Mi tieni la valigia?

Hai mai provato quella sensazione ? Dura poco a volte, un momento o due. Sai di cosa parlo ? Quando avresti voglia di gettare il tuo bagaglio tra le braccia di qualcuno, di dirgli:

“tieni è tutto qui, controlla non manca nulla. Ci sono i miei errori, le mie paure e i miei successi. Ci sono quei sorrisi che ho rubato alla gente per strada e anche quelle scarpe che non ho mai avuto il coraggio d’indossare. In fondo trovi quella tuta sgualcita che metto solo la sera quando sono sola a casa, quando nessuno mi vede. Non ho avuto il tempo d’impacchettare tutto ma è ovvio che è un regalo, no? Ti sto dando me stessa, è evidente. Saltiamo tutto, saltiamo i giochi, salta nel vuoto. È che mi sembri un buon custode tutto qui. Non gli farai del male vero? È una borsa vecchia ma a me piace. So che ne avrai cura. Come faccio a dirlo mi chiedi? Si vede. Pensi che a tutto ci sia una spiegazione razionale? Non hai mai sentito la frase di quel vecchio filosofo francese “il cuore ha ragioni che la ragione non comprende”? Certo può sembrare banale ad una prima lettura, ma se ci rifletti è tremendamente vera. Semplice e vera. Sarà che io ho il mito della semplicità. Al mattino caffè latte e cereali. Niente cose strane, niente additivi. Mi piace arrivare dritta al punto, dritta al centro dei tuoi occhi. E io nei tuoi occhi ci vedo del buono, molto semplicemente. Perchè stai trafficando tanto nella mia valigia? Non ho segreti, quello che c’è lì dentro ce l’hai davanti. Il mare lo porto nella salsedine che ho ancora tra i capelli, vedi? Mi faccio la doccia tutte le mattine non ti preoccupare, è solo che certi ricordi sono difficili da lavare via. Non è molto pesante, c’è tanto spazio ancora da riempire. Quello è un biglietto aereo, quando sono triste lo guardo chiudo gli occhi e immagino di essere in quel posto. Hai presente quelle frasi un po’ da baci perugina tipo “il vero viaggio è nella testa”? Ecco una cosa del genere. E non sai quanti luoghi ho visitato con la fantasia. Non t’importa, è comprensibile. È raro trovare qualcuno che rimanga affascinato dall’immaginazione altrui. Si tende sempre a pensare che la nostra sia migliore, che abbia quel qualcosa in più che la rende speciale. Magari è pure vero, per fortuna ho molte domande di cui non conosco la risposta. Senti allora che fai la tieni? Certo che puoi riempirla se ti va. Se non vuoi però dimmelo subito. Te l’ho detto non mi piacciono i giochetti. Si o no. Dentro o fuori. Bianco o nero. No bianco o nero no, diciamo giallo o blu. Meglio. Allora giallo o blu? Quanto odio essere incoerente, il verde è da sempre il mio colore preferito. Perchè tutta questa fretta mi chiedi? Guarda non lo so nemmeno io, è che avevo questa borsa tra le mani e mi è venuto il desiderio irrefrenabile di darla a te. Tipo una donna incinta e la Sprite alle due del mattino tanto per intenderci. Roba che magari non ci avevi mai pensato e di colpo diventa essenziale per la tua sopravvivenza.”

Ecco dico hai mai provato questa sensazione? Hai mai avuto anche il coraggio di farlo? No dico perchè io ti giuro che l’avrei fatto, lo stavo per fare ma poi che vuoi, dovevo scendere dal treno.

A(f)fondo

Ti ho sognato non molto tempo fa. Era notte e stavamo su quel molo che tu sai. Io parlavo e tu non mi guardavi, come fai sempre. Era così realistico che c’ho messo un po’ a capire che non era vero.Ti sei tuffato e ti ho visto andare a fondo, senza pensarci ti ho seguito e ti ho preso per mano. Non potevo perderti, non potevo lasciarti andare giù. Che poi questa è una bella cazzata, sei sempre stato tu a salvarmi. Sempre. Tu mi tendevi la mano e io, io pensavo volessi schiaffeggiarmi. Così per difendermi ti ho tirato un pugno in piena faccia, ti ho messo k.o. Ti ho guardato andare al tappeto con un sorriso soddisfatto, con l’espressione di chi crede di essere finalmente al sicuro. Ti ho eliminato dalla mia vita come una mela marcia dal frigo. È questo il problema delle persone che sono o credono di essere state vittime : sanno esattamente dove colpire quando vogliono fare male. Ho avuto un’ottima mira non c’è che dire, dicono che l’attacco sia la miglior difesa e dammi torto ora che sei a terra. Però nel mio sogno era tutto al contrario: io ti tendevo la mano, io ti riportavo in superficie, io ti stendevo ma solo per rianimarti. Riesci a capire? Lo vedi quanto è illogico? Io che salvo te. Tu che perdi i sensi mentre io mantengo il controllo. Tu debole e io forte come una roccia. Non ero io, non eri tu, non era vero eppure al mattino avevo del sangue dal naso. Quando ti sei svegliato mi hai abbracciata così forte da togliermi il respiro come succede ogni volta che ti vedo. I ruoli iniziavano a ristabilirsi. Il tuo cuore batteva di nuovo forte e io mi sentivo al sicuro. Hai appoggiato le tue labbra sul mio orecchio destro, mi hai detto “allora ho sempre avuto ragione: c’è qualcosa di buono in te, grazie”. È sempre la stessa storia tra noi due. Tu dici una frase e hai il potere di portarmi in paradiso o all’inferno con la stessa leggerezza. Tu annuisci e io volo, tu dissenti e io precipito tra i dannati. Che poi non so se sia colpa mia, voglio dire sono io che ti ho dato il trono o te lo sei preso mentre io ti guardavo sorridente? È che tu senza saperlo mi hai dato così tanto che io cosa vuoi che ti dica? Ma come faccio a spiegartelo che senza di te io avrei mollato tutto e mi sarei lasciata trascinare da una corrente che nemmeno mi piaceva? Ma come faccio a dirtelo che tu mi hai insegnato a risalire il vento per arrivare al mio porto? Come faccio a spiegarti che il mio sogno è tutto sbagliato, che è tutto al contrario, che sei stato tu tu tu e ancora tu a rianimarmi? Tu che hai messo la tua mano sulla mia e mi hai aperto un mondo, tu che mi hai detto “sei brava” con occhi sinceri. Tu che hai buttato a mare come inutili zavorre le mie paure e i miei sensi di colpa dicendomi “in questo viaggio porta solo l’essenziale”. Tu che mi hai devastata con un “ma” sapendo che ormai avevo la forza di reggerlo. E a quel “ma” ho visto nero, accecata da vecchie paure a cui avevo messo il galleggiante. Ho buttato te a mare, ti ho guardato mentre quasi andavi a fondo. Sarebbe stupido però odiare qualcuno solo perchè ci critica, solo perchè non ci ama. Mi sono tuffata a prenderti, ti ho chiesto scusa mentre volevo più di ogni altra cosa sentire quel tuo cuore battere forte e ridarmi il sorriso. Mi hai abbracciata, capisci? Hai abbracciato me che ti avevo fatto del male e, ancora una volta, hai preso le mie insicurezze, hai tolto il galleggiante, e le hai affondate con il suono della tua voce.

Il mio naso è omosessuale.

Ho conosciuto un ragazzo un giorno, si chiamava Marco.
Aveva ventisette anni e giocava calcio da ventidue. “Per divertirmi, ci mancherebbe”.
Aveva un difetto, “più d’uno in realtà”.
Non tollerava la diversità. Era la persona di più ampie vedute con cui avessi mai parlato. Ma come? É un paradosso, un intollerante aperto, un silenzio assordante, un uomo che ama un altro uomo. È che lui non sopportava l’esclusione, motivo per cui “frequento solo alberghi all inclusive”. Coerente in modo quasi irritante.
Lui ci aveva anche provato a fare il razzista, dico davvero. Era andato su siti di estremisti e si era documentato, era sceso in strada e aveva provato ad insultare il primo marocchino che gli era capitato a tiro, niente da fare.
Mi ha confessato di essere omosessuale, “non potrei essere altrimenti, eterosessuale contiene in sé la parola ‘diverso’ e sai che poi mi verrebbe l’orticaria”. Un personaggio singolare. “Senti e come la vivi? Cioè hai avuto difficoltà all’inizio? ”
“come vivi il fatto di avere gli occhi azzurri?”
“Ma che domanda è?  Ci sono nata con gli occhi così, la vivo… ma non lo so credo bene non mi pare una questione su cui farsi problemi”
“Bene”
“Cosa bene?”
“Bè hai appena risposto alla tua domanda, ci sono nato e non mi pare una questione su cui farsi problemi”
“Ah, è così semplice essere diversi? ”
“Io non sono diverso. Non ho mica quattro braccia o sei occhi, sono una persona uguale a tutte le altre”
“Si ok però ammetti che la tua sessualità… ecco non che io abbia problemi a riguardo però diciamo che è diversa, no?”
“Certo, io per dire ‘ti amo’ al mio fidanzato infatti uso l’elfico”
“Scemo”
“No tu scema. Cosa credi che solo perchè bacio un petto villoso anziché un reggiseno di pizzo io sia diverso? Non è forse lo stesso il sentimento che mi muove a farlo? Non è forse amore il sesso mattutino e il caffè a letto sia che lo porti ad una donna, un uomo, tuo marito o l’amante? Io non sono diverso. Sono nato, sono cresciuto, ho un lavoro e vivo ogni giorno alla ricerca della felicità. Amo con ogni atomo del mio corpo tutto ciò che mi circonda compreso il mio fidanzato e, proprio come tutti gli altri, un giorno chiuderò il cerchio e non aprirò più gli occhi.”
“Grazie”
“No grazie a te. Sai qual’è la verità?  É che é tutta la vita che aspetto di dire questa cosa e non me l’aveva mai chiesta nessuno, e guarda che è brutto avere una risposta bella e pronta e nessuno mai ti fa la domanda giusta”
“Credo fosse una battuta di Santa Maradona”
” Era un mio sogno riuscire ad usarlo nella realtà”
” Soddisfatto? ”
“Immensamente. Sai è che a me annoiano, a me annoiano davvero i discorsi moralisti, mi irrita chi non ha il coraggio di prendere in giro. La verità è che io amo i politicamente scorretti, amo chi fa dell’ironia sul mio naso storto come sulla mia omosessualità. Perché fa parte di me e non ho motivo di vergognarmene. Perché se la mia più grande colpa è amare allora mi dichiaro colpevole. Giudicatemi pure oh membri della corte suprema perché io so amare. E vedi ho imparato che i veri razzisti sono quelli che hanno paura di usare parole scomode, di chiamarmi ‘checcone’ col sorriso perché sono loro i primi a pensare che esista una diversità senza tuttavia avere il coraggio di ammetterlo.”
“Hai una sensibilità incredibile, quasi femminile”
“E non hai ancora visto le mie scarpe nuove, tesoro”

Merlino è un assassino

Ho visto un mago una volta. Stava su un ponte con il suo banchetto e giocava coi bambini. Ha fatto comparire un coniglietto da un cilindro, che bello. Ero affascinata, non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso. C’era davvero magia nei suoi gesti, una maestria che solo gli esperti hanno. Sembrava tutto facile, tutto naturale. Indovinava la carta che sceglievi, sembrava quasi ti leggesse nei pensieri. Mescolava il mazzo, stargli dietro era impossibile. Eravamo tutti sorridenti, tutti stregati. Un incantesimo di magia bianca, uno stupore innocente. È bello vedere come ancora anche da grandi sappiamo tornare bambini di fronte a ciò che non sappiamo spiegarci, a ciò che non abbiamo voglia di chiederci. Forse non c’è sempre un trucco, a volte puoi sederti e guardare a bocca aperta quello che hai davanti, semplicemente incredula.
Non so quanto tempo sono rimasta a fissarlo, avevo tolto l’orologio, non m’importava dell’ora.
C’era il sole, un bel vento fresco, le risate dei bambini. Alle mie spalle sentivo i passi frettolosi dei turisti, dei lavoratori, di chi non ha mai tempo. Io invece ero in una bolla di sapone. I miei vicini avranno avuto sette anni al massimo e avranno pensato che.. Probabilmente non hanno neppure fatto caso a me presi com’erano dal loro « Merlino ». Battevano forte le mani, alla fine del gioco di prestigio quasi urlavano di gioia. Io ad un certo punto non ho poi mica capito se sorridevo per il mago o per l’allegria che mi circondava. So che non mi andava di interrogarmi, è bello guardarsi l’ombelico ma se si esagera poi ti si blocca il collo.
C’erano colombe che apparivano, altre che sparivano, c’erano palline colorate, carte truccate. Truccate ? Non è possibile, è un mago vero mica un imbroglione ! Non è possibile, è stata solo una di quelle impressioni sbagliate che a volte si hanno, il solito voler pensar male. Il mio Merlino è semplicemente bravo, non ha bisogno di barare per fare le magie. Elimino quel pensiero dalla testa e torno a ridere coi bambini. Dovrei imparare ad ascoltarmi a ben pensarci. Ma che bravo ma che bello! A me che ha sempre fatto paura la magia, a me che ha sempre intimorito sentirmi come sotto l’effetto di un incantesimo senza sapere come e perchè, a me ora brillano gli occhi. Sono felice, rilassata, sono a mio agio con i miei timori. Ho sentito la paura bussare ma non ho aperto la porta. Non ero in casa.
Un bambino si mette a piangere, tutti lo guardiamo, non capiamo il perchè. C’è una colomba morta per terra, vicino ad una gabbietta. È piena di sangue, non ha certo avuto un colpo al cuore, non lei. Le mamme sconvolte guardano il mago, lui non sa che dire, è senza parole nonostante il monologo dello spettacolo. Ci guarda, si scusa, si avvicina a noi grandi. “Sono davvero mortificato per l’accaduto, il bambino ha preso la gabbietta da sotto il tavolo mentre io ero distratto. Non sapete che è tutto un trucco? Mica sono un vero mago, io faccio l’illusionista”. Ma come? Sul cartello c’è scritto mago, m-a-g-o non illusionista, è ben diverso. È molto molto diverso. Lei non illude lei inganna. Un bambino la guarda e crede che lei abbia davvero dei poteri magici. Lei suscita ammirazione nelle menti di giovani innocenti vittime della sua incapacità di essere sincero, di dire che lei vive di trucchi.
Illusionismo : effetto artistico diretto a suscitare nello spettatore l’impressione di trovarsi a contatto diretto con la realtà e non con una sua rappresentazione.
Magia : capacità di dominare e trasformare le forze della natura mediante il ricorso a pratiche di natura benefica (bianca) o malefica (nera).
Lo vede se è vero? Lo vede se è vero?
Noi ci siamo seduti qui, le abbiamo dato la nostra fiducia, il nostro stupore, i nostri sorrisi. Lei se li è presi con avidità, dopotutto lei con il pubblico ci campa. Qui ci sono bambini dio mio, persone che dovrebbe proteggere, che dovrebbe mettere in guardia da.. da quelli come lei. Ce l’aveva quasi fatta a illuderci ma sono i particolari che fanno la differenza. Lei ha ucciso una colomba bianca facendoci credere di averla smaterializzata così, puff. Ha fatto comparire dal suo cilindro un coniglio che già c’era. Ha detto che sapeva leggere nel pensiero invece aveva solo carte truccate. Ha trasformato i nostri sorrisi in sguardi tristi, ha tolto la vita ad una colomba che voleva volare solo per nutrire quella voragine mai colma che lei chiama ego. Vorrei dirle che avrei fatto meglio a non sedermi, a perdermi nel flusso delle persone giusto alle mie spalle che non si sono degnate di guardarla prese com’erano dal loro tempo che fuggiva. Invece la ringrazio, è stato bello ed istruttivo. Ed istruttivo. E distruttivo. Vede? Anch’io conosco un paio di trucchetti con le parole. È un bravo illusionista, certo potrebbe migliorare ma chi di noi può ritenersi davvero soddisfatto? Mi ha strappato un sorriso fino a quando non ha scoperto le sue carte, quelle non truccate e se posso un po’ vecchiotte. Ha attirato la mia attenzione dandomi la voglia di fermarmi un attimo, di non chiedermi cosa ci fosse dietro, di lasciarmi prendere dallo stupore vero. Ecco il mio stupore era la sola cosa reale del suo spettacolo che, comunque, è degno di un professionista non v’è dubbio.
Io, però, continuo a preferire i maghi veri, quelli che se dicono salagadulamegicabula ti portano lontano, in un mondo fantastico.
Che poi avrei dovuto capirlo subito, quale mago userebbe i suoi poteri per elemosinare soldi ai bambini?

Grazie del ritardo

E così sono qui seduta su degli scalini di pietra. Quelli davanti alla libreria l’arbe à lettres, di fronte al bistro cave la Bourgogne. sono in anticipo, per ammazzare il tempo scrivo. Certo sarebbe più poetico se avessi dietro un quaderno ma devo accontentarmi del telefono. C’è una fontana spenta, non è ancora il suo momento o forse è già passato. Una coppia è in piedi proprio al centro esatto della piazzetta.
Lui cerca di prenderle la mano, lei non distoglie lo sguardo da terra.
è proprio vero che Parigi è la città degli innamorati solo se quando ci vieni innamorato lo sei già. 
Due vecchi seduti nel bistro fanno gesti che il tempo ha consolidato. Lui le serve da bere, lei sorride mostrando un po’ di rossetto sui denti. Lui, forse per galanteria forse per la cataratta, finge di non vedere.
Non parlano ma si leggono dentro. Che strano, un amore ancora acerbo di due giovani sta per morire mentre quello di due vecchi sembra appena sbocciato.
Due donne, amiche dai tempi del liceo, parlano delle loro frustrazioni senza gustarsi l’anatra e il vino rosso. Guardo l’orologio, dovrebbero essere già tutti qui da un pezzo. Dove sono i miei amici?  Possibile che non si arrivi mai insieme? Possibile che debba sempre esserci un primo ed un ultimo? Che poi non m’interessa nulla degli altri, io sto aspettando te. Sono passati quindici minuti. Una ragazza mi chiede indicazioni e mi stupisco di me stessa quando, sorridente, le rispondo con sicurezza che deve andare a destra poi prendere Rue Monge ed è arrivata. Nessun messaggio, nessuna telefonata. Le lancette continuano a girare senza sosta scandendo un tempo che vorrei si fermasse. Vorrei giustificarti, magari ti si è scaricata la batteria, magari sei in bici e non puoi scrivere, magari sei solo uno stronzo.

Fumo una sigaretta. Coi pulman funziona così, no ? È scientifico, almeno credo. Ovviamente tu sei la mia eccezione che conferma la regola.

Me ne vado, basta. Resto.

Mi alzo. Ancora un minuto.

No.

Ancora due.

No.

Ancora. Anzi basta, questa volta non mi fermo. É da una vita e trentacinque minuti che aspetto e sono stanca oltre che piena di freddo. Buona serata, buon divertimento, buon ritardo. Io mi prendo il mio tempo e il mio tempo di stare ferma su uno scalino pieno di merde di piccione è finito. Vaffanculo. Vaffanculo tu, i tuoi amici e le promesse che non sai mantenere. Compro una birra dall’afghano all’angolo per guadagnare qualche minuto, per darti qualche minuto. Esco, mi guardo intorno, non ci sei. Magari mi hai cercata e non ho sentito la suoneria. Magari la smetto di trovare delle scuse ad errori che non ho commesso io. Magari le scuse le ho finite, le hai finite.
Ti scrivo Buona serata, mi chiami e ti dispiace, non credevi fossi già arrivata e dici che sei mortificato, gli altri sono già lì? No. Poi io aspettavo te, non gli altri.  Un messaggio sarebbe stato carino, è mezz’ora che sono qui. Lo so ma la metro, i mezzi, ma sto ancora cinque minuti a bere una birra, ma… ma non ho voglia di ascoltare. Che fai, non mi aspetti ? Vado da amici non stare ad affrettarti, prenditi tutto il tempo che vuoi perché io, da stasera, mi prendo il mio. Sono davvero mortificato. Non ti dispiacere anzi guarda grazie. Di cosa ? Di avermi lasciata qui senza darmi notizie per quasi un’ora, di avermi fatto trovare il coraggio di dire no ed andare fino in fondo. Vedi è che normalmente mi sarei innervosita ma avrei accettato le tue scuse, ti avrei fatto un gran sorriso e ci saremmo bevuti una birra come se il rispetto non contasse, come se di rispetto io non ne meritassi poi così tanto. Invece io questa sera non mi arrabbio, ti ascolto parlare e lo so che ti dispiace ma vedi è che non ho voglia di passarci sopra, di farmi ancora passare sopra. Sono sincera quando ti dico che ci vedremo un’altra volta, lo sono ancora di più quando ti dico che adesso io non torno indietro. Senti guarda sono lì in cinque minuti. E io non sono più lì da dieci. Ci eravamo detti ora e luogo, tu avevi già cambiato i piani almeno tre volte e ti ho sempre detto si. Mi sono seduta come un cane fedele che scondizola aspettando il suo padrone ma questo vento freddo ha congelato ogni entusiasmo. Ho girato i tacchi anche se sai benissimo che non gli avevo, ancora mi fa paura l’instabiltà nell’avanzare, quella fisica meno di quella mentale è ovvio ma tant’è.

Non ho nè la testa alta nè la coda tra le gambe. Guardo i piedi mentre cammino, voglio essere sicura di aver preso la strada giusta, almeno quella per la metro. Mi scende una lacrima e mi sembra tutto così assurdo, così stupido. Forse ho esagerato, in fondo era in ritardo solo di quarantasei minuti. Dai ora torno indietro come nei film romantici e, abbracciandoci, ci diremo che siamo due imbecilli. Il destino mi precede, il vagone della linea 7 si apre giusto davanti a me. Ci salgo e si chiudono le porte.

Non so cosa ho lasciato alle spalle, non so bene dove sto andando. Una ragazza mi guarda dolcemente, quasi a consolarmi, quasi a dirmi « mi dispiace, andrà tutto bene ».

Non dispiacerti, anzi grazie.

Dolce come la mielite

Ho aperto il cassetto dei ricordi. C’era una busta bianca, intatta. Sapevo benissimo cosa fosse ma ho comunque letto il nome del destinatario: “a chiunque tu sarai, da chi sei stata”.
Mi tremava la mano, ma ho trovato la forza di aprirla.

“è già il 30 aprile 2014? Come passa in fretta il tempo, dieci anni in meno di un secondo. Parlami di te, che aspetto hai? Sei innamorata? Ti son cresciute le tette o continuiamo ad assomigliare più ad un asse da stiro che ad una donna? Cosa studi? Ti sei fatta nuovi amici? Hai un fidanzato? Io no, cioè si. Sai sono piccola ma non stupida, credo. Non so quanto riuscirò a scriverti, c’è quest’odore di disinfettante che mi dà alla testa. Pensa che ridere se ora ti venisse in mente il momento esatto in cui tu eri me, in cui avevi questa penna tra le dita. Ti do una mano, ti descrivo la stanza.
C’è Marta nel letto di fronte, sai quella con la mamma che patisce il freddo e dorme in un sacco a pelo che manco fossimo in Patagonia nonostante sia Maggio. È simpatica ma domani se ne andrà. A me non piace farmi domande però è vero che è la terza compagna di stanza che se ne torna a casa mentre io, tu, cioè noi siamo sempre qui. Qui dove? Al Regina Margherita, ospedale pediatrico, Torino. È iniziato tutto a scuola, un gran mal di schiena. Non avevo, avevamo.. senti facciamo che ti scrivo come se ti dovessi raccontare in prima persona cosa tu hai vissuto dieci anni fa, ok? Come se avessi perso la memoria. Magari ti cali più nel personaggio se uso l’ “io” anziché il “tu”. Perfetto. Non avevo mai pianto per il dolore in vita mia. In realtà non era proprio un pianto, le lacrime uscivano naturalmente e non riuscivo ad opporre resistenza. Papà aveva suonato il campanello, dovevo aprire. Mi sono alzata e sono caduta. Che succede? Magari solo una gamba addormentata, dai riprova. Niente. Solo un piccolo sforzo, su. Questa volta mi faccio male. Dalla schiena dritto al cervello arriva il panico e adesso sì che piango come una bambina, come quando non sai che sta succedendo e tutto ciò che senti è una paura che ti paralizza. È arrivato un angelo col camice da medico, sono andata al pronto soccorso della mia città. Ho perso i sensi, non riuscivo a reggere tutto quel peso sulle gambe, figuriamoci nella mia testa. “Subito a Torino, CTO o Molinette, sentite chi ha posto” dicono i dottori e non so nemmeno dove sia esattamente Torino. In ambulanza sento le sirene, vedo un respiratore attaccato. Chiedo al medico seduto accanto a me perchè stiamo andando così veloci. “Sono le undici di sera stellina, vogliamo tutti andare a casa. Abbiamo pure messo i lampeggianti e le sirene così arriviamo prima. Questa mascherina con l’ossigeno si attacca sempre, è la prassi”. E io ci casco. Ha ragione la mamma, se fossi un pesce avrei vita breve, abbocco sempre a tutto. Arriviamo al cto e mi dicono che devono iniettarmi il liquido di contrasto. Ho scoperto che serve a farti illuminare come un albero di Natale. Guarda spero che col tempo tu sia migliorata perchè in quella risonanza magnetica non sono durata più di dieci minuti. Ero calma, ferma e con la mano mi coprivo gli occhi. L’ago della flebo però ha iniziato ad andarsene per i fatti suoi, nella mia testa mi stava bucando tutto il corpo. Eccolo posso quasi vederlo il panico che ritorna, verde e feroce, dentro il mio cervello. Tremo, urlo, do i pugni e mi sembra di non potermi muovere. Perchè in effetti non posso. Tutti a nanna, se ne riparla domani. Respiro affannata e leggo la delusione negli occhi di quel medico e di mio padre. Mi dispiace, mi dispiace davvero ma io non ci riesco. Voglio dormire, voglio la mamma, voglio riabbracciare il mio cane. Devo fare la pipì ma non esce, l’infermiera mi dice di non essere timida, di fare finta che lei non ci sia. Cosa me ne frega a me del suo sguardo? Ti dico che non esce cazzo non sono mica scema! Ho la vescica che è come una bomba, sento quasi il timer.. tre, due, uno e mi dicono di stendermi. È il momento del catetere. Ho imparato più parole oggi che negli ultimi due mesi.
La notte passa in fretta, per mamma e papà un po’ meno. Ho cambiato ospedale, sono al Regina Margherita. Riproviamo con la risonanza magnetica e il mostro verde lo chiudo fuori dalla porta. Tutti mi dicono che sono stata brava ma in realtà io sono solo stata ferma.
“È il momento di giocare, devi indovinare se ti sto toccando con del cotone o con un ago”.
Per me è tutto uguale. Io sento solo delle formiche ma non credo fossero tra gli oggetti elencati. Ecco ora la vedo, quella timida lacrima sul volto di mia madre. No eh, non si fa piangere la mamma. Concentrati su dai che ora indovini. Mi giro sorridente verso il medico e dico “cotone” ma vedo chiaramente l’ago nel mio piede. Va be dai è difficile, non sono poi così diversi è normale sbagliarsi, no?
“Ora ti facciamo una punturina ma, prima, ti faccio una piccola anestesia qui sulla schiena così poi fa meno male”.
Tirano fuori il bazooka delle punture, un ago che sembra uscito dal set di un film horror. Fa un male cane. Fa davvero davvero male. Liquor è la roba che devono prendere ma non si beve e non è alcolica. Che nomi bizzarri.
“Senta dottoressa le confesso che la sedia a rotelle è abbastanza comoda ma tra quante ore torno a camminare? Non posso prendere un antibiotico, qualche pastiglia? Bevo anche dell’olio di merluzzo se necessario. Ah poi senta mercoledì devo essere fuori che ho il compito di matematica e la mia amica prende un brutto voto se non glielo passo”.
Forse a Torino parlano in francese perchè nessuno mi risponde.
Mielite. Si mangia? Di sicuro non è dolce. Devo dormire con uno strano coso al fondo del letto, dicono che il mio “piedino da fata” è troppo delicato per sopportare il peso del lenzuolo. Gli aghi sono sempre cotone e il cotone sempre ago. Manco tirando a caso ci azzecco.
Oggi sono felice, sono proprio felice. Ho una sorpresa per il mio papà. La mamma già la conosce, lei dorme qui da una settimana ormai, ventiquattr’ore su ventiquattro.
Faccio pipì da sola, non è incredibile? Non è bellissimo? Senti ora esco in mezzo alla strada corro e… si va be ok spingo le rotelle e mi metto a urlare “FACCIO PIPI’ DA SOLA”.
La fisioterapista ha detto che posso fare cinque passi al giorno, stupendo. Sono tantissima strada, posso andare fino al letto di Marta. Uno, due, tre, quattro, cinque. Magnifico.
Ho perso il conto dei giorni ma ho imparato a muovere l’alluce sinistro. Cosa me ne frega di sapere se è mercoledì o domenica quando posso giocare con le dita dei piedi?
La fisioterapia procede a gonfie vele, ora distinguo la carta vetro da una spugna. La mia neurologa ha lottato per non farmi cambiare di reparto, l’ho sentita litigare coi colleghi. Dice che qui io sono felice e che se salissi al piano di sopra mi deprimerei rischiando di guarire meno in fretta. “Questa bambina fa dei progressi incredibili, non rischiamo di rovinare tutto perchè voi non volete muovere il culo su e giù dalle scale”.
Ho una nuova compagna di stanza, si chiama Francesca. Sta sempre a lamentarsi e le vorrei tirare un vaso in testa. Per fortuna è fuori in 48 ore.
Sono passate forse tre settimane, anzi qualcosina in più. Molto di più. Non so esattamente che giorno sia, so che entra il primario in stanza e mi dice “ti dimettiamo, sei felice?”.
Praticamente gli butto le braccia al collo e, per la prima volta da quando sono rinchiusa in questa cella che sa di disinfettante, vedo la mamma tirare un sospiro di sollievo.
“Ora ti facciamo le immunoglobuline, tra due o tre giorni sei a casa”.
Non ci credo. Non ci credo. Non ci credo. Questo stronzo mi dice che mi dimette poi ritratta e mi tiene sottochiave ancora per settantadue ore? Ma credi di essere simpatico? Vaffanculo. Prendo i cesti coi regali, prendo i fiori sul comodino, prendo ogni singolo oggetto e lo scaravento contro il muro. Sembro hulk non mi ferma nessuno, getto la mia rabbia, getto il mio cazzo di sorriso che ho sempre tenuto come si porta una maschera di cera. Solo che si è sciolta quando mi hai detto “ancora due o tre giorni”. Non puoi illudermi, è scorretto. Questo vaso lo spacco per te, per il male che mi hai fatto. Non sono certa di chi sia il “te” ma non importa. È una rabbia cieca, totale, non vedo nulla, non sento nessuno. Devo solo spaccare e spacco come voi mi avete spaccato i coglioni. Urlo e piango, sento un fuoco dentro ma non riesco a spegnerlo anzi si autoalimenta. Piango tanto da farmi male agli occhi, urlo così forte da sentire le corde vocali che si stanno per spezzare. Fatemi uscire, fatemi uscire. Non ho più visto il mio cane, fatemi uscire. Nessuno ha il coraggio di dire nulla, tutti osservano in silenzio. È la mia ribellione, è il mio sommerso che esce fuori come un fiume in piena, come una diga che nessuno si è curato di tenere d’occhio. Non emetto più suoni, non ho quasi più forze. Il cuore sta per uscirmi dal petto ne sono sicura. Digrigno i denti che quasi me li spacco. Un cane con la bava alla bocca, ecco cosa sembro. Sto zitta, immobile. Guardo il vuoto, non sento più niente. Ricado sul letto e tendo il braccio al primario, mi abbandono al mio destino. Lui si avvicina, mi dà una carezza, mi buca la mano perchè ormai le altre vene sembrano un colabrodo. Chiudo gli occhi e stacco il cervello. Lo riaccendo dopo settandue ore, sulla macchina di papà. Abbraccio mio fratello, le nonne, gli zii, i cugini, il mio battuffolo di pelo bianco.
Ti ho mentito all’inizio. Sono nella nostra camera da letto, non in ospedale. Volevo solo attirare la tua attenzione. Il resto, come sai, è tutto vero. Tra qualche giorno dovrei gettare la sedia a rotelle. Chissà come cammini adesso. Non te lo chiedo, ho paura della risposta. Spero che tu stia bene, che sia riuscita a realizzare i.. i miei sogni. Comprati un bel cavallo se ancora ci sai andare, portami in passeggiata la domenica mattina. Riprendi a nuotare bene che con queste gambe adesso non mi si può vedere. Fai la pace con tuo fratello e diventa un po’ più dolce che io sono una bella stronza. Fai sorridere mamma e papà, non saltare fisioterapia. Sii felice. Sposati tardi e con uno davvero figo, uno che ti porti per mare come faceva il nonno. Tieni il piede dritto quando cammini.
Fammi un regalo, un ultimo regalo. Promettimi che un giorno mi porterai a correre ancora.

Ci vediamo tra dieci anni.”

Chiudo la busta, do un bacio in fronte a mio fratello, saluto la mamma, sorrido a mio padre.
Metto un pantaloncino nero, la prima maglietta che trovo nell’armadio. Calzo il tutore, le scarpe da ginnastica. Chiudo la porta della casa della mia infanzia.
Vado a correre al parco, ci porto anche il cane.  

Nei panni di lei. ( Ho fatto l’amore controvoglia II. Lei )

Finalmente Andrea mi ha chiesto di uscire, non posso crederci.
È da due anni che te ne parlo in modo ossessivo e questa sera è la grande sera.
In quarantacinque minuti sono pronta, tempo record. Abbigliamento studiato fino al colore della suola delle scarpe che deve obbligatoriamente abbinarsi alla clip degli orecchini, è tassativo.
Manco a dirlo il risultato è quell’elegante che può sembrare il “scusa ero di fretta mi sono messa addosso la prima gonna che ho trovato nell’armadio”. Non ci si può presentare troppo appariscenti al primo appuntamento, ne va della propria dignità.
Camicetta color crema vedo non vedo con due bottoni aperti, diventano tre se il vino è buono.
Passa a prendermi alle otto e mezza e ho un sorriso così grande che mettere il rossetto risulta più complesso del previsto.
In macchina c’è la radio e non riesco a capire quale genere preferisce, odio non conoscere chi ho davanti.
Mi porta in quel ristorantino sulla piazza giusto accanto al giornalaio, sai quello con i tavolini fuori e le tovaglie rosse. Quello dove lavora Giacomino, cazzo. Si quel Giacomino, quello che mi ha gettata nel cesto delle bambole usate manco fossi stata Patty Bravo e ora ha un senso di colpa grosso come quella collina fuori città. Odio fare pena alla gente, odio fare pena a quel cretino. Ci sediamo e ordiniamo da mangiare. In realtà voglio solo bere, sono tesa e inizio a dire cose senza senso giusto per alleggerire l’atmosfera mentre Andrea sembra perfettamente a suo agio. Dio mi sento il fuoco nelle guance e ne ho ben motivo, il vino fa dodici gradi.
Tengo banco, praticamente un monologo. Lui mi fissa con un sorriso ebete mentre io cerco di cavargli fuori le parole di bocca ma nonostante l’aspetto fisico parla meno di uno scorfano.
Che palle, perchè mi prendo sempre di quelli sbagliati? Dico lo sai che io ci puntavo molto su questo appuntamento, praticamente avevo già deciso il nome del secondogenito prima di salire in macchina (il primo quando mi ha chiesto di uscire) e invece adesso più che andarci a letto non saprei che fare. Si ok non è moralmente corretto, questo Andrea non ti piace davvero e tu non sei un uomo, tu non puoi fare sesso.
Ma sono scema o cosa? Ha un viso che neanche il David, un corpo pazzesco e poi senti sono adulta e vaccinata potrò ben fare cosa voglio no? Si ma cosa voglio? Non farmi problemi, non stasera. Basta paranoie, pregiudizi, oddio ma poi quello che dice, la moglie del fiorista cugina dello zio di mio padre cosa penserà, mi vedrà sicuramente il prete che battezzò il figlio dell’amico di Giulio mio cugino di terzo grado da parte di madre. No, la prendo alla leggera, mi godo il momento. Faccio l’uomo anzi meglio, faccio la donna libera. Bevo due Jagermeister che, anche se non sono Red Bull, mi mettono le ali. Sono carica, spacco il mondo.
Prevedibile come le occhiaie del lunedì mattina, durante la passeggiata digestiva si ferma e fa la mossa del “vediamo se ci sta ma non facciamoci sorprendere” e, questa volta, lo sorprendo io. Non gli do il tempo di fare il grande classico passo indietro che lo bacio. Un bacio di ribellione, di passione che ha il sapore di vittoria sulle mille paranoie di origine probabilmente preistorica. Non era male anche il retrogusto alcolico comunque ma lo sai quanto mi piace questa filosofia da tarallucci e vino, soprattutto vino.
Lo guardo come un leone guarda un cucciolo di antilope e mi sento la versione romana di Eva Kant.
Sta zitto per circa dieci secondi mentre io penso “se non mi chiede di andare da lui mi butto sotto le rotaie, ho pure il completino di pizzo coordinato”.
Mi salva inconsciamente la vita proponendomi “un caffè per toglierci quel gusto amaro dalla bocca”.
Adrenalina a mille manco stessi per salvare il mondo. Sei pronta? Si. Ci credi? Si. È normale parlare da soli quando si è agitati. No questa non era una domanda, era una giustificazione per la mia psicosi.
Saliamo da lui, non ho voglia di perdere tempo con un caffè, non saprei che dirgli. Cerco di appoggiarmi sensualmente sul letto e invece inciampo su un osceno tappeto finto persiano made in china e cado goffamente di faccia sul copri piumone. Mi giro pensando che la mia copertura sia saltata, la panterona è partita, ormai avrò il sex appeal di heidi ai suoi occhi e invece no. Mi prende, mi bacia, mi spoglia e quando sta zitto non è così spiacevole. 
È passionale, dolce, forse troppo. Ora senti ciccio bello non mi rovinare i piani, ma quale dolcezza e dolcezza io voglio sesso! Devo fare la rivoluzionaria mica la ragazza occhi a cuoricino che poi getti in un angolo. Tieni su la maschera, tieni su la maschera. Non ti intenerire qualunque cosa accada anche se dovesse chiederti di sposarlo sta notte. Si perchè le bambole accettano senza opposizione di essere abbandonate mentre io questa volta voglio andarmene da sola. Finiamo, mi abbraccia, mi chiede se voglio fermarmi da lui. M’invento che ho un rito pre-esame con la mia coinquilina e saltarlo è impossibile. Non preoccuparti abito qui accanto vado a piedi. Esco per strada,  non so che ore siano. Accendo una sigaretta e cammino tranquilla. Ho vinto in un gioco con me stessa e ho avuto una degna spalla.
Altro che Risiko.
Guarda un po’, mi sta chiamando proprio adesso.
Non rispondo, un bel gioco dura poco.

Ho fatto l’amore controvoglia

Pizzo nero. Sì, era decisamente pizzo nero. Ottima fattura, nulla da dire anche se non è che m’importasse molto.
L’avevo portata a cena in quel ristorantino che dà sulla piazza, quello con i tavolini fuori e le tovaglie rosse proprio accanto al giornalaio.
Guarda sarò sincero, mi sono pure divertito. Potrà suonare un po’ razzista ma lei è bella, davvero bella e non pensavo potesse essere anche così simpatica. Roba rara amico, genere “una su un milione” per citare quella musichetta da due soldi che a te piace tanto.
Abbiamo bevuto senza fare troppi complimenti, io ero tranquillo e poi mi piaceva vedere che iniziava ad arrossire sulle guance quel tanto che basta per lasciarsi andare. Ho speso pure poco, fortuna che conosco Giacomino che in quel ristorante ci lavora da anni sennò manco per piangere mi rimanevano i soldi. Quel ragazzo è uno spettacolo, ci facciamo certe partite di calcetto che in quanto a tensione e adrenalina juve inter sembra un incontro tra i pulcini dell’oratorio.
Ti dicevo comunque che dopo cena abbiamo fatto due passi, sai quando devi creare il momento. Bè che faccio vengo ad insegnarlo a te? È scritto nella Bibbia del primo appuntamento che non puoi provarci al tavolo né in macchina ma solo ed esclusivamente durante la passeggiata digestiva, magari sorprendendola con un complimento che racchiude un mix di dolcezza ed ironia perfettamente bilanciate.
Bene guarda io proprio da manuale le sorrido e mi avvicino quasi per caso, tasto il terreno e vedo che ci sta. Sarebbe banale baciarla subito quindi fingo imbarazzo e mi allontano di un passo, mi sarei dato una pacca sulla spalla da solo. Una performance degna di oscar. Lei mi guarda mezza delusa, mezza curiosa, mezza presa bene e boom mi bacia. Quelle cose come quando ti arriva un messaggio ed è una ricarica da venticinque euro omaggio che non sai perchè, un trenta ad un esame che credevi fosse andato uno schifo. Ma poi che bacio, cioè sesso puro. Tuttavia mantengo il controllo e, al limite delle mie facoltà fisiche, non poso le mani in zone eccessivamente erogene per non risultare il porco polipone, genere che le donne schifano. Io voglio farla morire, seducimi tu moretta, fammi cedere tu bellezza.
Si stacca, mi guarda e, ti giuro, mi manda una scarica di ormoni che è come un’onda d’urto, hai presente? Quegli occhi che c’hanno scritto “prendimi” manco fosse il “tilt” del flipper, ecco così.
Poi il bivio: che tattica uso adesso? Cioè stai confuso, vai diretto sul “prendiamo un caffè da me” o punti sul “ti accompagno a casa” rischiando di rimanere davanti ad un portone chiuso come un cretino? Risiko del sesso, valutazione dell’avversario: questa tipa è aggressiva apparentemente ma fino a che punto? Abbiamo all’attivo una bottiglia di rosso in due, un paio di amari e sì, è evidente che siamo brilli dunque vale tutto. Poi senti io mi butto al massimo anziché la moretta mi guardo un video e mi faccio una Moretti.
Accetta il caffè da me, la sua coinquilina si alza alle sei e non vuole disturbarla.
Fantastico, posso anche farmi la doccia nel mio bagno.
Senti qui, saliamo da me, quella sua gonna leggera e la camicetta reggono circa un secondo e mezzo. Subito letto, via tutto. Ma chi se ne frega della forma, chi se ne frega del caffè, questa tipa è spaziale. Dio, colpisco lo spigolo del comodino col ginocchio ma ragazzi qui c’è iron man non sento nulla, vado dritto alla meta come un All Black. Lei si spoglia io la guardo, diamine che bella e già mi sembra strano non dirlo volgarmente ma in fondo che c’è da pensare ammira e stai zitto cretino che questa te la stai per fare.
Una dea nel corpo e nel sesso. Sai la storia della coppa di champagne? Tette perfette che quasi mi dispiace toccarle manco avessi un Caravaggio davanti, pancino tondo ma tonico, una pelle dal gusto sensuale. E poi scendo piano piano, la guardo dritta negli occhi mentre le sfilo le mutandine e lei mi sorride maliziosa di rimando.
È mia, è mia adesso. La sento forte sotto le mie mani e ci provo, ci riprovo, tento ancora ma non ci riesco. Non riesco a farci sesso.
È terribile quando succede. Uno parte con l’idea di fare una serata giusto per dare due colpetti, una sigaretta poi tutti dormire ognuno a casa sua invece no, io non ci riesco. Questa sera proprio non ce la faccio. È che questa ragazza mi piace e non riesco a farci sesso. Dici che fare l’amore fa male alla salute? Non rischio nulla? Cardiopatie, psicosi, magari una bronchite che ne so. No?
Ok perchè senti io c’ho fatto l’amore. Come me ne sono accorto? Ma guarda mi sono pure spaventato all’inizio. Per me il sesso è scollegare il cervello e lasciare che i gioielli di famiglia comandino la spedizione mentre i piani alti chiudono, vanno in ferie, hasta la vista, siesta fino a nuovo ordine.
L’altra sera non trovavo il tasto off, tutto qui. Mi sono impegnato, ripetevo “spegniti spegniti spegniti” e il cervello nulla, lavorava ancora più del normale e mi sembrava di godere più nella mia testa che tra le gambe. Anzi forse è andata proprio così. Una figata senza senso, roba senza precedenti. Niente di speciale eppure tutto speciale. Una cosa semplice nessuna acrobazia o kamasutra però ti giuro il miglior orgasmo della mia vita, un po’ come passare da una barbera ad un barolo del ’99 e sai quanto mi piace il barolo.
Guarda ho fatto per la prima volta l’amore e pure controvoglia, ho cercato di opporre resistenza ma alla fine mi son lasciato andare, che mica ti puoi controllare. Ora non farei altro tutto il giorno anzi sai che c’è?
Magari la chiamo e le chiedo se ci prendiamo un altro di quei caffè che solo noi sappiamo fare e che non lasciano l’amaro in bocca.

Babbo vorrei un anticipo

Caro Babbo Natale,
lo so che tu ora sei in vacanza con la tua mamma e il tuo papà, hai lavorato tanto e mio zio dice che se lavori poi devi andare al mare.
A me piace tanto il mare, ci vado sempre d’estate con Gianpiero che è il mio cane. Gioco alle biglie con i miei amici e mangio un sacco di gelati.
Oggi piove e a scuola ho preso 9 in matematica. La maestra ha detto che sono bravo e che se continuo così da grande potrò fare lo scienziato. Io però voglio ammaestrare i canguri e farmi portare nella loro sacca tutto il giorno. Non devo mangiare gelati però sennò poi vomito come sul bruco mela. La mamma si era arrabbiata tanto quel giorno, si arrabbia sempre tanto ma alla fine ogni sera mi dà un bacino sulla fronte e mi sorride.
Ha le rughe quando sorride ma lei dice che non è vecchia, è solo saggia. Ho chiesto alla maestra Chiara cosa vuol dire “saggia” e lei mi ha detto che è quando hai la risposta giusta a molte domande. Che bello Babbo Natale, la mia mamma è proprio saggia allora! Sa i nomi di tutti i fiori, cosa mi piace mangiare, quando è nato il mio papà e il numero di telefono di tutti i suoi amici.
Io lo so che tu adesso sei al mare a mangiare i gelati e che sei in vacanza fino al compleanno di Gesù però ho un desiderio e ti chiedo un anticipo. Mio zio mi ha detto che un anticipo è quando chiedi un regalo prima del compleanno o di Natale e se te lo danno prima poi non arriva più dopo.
Allora, caro Babbo, io voglio il mio anticipo. Vorrei, l’erba voglio non esiste neanche nel giardino del Re dice sempre la Nonna Maria.
Ho visto la mia mamma piangere. Le ho chiesto se si era fatta la bua e lei mi ha detto di sì. Io non ho capito però, non aveva le ginocchia sbucciate e non era caduta. Lei mi ha detto che ci sono bue che non si vedono con gli occhi come quando hai l’aria nella pancia ma per me non è vero.
Ha detto che non le faceva tanto male, che se le davo un bacino passava tutto. A me non passa la bua quando mi danno un bacino però.
Le ho dato c-e-n-t-o-c-i-n-q-u-a-n-t-a baci e l’ho abbracciata forte forte fortissimo fortissimissimo.
È da tante sere che la mia mamma ha la bua e non le passa.
A me non piace quando la mamma piange, a me piacciono le rughe quando sorride.
Ecco cosa vorrei Babbo Natale: io sono stato bravo, ho preso nove in matematica, faccio sempre i compiti, non litigo coi miei amici e voglio bene a tutti, anche alla zia Ilda. Mangio la verdura (anche quella verde), vado a dormire quando me lo dice la mamma.
Io vorrei vedere la mamma piena di rughe da sorriso. È brutta quando piange, ha tutti gli occhi rossi  e mi bagna le guance quando la bacio. Che schifo.
Posso avere la mamma che ride? Con tante rughe, sì. Così tutti possono dire che la mia mamma è saggia e sorride sempre. Lo sai che è proprio bella quando sorride? Lo dice anche il mio papà e il mio papà ha sempre ragione. 
Allora Babbo mi dai questo anticipo? Mi mandi una cartolina dal mare? Se tu mi mandi una cartolina te ne mando una anch’io da Sanremo a Giugno.
Ciao babbo natale, quando arrivi ti faccio trovare due pacchi di biscotti al cioccolato e una tazza di latte con tanto tanto tantissimissimo miele caldo.
Mattia

Pronto tra vent’anni.

E se davvero mi telefonassi tra vent’anni?
Ci hai mai pensato? Cosa ci diremmo?
“Compra il pane tesoro che io sono ancora nel traffico”.
O forse mi dirai che hai avviato le pratiche, quelle del divorzio.
Sì perché non ce la facevi più, io con le mie ansie e tu con le tue ali che sapevo solo tarpare.
Che poi io nel matrimonio non so nemmeno se crederci.
Forse starò ancora correndo per inseguire ciò che non ho il coraggio di raggiungere. È proprio necessario correre per qualcosa che si ha accanto?
Invece no, tu mi chiamerai e userai il numero privato per stupirmi col suono della tua voce come fai sempre.
Mi chiederai come sto, è da tanto che non ci si sente, ti risponderò che va tutto bene, qualche intoppo a lavoro ma che vuoi è la vita, a casa una meraviglia.
Tu sarai felice, un uomo realizzato che voleva chiamare una persona che tanto gli era stata cara.
Era.
Sì perché non ne abbiamo azzeccate molte, lo sai, e alla fine il tempo, il lavoro, le nostre colpe e il nostro orgoglio ci hanno divisi.
Chissà se dopo aver schiacciato il rosso riprenderemo a camminare tranquilli o se avremo bisogno di sederci su una panchina.
Io mi accenderò una sigaretta, tu no, odi i vizi che non hai.
Guarderemo il vuoto sentendoci vuoti.
Una valanga di ricordi che ti cade addosso con una violenza tale da farti male alle spalle.
Sorrideremo da soli e poi, quando penseremo ai litigi, scuoteremo lievemente la testa pensando a quanto siamo stati stupidi e immaturi, a quando avremmo potuto dire “va bene” anziché intestardirci.
A quando avremmo potuto chiudere un occhio anziché tirarci un pugno, amarci piuttosto che urlarci addosso.
Ci morderemo le labbra come avremmo dovuto fare vent’anni prima, appoggeremo le mani sulle ginocchia e a fatica ci alzeremo tornando meccanicamente al presente.
Sarà dura forse, ma col tempo saremo diventati dei professionisti nel nascondere i sentimenti.
E se, semplicemente,  ti dicessi “certo amore, passo io in panetteria”?
Facciamo così, telefonami tra vent’anni e vediamo che mi dici.