relativo, pare evidente. Poi è un circolo vizioso perchè quando tu mi risponderai, se mai lo farai, sarà la stessa cosa. Mi dirai che sei felice perchè hai risolto quel problema, che stai uscendo a bere una birra e che, in fondo, forse un po’ ti manco. E io ora mi chiedo se sia vero, voglio dire quando io leggerò sarà ancora vero che mi vorresti accanto o invece ti sarai dimenticato delle mie lentiggini sul naso? E la birra l’avrai già finita? Tu mi dici sempre di vivere qui ed ora, adesso, nel presente. Il fatto è che così il presente è relativo, non vivo che nel passato o nel futuro, in ogni caso in un tempo che qui ora adesso non esiste. Tu mi dirai che sono stupida, che mi faccio troppi problemi inutili, ma in fondo so che mi darai ragione. Se vuoi saperlo il caffè l’ho finito davvero, i miei capelli sono senza dubbio cresciuti, il violinista della metro sta contando le monete nel cappello, il cielo è blu e io decido che è il momento di mandare le mie parole nella bolla di sapone, nella tua casella di posta che poi è un po’ la stessa cosa.

 

Ps mi manchi, ma non ti preoccupare non hai lentiggini di cui mi possa scordare. 

Diecisamente no.

Sono anni che prendo appunti. Osservo, guardo, studio e prendo nota. Non che abbia uno scopo particolare, è solo che certe persone mi divertono. Dalle mie ricerche, dai racconti di amiche, amiche di amiche, cugine di secondo grado del giornalaio della mia amica, sono finalmente giunta ad una conclusione: noi donne siamo snob. Si perchè è vero che in fondo tutte vorremmo innamorarci, avere un uomo che ci apprezzi per quello che siamo (il che significa trovarci delle fighe da paura anche alle otto del mattino col pigiama di snoopy), solo che vediamo dei difetti in ogni singolo uomo che tenta di avvicinarci. “no cioè hai visto quello ha il sopracciglio destro che è una roba indecente”, “oddio questo non sa recitare a memoria l’odissea in lingua originale, cioè ma puoi?”. Poi però ci sono volte in cui abbiamo ragione. Ci sono volte in cui ti chiedi cosa esattamente sia andato storto con la selezione naturale, in cui pensi che due euro per un preservativo i genitori potevano anche spenderli. Ecco ho focalizzato la mia attenzione su quei soggetti di sesso maschile che ci proverebbero anche con il tuo barboncino solo perchè è femmina. Ho raccolto quelli che mi hanno maggiormente colpita. Certo poi non sono tutti così, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, ma per adesso il politicamente corretto me lo dimentico.

1) IL BIBLIOTECARO

Solitamente finto intellettuale, finto hipster, finto magro, finto e basta. L’unico motivo per cui frequenta aule studio e per cui è ancora iscritto all’università, nonostante sia fuori corso dai tempi dell’asilo, è trovare un po’ di Pilu.

Gran maestro della seduzione, il bibliotecaro passa intere giornate nelle aule studio per osservare la fauna locale. Lo si può riconoscere perchè sono tre sessioni consecutive che studia lo stesso libro sempre alla stessa pagina. Lui è un osso duro, non demorde. Mentre gli passate accanto tenterà di penetrarvi col suo sguardo misterioso quanto l’acqua calda.

Dopo ore ed ore di questi intensi e solitamente immaginari giochi di sguardi riesce a strappare un caffè a qualche santa donna, che in realtà si scopre essere sua sorella.

Disperato ma lo apprezzo per la tenacia. Bravo.

 

2) IL FUMATORE OCCASIONALE

Vi vede, vi ama.

Mentre voi placidamente vi accendete una sigaretta pensando ai fatti vostri o inveendo contro i pulman sempre in ritardo ecco che spunta lui: il fumatore occasionale.

Famoso per la sua astuzia, pensa di conquistarvi dicendo “scusa c’hai na siga che le ho finite?” quando è evidente che la sola vista di una “paglia” gli provoca una polmonite. Un’annotazione gioia santa: non è galante iniziare una relazione facendosi offrire le cose. Nonostante rimanga oscuro il motivo per cui pensa che fumare una sigaretta con voi lo renda già l’uomo della vostra vita, vi divertite a vedere come cambia colore il suo viso ad ogni tiro, sempre che non gli venga una crisi d’asma prima della fine.

Dieci più per il coraggio, si denota scarsa furbizia. Credi più in te stesso, puoi fare di meglio.

 

3) L’ATTACCA BOTTONE

Non ha un luogo di caccia predefinito.

L’attacca bottone colpisce all’improvviso. In piscina, al mare, in bagno, durante un esame, al parco mentre state dormicchiando sotto il sole. Il più delle volte non ha particolari tratti che lo contraddistinguano. 

Prima che apra bocca, s’intende.

L’unica difesa è scappare prima che sia troppo tardi, prima di essere investite da un tir di parole il cui senso logico non sempre risulta di facile intuizione.

Molte industrie farmaceutiche lo hanno inserito tra le prime cause di emicranie. Se trovate il tasto off, scrivetemi.

 

4) OCCHI DA ORIENTALE

In metro, per strada, in un bar. E’ lui, bellissimo.

Dopo uno sguardo già vi fareste spogliare e al primo sorriso sognate i nomi della vostra imminente prole.

Aveva ragione Woody Allen : “incontrerai l’uomo dei tuoi sogni”.

Mentre vi perdete nei vostri pensieri, tuttavia, non vi accorgete che il vostro Lui è sceso tre fermate fa.

“occhi da orientale” entra di diritto nelle mie conclusioni solo perchè ogni donna sogna di essere rimorchiata dal “figaccione della metro”. Si caro figone, tu ci vai bene anche se non sai l’Odissea.

Complimenti alla mamma.

 

 5) OCCHI DA CERNIA

Molto simile ad uno scorfano, occhi da cernia vi punta e non vi molla più.

Non parla, non si muove, lui FISSA. Solitamente ha occhiali con lenti così spesse da far invidia ai fondi di bottiglia.

Inutile tentare di liberarsene facendo smorfie, è insensibile ad ogni vostro sotterfugio. A volte sbava letteralmente.

Amore santo basta, basta.

 

6) IL PALPEGGIATORE

Molesto quanto basta, solitamente è un conoscente.

Parlare senza toccarvi in continuazione sembra per lui una mission impossible.

Più voi arretrate per togliervi le sue sudaticce mani di dosso, più lui avanza verso di voi tentando di cingervi le spalle per assicurarsi, forse, che i vostri bicipiti siano sempre al loro posto.

Ora carissimo vorrei illuminarti su una cosa molto semplice: non è che se mi chiedi come sto soffocandomi tra le tue braccia io credo che tu mi voglia più bene. Non è che se mi chiedi “allora, un caffè?” con la tua mano sulla MIA spalla io ti dico sì, e non è che otterrai super poteri dal costante contatto con la mia pelle.

Stai nel tuo o comprati almeno un antitraspirante da mano.

 

  1. L’UOMO CHE SUSSURRAVA ALLE DONNE

Questo è senza dubbio uno dei più celebri ed odiati. Potreste indossare un burka, un pigiama a fiori o un vestito sadomaso, poco importa.

Il sussurratore fa apprezzamenti su ogni singolo esemplare di sesso femminile che incrocia.

L’eleganza non è certo la sua maggiore qualità.

Solitamente le sue dolci frasi “hey bella gnocca” o l’ever green “mmmm non sai cosa ti farei”, sono accompagnate da quello che, nonostante sembri un tic nervoso, è un tentativo di occhiolino.

Un duca d’altri tempi, un esibizionista mancato, uno a cui spaccheresti il muso a suon di “ecco invece cosa ti farei io”. Rimane tuttavia ottimo per allenarsi a lanciare occhiatacce.

 

8) IL DISCOTECARO

Apparentemente innocuo mentre passeggia per strada (le sue rare uscite diurne sono per lo più dovute all’approvvigionamento di gel effetto bagnato), l’ingresso in discoteca lo cambia radicalmente.

Come un Sansone moderno, la brillantina sulla chioma gli dona un potere ed un fascino che, purtroppo, solo lui si vede.

Il suo classico approccio è “il gufo”.

Si posiziona alle vostre spalle ammiccando e tentando, con molta classe, di farvi conoscere i paesi bassi anche se, l’unica cosa sotto il livello del mare, è il vostro entusiasmo.

Uno stile inconfondibile ma non infallibile perchè in fondo tutte con un paio di gin tonic ci riscopriamo delle tamarre da competizione.

 

  1. L’APPOGGIATORE

    Simile al discotecaro, se ne discosta tuttavia per i luoghi di caccia.

Innamorato della “belva” che crede di avere tra le mutande, ogni occasione è buona per far “sentire” al genere femminile “cotanta” prestanza.

Una semplice discesa dalla metro o da un bus diventano l’occasione perfetta per l’intramontabile Appoggino, seguito da un sorriso malizioso.

Caccia ovunque e segue una legge liberamente ispirata a Gianni Morandi, “una su mille me la dà”.

Io, nel dubbio, gli darei una botta in testa.

 

10) IL PROFESSIONISTA

Di gran lunga il migliore, l’insuperabile, l’ineguagliabile è il professionista.

Viaggia sempre in coppia, lui e il suo ego.

Convinto non solo che non esista donna che non si possa sedurre, crede fermamente di essere lui l’unico uomo in grado di farlo.

Tendenzialmente ben vestito, ciò che lo contraddistingue è l’atteggiamento.

Avanza con passo sicuro come se dieci ancelle stessero spargendo petali di rose sul suo cammino.

I suoi occhi mentre provano a penetrarvi già dicono “sei mia”.

I suoi gesti, studiati nel minimo dettaglio, vorrebbero continuamente alludere alla sensualità più sfrenata. La sua voce è seta che vi avvolge. O forse no.

L’unico modo per liberarsene è fargli notare i capelli fuori posto o, meglio ancora, quell’antiestetico brufolo in centro fronte.

Invidio tuttavia la sua sicurezza nei mezzi di cui dispone, bravo.

Mi rendo perfettamente conto che questo scritto è utile quanto i volgari commenti del maniaco all’angolo della strada. Tuttavia ciò non lo rende meno vero. Rinnovo l’appello al figaccione della metro: se ci sei, scrivimi.

Ho smesso di segnare

Ho visto un uomo piangere un giorno. Era seduto su una panchina all’ombra e piangeva. Normalmente avrei abbassato lo sguardo e sarei andata avanti ma ci sono volte in cui, senza un motivo preciso, vieni come attratto da una persona. No non è nulla di erotico o pseudo tale né tanto meno amore, direi piuttosto una specie di fortissima empatia dovuta al.. dovuta a cosa non ne ho idea. Mi sono seduta con lui, siamo rimasti in silenzio per dieci minuti. Lui continuava a piangere e io semplicemente gli ero vicina, senza toccarlo, senza invadere il suo spazio. Ho acceso una sigaretta, ho appoggiato tra noi due il pacchetto aperto con l’accendino. Che modo stupido che ho di aiutare la gente. Che pretesa stupida che ho di salvare le persone. Lui mi ha sorriso e timidamente abbiamo fumato insieme, in silenzio. “Non ne sono capace” ha detto ad un certo punto. “Non sono in grado, capisci?”. Guardava il vuoto davanti a sé mentre parlava. “Io ci ho provato, mi sono messo d’impegno, mi sono detto che era la volta buona, che ce l’avrei fatta. E invece nulla, un buco nell’acqua. Immagina una partita di calcio: io sono l’attaccante, sono bravo, corro veloce e adoro la competizione. Ecco io parto sicuro verso la porta. Scarto tutti, centrocampisti, difensori, riesco addirittura a liberarmi del portiere. Quante volte nella vita può capitarti di fare un gol a porta vuota? Due o tre. Ecco io ero lì davanti, ero solo col pallone e la rete a meno di due metri. Tutto esattamente come avevo immaginato, come avevo sempre voluto. Ma non ho calciato. Sono rimasto fermo, capisci? Io ero lì e non ho buttato in porta quello stupido pallone. Ora tu ti starai chiedendo il perchè, è normale. Ho avuto paura di sbagliare. E se avessi preso il palo? Voglio dire può succedere no? Solo che è terribile quando sbagli senza nessun ostacolo sul tuo percorso. Mi è venuta in mente quella volta in cui ho preso una traversa al novantesimo, quando tutto sembrava perfetto, quando mi sentivo Baggio dei poveri e invece ho sbagliato il tiro. Ho puntato troppo in alto, ho dato per scontata la precisione del mio movimento e non ho segnato. Quella rete valeva il campionato. Io da quando ho preso quella traversa non ho mai più fatto gol, mai. Ho il terrore, ho paura di fallire un’altra volta. Però sono un’attaccante e ognuno di noi è portato a fare ciò che è nella sua natura. Il difensore a tenermi lontano, il portiere a parare i miei tiri, l’arbitro a fischiare i falli, io a segnare. E quindi ecco mi trovo in questo circolo vizioso da cui non riesco ad uscire. Io corro corro corro vado ai duemila all’ora col pallone tra i piedi e non mi ferma nessuno, tranne la mia paura. Capisci io ogni volta ci vado vicino, ci vado così vicino che quasi posso sentire il pubblico in delirio, il mio sorriso sulla faccia. Poi però mi blocco, come se da una macchina in corsa togliessi le chiavi, come quando la miccia finisce di bruciare, come quando ti dice “non ti amo più”. Perchè è ovvio che non stessi parlando di calcio. No? Ma che senso ha fare l’attaccante se poi non hai le palle di accettare la traversa? Che senso ha giocare se hai troppa paura di perdere? Che poi io lo so che non giocando perdi già in partenza, solo che mi fermo lo stesso. Davanti alla porta, davanti al suo viso, su questa panchina come uno stupido. E tu? Tu come fai?”

Sono stata zitta un minuto buono, non sapevo cosa rispondergli. E’ che quel discorso avrei potuto farlo anch’io, è che quella traversa l’ho presa anch’io. Forse tutti abbiamo sbagliato, forse tutti ci siamo fermati solo per paura di non fare la cosa giusta.

“Come faccio mi chiedi? Lo vedi da solo, ci sono anch’io seduta qui”

“E secondo te quando ci alziamo?”

“Non lo so, basta non avere fretta”

“Non avremo fretta”