Cinema metropolitano

Parigi, linea 10 fermata Cardinal Lemoine.

Non è molto affollato il vagone : una coppia di colore che sembra uscita da un video di Snoop Dogg limona durissimo in fondo a destra, un rabbino legge un testo religioso forse per esorcizzare la carica sessuale dei due amanti, una mamma col passeggino cerca di calmare quella belva di suo figlio che di stare zitto proprio non ne vuole sapere, due ragazze coi nasi all’insù parlano di un loro compagno di classe di cui sono entrambe perdutamente innamorate ma che ovviamente non ne ricambia neanche una.

Siamo tutti apparentemente immersi nel nostro mondo e ciò che vorremmo è semplicemente arrivare il prima possibile a destinazione.

Mentre continuo a guardare nervosamente e quasi in modo ossessivo l’orologio dando la colpa del mio ritardo ai trasporti pubblici, un francese tutto sorridente sale e si lascia più o meno dolcemente cadere su uno dei tanti sedili vuoti.

Lo guardo di sfuggita assorta come sono dalla mia ansia di non arrivare in tempo.

Non sembra avere nulla di particolare: una giacca marrone, dei jeans anonimi, capelli normali, né alto né basso, né bello né brutto (si ok era bruttino ma ci tenevo ad essere delicata). Si guarda intorno e sorride, apre la sua tracolla e tira fuori una scatola di pop corn. Mi strofino gli occhi incredula e ora ne sono certa, quelli sono pop corn caramellati. Si sistema come al cinema e inizia a sgranocchiarli osservando noi, i suoi casuali compagni di viaggio. Di un solo misero viaggio in metro.

« o è pazzo o è un fan sfegatato di Bukowski » penso.

« la gente è il più grande spettacolo al mondo. E non si paga il biglietto », quando si dice prendere una frase alla lettera.

Il rabbino sembra non notare nulla mentre a me viene da ridere e da saltare in piedi sui seggiolini urlando “oddio ma quest’uomo è un genio, un genio dio mio”. Forse lo è inconsapevolmente ma non ha alcuna importanza.

Mi guarda incuriosito mentre io mi immergo goffamente nella borsa, manco avessi l’Oceano Indiano a tracolla, in cerca di carta e penna per annotare questa stranezza.

« non capita tutti i giorni di vedere uno che mangia i pop corn in metro e che osserva gli altri in cerca chissà poi di cosa », « non capita tutti i giorni di vedere una ragazza che ride di gusto da sola frugando, con tanto di testa dentro, nel caos della sua borsa » sembriamo dirci mentre furtivamente ci guardiamo in silenzio. Finalmente trovo uno scontrino ed una matita e inizio a scrivere “bukowsi, metro, brutto, limone duro, rabbino, pop corn, pop corn in metro, mangiare pop corn in metro, mangiare pop corn in metro studiando i passeggeri”. Per fortuna per il mio conto in banca è solo la ricevuta di un caffè dunque finisco subito lo spazio. Continuiamo a guardarci cercando di capire se è lui o sono io quella stramba e le nostre risposte non sembrano coincidere.

Scendo dopo poche fermate, non prima di avergli sorriso : siamo stati per alcuni minuti i reciproci protagonisti dei nostri spettacoli anche se, caro Charles, devo darti torto.

Il biglietto, nonostante fosse quello della metro, l’ho pagato eccome.

Elogio del dentifricio

In qualsiasi viaggio tra amici che si rispetti lui c’è sempre : quello col dentifricio.

Uomo previdente e dalle mille risorse, è lui che salva l’imbarazzante momento in cui tutti girovagano con uno spazzolino elemosinando non si sa bene cosa.

La mamma del gruppo, il vecchio saggio del villaggio, un uomo che sa girare il mondo o forse semplicemente un maniaco dell’ordine.

Ce lo portiamo dietro solo per questa sua essenziale funzione ?

Tutti con grandi sogni, grandi aspettative, grandi viaggi alla scoperta di noi stessi pensando di essere i nuovi Buddha e poi ci dimentichiamo puntualmente il dentifricio a casa.

Non che Buddha lo usasse, ben inteso, ma è come partire senza la voglia di lavare via il vecchio per lasciare spazio al nuovo.

Un po’ come non leggere il primo capitolo del libro di testo : pensi sempre che non ti tornerà utile fino a quando il professore, indeciso sul voto, ti chiede esattamente la terza riga del quarto paragrafo del manuale e tu ti rendi conto di essere un cretino. Come hai fatto a non pensarci ? Era una cosa così semplice, così banale, così « tanto non me lo chiederà mai », « tanto il dentifricio lo portano già gli altri » e invece scopri che ragioniamo tutti allo stesso modo e rimani fregato da quei piccoli dettagli che fanno la differenza.

Non c’è la mamma come qualche anno fa che ti piega i vestiti, ci sei solo tu e il tuo beauty case, tu e le tue responsabilità.

Mutande prese, calzini pure, quel vestito non posso non portarlo, ma questa maglia ci sta troppo bene con questi pantaloni, il mascara waterproof che non si sa mai, la canottiera che metti faccia freddo, le aspirine che io lo so già che mi sveglio col cerchio alla testa domenica mattina, un costume da bagno, la macchina fotografica, la moleskine per annotare curiosità, l’ipod per isolarsi dal mondo al tramonto, soldi per le birre. E il dentifricio ? Ma che ha fatto di male per essere abbandonato in bagno e attendervi fedele al ritorno come un labrador ? Molto bene uscire tutta truccata e ben vestita la sera ma, tesoro mio, se c’hai la fiatella non farai molta strada.

Non si può partire senza la voglia di fare un viaggio, senza essere pronti a farlo.

Se credi di voler scoprire il mondo allora conta su te stessa e non c’è nulla di filosofico, non devi fare l’eremita o quella super-indipendente-super-tutto che se vuole una mano la trova al fondo del suo braccio, no. Dico solo che devi farti da mamma, pensare ai tuoi bisogni e cercare di soddisfarli senza sperare in qualche povero cristo con un tubetto di mentadent sempre pronto, qualcuno che ti trascini in giro mentre tu passiva lasci che tutto ti scorra attorno.

Se fossi in Irene Grandi riscriverei una delle sue canzoni: prima di partire per un lungo viaggio, porta con te lo spazzolino e il dentifricio.

In orario per nulla

Parigi, place du Trocaderò.

Una ragazza si siede ad un tavolino al sole, si accende una Marlboro light.

Il cameriere le chiede cosa desidera e lei, prima di ordinare una coca cola zero, si toglie gli occhiali : le piace guardare la gente nelle pupille senza filtro alcuno.

Sorride senza motivo, sembra aspettare una persona: una sua amica o il fidanzato di una vita.

Non guardarla è impossibile bella com’è, i lunghi capelli castani che incorniciano quel viso dolcemente sensuale, quegli occhi che hanno molto da raccontare. Sembra sicura di sè dentro il suo vestito nero che le dona un’eleganza senza tempo. Si accorge di me ma non sembra infastidita, mi sorride e mi dice « bonjour » anche se non ci siamo mai viste prima, ha una dolcezza che mi sorprende e mi avvolge.

C’è un momento, un istante brevissimo, proprio mentre si sta voltando in cui noto qualcosa, un luccichio nell’angolo sinistro dei suoi occhioni verdi.

Ci leggo sofferenza, un’infanzia un po’ particolare certo, di quelle che ti segnano e che, a giudicare dal suo sorriso, lei ha vinto senza nemmeno rendersi conto fino in fondo delle difficoltà.

Non sempre la leggerezza è negativa, a volte serve a mantenerci in alto senza farci affondare.

Le chiedo da accendere, mi risponde « ci siamo già viste ? » e io non so che dirle.

In un attimo ci troviamo allo stesso tavolo, le racconto la mia vita e non so nemmeno il perchè, lei mi ascolta cercando di guardarmi dentro, vuole captare ogni emozione e annuisce dolcemente.

Non m’interrompe mai e rimane concentrata, dopo un tempo che non saprei definire mi zittisco, è il suo turno.

Mi parla di suo padre e lo sguardo inizia a brillarle sognante, mi dice che è lontano ma, ben inteso, solo fisicamente. Dice che è la sua guida che le indica il cammino senza forzarla nel seguirlo, una fonte di amore incondizionato.

È molto legata alla famiglia, mi parla per un’ora dei suoi fratelli, cugini, zii senza mai smettere di sorridere.

Rompo la magia e le chiedo di sua madre, lei mi guarda con un velo di tristezza che cerca subito di nascondere e mi dice « è molto bella Parigi vero ? ». Annuisco cercando un modo delicato per scusarmi, è sempre brutto porre involontariamente domande scomode.

Ha un fidanzato, ne ha avuti molti in realtà, ed è innamorata dell’amore. Mi dice che non capisce chi ha paura di lasciarsi andare, che le ferite passano mentre il bene resta, che per quante lacrime versi un abbraccio dato con amore ti farà sempre tornare il sorriso.

La osservo stranita, sono troppo cinica per lasciarmi incantare e lei mi guarda interrogativa, mi chiede da dove nasca tutta questa paura.

Uno ci mette anni per costruire il suo bel muro di tempi comici, sarcasmo stuccato con un po’ di cinismo e infine una bella mano di autoironia per poi sentirsi dire in pochi secondi da una sconosciuta francese « dimmi da dove ti nasce tutta questa paura» ? Pensavo di essere al tavolo con una mia coetanea non con Maga Magò. Lei ride divertita, mi dice che sono pazza ma a me quella fuori dal comune sembra lei. Non ha filtri, sa aprirti il cuore e fa quello che pensa.

Le piace spendere e non se ne vergogna, le piace viziare gli altri ma arrossisce se le fai un regalo, ama amare e si butta senza reti di sicurezza, ha un viso dolcissimo ma quando decide non cambia facilmente idea. Dice di non sapere cosa le riserverà il futuro ma che ha ben presente con chi vuole guardare avanti.

Da come mi parla si vede che è caduta tante volte ma le sue ginocchia sono morbide come quelle di un bambino. Si trucca molto ma è chiaro che è una di quelle persone che al mattino appena sveglie sono belle come sul red carpet.

Sorride e mi dice « che hai da guardarmi così ? » e stiamo un minuto in silenzio.

Rispondo che non ci eravamo mai viste forse, ma che di sicuro ora voglio rivederla, che è la prima volta che incontro una persona come lei nella mia vita.

Voglio dire vi è mai successo di trovare qualcuno che riesce ad avere la forza di spostare il Vesuvio a mani nude come se stesse bevendo un bicchiere d’acqua, qualcuno che vi ascolterebbe per ore parlare di nulla solo per avervi accanto, qualcuno che dà tutto senza davvero aspettarsi nulla in cambio, qualcuno che non ha paura di ascoltare il suo cuore e che, pur amando senza freni, riesce a non farsi intimorire dalle delusioni ?

Torno a casa quando già fa buio e rido da sola mentre scrivo al computer, l’ho vista una volta soltanto e già sta facendo vacillare il mio cinismo.

Non stava aspettando nessuno e nemmeno io, ma siamo arrivate perfettamente in tempo al nostro appuntamento.

Ho perso un treno ma sono ancora viva

Mia nonna mi ha sempre detto che se un treno è perso, è perso per sempre.

Ecco perchè il giorno in cui ho visto il mio partire mentre correvo disperata sul binario mi sono sentita morire.

“Starò a Milano Centrale per il resto dei miei giorni” pensavo “non ci sarà mai più un regionale come quello che dovevo e volevo prendere io”.

Mia nonna aveva ragione: i treni passano una volta sola e non ti aspettano, non come il postino.

Ad un certo punto un signore distinto in giacca e cravatta mi chiese se andava tutto bene e perchè stessi piangendo. Gli spiegai quello che credevo fosse un fatto gravissimo e lui, ridendo, mi disse “signorina ma per Torino c’è un treno ogni sessanta minuti e anche meno. Poi guardi che sono tutti uguali se non più belli e veloci di quello che ha perso”.

Avevo sedici anni ed era una delle prime volte che viaggiavo da sola, mi sentivo smarrita perchè ero abituata ad essere sempre in anticipo per tutto, anche quando non ce n’era bisogno. Avevo paura di perdere qualcosa che credevo prezioso ed irripetibile ma non mi ero mai resa conto che molte cose, in primis i treni, passano e se anche ne perdi uno c’è sempre quello dopo.

Non che ora io voglia mettermi a fare metafore azzardate, forzate e sdolcinate sulla vita, al contrario il mio è un grido contro i falsi insegnamenti delle nonne, contro la filosofia da mercato delle pulci.

Per esempio la gallina vecchia non fa buon brodo, al massimo fa milf.

Poi basta, basta e ancora basta con questa storia delle minestre riscaldate che non vanno bene, se fosse vero ci sarebbero generazioni di studenti fuori sede in preda a coliche e altri problemi intestinali.

E quella faccenda del chiudere una porta per aprire un portone? Certo è assolutamente vera, ma solo se stai uscendo di casa.

Io non lo so che m’è preso quel giorno sta di fatto che ero veramente arrabbiata: ora è mai possibile creare immagini così potenti nelle menti di poveri ragazzi innocenti se poi esse non corrispondo a verità? È tanto difficile dire “non rimetterti con quel cretino, l’hai già frequentato ed è andata male una volta, non c’è motivo di risbagliare” anziché obbligarmi indirettamente a trangugiarmi due piatti di minestra perchè mangiarne uno il giorno dopo sarebbe un sacrilegio?

La vita grazie a Dio (nonna sarebbe molto fiera di questo ringraziamento) non è un treno o una minestra o un arrosto con o senza fumo, non è una botte di vino né tanto meno un dilemma tra uova e galline dunque che senso ha banalizzarla con queste frasette da Platone di Settimo Torinese? Sarebbe come tentare di imbottigliare l’Atlantico, una cosa folle e priva di significato alcuno.

E dunque cara nonna io confesso:

perdo treni che è un piacere, adoro l’adrenalina della corsa all’ultimo minuto. Mangio con sommo piacere la vellutata di zucca del giorno prima e, ti dirò, se la lasci riposare una notte prende ancora più gusto. Scelgo sempre il vino nella botte grande ma solo perchè ce n’è di più. Preferisco la gallina all’uovo. Non prendo pesci neanche da sveglia quindi posso dormire un’ora in più al mattino. L’oro preferisco averlo al collo che in bocca. Esiste il fumo anche senza arrosto, dovresti saperlo visto che ami tanto l’Olanda.

Solo una cosa non posso contestarti, una verità assoluta: fioca mnu fioca fin al cu (nevica fine nevica fino al culo).

Ora devo andare, mi aspettano per tarallucci e vino.

Mi è piombato addosso l’amore

Ho sempre pensato che sarebbe arrivato, che prima o poi sarei uscita di casa e avrei trovato Lui su un’alfetta rossa che di cavalli ne ha ben più d’uno.

Ero certa che saremmo andati a cena in un ristorante con terrazza a picco sul mare : un locale intimo, non più di dieci tavoli .

Sapevo che ci saremmo ubriacati di risate e vino bianco mangiando del buon pesce, per dessert un sorbetto limone e vodka.

Immaginavo di passeggiare sulla sabbia a piedi nudi mano nella mano con un vestito di seta e la testa leggera.

Sostanzialmente la versione alcolista di una principessa Disney e dire che io odio le principesse.

Non è colpa mia, solo che quei “principe azzurro” e “vissero felici e contenti” a forza di sentirli ti s’incastrano nella mente e farli uscire risulta più difficile che montare un mobile ikea senza istruzioni.

Comunque non vi preoccupate, oggi ho capito che l’amore arriva quando meno te lo aspetti e ti fa davvero girare la testa.

Com’è successo ?

All’improvviso, un attimo prima non c’era e l’attimo dopo si : è stato un colpo anche se non propriamente di fulmine, direi un colpo e basta.

Non era una giornata buia e tempestosa nè particolarmente soleggiata e allegra, non stavo parlando con gli scoiattoli del parco nè ero in contemplazione della natura e dei misteri della vita ; era una mattina assolutamente normale e stavo tornando a casa con le borse del supermercato pregando divinità fino a quel momento sconosciute che le buste di plastica reggessero almeno fino al portone d’ingresso.

È stato allora che mi è piombato addosso l’amore : ho sempre pensato che avesse un gusto dolce, invece devo dire che ha quel non so chè di sangue.

Stavo arrancando verso casa, come dicevo, e ad un certo punto ho sentito venire da una casa vicina delle urla di donna « maledico il giorno in cui sei nato ».

Normalmente non avrei fatto una piega, avrei continuato per la mia strada dimenticandomi dopo pochi passi delle voci, ma questa volta non potevo : era chiaramente una citazione di Sex and the City e si sa che ogni donna ne ha visto almeno una puntata, io nello specifico le so quasi tutte a memoria.

Ho alzato gli occhi incuriosita per vedere che aspetto avesse quella fantastica ragazza che, in pieno litigio, riusciva a usare le frasi di un telefim dai contenuti profondi quanto una vaschetta lavapiedi : è evidente che non capita tutti i giorni.

Quello che ho visto è stato solo un mazzo di fiori, banalissime rose rosse per giunta, che si avvicinava alla mia faccia a discreta velocità.

Ci sono attimi in cui sai benissimo cosa dovresti fare : un passo avanti o perchè no anche indietro, ma tutto quello che pensi si tramuta nell’immobilità più totale, una specie di paralisi momentanea abbinata ad una bocca spalancata.

È un po’ come quando nei film d’azione inizi ad urlare al protagonista cosa dovrebbe fare senza che lui reagisca, solo che il grande attore sei tu.

Che poi voglio dire possiamo filosofeggiare sulle spine delle rose intese come le trappole dell’essere, ma i fiori in faccia non fanno particolarmente male; il vero motivo del mio terrore era quella scatola di cioccolatini a forma di cuore tutta bella decorata, tutta bella di latta.

Una sorta di schiaffo non morale, un kharma con grande senso dell’umorismo e un tempismo degno di Willy il coyote.

Ho pensato che come ricompensa almeno avrebbe potuto soccorrermi un Raoul Bova per caso nei paraggi ma sono umile e dunque mi sarei accontentata anche solo di un classico ma intramontabile Brad Pitt invece no, a chiedermi se stavo bene è stata una signora sulla settantina che ha prontamente commmentato “per fortuna che è successo a lei e non a me!”, un’amore di donna in breve.

Che poi io non ho mai avuto nulla contro San Valentino, non mi piace festeggiarlo ma non insulto chi porta a cena il proprio fidanzato o si fa regalare i tulipani di mezza Olanda; ci ho pensato a lungo su che segno potesse essere questo, ma a parte quello sul labbro non ne ho trovato alcuno.

Ah e per la cronaca i cioccolatini me li sto mangiando io, stronza.

Buona festa degli innamorati.

Questa non è una storia d’amore.

A volte ancora ti penso.

Sono passati dieci anni e io ancora ti penso.

Ero solo una ragazzina e per un paio di mesi mi hai tolto tutto : le gambe, gli amici, la scuola, il

nuoto.

Tutto eccetto il sorriso. 

Quanto ti ho odiata forse neanche io lo so, credo però che ciò che conti sia il presente.

Stiamo quasi bene insieme, camminiamo piano, riflettiamo molto.

A volte se mi distraggo dal percorso tu sei lì al mio fianco e mi fai cedere la caviglia, un monito

come a dire di prestare sempre

attenzione ad ogni cosa, soprattutto ai dettagli.

Sì perché mica cado sui grossi massi, quelli so scalarli, sono i sassolini, le sfumature che fanno la

differenza quelle su cui davvero

scivolo.

Siamo tornate a sciare hai visto?

Abbiamo vinto quella paura irrazionale e ora siamo pure brave.

In barca ti ci ho trascinata e ti ho obbligata a fartela andare bene, ci è voluto del tempo e certo

non saremo dei fenomeni, ma ce la

caviamo.

Mi viene quasi da piangere mentre ti dedico queste righe di un amore un po’ insolito.

Si può amare una malattia? 

Beh io credo di amarti come amo il mio braccio, la mia gamba e soprattutto quella caviglia un po’

speciale, ti “amo” perché sei parte di

me.

Come ci siamo incontrate non lo so, il perchè ho smesso di chiedermelo anni fa.

La cosa paradossale è che mi hai forse un po’ danneggiata fisicamente,  ma mi hai insegnato ad

amare profondamente tutto quello

che col fisico non ha nulla a che vedere.

Una maestra un po’ severa certo, ma col tempo mi hai fatto capire che era per il mio bene.

E credo di averlo compreso davvero.

Lo sai, festeggio due compleanni: quello vero e poi il giorno in cui ti ho conosciuta, 30 aprile

2004.

Mi sono chiesta a volte come o cosa sarei diventata senza di te. 

Ora ho capito che non mi interessa scoprire chi sarei potuta essere, voglio capire chi sono.

Io sono quel 2% che si è rialzato, sono la ragazzina che faceva le corse “clandestine” in sedia a

rotelle nei corridoi dell’ospedale,

quella che piangeva a fisioterapia ma che l’ha fatta per sei anni,

sono quella che se non beve almeno due caffè al giorno diventa jack lo squartatore, la bambina

che non è contenta fino a quando

non vince sì ma nelle sfide con se stessa.

Sono soprattutto quella ragazza che se si guarda indietro sorride serena, ma che preferisce

guardare avanti.

Senza armi

Non è poi così strano cenare al ristorante da solo.
E` passato tanto tempo dalla prima volta ormai.
Figli? Non mi sono mai piaciuti i marmocchi.
Donne? Men che meno. 
Se sono omosessuale? Ma va la.
E` così strano bastare a se stessi?
Ho un bel lavoro, mi piace quello che faccio, dico davvero!
Mi piace e mi fa guadagnare bene.
Mica devo spendere per nessun altro io, sono solo!
Ma nel senso buono eh! 
Non sono certo uno di quelli che si piange addosso perchè non ha nessuno a casa che lo aspetta!
Sono solitario, lo sono sempre stato. Non sono niente più niente meno di quello che ero da bambino.
No no non ci provi, li conosco io i vostri trucchetti, ora dovrei parlare della mia infanzia, di come ho sofferto per essere nato orfano e bla bla bla. 
No.
Punto uno nessuno mi ha abbandonato, sono orfano per cause maggiori e trovo stupido arrabbiarsi col mondo intero per cose di cui nessuno ha colpa.
Punto due uno sarà libero di vivere come vuole?
Non ce l’ho con nessuno, non conosco nessuno, faccio colazione, vado a lavoro, torno a casa e se ho voglia, sì se ho voglia vado a cena nel ristorante francese sotto casa.
Patologico? ma patologico sarà il suo cane!
No senta guardi non ci siamo capiti: io sto bene! sto davvero bene! 
Altri episodi di aggressività? nessuno. Se permette, però, vorrei fare una precisazione: la mia era legittima difesa. 
L-E-G-I-T-T-I-M-A, CHIARO?
Ma come perchè? con che coraggio lei ora mi chiede perchè? è ovvio, palese, lampante, evidente… ha capito ora?
Io sono innocente! 
Ero lì seduto al mio solito tavolo, avevo ordinato il solito piatto, il solito vino..era tutto come succede ogni stramaledetto giorno della mia vita!
Per caso, per puro caso quei due stronzetti nel tavolo accanto stavano festeggiando il loro anniversario.
Oh ma che carini, che carini questi due ventenni innamorati, no? 
Stronzi! due stronzi glielo dico io! 
Sa cosa si sono detti a cena? sa cosa si sono detti questi due mostri tenendosi per mano con quegli occhi languidi che manco due labrador? 
“amore, amore ti prego giurami che, qualsiasi cosa accada, noi non finiremo mai come lui… io non voglio cenare da sola, non voglio avere quella malinconia nello sguardo, non voglio soffiare sulla zuppa pensando a quante occasioni ho sprecato nella mia vita… amore promettimi che non mi lascerai mai sola in un ristorante a vivere di rimpianti”
Ora le pare che io debba farmi pubblicamente insultare da questi due… da questi due?
Lo sa lei quanto ci vuole per convincersi che vada tutto bene? Lo sa lei quanto ci vuole per convincersi che la felicità sia bere un bicchiere di bordeaux da solo sul balcone? glielo dico io, quarant anni!
Ogni giorno della mia vita, ogni santissimo giorno io torno a casa e mi convinco che sto bene, che va bene, che sprizzo felicità da ogni poro!
E lo sa perchè? lo sa? perchè ho paura!
Perchè non so cosa sia un legame, so solo cosa significa perderlo! 
Ma cosa crede che io non abbia istinti sessuali?
Crede che se vedo un’allegra famigliola, magari con un cane, io non mi intenerisca?
Ma non sono mica di pietra!
È solo che ho paura, ho una enorme gigantesca insormontabile paura.
E quei ragazzini, quei due pivelli del ristorante, bè cavolo io c’ho messo una vita a costruirmi un’armatura e questi due in dieci secondi hanno mandato in fumo quarant’anni di sacrifici.
Se gli ho tirato un pugno dice? 
Certo,
non si ferisce un uomo disarmato.

La luce è sempre spenta

Ho fatto un sogno.

Ho fatto un sogno e tu non c’eri.
E’ strano perchè non mi capita spesso. Non di fare sogni, intendiamoci, non mi capita spesso di farli senza te.
E’ stato bello strano; non so se più bello o più strano.
So che ero tranquillo al mio risveglio, nè felice nè in lacrime.
Ero sereno.
Stranamente la mia giornata dipendeva solo da me, il mio inconscio poteva andarsene a quel paese.
Che poi quel paese è proprio dietro l’angolo visto che ogni sera, puntuale, lui ritorna.
Lui l’inconscio, non tu.
Tu non torni.
Cioè non è che proprio non torni, credo che una casa tu ce l’abbia da qualche parte, solo non torni nella mia.
Che poi sta bene anche a me.
C’ho fatto l’abitudine.
Non ho ancora capito se ho fatto l’abitudine a non averti per casa o se era per abitudine che ti ci tenevo dentro.
Sai cos’è la cosa buffa? L’unica cosa che davvero mi rattrista?
Che dopo i nostri eterni vent’anni tra le stesse mura, ora quando entro la luce è sempre spenta.
Ma ho imparato ad accenderla da solo.
Anche il caffè lo faccio buono adesso.
Non dimentico più l’acqua nè lo faccio bruciare.
Non compro più lo zucchero, ho sovente del vino rosso.
Faccio meno sesso, leggo molto.
Penso prima di agire, mi arrabbio ormai di rado.
Coltivo le mie passioni, ho molti amici.
Sto bene, sto davvero bene da solo.
Cioè, non da solo, semplicemente senza di te.
E’ solo che ho paura qualche volta.
Temo che arrivi la notte,
che quando chiudo gli occhi arrivi tu.
Ti ho confinato in uno spazio ben preciso sperando te ne andassi in fretta,
ma l’unica fretta è la mia che arrivi presto il mattino.

Torno per cena

Io amo i treni.

Fosse per me non esisterebbe altro mezzo di trasporto.
Io amo le stazioni, amo il loro caos, il loro disordine, la loro puzza di qualcuno che la fortuna forse non l’ha mai incontrata.
Amo l’idea che sbagliando binario puoi finire chissà dove, amo guardare le persone che mi circondano e cercare di decifrare le loro emozioni.
Cosa ci fanno qui? Sono pendolari? Viaggiatori occasionali? Ragazzi innamorati? Dei disillusi in cerca di una meta?
Chissà se hanno dei figli, chissà dietro quella ruga che storia c’é, se a casa li aspetta un cane fedele o l’ennesima bolletta non pagata. Chissà se si guardano intorno o se si chiudono nel loro sedile lasciandosi semplicemente trasportare.
Forse anche loro hanno amato e hanno sofferto.
Sono vittime o carnefici?
Che poi che senso ha questa distinzione se in fondo siamo noi a concedere agli altri il potere di ferirci?
Un bambino mi sorride mentre la madre distrattamente parla al telefono. Sorridi amore mio, non smettere mai.
Due amici commentano il culo di una ragazza, nemmeno si accorgono che una lacrima le sta rigando il volto. O forse non gli importa.
Guardo fuori, non voglio sembrare invadente.
C’é un bel sole che illumina la neve appena caduta.
C’é un bel sole che ti dà sicurezza.
Fa freddo é vero ma guarda che paesaggio.
“Biglietto prego” , una voce mi porta fuori dai miei pensieri.
“Come scusi?”
“Biglietto, prego.”
“Guardi é che non so dove scendere.”
“Le ripeto signorina, biglietto.”
“E’ che davvero non so dove scendere; ha mai avuto lei il tempo di perdere tempo? Ha mai detto ‘oggi parto torno per cena’, senza sapere dove andare? Ha mai avuto la voglia di chiudere gli occhi, pensare ad un numero tra uno e, che so, uno e dieci, salire su quel binario senza sapere dove l’avrebbe portata? ha mai avuto il desiderio irrefrenabile di..”
“No signorina. Per l’ultima volta: biglietto, prego.”
“Ok senta qual é la destinazione di questo treno?”
“Napoli centrale.”
“Va bene. Un biglietto. Lo acquisto a bordo.”
“Perfetto.”
“Posso farle una domanda?”
“Bancomat?”
“Lei é felice?”
“Sono 50 euro.”
“Lei è felice?”
“Ecco la sua ricevuta.”

il coraggio di fallire.

Che poi non farcela mica è da tutti.
Mica è semplice, sai?
Innanzitutto devi agire, che se no mica sbagli forte se stai fermo.
Bravo tu che pensi sia facile mettere il naso fuori di casa, che fuori il thé la mamma mica te lo prepara.
Bravo tu che vai per la tua strada, che io manco un sentiero coi rovi ho ancora trovato.
Bravo tu che “io da grande”, ma poi quand’ é che si diventa grandi?
Io sta storia mica l’ho capita.. Cos’è ti arriva una lettera a casa per dirtelo? “Salve gentile cittadino, lei da oggi è grande”.
Io grande a volte mi ci sento pure,  poi però se la mamma mi prepara il pranzo mica dico di no.
E poi devi mettere la testa a posto, ma io sto posto proprio non so dove sia.
E poi ti svegli una mattina e dici cazzo sí, oggi ho il coraggio di inseguire i miei sogni.
Oggi ho il coraggio di essere orgoglioso di me e fare i fatti.
Oggi mi faró anche un regalo, la colazione la faccio al bar. Non mi faró intristire dalle notizie dei giornali, no cazzo, oggi esco e conquisto il mondo.
Se ti va bene allora buon per te, brinderó al tuo fianco e ti guarderò con ammirazione.
Che poi se ti va male, se ti va tanto male, mica é facile sai avere le palle di realizzare i propri sogni?
Facciamo un patto allora: proibiamo la parola sogni.
Tu da oggi non hai sogni,
Tu hai progetti. Concreti.                                                                                                                                                                  Vedi come cambia tutto con solo una parola?

Vedi come cambia tutto se..
Che poi se sapessi continuare questa frase,                                                                                                                                    il tutto l’avrei giá cambiato.