Stanza 416

Abito in un hotel. È strano a dirsi, più strano ancora a viversi.

Abitare in un hotel, soprattutto se per lavoro, è estraniante. Quanti di voi si mettono il completo per prendere il caffè al mattino? Io lo faccio, non dispongo di una cucina. Quanti di voi vedono Sergio il concierge, e giuro che non è uno squallido gioco di parole, più della propria madre? Salvo che tu non sia la moglie, la figlia o l’amate di Sergio, credo che la risposta sia “io no”. Ritengo utile premettere che non sono un gigolò, una escort, una dominatrice e via dicendo.

Sono un consulente.

Fare il consulente significa fare molti lavori insieme. Innanzitutto l’agente commerciale Samsonite, ho così tante loro valigie che potrei essere sul loro libro paga honoris causa. In secondo luogo testo i mezzi di trasporto nel week end. Potrei farvi un report completo su chi sia meglio tra Trenitalia e Italo, su come si chiami e quale sia il codice fiscale dell’hostess Alitalia del volo delle 20:00, su quali snack valga la pena assaggiare e quali sia meglio evitare prima di un meeting. Lo so, avrei dovuto dire “riunione” ma tra noi consulenti se non inserisci un termine anglofono ogni sei parole paghi da bere, è una legge non scritta ma tremendamente applicata. Ah, durante la settimana naturalmente vado dal cliente di turno il che, diciamocelo, ricorda molto il lavoro di una prostituta. Ma io lo faccio con le cravatte di Marinella. Filo di seta ritorto a mano, mica reggicalze di pizzo cento per cento plastica del cinese alla stazione.

Definirei la mia vita sostanzialmente monotona. Vado in molte città visitandone solo gli alberghi in cui alloggio, prendo più aerei che caffè, cambio più cravatte che fidanzate. Ho sviluppato una notevole abilità nell’inquadrare le persone al primo sguardo. A forza di dover analizzare numeri sono finito ad analizzare anche inconsapevolmente tutto ciò che mi circonda. E ci prendo spesso.

In un ristorante so immediatamente individuare chi è al primo appuntamento, chi è a cena per l’anniversario di un matrimonio che lo annoiava ancora prima del sì, chi sta per fare la proposta, chi è a cena con l’amante. E fidatevi, non sbaglio.

L’altra sera, come  tutte le sere, stavo gustando il mio whiskey nella hall. La coppia che sedeva nel tavolino accanto al mio era senza dubbio di neurochirurghi. C’è un convegno in questi giorni e la città in cui mi trovo non è di sicuro un luogo turistico e, soprattutto, questo non è un albergo turistico.

Parlavano di poesia, lei aveva lunghe mani sottili e un vestito nero estremamente serioso. Lui aveva un completo anonimo, non ricordo esattamente il colore.

Colleghi, vecchi compagni di università. Lui sicuramente proveniva da una famiglia di medici, il padre l’aveva dispoticamente indirizzato verso la chirurgia e lui si era trovato a vivere una vita che sentiva non appartenergli, un po’ come quel suo brutto completo. Lei era la secchiona, quella a cui tutti chiedevano appunti, chiarimenti, suggerimenti durante gli esami. Aveva indubbiamente visto più lodi che uomini nudi ma la medicina, si sa, non ammette rivali in amore.

Ritenendomi più che soddisfatto della mia impeccabile analisi, ho deciso di andare a dormire. C’è stato un momento in cui nessuna persona solitaria vorrebbe trovarsi, il momento in cui prendi l’ascensore con una coppia di sconosciuti. I neurochirurghi pseudo poeti stavano salendo con me e lui, galantemente, le stava proponendo di bere l’ultimo bicchiere in camera sua così da ripassare insieme l’intervento per il congresso.  Erano neurochirurghi dunque, punto per me. Lei, come previsto, si è impercettibilmente irrigidita ma la sua gentilezza ha finalmente prevalso sul suo animo bacchettone ed ha accettato. Caso vuole che l’allegro chirurgo alloggiasse proprio nella stanza accanto alla mia, stanza 416, e con un sorriso pieno d’imbarazzo ci siamo congedati sulle rispettive porte. Lui ci avrebbe timidamente provato, lei si sarebbe, al massimo, lasciata baciare e sarebbe fuggita come una dodicenne al momento di concretizzare. Lui avrebbe bevuto un ultimo bicchiere da solo ripetendosi che se almeno avesse fatto ginecologia qualche donna senza mutandine l’avrebbe vista.

Mi piace inventarmi queste storie, mi piace perché ho sempre ragione. Più che altro non ho nessuno che mi contraddica. Avere ragione ha per me un effetto più calmante del Minias, dormo come un bambino. Credo di essermi addormentato dopo trenta secondi, massimo quaranta.

È successo verso le 4:00. Mi sono svegliato di soprassalto. Pensavo di essere finito in un film splatter di pessima fattura. Svegliato da un urlo, che trama banale. Quando già stavo per chiamare la polizia ho realizzato tuttavia che quelle erano urla, sì, ma di piacere. Hai capito la secchiona. Un secchio pieno d’alcol più che altro. Dopo aver pregato affinché i muri della stanza non cedessero di colpo, dai colpi sarebbe meglio dire, stavo quasi per riaddormentarmi deluso per la mia pessima prestazione da indovino quando la poetessa si è risvegliata.

Neruda scrisse una poesia dal titolo “La poesia” che recitava “la poesia venne a cercarmi… non so come né quando…”. Dev’essere proprio così che succede. Mentre passeggi, mentre bevi un caffè, mentre parli con una sconosciuta in discoteca. È lì che arriva la poesia, è lì che ti assale come un borseggiatore sapientemente nascosto dietro gli angoli bui.  La poesia venne a cercare la neurochirurga in una quiete notte di Dicembre in un mediocre albergo di provincia dopo una notte d’amore non programmata. Fu spontanea, il primo verso uscì naturale come un colpo di tosse dopo il primo tiro di sigaretta, come uno starnuto quando guardi il Sole. Fu durante quella notte che capii che io le persone non le avevo mai capite, che l’apparenza non descrive l’essenza. Fu in quella notte che, dopo un orgasmo, la neurochirurga rispolverò un accento ciociaro mascherato da anni di impeccabile dizione, il cuore non ha “e” aperte che tengano. Fu in quella notte, dicevo, che la frigida secchiona ormai chirurgo urlò con tutto il fiato che aveva nei polmoni “il tuo cazzo è una benedizione”.

La poetessa mi provocò il riso fino alle lacrime e, quando ormai avevo i crampi agli addominali, riuscii a riaddormentarmi.

Avere torto non era mai stato così divertente.

 

 

Ps. La storia è liberamente ispirata a fatti realmente accaduti. Ci sono storie che meritano di essere raccontate e questa è una di quelle.

Il mostro di Loch Ness

Stamattina sono uscita di casa ed ero in ritardo. Come al solito, penserai.

In realtà non sono proprio uscita di casa, è più corretto dire che se non fosse stato per l’impresa di pulizie che lascia sempre il portone aperto mi ci sarei spalmata su quel portone. Magari mi sarebbe venuto un bel nasino alla francese.

Ho messo un piede in strada e mi sono bloccata, di colpo. Credo di aver sorriso per una frazione di secondo. C’era elettricità nell’aria, non ho mai capito bene cosa significhi ma rende l’idea, non trovi? C’era quell’odore di ghiaccio, di neve.

Mi sei venuta in mente tu.

Stava certamente nevicando sui nostri alberi, sul nostro tetto e su quei prati che diventavano più verdi quando noi ridevamo.

Eravamo come sorelle, ti lasciavo finire sempre la mia cioccolata calda. Non l’ho mai più fatto con nessuno. Mi tenevi la mano in seggiovia, ti passavo i compiti di matematica in mezzo ai fazzoletti. Ricordi quando la maestra ci aveva scoperte?  Ti eri soffiata il naso e con l’inchiostro ti eri tatuata per sbaglio un bel “=2” sulla guancia destra.

La mia copertina ha ancora il tuo profumo se chiudo gli occhi. Ci siamo sempre dette che l’amicizia è più forte dell’amore, che la nostra amicizia era più forte del mostro di Loch Ness.

Poi siamo cresciute. Tu in quell’università, io in quell’altra. Tu con i tuoi nuovi amici, io con i miei. È stato come mangiare un cucchiaino di Nutella al giorno e poi accorgersi una domenica mattina che il barattolo è vuoto e i supermercati sono chiusi.

Dovevamo prendere un caffè il sabato, ricordi? Dovevamo prendere un caffè e io non ti ho chiamata. E tu non mi hai chiamata. Non c’è nulla di male nel dimenticarsi le cose, siamo sempre state distratte. Ma ci sentivamo colpevoli, ho pensato che se ti avessi chiesto scusa tu avresti pensato che ormai non m’importava più di te, hai pensato che se mi avessi chiesto scusa io avrei pensato che ormai non t’importava più di me. E in fondo, forse, un po’ era così.

È stata la vergogna di quella svista ad ucciderci. È stata la vergogna travestita da paura travestita da senso di colpa. Roba che ad Halloween avremmo fatto un figurone.

E le nostre vite sono andate avanti. Tutto va avanti, nonostante tutto. L’ho scoperto quando è morto il mio pesce rosso, me lo dicesti tu. Un giorno semplicemente ti svegli e il tuo presente devi chiamarlo passato. Un giorno mi sono svegliata e non ti ho più chiamata.

Ho saputo che l’anno prossimo ti sposerai, ho saputo che m’inviterai. Mi metterò in fondo alla chiesa e piangerò due volte: la prima per la tua felicità, la seconda perché non sarò la tua testimone come avevamo giurato sulle nostre barbie. Sarà strano vederti vestita da cerimonia e non aver scelto l’abito con te, sarà strano non sentirti piangere mentre urli che sei grassa. Sarà strano non toglierti la nutella dalle mani dicendoti che di sicuro non aiuta. O forse non la mangi più, forse sei diventata una fedele del biologico e l’olio di palma lo usi solo per sporcare le pellicce delle signore Bene. La cosa che mi ferirà di più sarà dover stringere la mano a tuo marito, scoprire il suo nome quando ormai avrà già la fede al dito, sentirmi rispondere “ho sentito parlare di te, eravate così amiche”. Sarà un po’ come morire, mi andrà in gangrena il mignolo.

Chissà se gli hai mai dato dello stronzo, se l’hai tradito e quando ti ha detto “ti amo” la prima volta. Chissà dove ti porta a cena, se è bravo a letto e se quando ti guarda nuda tu ti senti bella. Quando ti ha chiesto di sposarti? Vorrei sapere che mobili hai scelto, non dirmi che ancora adori lo stile provenzale. Ti hanno mai bocciata all’università? E tuo padre col tempo è diventato più comprensivo?

Avrei voluto chiamarti una mattina di Marzo. Avevo già composto il tuo numero. È solo che non l’ho fatto. Se fossi tornata dal nulla ci sarebbe voluto del tempo per ritrovare il ritmo delle nostre risate, dei nostri silenzi, delle nostre parole. Il tempo di un caffè, forse. Poi mi sarei sentita costretta a richiamarti per altri dieci caffè perché non esiste la botta e via dei caffè tra amiche, o è un caffè serio o nulla. Ma lo sai, o forse non lo sai, temo le storie serie più del mostro di Loch Ness. Sono per gli inizi molto cauti, i famosi piedi di piombo ed invece con te avrei dovuto fare l’equivalente amichevole di una proposta di matrimonio. Non salti fuori dopo dieci anni per cinque minuti di bevanda amara, è scorretto. E così ho continuato a dormire sperando che quel piccolo angolino vuoto non mi avrebbe più fatta piangere.

E invece mi capita. Nelle mattine come queste, quando c’è aria di neve, io ti penso e quell’elettricità, ne sono sicura, è il tuo pensiero di rimando.

È un po’ come se vivessimo in due mondi paralleli lontanissimi tra loro, due mondi paralleli che si sono incrociati per così tanto tempo che nel mio mondo, nelle mie parole, ci sei tu. Se guardi bene puoi specchiarti. Se t’incontrassi adesso sarei muta, mi sono successe così tante cose in questi ultimi dieci anni che per riassumerle non saprei trovare nulla meglio del silenzio. Se t’incontrassi adesso te lo offrirei quel benedetto caffè, la casualità è senza impegno.

Sai, il mostro di Loch Ness secondo me esiste, dimmi tu se siamo più forti.

Hola, mi amor.

Ciao zia,

sono Paolo, ricordi? È da un po’ che non ti scrivo, dal primo anniversario della tua morte.

Ho scritto morte e non quelle espressioni orrende tipo “dipartita, scomparsa” che la gente usa per non dire la temutissima parolina con la emme. Morte.

Tu hai sempre amato la cruda verità, hai sempre odiato le persone che non hanno il coraggio di dirla. In generale hai sempre detestato le persone che non hanno coraggio e mi hai amato alla follia perché dicevi che invece io, di coraggio, ne avevo da vendere. Non so se avevi ragione.

Ricordo perfettamente la tua erre moscia, quel tuo sguardo così profondo che non se ne vedeva la fine. Ti ricordo così bene che potrei disegnare le tue unghie dei piedi ed è strano, sai, è strano perché non ci siamo visti che un paio di settimane. Vivevi dall’altra parte del mondo ma, da quando te ne sei andata, è un po’ come se avessi lasciato un monolocale nel mio cuore. Una casetta piccola senza muri divisori, uno spazio aperto e luminoso in cui, qualche volta, mi rifugio.

Ti scrivo perché sono triste e mi hai sempre detto che mettere nero su bianco il proprio dolore aiuta ad esorcizzarlo, che è come farlo uscire da noi stessi e guardarlo con occhi nuovi, un po’ come pensare ad una persona ed avercela davanti agli occhi. Una gran bella differenza. Così ti scrivo perché spero tu abbia ragione, l’hai sempre avuta.

Mi chiedo zia se quella ferita che ho al fondo della schiena si rimarginerà mai o se invece dovrei usarla come inesauribile fonte di riflessione. L’altro giorno, mentre pensavo che si fosse ormai cicatrizzata, ho stretto la mano ad uno sconosciuto ed è stato come se quest’uomo avesse preso un pugnale per lacerarmi quel punto esatto della schiena, per aprire una finestra del tempo e riportarmi a quei giorni bui. E mentre io viaggiavo il mio cervello era paralizzato, ho pianto dietro le ante di un armadio, ho pianto così tanto che quasi non riuscivo a respirare. Erano anni che non mi succedeva.

Mi dicevi sempre, zia bella, che il nostro corpo ci parla e che sta a noi imparare ad ascoltarlo. Ecco, ho imparato che quando mi succede qualcosa che mi ferisce nel profondo ho una scossa fortissima al braccio, una specie di fitta che parte dalla spalla ed arriva fino al pollice. Quando ho stretto la mano a quello sconosciuto la fitta è stata a tutte e due le braccia. Non ricordo il suo viso né tantomeno il suo nome. Di lui ricordo questa fitta fortissima e le mie lacrime come una diga senza argini. Sarà stato il caso, sarà che erano anni che avevo bisogno di piangere come un bambino quando gli muore il cane. Come se stringendomi la mano avesse tirato via il tappeto facendomi sparire dietro una nuvola di polvere.

Se stessimo parlando davanti ad un caffè come vecchi amici so che non mi chiederesti se ho una ragazza, so che mi guarderesti dritto nelle pupille e cercheresti di capire se sono innamorato. So che lì ti stupiresti d’intuire, perché tu intuisci molte cose, che non lo sono e allora poseresti la tazzina di caffè e mi chiederesti perché non sono innamorato, perché mi nascondo dietro castelli di carte. Ti direi che semplicemente non ho ancora incontrato la persona giusta, nessuna che mi smuova le viscere. Nessuna per cui abbia pianto davvero  anche se per pseudo amore ho pianto. Un uomo si sente vivo quando ama e se non lo fa si convince di essere innamorato per convincersi di essere vivo fino in fondo.  Così ho pianto per illudermi di sentire il mio cuore pulsare più forte. Tu rideresti così  forte da far ridere tutto il bar, è impossibile non essere felici quando tu sorridi. Poi torneresti seria con quel tuo sguardo severo e mi diresti che sono tutte scuse, che la persona giusta non cade come pioggia a primavera, che la persona giusta, cazzo, devi saperla accogliere.  Hai sempre amato dire le parolacce, ti facevano sentire più giovane.

A questo punto azzarderesti una delle tue metafore da donna con le palle, tireresti fuori il calcio. E zia, ammettilo, tu di calcio non ci hai mai capito niente. Mi diresti, ne sono certo, che sono come un ragazzo che sogna di giocare la Champions League ma che salta gli allenamenti, un uomo che sogna una cena al lume di candela ma si dimentica di apparecchiare la tavola. Perché la verità, mi diresti, è che tu non ti concedi d’innamorarti. Ti chiudi nel tuo guscio rifuggendo le persone, continueresti, non ti spogli delle tue paure perché senti freddo ma non ti accorgi che il freddo ce l’hai dentro. Non ti accorgi che nessuno bussa alla tua porta perché, semplicemente, le hai murate tutte. Mi sgrideresti perché, ovviamente, starei piangendo, perché saprei che hai ragione.

“Vuoi bere Barolo ma entri in birreria sapendo che non servono vino e ti lamenti che, cazzo, non hai bevuto ciò che volevi. E ci ritorni ogni sera, e ogni sera ti lamenti. E ogni sera sai che, in fondo, è colpa tua, che basterebbe cercare una vineria. Ma non sai che nome dare a quella forza invisibile che ti impedisce di avventurarti tra le vie del centro e che ti fa entrare, ogni sera, in quella birreria di periferia.”

Ecco zia, adesso la mia fantasia si ferma, non so come continueresti ed è per questo che ti scrivo, per chiederti di dare un nome, per chiederti un consiglio. Mi hai sempre detto di non avere fretta e ti giuro che ho imparato a non averne se non sulle cose importanti. Sai zia, mi sento galleggiare in un mare che non so nemmeno dove sia e vorrei che tu, nel più bello dei miei sogni, venissi a prenderlo questo caffè con me, fosse anche dall’altra parte del mondo. Mi mancano la tua voce, quella tua erre moscia e tutte quelle rughette che avevi intorno alle labbra. Mi mancano la tua aria così austera e quei tuoi abbracci caldi, il tuo orgoglio e la tua dolcezza. Mi manca comporre il tuo numero sul telefono e sentire il tuo “Hola mi amor” dall’altra parte del capo. Vienimi a trovare zia, offro io.

Paolo

Ps. Non sapendo l’indirizzo brucio questa lettera nel camino. Il calore sale così spero che le mie parole arrivino fin da te. Hola, mi amor.

Otto ore di ritardo.

Tutto è iniziato quando sei salita su quell’aereo.

Io qui, tu otto ore avanti.

Quando si sono chiuse le porte mi sono seduto accanto a una signora. Abbiamo pianto insieme. C’era suo figlio in volo con te, c’erano i nostri cuori sotto i vostri sedili. Quella donna mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto “da quando mio figlio ha iniziato a camminare non sono più stata in grado di raggiungerlo”. Chissà se l’hai conosciuto, si chiama Federico e studia chimica.

Le ho raccontato di te, della tua voglia di girare il mondo e di me che mi sento perso se faccio più del giro dell’isolato. Le ho raccontato che tu le radici le mangi a colazione, che io ho bisogno di sentirle sotto i piedi. Non ricordo che strada ho fatto per tornare a casa. Non ricordo quasi nulla del primo mese senza te.

Dicono che, comunque vada, siamo tutti sotto lo stesso cielo. Noi no, io vedo il tramonto mentre tu osservi il grande carro, io vedo l’alba mentre tu ti ripari dal Sole di mezzodì.

Vorrei sapere chi l’ha deciso che a Est sono avanti mentre ad Ovest si rimane sempre indietro. A nessuno è mai passato per la testa che forse l’alba a Pechino è quella che hanno visto a Chicago il giorno prima, che l’Australia dovrebbe festeggiare il capodanno dodici ore dopo Roma?

Quando guardo l’orologio chiudo gli occhi e m’immagino di cenare con te. Poi li riapro e finisco il mio cappuccino. Freddo.

Ho pensato ad una soluzione, Amore mio. Salirò su una mongolfiera e starò immobile a pochi metri da terra. Io starò immobile e la Terra girerà. Mi passerà sotto i piedi tutto il mondo e spero che uno squalo non mi mangi quando sarà il turno degli oceani. Atterrerò nel tuo giardino come panna montata sulla cioccolata calda di tua zia. Sarò soffice e bianco, più per i miei cali di pressione che altro. Un mio amico dice che non si può, che la gravità ostacola anche il corso naturale dell’amore. Non ti preoccupare, ho comprato le scarpe da corsa.

Salirò sui paralleli e correrò più veloce di un aereo, correrò fino a che la gente non si dimenticherà di Forrest Gump. Mi scoprirai al tuo fianco mentre camminerai in riva al mare, ti prenderò la mano mentre fisserai l’oceano cercando di scorgermi oltre l’orizzonte. Supererò i fusi orari come le righe delle piastrelle, arriverò e non saprò che ore saranno. Non avrò di certo avuto il tempo di spostare le lancette.

Mi sentirai soffiare sulla tua minestra mentre m’immagini raffreddare la mia tazza di tè francese, mi sentirai russare sul tuo cuscino mentre m’immagini chino a lavorare.

E se non trovassi il parallelo, mi dirai, se ti perdessi all’incrocio col primo meridiano? Non ci si può perdere nell’immaginazione, ti direi. E non c’è cosa più immaginaria del tempo, lo so bene.

Col senno di poi

Gentile utente,

ti ringraziamo per aver scaricato la nostra applicazione Col senno di poi.

Ti è mai capitato di pensare che, ad averlo saputo prima, ti saresti comportato in modo diverso? Che ad averlo saputo prima avresti cambiato marciapiede per non incontrarla o ti saresti seduto al suo tavolo sorridendole anziché nasconderti dietro il menù sgualcito di una pizzeria? Sei stufo di passare notti intere a piangere, di scambiare merde secche per l’amore della vita? Ti sei stufato di sentire una fredda lama trapassarti il cuore quando una donna sbatte la porta di casa portandosi via vestiti e serenità? Ne hai abbastanza dei due di picche, dei tradimenti, delle amicizie amorose e dei telefoni che squillano a vuoto? Sei stufo, soprattutto, di vederti passare la vita davanti mentre anneghi nelle tue lacrime urlando “ad averlo saputo prima” ?

Bene,  col senno di poi  è l’applicazione che fa per te.

Col senno di poi si basa sull’analisi del campo morfogeno dell’individuo dandoti la soluzione all’equazione con infinite variabili del “e se?”.

I limitatori biologici dell’individuo vengono superati da una semplice applicazione che squarcia la fessura di tempo cui siamo abituati. Non prevediamo il futuro perché non esiste futuro in col senno di poi. Tutto è qui, ora, sempre, da sempre e per sempre.

Immagina una videocassetta nel video registratore. Il film è già tutto sul nastro ma tu non puoi vederne che l’attimo in cui esso compare sul video. Col senno di poi, invece, sa già dirti se lei morirà o verrà salvata da un mago. Mentre tu fissi lo schermo, noi analizziamo la pellicola.

Mentre tu la fissi a bocca aperta, noi sappiamo già dirti se la troverai a letto con tuo cugino o se avrete dei figli biondi. Esatto, hai capito bene: dei figli biondi.

Noi prendiamo il libero arbitrio e lo sublimiamo. Abbiamo immaginato l’amore come un grande mercato in cui domanda ed offerta s’incontrano, in cui si dovrebbe aspirare alla concorrenza perfetta, alla possibilità per ogni individuo di raccogliere un numero d’informazioni tale da permettergli di operare la scelta secondo lui migliore. Abbiamo pensato che il mistero che tanto ci fa sorridere durante la prima parte di una storia sia la fonte maggiore di sofferenza quando essa finisce. Questo perché non siamo sufficientemente informati e quando c’innamoriamo è come se comprassimo un prodotto in una scatola nera da cui non capiamo né colore,  forma, odore, o funzione. Col senno di poi invece è il foglietto illustrativo di vantaggi e svantaggi del tuo nuovo amore, sta a te poi decidere se acquistarlo. Ti anticipiamo il finale del film dandoti la possibilità di premere play o di cambiare cassetta con una nuova consapevolezza.

Col senno di poi è il tuo “te l’avevo detto” a portata di touch screen.

L’applicazione è completamente gratuita e non dovrai inserire nomi né tanto meno segni zodiacali. Ti basterà pensare alla tua amata per una manciata di secondi e subito col senno di poi ti invierà un breve filmato sui momenti cruciali della vostra relazione.

Attraverso uno studio di fisica quantistica col senno di poi muove verso un perfetto mercato dell’amore in cui la sofferenza, vista come fallimento di mercato, viene sensibilmente ridotta lasciando spazio all’informazione, alla concorrenza perfetta della felicità.

Potrai scegliere tra un amore calmo e duraturo o breve e passionale, potrai scegliere quello che più desideri cosciente che col senno di poi, ovviamente, te l’aveva detto.

Col senno di poi, amore in-formato touch screen.

Un quadro bellissimo.

Mia madre mi diceva sempre di non fare promesse che non avrei potuto mantenere. Niente è più odioso di una promessa non mantenuta, nemmeno il caffè bruciato di prima mattina. Mia madre diceva anche che non importa se hai le dita dei piedi incrociate o se stai facendo le corna, una promessa è una promessa. Così, giuro, non avevo mai promesso nulla di impossibile prima.

Era il diciannove settembre quando lo conobbi. Avevo poco più di vent’anni, una camicetta verde e tutta la leggerezza di una studentessa fuori sede. Lui era bello, non saprei descriverlo meglio. Era bello e basta.

Mi offrì un gin fizz, poi un altro e altri ancora. Ci baciammo dopo poco più di un’ora e ancora ricordo la sua lingua umida nella mia bocca. Fu piacevole, mi pare.

Iniziammo a frequentarci. Era un pittore, mi raccontò che sua nonna da giovane era scappata dalla dittatura di qualche paese dell’Est. Non ricordo quale, in effetti quando parlava non riuscivo a seguirlo più di tanto ero ipnotizzata da quelle labbra carnose. Sembravano due petali di rosa scossi da un vento leggero.

Un giorno d’autunno mi preparò una pietanza a base di barbabietole, una vecchia ricetta di famiglia. Vomitai tutto dopo dieci minuti appena. Non bisognerebbe mai mangiare niente di viola. Sono nauseanti le cose viola.

La gente pensa sempre che la vita di un pittore sia piena di colori ma nessuno, mai nessuno, si chiede da dove vengano quei colori. Mica le comprano dal bottegaio le sfumature che dico io. I colori, quei colori, i pittori li prendono dalla gente che hanno intorno, rubano l’azzurro di uno sguardo, il bianco di un sorriso e il verde di un cuore puro. Rubano l’arcobaleno per lasciare un po’ di grigio qua e là.

È stato inevitabile, vedete bene. Nessuno stratega avrebbe trovato una soluzione migliore.

Un sabato mattina mi portò nella sua casa di montagna. Disse che voleva dipingere il mare a 2500 metri, che avrebbe fatto una copia esatta della sua idea di mare. Non mi sembrò più strano di quando dipinse un cavallo non sellato intitolandolo “perdere le staffe”. In fondo la montagna era una buona occasione per un piatto di polenta. Quella sera ci ubriacammo di vino rosso. Facemmo l’amore e bevemmo vino. Bevemmo vino e facemmo l’amore. Di nuovo il vino, di nuovo l’amore. Per sei ore. Quando ormai fuori era mattino mi strinse tra le sue braccia e mi chiese di stare con lui fino alla fine dei suoi giorni, fino alla morte. Se avevo passato sei ore intere a fare l’amore su una coperta di lana ruvida potevo di certo passare il resto della mia vita con lui. Saremmo rimasti accoccolati per sempre in quel tepore, ci saremmo ubriacati il lunedì e mangiato brodo caldo la domenica a pranzo. Avremmo dormito di giorno e lavorato di notte, avremmo vissuto liberi. Fu così che all’alba, in montagna, ci promettemmo amore eterno su una coperta di lana ruvida. Non ci fu nessun anello, la premeditazione è banale per i pittori.

Dovrebbero sempre passare almeno dodici ore tra un orgasmo e una promessa. Il piacere rende stupidi, inebetisce al punto che si perde la capacità d’intendere e di volere. Come si può decidere della propria vita pochi istanti dopo essersi abbandonati a quella scossa elettrica che paralizza il cervello fino a renderlo un puntino di luce bianca? Con quale cattiveria si può mai ricattare un’anima in preda al delirio sessuale più profondo? Nemmeno il diavolo ne sarebbe capace eppure il mio pittore mi chiese di restargli accanto e io, ancora scossa dal piacere, dissi sì con la stessa naturalezza di un respiro. (Risposi con la stessa incoscienza  con cui un bambino sorride alla mamma.)

Dodici ore dopo, mentre passeggiavo per le vie del paese, mi resi conto che non lo amavo. Ricordo ancora di aver provato una fitta allo stomaco, allora è vero che il corpo ci dà segnali chiari. Mi ricordai improvvisamente di quella sensazione di vuoto che da sempre avevo cercato di reprimere con estremo successo quando ero a fianco del mio pittore. Un po’ come se ogni sua pennellata avesse eroso un pezzettino piccolissimo di me, una cellula alla volta mentre io osservavo quei colori che diventavano parte della tela. Più colori dipingeva, più la vita ingrigiva. La verità è che mi ero messa in pausa, ero rimasta ferma a guardare il mondo come intrappolata in un quadro che io stessa avevo dipinto. E quei colori per quanto fossero bellissimi non erano reali, non erano me. In quel verde non scorreva clorofilla, solo un po’ di giallo e blu mescolati con maestria. Ma è possibile che l’amore finisca nel tempo di un battito di ciglia? È possibile addormentarsi sul cemento armato e risvegliarsi in un castello di carte?  Mi venne un conato di vomito, avevo ancora delle barbabietole in qualche angolo dell’intestino tenue.

Anche una biro prima di finire l’inchiostro scrive, diceva sempre la mia maestra. Anche una candela prima di spegnersi rischiara. Anche l’amore, prima di finire, fa battere il cuore. Ma una promessa è una promessa e non ci sono dita incrociate, corna od orgasmi che tengano.

Fu di lunedì sera che lo invitai a cena. Preparai una zuppa calda e uno stufato. Avevo pianificato tutto e niente, niente mi avrebbe fermata. C’è sempre una via d’uscita, anche da un vicolo cieco.

In due anni di relazione lui mi aveva portato via il colore, il sapore ed anche l’odore della libertà, della mia felicità. Mi trasformò in bianco e nero il giorno in cui mi fece un ritratto a colori, mi tolse il sapore quando vomitai la sua sbobba di barbabietole ed infine mi privò dell’odore della montagna chiedendomi in moglie a duemilacinquecento metri.

Fu per chiudere il cerchio che scelsi l’arsenico.

Inodore, incolore, insapore.

Brindammo al nostro futuro insieme e al suo quadro con un mare così blu da sembrare vero.

Quando cadde a terra io restai a fissarlo come una statua in una galleria d’arte. Tentò di urlare mentre si contorceva ma io ero ipnotizzata dalle sue labbra che ora appassivano lentamente come petali in autunno.

Avete mai visto la vita abbandonare un corpo? Sembra quasi di poter toccare l’anima mentre esce a fatica dagli occhi, dal naso, dalla bocca e dalle mani. Tutto trema come i cristalli durante il terremoto. Come un pesce che sbatte la coda al sole. E mentre il suo viso diventava sempre più pallido le mie gote si facevano più rosa, il mio naso sentiva di nuovo il profumo dell’aria fresca. Uno ci mette anni interi per imparare a vivere e la morte non dura che una manciata di secondi.  Un tremore che sembra quasi un orgasmo, l’ultimo.

Quando smise di muoversi mi stesi per terra accanto a lui, gli presi dolcemente la mano e gli sussurrai “fino all’ultimo respiro amore mio, una promessa è una promessa”.

Mi sentivo leggera, non avrei mai potuto disobbedire a mia madre.

Eravamo un quadro bellissimo.

Acquaragia

Era un ragazzino come tanti, figlio di operai, né alto né basso, né bello né brutto. Era biondo, certo, ma di quel biondo un po’ slavato che nemmeno esiste nelle tinte dei parrucchieri che nessuno si tingerebbe mai i capelli di quel colore. Lavorava come aiutante del fabbro dietro casa dopo la scuola e non brillava di certo nello studio. Era un ragazzino abitudinario, percorreva sempre la strada davanti al macellaio per tornare a casa. Tuttavia quel giorno sua madre gli chiese di comprare un po’ di pane fresco per pranzo, avevano ospiti. All’angolo girò a destra seguendo il profumo di focaccia appena sfornata.

Aveva circa diciassette anni quando la vide. È difficile credere all’amore a prima vista quando ti scarseggia il pane sulla tavola. È difficile credere nell’amore eterno quando i tuoi genitori non fanno altro che lanciarsi addosso sensi di colpa come fossero piatti di ceramica. Quel suo sorriso, tuttavia, gli fece dimenticare tutto. “Acquaragia” pensò, “il suo sorriso è acquaragia”. Non era una metafora molto romantica ma quel ragazzino non era di certo un poeta.

Accadde davanti all’università, lei indossava una lunga gonna blu, i capelli raccolti in una crocchia come voleva la moda, una camicia bianca leggera ed una cartella di cuoio scuro. Non notò di certo quel ragazzino magrino con gli occhi cerulei. Non notò di certo il suo sussulto quando la vide passare, non percepì quell’energia cosmica che dovrebbe essere l’amore. Gli passò accanto come se lui non esistesse tanto che lo urtò involontariamente con la sua cartella di cuoio scuro.  Lui guardò l’orologio della piazza, erano le dodici in punto. Si ricordò di quel vecchio al bar che un giorno, con l’alito di chi ha assaggiato più bottiglie che labbra, gli disse che l’amore era solo un invenzione, che l’unica anima gemella è quella che vedi riflessa nello specchio mentre ti fai la barba. Pensò che quel vecchio l’acquaragia non l’aveva mai provata.

Decise che il giorno dopo sarebbe tornato in quello stesso posto alla stessa ora, avrebbe preso un bel respiro e le avrebbe parlato. Sulla via del ritorno si sentì un po’ come sua cugina Caterina, quell’inguaribile romantica che lui tanto aveva preso in giro. Si impose di smettere di fischiettare, era un uomo e non poteva abbandonarsi a tali frivolezze.

Dimenticò il pane. Sua madre andò su tutte le furie e lo obbligò al digiuno.

L’indomani, dopo la scuola, si piantò davanti all’università alle dodici in punto. Aspettò la sua amata per venti minuti ma non vide nessuno. “forse è uscita prima, forse aveva la febbre” pensò, “tornerò domani”. Quasi non si accorse che arrivò la nebbia, che iniziò a nevicare, che calpestò una primula e si ustionò il naso col sole d’Agosto. Quasi non si accorse che le prime rughe iniziarono a solcargli le guance, che il biondo fece spazio al bianco, che la scuola l’aveva finita da un pezzo. Quasi non si accorse, perso com’era nella sua fantasia, che tutto si muoveva mentre lui restava incollato a quella panchina, tutti i giorni, dalle dodici alle dodici e trenta. C’è chi va a messa e c’è chi si siede aspettando il suo destino.

Era il quattro dicembre quando tutto cambiò. D’improvviso si ricordò che era il suo settantesimo compleanno e, forse per la prima timida neve, si sentì gelare il cuore. Aveva dimenticato la sua amata. Non si ricordava più il suo viso, il suo profumo, non si ricordava nemmeno più come si era sentito quell’unica, bellissima volta che si erano visti. Aveva stravolto la sua vita per amore e ora non si ricordava nemmeno più che gusto avesse quel sentimento. Si alzò di scatto ed entrò nel negozio sulla via centrale. Pagò, uscì e tornò a sedersi sulla panchina. Non poteva accettare di aver perso quella sensazione così dolce, così potente. Aprì la bottiglia e se la scolò tutta d’un fiato. Subito un calore si diffuse per tutto il corpo, si sentiva ardere finalmente come quella volta.

Acquaragia, ecco che sapore aveva. I colori, così come i ricordi, svanirono piano piano lasciando un candido bianco, luce pura che rischiara e conforta, proprio come quel sorriso.

Fu il quattro di Dicembre che il quartiere si strinse intorno al corpo rigido di quel vecchio pazzo a cui nessuno mai ebbe il coraggio di dire che l’Università era stata chiusa almeno vent’anni prima, a cui nessuno ebbe mai il coraggio di dire che l’acquaragia era più velenosa di un ricordo.