Riposa In Povertà.

E così te ne sei andata. Di te ricordo soprattutto la casa, ricordo che ero piccola e che dissi alla mamma “puzza di vecchio” prendendomi un bello scappellotto in pieno viso. Ricordo che eri bella, bella davvero, gli occhi color del mare e capelli d’argento.  Ricordo poco altro a dir la verità.

Hai chiuso la porta fingendo di non sentire il nostro bussare. Com’è che la ricchezza materiale a volte porta alla povertà di spirito? Com’è che un ricco conto in banca porta ad un tavolo vuoto a Natale? Che gusto c’è a poter chiamare tesoro non una persona ma solo degli zeri?  Com’è che a forza di possedere mattoni uno finisce per murare il cuore in una casa? E tu l’hai murato, l’hai messo in una cassaforte e hai dimenticato la combinazione.

Chi pensa che il mondo sia ladro non proverà mai il piacere di donare un sorriso. Chi vive pensando che il mondo voglia fregarlo altri non imbroglierà se non se stesso. Perché se per paura del male non si sperimenta mai il bene allora per che cosa si vive?

E mi dispiace, questo sì, che si arrivi in ritardo. Ad un appuntamento, ad una cena, a capire che l’amore del denaro se ne frega. Chissà se alla fine di tutto, mentre la vita ci scorre davanti agli occhi, comprendiamo i nostri errori, perdoniamo i nostri nemici, gioiamo delle piccole cose e ce ne andiamo via sereni sapendo che ci sarà un’altra occasione. Ed io spero che tu ce l’abbia quest’altra occasione, spero che tu possa avere un cuore così grande da non riuscire a farlo entrare in una stanza e spero che da qualche parte, nell’angolo più nascosto dei tuoi occhi blu, tu troverai finalmente il coraggio di dire Ti voglio bene.

Fai buon viaggio.

La fuga della follia

Fu di lunedì mattina che il mondo si rese conto che la follia era fuggita.
Negli ospedali psichiatrici i pazienti risolvevano problemi di logica mentre medici e infermieri si giravano i pollici. Gli ubriaconi si diedero al the verde e gli psichiatri furono messi in cassa integrazione.
Fu di lunedì mattina che i pazzi del paese tennero conferenze di filosofia morale, che tutti smisero di comprare biglietti last minute.  Le sorprese si estinsero e gli ingegneri diventarono capi di governo.
Ricordo che stavo sorseggiando il mio caffè quando decisi, d’un tratto, che il vino non l’avrei più bevuto. Andai in strada e vidi che nessuno indossava più il verde né il rosa. Nessuno aveva tacchi né profumo, le chiese erano diventate centri di ricerca di geometria euclidea.
La bellezza aveva ceduto il passo alla funzionalità e di Leonardo a scuola si studiava solo più la macchina volante.
Ricordo che tutti andammo al funerale dell’Amore solo per rispetto, come alle esequie di una persona incontrata per caso in un bar di provincia. Non ci furono strette di mano né lacrime, solo una lenta processione di cappotti grigi e calcolatrici.
Il fine settimana divenne lavorativo così come il capodanno, le perdite di tempo non erano funzionali e nessuno si domandava “funzionali a cosa?”. 
Gli atleti si allevano per le Olimpiadi di matematica, le maratone furono rimpiazzate da tornei di sudoku. La parola casualità venne messa fuori legge e i libri di narrativa riciclati per pubblicare ricerche sull’origine della forza centrifuga.
Nessuno più guardava i tramonti e i pittori divennero geometri e i poeti riempitori di moduli.
Fu di lunedì mattina, se non ricordo male, che mi svegliai di soprassalto da un brutto sogno, andai in piazza e presi la mano a una pazza. Piansi fino a non avere più lacrime e la ringraziai con tutto il cuore per quel pizzico di follia che portava nel mondo.
Fu di lunedì mattina che mi ubriacai di poesia, colore e bellezza. Ricordo che chiamai il mio capo dicendo che non sarei andata a lavoro perché non ne avevo voglia.
“Lei è folle” mi rispose, “Per fortuna, a volte sì” dissi io.

Un cappello alla guida

Questa che vado a raccontare è una storia vera anche se potrebbe sembrare una leggenda.  Questa che vado a raccontare è una storia in cui ognuno di noi, nessuno escluso, può ritrovarsi senza essersi mai perso.
I cattivi di questa storia sono molti e tutti simili. Vagano per le strade armati di rughe, cappello e una macchina targata Cuneo. I nostri cattivi pensano di essere buoni, di essere depositari della guida in sicurezza e dell’eterna giovinezza. Si mettono al volante con le lenti così spesse che qualche mala lingua sostiene siano antiproiettile. Escono di casa e il loro obiettivo agli occhi del mondo sembra essere uno solo: mettere alla prova l’altrui capacità di conquistarsi il paradiso.
Vien quasi da pensare che siano i black blocks delle parolacce, istigatori di scurrilità.
Procedono con calma senza mai oltrepassare i venti chilometri orari, sia mai che volasse il cappello per la velocità. Si fermano a semaforo verde, si buttano con non chalanche a semaforo rosso. Forse la vecchiaia stimola il daltonismo.
Fortunatamente sono una specie rara, o forse no. Contrariamente ai panda e alle tigri siberiane, gli anziani cuneesi col cappello sembrano essere numericamente superiori ai cinesi.
Il perchè vaghino in macchina costantemente e a qualsiasi ora del giorno rimane per la scienza un mistero nonostante stia dando buoni risultati una ricerca sul magnetismo triangolare rughe-coppola-cantiere.
Nella nostra storia, tuttavia, pur non essendo una favola esiste una morale. E quale sarà,  vi starete chiedendo, tale morale?
Forse che bisogna apprezzare la gratuità del corso di meditazione offerto mentre si trattengono le ingiurie verso i saggi cappelluti?
Forse che non tutti i cuneesi vengono per nuocere?
No. La realtà signori miei è che queste figure quasi mitologiche sono davvero mandate da Dio. E lo prova non solo il fatto che statisticamente sono arrivati alla loro tenera età nonostante la discutibile guida, non solo il fatto che la fuga di molti rapinatori si è conclusa mentre aspettavano che i nostri paladini parcheggiassero, ma anche il fatto che oggi, sì oggi, stremata da un’estenuante attesa io, voce narrante, ho ceduto alla tentazione diabolica delle ingiurie ed io, innocente vittima di un disegno divino forse troppo grande per essere compreso, dopo aver finalmente parcheggiato sono stata assaltata dal mitologico Piccione Defecatore.
Ed ecco dunque la morale: chiunque voi siate, ovunque vi troviate, dai cuneesi col cappello scampo non avrete: se male non direte attendere dovrete, se al clacson vi attaccherete  sul cappotto un escremento del Puccion Defecator vi troverete.

Arrivederci a chissà quando

È sera in un bar di montagna .
È pieno di gente pronta a fare festa.
Una ragazza entra un po’ sconsolata, si sa che a lei la confusione non fa impazzire.
Ordina il solito gin tonic poi esce per fumarsi una sigaretta.
Qualche tavolo più in là un ragazzo la segue, da quando l’ha vista entrare non è riuscito a staccarle gli occhi di dosso.
Le chiede da accendere e lei nota quello sguardo interessante, quell’aria misteriosa o solo trasandata che un po’ l’attrae.
Iniziano a parlare « vieni qui spesso ? »
Classiche conversazioni di cortesia che nascondono un desiderio crescente, reciproco.
Nemmeno si accorgono che il gin tonic è finito da mezz’ora, che di sigarette ne hanno già fumate tre e che la temperatura è parecchio sotto lo zero.
Continuano a parlare perdendosi nel loro microcosmo, nel loro gioco di sguardi e di gesti non fatti.
Nemmeno si accorgono che il bar sta chiudendo, che gli amici sono andati via salutandoli timidamente per non disturbare.
Ci sono quelle volte in cui incontri degli sconosciuti che sembra ci siano sempre stati, il pezzo perfetto di un puzzle che nemmeno sapevi di avere.
Non ci sono le basi per costruire nulla eppure è un castello in aria bello che fatto.
È emozione incontaminata, chimica mentale.
Questo pensa lei mentre osserva le mani di lui, il modo elegante in cui le muove mentre parla, il suono delle sue « esse », quel modo buffo in cui la scruta dopo che ha fatto una battuta quasi soffrisse nel non vederla ridere, nel non vederla felice.
Avrebbe voglia di togliergli i vestiti, assaggiare quella pelle morbida, scoprire di cosa sanno i suoi baci.
Avrebbe voglia di abbracciarlo, chiudere gli occhi e riaprirli al suo fianco chissà dove nel mondo.
Era da tanto che non le capitava, che non incotrava qualcuno che, con dolcezza e naturalezza, oltrepassasse la sua corazza in punta di piedi senza far rumore, senza fare male.
Si conoscevano da una o due o chissà quante ore, non se lo ricordava, il tempo stava volando.
« ti va se andiamo a fare due passi per scaldarci un po’ ? »
Quei momenti sembrano eterni con la neve che scrocchia sotto gli scarponcini, il vento calato e le stelle così vicine che quasi possono toccarle.
Hanno freddo, un freddo cane, ma fanno finta di non sentirlo per non salutarsi, per non mettere fine a quella sera.
Domani torneranno a casa, alle loro università che distano centinaia di chilometri, alla quotidianità.
Sanno che non c’è futuro ma non gli importa, non sempre è necessario vivere per il domani, si rischierebbe di perdersi il presente.
Si guardano, si piacciono.
Un timido bacio, casto.
Un’esplosione di emozioni, di colori.
Ora il tempo si blocca per davvero mentre le lingue esplorano timide.
Un bacio caldo, lento ma pieno di passione, di voglia di scoprisi e di coscienza che tutto è già finito.
Non è amaro, è dolcezza.
Non è rimpianto, è brivido dell’attimo che fugge.
È innocenza, istinto senza malizia mentre lui le accarezza i capelli, mentre lei gli sfiora la barba.
Passa il tempo e non han quasi più saliva, le labbra gonfie e un sorriso candido sui volti.
Sta albeggiando e tra le vette innevate si vede l’aurora.
Si prendono per mano, avanzano sereni e l’unica cosa che li ancora al terreno è la gravità.
Entrano in un bar, ordinano due cappuccini. Bevono in silenzio, non c’è bisogno di parole.
Un sorriso che racchiude discorsi di ore, uno sguardo che racconta emozioni.
Tornano in strada, si devono separare.
Con la serenità di essersi dati tutto e nulla, di aver condiviso qualcosa che non ha bisogno di essere definito, si salutano.
Scambiarsi i numeri sarebbe inutile, ci sono magie con la data di scadenza e questo non le rende nè più nè meno speciali di altre.
Sono solo diverse.
Sono quelle volte in cui sei la persona giusta al momento giusto ma questo, per definizione, non dura che un battito di ciglia.
Meglio conservare le sensazioni, quello che abbiamo imparato, che a volte il « non è per sempre » non ha nulla di negativo.
Un ultimo bacio, un sorriso nel cuore.
Un arrivederci a chissà quando.

Mittente sconosciuto

Dicono che ci siano persone nate con la camicia, io mi definisco nato col mezzo tight.
Figlio di grandi imprenditori, aspetto gradevole, animo gentile. Dicono che ci siano persone più fortunate di altre, ecco io sono sicuramente tra queste. Ho sempre portato il dovuto rispetto alla mia condizione di privilegiato, non ho mai evaso nemmeno un centesimo, mi sono laureato a pieni voti e ho uno splendido rapporto con i miei dipendenti.
Io e mia moglie siamo sposati da tredici anni ma siamo innamorati come due fidanzatini.
Non preoccuparti, mi rendo perfettamente conto di poter sembrare odioso, che mi va sempre tutto bene nella vita.
Il fatto è che io credo di aver trovato l’essenza stessa dell’esistenza, quel sentimento così potente da influire davvero sul corso degli eventi.
Sto parlando della speranza.
Io vivo per dare speranza agli altri, per aiutarli a riempire quel bicchiere mezzo vuoto, per farli passare dal “andrà tutto bene” al “va tutto bene”.
La fortuna mi ha dato così tanto che credo che l’unico modo per ripagarla sia donarla agli altri.
Sabato è San Valentino e io, confesso, non è che ci creda poi molto. Ritengo in realtà che sia una festa frustrante per quelle anime che ancora non hanno trovato nessuno con cui condividere amore, con cui sorridere anche nel silenzio. Perché sinceramente a me che sono innamorato pazzo non frega un fico secco del 14 febbraio ma è negli occhi delle persone sole che leggo una tristezza infinita, un senso d’invidia e a volte rabbia verso gli occhi di chi, invece, ha il lusso di poter guardare l’amore negli occhi. È per questa ragione che io e Penelope, mia moglie, abbiamo deciso di celebrare la festa degli innamorati regalando speranza a chi crede di avere solo polvere nel cuore.
Ho fatto una lista dei miei dipendenti, dei miei amici e di tutte le persone sole e senza speranza che conosco. Abbiamo comprato della carta da lettere, rose rosse e molti francobolli. Ci siamo seduti alla macchina da scrivere, il romanticismo prima di tutto. Abbiamo scritto circa cinquanta lettere d’amore tutte diverse, tutte da ammiratori segreti. È da un mese che ci lavoriamo. In ogni riga abbiamo inserito dettagli veri delle persone, il modo in cui giocano con il tovagliolo quando sono pensierose, come bevono il caffè o si godono la loro passeggiata al parco. Abbiamo scritto Dio solo sa quanto, roba che di notte sogno il rumore dei tasti e l’odore dell’inchiostro.
Abbiamo scritto per far sognare persone che ad occhi chiusi vedevano solo il buio. Abbiamo scritto per non farli piangere a San Valentino mentre in un bicchiere di vino annegavano le loro delusioni, i loro amori perduti.
È vero, hai ragione, non abbiamo dato loro un amante, non gli abbiamo presentato l’altra metà della mela.
Tutto ciò che abbiamo fatto, o che ci siamo prospettati di fare, è stato magnetizzare l’ago della loro bussola, far sì che quel pezzo di ferro tornasse ad indicare la destinazione ultima, il nord.
Perché pensiamo che solo chi sorride sia in grado di sorridere, che solo chi è sereno sia in grado di accogliere senza se e senza ma il proprio nord. Perché pensiamo, in fondo, che se è vero che San Valentino è la festa degli innamorati, allora tutti abbiamo il diritto sentirci amati, d’innamorarci di quelle parole scritte da un ammiratore segreto che forse non si presenterà mai, ma a cui noi riserviamo un sorriso gentile.
Tu pensa che bello varcare la soglia del tuo bar di fiducia e pensare che tra tutte le persone sedute a chiacchierare ci sia qualcuno che il 14 di Febbraio ti ha spedito dieci rose rosse e un po’ d’amore in bianco e nero. Tu pensa che bello star lì sorridente pensando a chi potrebbe essere il tuo ammiratore segreto e accorgerti, ad un certo punto, che non avevi mai alzato lo sguardo dalla tazzina e che magari, per davvero, qualcuno che ti sorride di rimando c’è.

Amami se hai il contratto

Mi chiamo Alberto, ho 34 anni e sono single. Ho passato metà della mia vita a cercare l’amore e l’altra metà a capire perché non l’abbia mai incontrato. Non che mi aspetti di sedermi accanto a Cupido in un bar, chiariamoci, diciamo che non ho mai incontrato nessuno da poter chiamare Amore.
È quasi San Valentino e, come ogni anno, pensavo l’avrei passato scopandomi una di cui non so nemmeno l’indirizzo o di cui non conosco la professione ammettendo di poter consumare a casa sua. Invece ho finalmente deciso che quest’anno io cercherò la donna della mia vita e la troverò. Mi sono spremuto le meningi e ho teorizzato l’amore.
Platone, gli androgini e tutti quei romanticoni da due lire possono andare a quel paese, io ho capito davvero cos’è l’amore in pratica, ora devo solo dimostrare la mia teoria.
Dopo attente selezioni delle mie potenziali compagne, ho finalmente trovato Lei: Cristina. Questa sera la porto a cena e sarà memorabile.
Ho messo il mio vestito migliore, il cappotto nero di cachemire e la mia camicia porta fortuna. Passo a prenderla alle otto, lei scende tre minuti dopo, il tempo di fare le scale. Ottimo, mi piacciono le donne che non si fanno aspettare, che sanno quello che vogliono e quando lo vogliono. Metto un po’ di musica jazz in macchina, se non ami il jazz non puoi amare me e Cristina, dopo pochi secondi, indovina il titolo della canzone. Perfetto.
A cena una tagliata appena scottata, un bicchiere di Barbera Superiore e parliamo di vita, di rapporti e di viaggi. È strano come gli stessi temi possano essere trattati con estenuante superficialità o disarmante profondità e lei, manco a dirlo, mi sbalordisce. È un vulcano incontenibile, idee originali e solide argomentazioni, una razionale fantasia che atterrirebbe un’amante inesperto.
Facciamo due passi, forse cento non ricordo. So che si avvicina il mio momento e non posso non sorridere. Torniamo in macchina, l’accompagno a casa.
Mi chiede con disinvoltura se ho voglia di un bicchiere di whiskey ma non c’è malizia nel suo tono né nel suo sguardo, è sincera e non avrebbe usato scuse se avesse voluto farmi salire solo per andare a letto insieme. Ci sediamo, due bicchieri e un po’ di Talisker. Lei mi sfiora dolcemente la mano, mi piazza le pupille nelle pupille e si avvicina, teneramente, per baciarmi. Mi lascio trasportare dal momento, è quasi sulle mie labbra e chiudo gli occhi, sospiro. Ci siamo quasi, mi sfiora la bocca ed è allora, solo allora, che io mi sposto bruscamente.
Mi guarda interrogativa e mi chiede scusa, che forse aveva frainteso ed invece… ed invece no Cristina, non hai frainteso nulla. È solo che voglio essere chiaro questa volta e tiro fuori dalla tasca del cappotto un foglio.

“è un contratto?” mi chiede lei e annuisco.

La mia teoria è che l’amore sia a tutti gli effetti un contratto. Due persone che vogliono la stessa cosa allo stesso momento, bisogna rispettare delle clausole e ci sono penali da pagare in caso di non rispetto delle stesse. Ovvio no?

Così ho fatto questa bozza di contratto, nei vari paragrafi troverai cosa cerco e cosa offro. Per chiarezza, te lo leggerò e spiegherò personalmente.

La durata della relazione è variabile influendo su di essa, a diverso titolo, i paragrafi successivi.

Cerco una persona che sappia tenermi testa, che sappia abbracciarmi quando ne ho bisogno e mandarmi a stendere se sbaglio. Cerco una persona che mi aiuti a crescere, che mi guardi negli occhi e mi dica che mi ama o che sono un coglione a seconda delle circostanze. Cerco qualcuno che mi stimoli non solo sotto le lenzuola, una persona che sia maestro e allievo contemporaneamente. Una donna che mi parli di Pasolini e della D’Urso con la stessa passione, che sappia dunque affrontare il peso della cultura e la leggerezza del divertissement. Qualcuno che non abbia timore di amarmi non-ostante tutto, nonostante i picchi di felicità e tristezza che l’amore regala. Cerco, in breve, qualcuno che abbia il coraggio di salire con me sulle montagne russe che insieme costruiremo.

Il secondo paragrafo illustra l’offerta, cioè chi sono io.

Maniaco dell’ordine, ossessionato dal divanismo cronico ma ben disposto a prendere aria fresca. Arrogante, cinico, estremamente tenero se guardi bene sotto la barba. Insicuro fin dalla culla, maschero con l’ironia. Amante della buona cucina, disertore di fast food. Viaggio molto, soprattutto con la fantasia. Metodico, rigoroso e a volte noioso, pessimo venditore di me stesso. Ossessionato dalla bellezza, quella interiore in primis.  Estremamente selettivo nei rapporti umani ma chi mi conquista ha il mio cuore per intero. Adulatore segreto di frasi banali, niente è più vero della banalità. Ho sempre amato per colmare mancanze, ora cerco amore per donare abbondanza.

Data e firma.

Ecco qui, niente di speciale. Rimane una parte in bianco da compilare con l’offerta del contraente, con i tratti della personalità di Cristina.

Lei mi guarda con gli occhi sbarrati poi inizia a ridere, ride come una pazza e cade addirittura dalla sedia lamentando crampi agli addominali. Per quanto io mi sforzi e sia cosciente del fatto che dovrei ridere con lei, non ci vedo niente di ironico nella questione. Ho messo nero su bianco l’amore, non mi sembra una cosa folle. Voglio dire ho trovato il modo per andare oltre millenni di fraintendimenti, oltre le seghe mentali da flirt, oltre quelle brutte sorprese che proprio non ti aspettavi, i fulmini a ciel sereno che t’inceneriscono, tanto per chiarire.

Si rialza, si schiarisce la voce e si siede di fronte a me. Sguardo serio, porta i capelli dietro le orecchie e le sue mani quasi sembra stiano disegnando nell’aria.

“Trovo sia una stronzata, semplicemente una stronzata epocale Alberto. Come puoi pensare di racchiudere in poche righe ciò che forse non trova abbastanza spazio nemmeno nell’intero universo? Come puoi descriverti in meno di dieci righe quando nemmeno dopo anni di psicologo puoi affermare di conoscere davvero te stesso? Da avvocato ti risponderei che non firmo per assoluta incertezza del contenuto, da filosofo non firmerei perché è la logica a mancarti. Se fossi una psichiatra ti diagnosticherei senza dubbio qualche disturbo della personalità e ti drogherei con massicce quantità di psicofarmaci. Ma non sono niente di tutto questo, non mentre siedo davanti a te. Mi hai sorpresa Alberto, come nessuno aveva mai fatto prima. Mi hai scossa dal profondo e non so dirti se in bene o in male, so che voglio scoprirlo. Perché forse non incontrerò mai nessun altro nella vita tanto folle da pensare di poter redigere un contratto d’amore e allo stesso tempo tanto coraggioso da sottopormelo per davvero. Io firmo, Alberto, ma sia ben chiaro che non firmo per nessuna delle lettere nere che hai stampato, per nessuna delle parole che hai scritto. Io firmo, Alberto, per tutto il bianco che ti sei tenuto dentro.”

Ci vediamo all’arrivo.

A volte ci poniamo obiettivi che sappiamo di non poter raggiungere, non nei tempi che abbiamo stabilito. A volte pensiamo di poter correre alle olimpiadi saltando l’allenamento perché tanto siamo forti e mica siamo come tutti gli altri che devono sudare per conquistare il traguardo. No, noi pretendiamo di vincere, di non allenarci e di arrivare alla fine con i capelli perfettamente in piega.  Ed il vero problema è che quando ci rendiamo conto che non si può correre la maratona senza aver mai fatto più di due passi di corsa, allora lì ci diamo la colpa del fatto che siamo inetti, che deludiamo innanzitutto noi stessi e ci vergogniamo dei nostri fallimenti.

Ma la verità è forse che il vero errore è il nostro metro di giudizio, troppo lasso sui mezzi e troppo rigido sul fine.

Non siamo supereroi né cretini.

Siamo persone normali ed è questo a farci incazzare, il fatto che non è solo pensando di voler vincere che si vince ma è buttandoci anima e corpo.  E non è facendo la vittima dopo una sconfitta che inizieremo a correre. È facendo un passo alla volta, poi due, poi tre, poi quarantadue chilometri senza mai fermarsi.

Ammettiamolo, tutti speriamo sempre e costantemente nella buona vecchia botta di culo, ma non è quello a soddisfarci fino in fondo. Non è dal caso che si origina il merito ed è solo dal merito, io credo, che si origina la gioia più sincera. Perché quando è solo fortuna ci ridi su, quando te lo sei guadagnato sorridi sereno.

No, lo giuro io non voglio dare lezioni a nessuno, parlo a me stessa ma se uso il “noi” è più facile essere sincera, scavare a fondo e non aver paura di ammettere che sì, ho sbagliato. Perché è ovvio che sia io quella della maratona e sono sempre io quella che dopo il giro del parco ha bisogno di sei bombole d’ossigeno. Per ora.

E può essere che sia una doccia gelata a fartene rendere conto e questo dettaglio, l’acqua fredda, non è metaforico.

Può essere che tu ti senta crollare il mondo addosso e le spalle deboli, troppo deboli per sopportare il peso di una lacrima.

Perché forse anche i supereroi, le persone normali e le macchine da guerra sbagliano, piangono.

E forse anche i supereroi, le persone normali e le macchine da guerra sanno asciugarsi le lacrime ed iniziare a correre per davvero.

Ci vediamo all’arrivo, i capelli disastrosi, la maglia zuppa di sudore e una paralisi sul viso che assomiglia a un sorriso.

La peperonata del compromesso

Forse si diventa grandi quando s’impara a chiudere dolcemente le porte, quando si scende ai primi compromessi, quando impari che “tutto e subito” è solo per i capricciosi. Nasci con l’idea che a compromessi tu non ci scenderai mai, che i tuoi ideali e i tuoi sogni non hanno sfumature, solo bianco o nero.  Poi scopri il grigio e ne diventi dipendente.

Scopri che uscire sbattendo la porta fa molto rumore ma chiude le menti dietro infantili ottusità, non lascia spazio al grigio. E invece accompagnando gentilmente la porta puoi vedere come la luce si mischi alle tenebre, come il freddo e il caldo intiepidiscano, come impari a stare in equilibrio sulla fune.

Crescere significa anche saper incassare aspettando il momento giusto, spegnere il fuoco della rabbia cieca semplicemente aprendo gli occhi.

Crescere significa sapersi assumere le responsabilità dei propri errori e capire che a volte le proprie ragioni vanno fatte valere con i fatti perché valgono più di tante belle, o brutte, parole.

Crescere significa stringere i denti davanti alle difficoltà pur di non cedere perché non puoi cedere. Perché ce la puoi fare e lo sai, caccia in gola la paura e tira fuori gli attributi.

Ho sempre pensato che io a compromessi non ci sarei mai scesa,  che la vendetta è indispensabile per mettersi il cuore in pace perché a me sbattere le porte è sempre piaciuto un sacco.

Ma solo gli stolti non cambiano idea, dicono così.

Solo gli stolti non sanno trovare un punto d’incontro, un punto d’equilibrio.

E ho capito che in realtà la vendetta è dei deboli, è di chi non sa dimostrare a sé stesso di essere forte e si appoggia a parole velenose, a gesti rancorosi pur di togliere il male da dentro di sé per gettarlo sull’altro. E dopo che ti vendichi stai lì, assetato di un gesto di risposta perché la vendetta non basta a se stessa, la vendetta vuole vendetta e nessuno, nessuno ne esce vincitore.

Ma io credo si vinca con se stessi e mai contro gli altri, perché la soddisfazione te la dai da solo quando puoi permetterti di guardarti allo specchio col cuore in pace e il sorriso sul volto perché ce l’hai fatta e l’hai dimostrato all’unica persona che conta: Tu.  Perché in fondo quando sbatti quella porta il rumore t’infastidisce, ed è solo accompagnandola che ti senti leggero.   Ed il mio è uno sfogo bello e buono, lo so. Ma sto imparando ad aprire gli occhi per mettere a tacere la rabbia, a rimpiazzare la paura con la tenacia. Vorrei dire tante belle cose, tipo che devi porgere l’altra guancia ed onorare la madre e il padre ma non sono una moralizzatrice né tanto meno un prete di campagna. Sono solo una ragazzina che sta imparando a digerire i compromessi meglio della peperonata domenicale.

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Ed è già passato un anno.

No, non mi sembra ieri che ho pubblicato il primo articolo, mi sembra sia passato molto più tempo. Non saprei dire quanto, solo molto di più.

Postai “il coraggio di fallire” alle tre di notte per non rimanere delusa scoprendo che nessuno l’aveva letto. Mi svegliai l’indomani con tanti messaggi di complimenti, con molti auguri per l’inizio di qualcosa di nuovo. Rimasi senza parole, avevo dato voce ai miei pensieri ed erano piaciuti.

Scoppiai a ridere, fortissimo. Una risata liberatoria, di quelle che lasciano andare le paure, i timori.

Una sensazione stranissima e bellissima.

Ho imparato a raccontarmi perché in fondo, io credo, tutti abbiamo le stesse paure.

Ho scritto della mia malattia perché volevo abbattere un mio tabù, perché nel bene e nel male è sempre con me.

Ho scritto di storie che non ho vissuto per provare a capire le persone, perché amo interpretare le persone.

Ho inventato di sana pianta per mettere alla prova la mia fantasia.

Non ricomincerei.

Non ricomincerei perché per ricominciare si deve tornare indietro ed invece io voglio andare avanti, lettera dopo lettera, articolo dopo articolo e vedere dove disegnerò la mia strada.

Si perché io mica ci credo a quelle favolette della storia già scritta, del percorso già tracciato. Io vado in giro con un aratro e solco il mio sentiero, bivi compresi.

Mi costruisco anche le trappole in cui, puntualmente, cado.  E quando succede faccio due cose: la prima è ripetermi fino alla nausea una della battute finali de Il cavaliere oscuro, “perché lui può sopportarlo”; la seconda è scrivere.  E mentre scrivo rifletto, analizzo, cambio idea.

Mediamente ogni articolo ha almeno tre inizi differenti. Il primo fa schifo, è freddo. Il secondo non è male ma gli manca qualcosa, non pulsa. Il terzo arriva fino all’ultimo punto ed infatti è pieno di errori, di virgole omesse e parole ripetute.  Ed è questo a piacermi, l’imperfezione.  Niente dà più ispirazione dell’imperfezione.

Chi si fermerebbe mai a pensare davanti ad un muro completamente bianco, pulito, assolutamente perfetto? Nessuno. Ma tu metti un puntino nero, anche piccolissimo, in quel muro e tutti si chiederanno il perché, tutti inizieranno a pensare come sarebbe se non ci fosse, o se ce ne fossero altri. Perché la perfezione è un cerchio chiuso in cui non ci sono spiragli, una figura che basta a se stessa.  L’imperfezione invece ti costringe a trovare un modo per chiudere il cerchio.

Ed io il mio cerchio pensavo di averlo chiuso già da tempo, pensavo che avrei passato la vita in tribunale lottando per la giustizia. Invece mi sono ritrovata con un biglietto di sola andata per Parigi, un computer con i tasti consumati, un minestrone in testa che potrei vendere la ricetta alla Findus.

Così adesso, dopo appena un anno, vago col mio aratro cercando il vento, fiutando paesi che non pensavo esistessero sulla mappa del mio percorso.

Così adesso, dopo appena un anno, sto imparando cosa davvero significhi il coraggio di fallire, cosa significhi prendere un treno senza conoscere la destinazione ma, soprattutto, sto imparando che tra vent’anni  a quella telefonata proprio non so come risponderò.