Che cosa rimarrà della bella Parigi? Un anno è passato così in fretta, un battito di ciglia, il tempo di una coppa di champagne sul lungo Senna. Arrivi con la voglia di conquistare il mondo, poi ti rendi conto che è questa città piano piano a conquistare il tuo cuore passo dopo passo, bonjour dopo bonjour. Parigi e la sua pioggia, i suoi cieli incantevoli e quel suo fascino sopra le righe, quella bellezza che ti chiede d’inchinarti al suo cospetto. Parigi che quando il Sole splende puzza di piscio, un po’ come se la luce facesse i risaltare una città piena di contrasti dove le borse di Chanel non compensano i barboni ad ogni angolo. E bada che quell’odore dolciastro di alcool e sporcizia ti si attacca dentro, ti obbliga a riflettere almeno un istante su quanto forte la fortuna ti abbia baciata. Parigi con i suoi café, i suoi bistrot così minuscoli che puoi sentire il profumo della signora al tavolo accanto. Ecco vedi quell’uomo davanti a noi? Ora inizierà a suonare il pianoforte in piazza come ogni domenica, e come ogni domenica non potrò che stare a guardarlo. Presto si riempirà di turisti, e vedrai anche tu che inizierai un po’ a odiarli, il modo lento in cui camminano, il loro stare a sinistra sulle scale mobili, il loro fare foto in continuo mentre tu devi andare. Andare sì ma dove? non lo so, che importanza ha? Questa città ha la fretta nel DNA, ha il ritardo pre-impostato sull’orologio. Ora vieni, andiamo a perderci nelle stradine, non esiste modo migliore per vivere qui. Guarda quel passaggio che bello, guarda quel balcone coi suoi fiori bianchi e una signora affacciata con una collana di perle. Lo senti il profumo di cucina? Lo senti il burro salato della Normandia e della Bretagna che piano piano ti s’insinua nelle narici finché ne diventi dipendente? Lo sapevi che le ostriche si mangiano solo nei mesi con la erre? Lo sapevi che questo posto è una vecchia stazione del metrò? Lo sapevi che in un café senza terrazza non vale nemmeno la pena andare? Ho letto di una mostra, sembra bella e non lontano da qui. Qui che niente è vicino eppure tutto lo è, qui che non è poi così grande. Qui che non sai nemmeno quante mosche rischi di ingoiare se non la smetti di girare a bocca aperta per lo stupore.
I parigini sono proprio degli stronzi, dopotutto i cliché hanno sempre una base di verità. Trovami un cameriere gentile, diventerai il mio eroe. Trovami qualcuno che non rida sotto i baffi quando dici che sei italiano, ti offrirò una cena. Non è vero che ci odiano, assolutamente no. È solo che per loro siamo dei sempliciotti, dei mangia pizza con l’orecchino al sopracciglio e delle belle terre, nulla più. Certo siamo calorosi, addirittura focosi, ma lontani anni luce dal loro livello. Un italiano elegante? Ma voi non siete quelli coi completi gessati? È buona la cucina italiana? Bè pizza pasta e tiramisù non sono male ma che avete d’altro? All’inizio ti scaldi, rispondi a tono e ovviamente tiri in ballo il bidet, nostro vero orgoglio nazionale. Poi ti passa e sorridi, il loro patriottismo è così forte che per loro la Francia e Parigi soprattutto è meglio del paradiso. Questo se parlano con uno straniero perché, proprio come noi, sono i primi a criticare il loro paese, ma solo tra concittadini s’intende.
Si è fatto tardi, tra poco sarà buio. Quale anima vuoi scoprire? Vuoi vedere i ragazzi con una chitarra e del vino portato da casa? Seguimi forza, ti porto sul canale coi suoi ponti in ferro battuto e l’odore di marijuana. O forse preferisci rue de Lappe dove una tequila costa tre euro e ti ritrovi tra turisti e la Parigi forse non abbiente ma sicuramente piena di vita. Vuoi essere un bobò? Andiamo a scoprire i bar di Saint Germain, il suo essere terribilmente affascinante e in fondo un po’ snob.
Torniamo a casa, facciamolo in bici. Con la luce soffusa dei lampioni Parigi si scopre lentamente, come una bella donna che sa di essere guardata. C’è silenzio, tutto tace. Solo una leggera brezza, una risata lontana. Sono partita pensando che al mio ritorno avrei saputo molte più cose, sarei diventata incredibilmente “saggia”, come se le saggezza si acquistasse in un anno con comode rate mensili. Sono partita pensando che.. sono partita e non ricordo nemmeno bene come. Sai ci sono momenti che canonicamente dovrebbero essere importanti, e invece io sono una sega totale. Tipo gli addii, quando devo salutare qualcuno ho lo stesso trasporto di un sasso sul ciglio della statale per Bardonecchia. Quando devo partire ho solo l’ansia di prendere il treno, confesso che non mi perdo molto in riflessioni. Non sono capace di fare quelle scene strappalacrime da film, sai roba con fazzoletti bianchi, occhi lucidi e un sacco d’amore nell’aria. No. Io salgo, cerco il mio posto e tanti saluti. Anche se sarebbe bello ogni tanto poter fare una corsa disperata sul binario urlando “non partire, non partireee” cercando di non inciampare nel barboncino di quella che ti cammina davanti.
Ora che sono tornata ho passato giorni e giorni a cercare una frase ad effetto, sai una di quelle che poi quando l’hai scritta ti dai una bella pacca sulla spalla, una frase che ti faccia sembrare super intelligente e super profondo anche se, probabilmente, ti è venuta dopo il quarto negroni. E invece ho deciso di non scrivere nulla, di fare quella super pensierosa, super misteriosa, super fica, quando invece il mio unico pensiero è recuperare qualche ora di sonno. Ma questo è un segreto.
Andate a Parigi, perché è veramente uno spettacolo. Non prendete mai la linea tredici a Saint Lazare se ci tenete alla vostra vita. Prima di cambiare a Chatelet, consiglio mezz’ora di meditazione o spararsi in un piede. Odiate i turisti anche se voi stessi lo siete, se camminate con passo deciso e senza zaino, vi confonderete con la massa. Se un cameriere fa lo stronzo, fate ancora più gli stronzi e lo conquisterete.
Se, infine, un parigino snob vi chiedesse cosa ne pensate della città, voi guardatelo con aria di sufficienza rispondendo “non è male ci mancherebbe, però Roma..”
Quando muore una stella
Forse a volte ci dimentichiamo che quando muore una persona famosa, muore innanzitutto una persona. Che dietro una macchina da presa, dietro le pagine di un libro, dietro un volto noto si nasconde un cuore con le sue gioie e i suoi dolori, coi suoi pregi e i suoi difetti. L’arte, ci insegna la storia, non ha cimiteri se non per i suoi interpreti, se non per chi la crea. La morte, a volte, sembra una gara a chi soffre di più, a chi manda i fiori più belli, a chi sceglie le parole più appropriate. Ma, parafrasando uno scrittore famoso, io (non) sono Dio, io non posso giudicare il tuo modo di vivere il dolore né tanto meno pensare se esso sia veritiero. Perché è una questione privata, personale e se hai voglia di condividerla bè, l’accetto così com’è. E se nemmeno sapevi chi fosse questa stella prima della sua morte, non sarai oggetto del mio astio se t’informerai sulla sua vita ben anche lo facessi solo per non stare zitto al bar con gli amici, ben anche lo facessi per avere più consensi. Perché in fondo può capitare che leggendo le sue frasi tu ti renda conto che quella persona era interessante, che vale la pena scoprire la sua arte. Ed è così che lo renderai immortale, è così che le opere sopravvivono. Perché ci sono persone che s’ interessano. Il tuo negozio di fiducia non ti chiederà perché stai comprando quel libro, quel cd o quel film. Sorriderà sperando che, forse, anche la morte serve all’arte. Perché se per i familiari, gli amici e i conoscenti chi muore è soprattutto un uomo, niente è forse per loro più gratificante di sapere che, anche nel dolore, c’è chi sorridendo dirà ancora “minchia signor tenente”.
Imparità dei sessi
Io non l’ho mai voluta la parità dei sessi. Non mi è mai andata giù così come non posso ingoiare un mattone: è semplicemente impossibile. A meno che non sia un mattone di cioccolato, in quel caso sarebbe una figata. È che trovo che questa favola della parità dei sessi sia una cavolata. Come pretendere che il vino rosso sia identico a quello bianco: certo entrambi sono vini, ma c’è un abisso. E non è che ora parte il pippone femminista tipo “cioè noi donne siamo molto più fiche di quei cavernicoli muniti di pene”, no. È solo una constatazione oggettiva: io non voglio dei pettorali alla Schwarzenegger né dei gioielli alla Rocco. Non solleverò mai cento chili di panca piana, non farò mai pipì in piedi. E vale il contrario: un uomo non soffrirà mai di sindrome premestruale (salvo rari casi), non capirà mai le gioie che ti regala un mascara waterproof davanti ad un film strappalacrime, penserà sempre che gli assorbenti possano tranquillamente essere chiamati pannolini che “ma si dai è la stessa cosa”. Voglio vedere la tua fidanzata a girare con un pampers 16-18 mesi bello mio. È che siamo diversi. Io piango quando Jack muore in Titanic, lui piange se Pirlo sbaglia una punizione. Io sono attenta ai mobili di design, lui che ci sia sempre della birra fresca in frigo.
Ma chi l’ha detto che il femminismo è la parità dei sessi? Quanto è stupido voler glorificare la femmina cercando di renderla quello che non è? Avete mai sentito un uomo lamentarsi della mercificazione del corpo maschile per i California dream men o per quel figone della pubblicità di D&G? Non credo. Perché la dignità della donna dovrebbe essere minata da femmine che decidono di usare il proprio corpo come strumento di lavoro? È il loro di corpo mica il mio. Non è forse vero che si vale in quanto individui? Se io preparo la cena è perché mi piace coccolare il mio uomo, non perché sento il peso della società che mi obbliga implicitamente con convenzioni sociali a stare dietro ai fornelli. Se mi faccio offrire la cena è perché al mio uomo piace darmi sicurezza, anche economica. Ma non mi sento minacciata da un conto che non ho pagato o da una cena di troppo che ho cucinato. Perché io credo che il femminismo sia indipendenza e libertà. Indipendenza da quattro frustrate che pensano di dirmi come devo condurre la mia vita per essere una vera donna con le palle (ossimoro di prima qualità), libertà di fare ciò che voglio di me stessa e del mio corpo perché, se è vero che mercificarlo è una mancanza di rispetto, lo è al massimo nei miei confronti e non in quelli dell’universo femminile. Se una donna la dà per ottenere un lavoro, mi spiace per lei che non crede nelle sue capacità ma la mia, di dignità e di vagina, resta intatta. Se una di professione sculetta, penso semplicemente che non è un mestiere che farei. Se un uomo mi offre da bere, gli sorrido e lo ringrazio ma non mi sento insultata perché forse il tizio può pensare che io non abbia soldi per potermi permettere un drink e che dunque lui ha il potere o che mi tiene in pugno come io tengo il mio gin tonic, no. È solo un drink, sono solo cinque euro, sono solo cazzate. E semplicemente se uno mi chiede favori sessuali rifiuto e probabilmente lo insulto anche, ma non per l’idea che lui ha delle donne, semplicemente per l’idea erronea che ha di me. Io sta storia del “volete la parità dei sessi poi però vi fate pagare anche il caffè” la rimando al mittente. Ma chi la vuole sta parità? Non è che solo perché sei tirchio allora devi buttarci in mezzo questa sociologia da banco del pesce. Che poi io ho sempre offerto tanto quanto un uomo, lo sa bene il mio bancomat. Sai cosa ti risponderei? Credi nella parità dei sessi? Benissimo, da domani amore proviamo lo strap-on poi mi dici.
Io sono donna e fiera di esserlo, ma mi piace esaltare la mia femminilità e le mie capacità intellettuali, non sembrare un uomo per dimostrare chissà poi cosa. Dammi un lavoro se me lo merito, sia che voglia diventare una soubrette perché ho un culo che parla, sia che voglia fare l’amministratrice delegata perché sono il top. Pagami la cena se hai piacere, cucinami una fiorentina se ne sei capace. E non preoccuparti tesoro, se mi offendo lo faccio come individuo, non come esponente del genere femminile. Perché io il rosa l’ho sempre odiato, e le uniche quote che voglio sono quelle che mi sono comprata coi soldi del mio lavoro, qualunque esso sia.
Io sono poligamo. ( parte I )
Gentili lettrici, buongiorno.
Ho deciso di scrivere una lettera aperta a questo giornale perché io mi sono stufato, ne ho abbastanza. Per questioni di privacy inventerò luoghi e nomi, tuttavia i fatti e le sensazioni sono verititeri.
Dunque mi chiamo Guido, ho trentacinque anni e sono sposato da sette. Ho un lavoro che mi permettere di fare la bella vita, un bel cane in giardino e assolutamente nessun figlio. Qual è il mio problema vi starete chiedendo. Ecco il fatto è che io credo di aver troppo amore da dare. Sia chiaro mia moglie è una donna fantastica, cucina da dio, è simpatica, solare, forse ha qualche chilo di troppo ma chi di noi è perfetto? Io no di sicuro. Il punto è che io non mi sento soddisfatto ad amare una sola donna, proprio non mi basta. Sarebbe come mettere il motore di una Ferrari sotto un Ciao, vedete bene che è sprecato oltre che pericoloso. E dunque io sono una persona estremamente generosa, dono il mio amore a molte donne. Credo che la mia unica colpa sia di essere nato a Monza e non in un paese a religione musulmana. Cosa ne posso se la poligamia mi scorre nelle vene più dei globuli rossi? Non faccio mancare nulla a nessuna delle mie donne, solo che di una proprio non riesco ad accontentarmi. E vedete io ne ho abbastanza di essere additato da quei catto-moralisti come “lo stronzo”, “il Don Giovanni”, “lo sciupafemmine”. È così difficile capire che il mio è puro altruismo? È così difficile capire che il mio è amore verso le donne? Perché vedete io sono stufo di sentirmi dire dalle mie amanti che sono un egoista, che penso solo a me stesso, che illudo tutte e poi resto sempre con mia moglie. Illudo di che? È forse illudere provare amore? Il mio ti amo è ben tangibile, basta vedere gli scontrini delle mie cene. Solo che ecco perché dovrei rinunciare a qualcosa? Sono in perfetto equilibrio con me stesso, mia moglie, le mie donne. Fine. Poi mica chiedo grandi sacrifici. Ho poche regole da far rispettare. Il lunedì sono i panzerotti a casa, il martedì vedo Clara per cena poi dritti a casa sua, il mercoledì calcetto con gli amici, il giovedì e venerdì a turno tra Marta e Sofia. Ovviamente i weekend sono a rotazione. Per le telefonate e i messaggini nessun problema in orario di lavoro ma la sera ecco, meglio evitare. Ora dico vedete bene che non c’è nulla di male, che tutto torna. Io non trovo alcun motivo logico per dover rinunciare anche ad una sola delle mie donne, delle mie abitudini. Perché vedete le femmine per quanto io le ami, va detto che non brillano per intelligenza. Non sono né particolarmente bello, né particolarmente simpatico. Eppure tutte s’innamorano, tutte s’illudono di diventare il motivo del mio divorzio. Ma io lo dico fin dall’inizio che con mia moglie sto bene, che sono poligamo per natura. E a loro va bene, fanno l’amore un paio di mesi, tutte dolci, carine, sensuali. Poi iniziano a lamentarsi, a dirmi “io ti aspetto ma devi scegliere”, “o me o lei”, “lasciala o con me hai chiuso”. E sono sette anni che mi minacciano. Voi donne che state leggendo, voi care signore non avete credibilità. Se un rapinatore mi chiede dei soldi con una pistola ad acqua, io gli rido in faccia. Poi ragazze mie io vi amo, vi amo davvero. Quante volte mi sveglio al mattino e vorrei una di voi al mio fianco, quante volte vi penso durante la giornata… ma voi non vi accontentate, mai. Pretendete troppo e non avete la forza di ottenerlo. Io sto bene così, ho imparato la tecnica. Basta rispondere “certo amore, ma sai è difficile, stiamo insieme da tanto, ci vuole tempo” e subito diventano come cagnolini che ti chiedono una carezza. Perché in fondo volete solo essere rassicurate da dolci parole, quasi aveste paura del vero grande passo. Poi mi dite che vi sentite in panchina, messe da parte, le numero due. Ma che scusa è? Lo sapevate fin dal primo istante, io la fede l’ho sempre portata. Come ordinare un gelato al cioccolato e poi stupirsi del fatto che, effettivamente, sa di cioccolato. Vedete bene che non ha alcun senso. Dunque, concludendo, se non riuscite a rispettare le mie regole, se non riuscite ad accontentarvi del mio sincero e devoto amore, andatevene. Ma senza fare minacce, scenate, serenate patetiche. Andatevene con classe, dicendo “io ne ho abbastanza, grazie di tutto è stato bello ma ora voglio qualcosa che tu non potrai mai darmi”, siate donne con le palle, siate le amanti innanzitutto di voi stesse. Questa lettera dunque, amori miei, è per dirvi che in fondo io sono solo la manifestazione della vostra insicurezza e ne sono ben consapevole. Vedete? Io mi accontento. So che il vostro non è sincero amore ma solo il tentativo di diventare la numero uno, eppure mica mi lamento, mica vi faccio patetiche scenate isteriche. Forse, in fondo, la sfortuna è la mia che dono il mio cuore e da voi non ricevo altro che complessi d’inferiorità. Amatemi, se potete. Amatevi, perché dovete.
Sorridi, sei in metro.
Fa caldo, di quel caldo umido che ti si appiccica addosso. Il metrò è affollato ma son riuscita a trovare un posto a sedere. Quaggiù si vive di sguardi rubati, di nervosismi, di orologi consumati dalla fretta. Un sorriso, quello, è merce rara, una perla nera.
Davanti a me un uomo non la smette di guardarmi le scarpe manco avessi un paio di Jimmy Choo, sono solo Converse tesoro.
Una donna urla al telefono, suo figlio ha preso un altro brutto voto a scuola. Un’anziana signora gioca col cane, ovviamente il vicino è inorridito dal terrificante e ferocissimo cocker, cos’ è in fondo un dobermann al suo confronto? Qualcuno stamattina ha dimenticato il deodorante ma per quante volte tu abbia già sentito quell odore, non ci puoi fare l’abitudine. Mai.
C’è uno strano silenzio. Qualche cigolio, la voce che annuncia le stazioni, uno strarnuto soffocato in un fazzoletto cifrato.
L’uomo che mi fissava le scarpe di colpo guarda un punto indefinito e scoppia a ridere così, dal nulla. Ora può sembrare normale, a chi non capita di sorridere mentre si pensa a qualcosa di divertente? Il fatto è che è successo lì, nel regno dell’indifferenza, nella culla della solitudine condivisa, nel putrido vagone di un metrò.
E quest uomo aveva davvero dentro il sole in un luogo dove la luce naturale non arriva mai. Abbiamo forse tutti bisogno di qualcuno che sorrida per primo, che distrugga un tabù metropolitano, che rischiari i nostri sguardi bui. Perché poi, in fondo, lo sanno tutti che la risata è contagiosa tipo l’influenza. Pensa che bello se i giornali titolassero ” pandemia di risata, non vengono risparmiati nemmeno quelli senza denti, nemmeno quelli con l’apparecchio”. Pensa che bello se di colpo un intero vagone sorridesse perché un tizio a cui piacciono le mie converse non la smette di ridere da tre fermate. Pensa che bello essere lì e per trenta secondi riuscire a dimenticare che i soldi sono finiti, che il lavoro non ti soddisfa. Pensa che bello essere lì e riuscire a pensare solo che sei pieno di luce.
Ha visto le mie chiavi?
Ufficio oggetti smarriti ? Buongiorno, vi chiamo per delle chiavi. Guardi non saprei dirle bene dove nè quando le ho perse, sono piccole piccole quasi invisibili ad occhio nudo. Cosa aprono ? Il mio giardino. È bellissimo, sa? Pieno di rose, tulipani, fiori di campo e uno stupendo tappeto verde così verde che non saprei descriverlo meglio. È solo che, vede, avevo paura che qualcuno mi rovinasse quei petali così delicati e ho fatto costruire un bel muro di cemento. Che poi di bello non ha nulla, è una colata grigio chiaro, un po’ un pugno in un occhio lo riconosco. Mi piaceva così tanto quel giardino che non potevo condividerlo, le è mai successo di diventare tremendamente possessivo riguardo le cose cui è più legato? C’era così tanta bellezza che la volevo tutta per me, “che egoista!” starà pensando e ne ha ben motivo, me lo dico da sola. Comunque tornando a noi un giorno sono uscita e ho chiuso a chiave la porticina d’ingresso. Non mi sono allontanata di molto, non credo. O forse non ricordo, di rado penso prima di agire. Gliela faccio breve, quando mi sono stancata di stare fuori sono tornata indietro ed ero davvero felice, volevo organizzare una festa nel mio giardino con tutte le persone con cui avevo finalmente deciso di condividere quel mio piccolo paradiso, quella bellezza che a ben pensarci magari era bella solo per me. Mica sono oggettive le emozioni, le sensazioni, mica posso imporre agli altri la mia visione delle cose come se fossi custode di verità assolute. Ho già evidenti difficoltà a badare al mio giardino, pensi che disastri farei con la Verità.
Bè in sostanza sono arrivata davanti alla porta e nelle tasche dei miei pantaloni leggeri non c’era alcuna traccia delle chiavi. Ho svuotato la borsa, ho rifatto la strada tre volte controllando ogni centimetro quadrato, ho alzato le foglie, ho chiesto ai passanti ma niente, nessuno aveva trovato un bel nulla. Rubate? No non credo, chi sarebbe così cattivo da prendermi un oggetto che non ha valore alcuno se non personale? Mica possiedo oro, diamanti o soldi, che soddisfazione può dare prendere un paio di tulipani? Io sono convinta di averle perse ed è per questo che l’ho contattata. Certo che ho provato a forzare la serratura e a colpire violentemente la porta, solo che davvero non c’è nulla da fare. Non si apre. Senta può farmi una cortesia? Non è che potrebbe controllare meglio? Magari sono in un angolino polveroso del vostro ufficio. Ah se non è nell’inventario è impossibile? Certo, certo, capisco. L’ultimo posto in cui le cercherei? Che senso ha questa domanda? L’ultimo posto in cui le cercherei è lo stesso in cui le troverei. Dopo sarebbe stupido continuare a cercare qualcosa che già ho, non crede? Va bene ho capito è un modo di dire, è che non lo faccio di proposito ma spesso mi attacco troppo alle parole. Dovrei smettere di cercarle? Si ma mica sono un mago che faccio materializzare gli oggetti, sono una fedelissima del “chi cerca trova” dopotutto. Ah lei dice una cosa tipo? Si, si ho presente. Non ci avevo mai pensato ma può essere. Ovviamente. E poi oplà? Interessante. Quindi scusi ricapitolando lei mi sta dicendo che dovrei rilassarmi un attimo, sgomberare un po’ i pensieri e così secondo lei dovrebbe essere più facile che mi torni in mente dove sono quelle maledette chiavi? Poi mi spiega come fa a notare lo stress solo dal suono della mia voce? Che cos’è lei un indovino o un impiegato dell’ufficio oggetti smarriti? Ah è abituato, dunque succede spesso? Ma pensi un po’, ero convinta di essere l’unica, di essere unica e invece ogni giorno la chiamano per cose simili. Incredibile quanto in fondo siamo tutti uguali a modo nostro. Va bene, allora guardi la ringrazio molto, nel caso dovessi trovare queste chiavi lei ovviamente si consideri invitato alla mia festa.
Ego tra le righe
Ho sentito dire che il successo di un racconto dipende da quanto il lettore riesce ad immedesimarcisi. Una cosa del tipo che se ora scrivessi la storia degli allevatori di pecore del sud est della Bolivia avrebbe molto meno seguito di un grande, grandissimo amore finito dopo appena quindici giorni. Ora non dico che siamo tutti disinteressati di fronte ai problemi e al freddo che devono patire i pecorai del monte Sajama (sì ho dato una sbirciatina su wikipedia), solo che forse non ci vediamo nulla di nostro in un uomo che produce ottimi formaggi isolato dal resto dell’umanità. Non ci risolve i problemi esistenziali apprendere come si munge una pecora. Ma chi l’ha detto che i libri debbano darci delle soluzioni? Come la mettiamo poi con quella faccenda dell’arte come fuga anche solo temporanea dalla realtà? È difficile evadere dal quotidiano se quello che si ricerca tra le pagine di un libro o tra le battute di un film sono le nostre emozioni vissute e raccontate da altri. Forse funziona come nelle foto di gruppo quando una volta che hai trovato il tuo faccione sorridente nell’angolo in basso a sinistra vicino al cespuglio e dietro quel tizio di due metri, bè tutto il resto dell’immagine svanisce e chi se ne frega di quello vestito da sailor moon in primo piano, tu ti sei trovato e ‘ntu culo a tutti gli altri. Cioè tu inizi un libro/racconto/film/quello che ti pare e rivedi in ogni personaggio tua madre/la vicina di casa/ il fidanzato figo della vicina di casa/ quella stronza dell’università/ il tuo pesce rosso e a quel punto, solo a quel punto, ti godi la storia. O forse no. Forse schiacci play/giri la prima pagina e fantastichi su come faresti tu se fossi nel protagonista, antagonista, amante del protagonista, barboncino della panettiera di fiducia della sorella del protagonista. Il punto è che in ogni caso se non ci sei Tu in qualsiasi modo, quella storia non ti prenderà mai. È un po’ triste se ci pensi, no? È un ragionamento veramente egocentrico. Cioè anche con la Divina Commedia ora scagli la prima pietra chi non ha mai fatto il giochino di “in che girone sarei”. Fa strano realizzare che anche davanti ad un capolavoro simile il nostro pensiero sia rivolto a noi stessi. E ovviamente mi ci metto dentro pure io, che mica son diversa dalla gente che mi sta accanto in metro, da te che stai affaticando le pupille su queste righe maledicendo il momento in cui hai iniziato a leggere. Perchè ad ogni costo noi dobbiamo sempre e comunque essere protagonisti o quantomeno partecipare? Perchè risulta impossibile, a meno che non si decida di leggere un saggio su come si filava la lana nel medioevo, sedersi in poltrona e godersi il libro da fuori, da osservatore esterno che non prende parte in alcun modo alla storia? Non siamo capaci di stare fermi o per il nostro ego non esiste forza centrifuga?
Tuttavia è vero, hai ragione, è sbagliato generalizzare e non sempre due più due fa quattro, non sempre riusciamo a penetrare tra le righe e trasformarci nel protagonista. Io, ad esempio, quando leggo le istruzioni per il montaggio del comodino ikea proprio non ci riesco ad immedesimarmi. Adesso tu penserai “caspita è vero, anche a me è capitata la stessa cosa con gli armadi del corridoio” e posso a questo punto ben sperare che non ti sia dispiaciuto leggerti tutta questa gigantesca pippa mentale perchè, in fondo (letteralmente in fondo), ci sei anche un po’ tu.
Oh My Gatsby
Schermi di carta 2, Asti. Quando la letteratura incontra il cinema, quando il genio dei grandi incontra l’innocenza degli emergenti, ecco che nasce una manifestazione che non è solo belle pellicole, non è solo arte, non sono solo parole eppure è tutto questo.
C’è chi ha messo gli occhi attraverso le sue mostre, chi ha messo la testa e qualche virgola per scolpire nero su bianco la propria versione, c’è chi ha messo braccia, bocca e il corpo tutto per dar colore alle parole. Il cuore, quello lo abbiamo messo tutti.
Ho avuto l’onore di introdurre “il grande Gatsby”, ho avuto l’onore di collaborare e di far interpretare il mio testo, che in realtà è diventato il nostro, da Simone Coppo.
Chiudete gli occhi se potete, guardate adesso Simone, guardate adesso il nostro Gatsby.
Verde. Là, un piccolo punto verde, una lontana speranza.
Il tuo banale molo di legno, il mio porto sicuro.
La speranza che guardavo con lo sguardo fisso, sognando di raggiungere quella luce…di raggiungere te.
Senza comprendere che il verde non è solo speranza, è anche il colore di chi si nasconde dietro quattro
mura, di chi alla luce preferisce guardare il palo che la sostiene, grigio e freddo acciaio.
Senza comprendere che il verde è anche il colore della paura.
Sono in alto, poco più su della mia torre che tanto ti piaceva. C’era molto bianco, sai? Il bianco delle mie
bugie, innocenti. “Il fine giustifica i mezzi” …già. E tu, solamente tu, eri il mio fine.
Mi ero armato di calici di champagne, avevo indossato la mia uniforme col papillon, un po’ di brillantina per
proteggere il capo, ed ero entrato in guerra.
Tu eri il mio obiettivo, una terra che mi era stata ingiustamente rubata e ora volevo… dovevo, dovevo
riprenderti, portarti in salvo da tutto ciò che non ero io, da tutto ciò che non ti avrebbe resa infinitamente
felice.
Al tuo pallido faro verde io rispondevo con le mie luminarie bianche immacolate, candide come il nostro
sentimento. Come il mio.
Al buio del tuo cuore io opponevo le paillettes scintillanti di cui riempivo la mia casa, di cui avrei riempito la
nostra casa.
Avevo indossato una maschera con tutti solo per poterla togliere al tuo cospetto insieme alla camicia di
lino, leggerissima, e ai pantaloni neri, pesanti, troppo. Avevo riempito la mia casa di sconosciuti per poter
rimanere solo con te.
Tu non sei mai stata un libro aperto, le pagine di un libro sono in bianco e nero mentre ai miei occhi tu
eri giallo, arancione, verde poi di colpo rosso, violetto e ancora tutti i colori insieme dentro la tua anima,
dentro il tuo corpo nudo. Ti ricordi le carezze che sapevano di primavera? Ti ricordi i baci rubati nel parco
e quelle parole come petali? Ecco io non ho vissuto che per quei momenti, quei brevi attimi che non
fuggivano, non dalla mia testa.
Noi, solo noi al centro esatto della mia stanza, al centro esatto dei miei desideri. Fermiamoci, non usciamo
di qui, non lasciarmi mai. La seta ci avvolge e io mi sento ubriaco di felicità. Guardami negli occhi, dimmi
che mi ami. Dimmi che ami solo me. Dillo al mondo intero, dillo a lui. Dopodiché guidami, portami dove
vuoi, a casa, al mare, o all’inferno fa lo stesso, ti seguirei ovunque, ti ho seguito ovunque. Basta feste,
basta rumore, basta alcol e volti sconosciuti. Sono disposto ad essere perso nel buio, se ho te, che sei il mio
sorriso, il mio faro nella nebbia.
È stata tutta colpa della guerra, è sempre colpa della guerra. Io ero giovane ed inesperto, tu bella
da accecare. E io infatti non vedevo altro che te. Poi quella lettera, la partenza per il fronte, il nostro
giuramento di eterna fedeltà.
Sono venuto a cercarti, sono venuto a prenderti. I cavalli sono passati di moda, posso offrirti la mia
macchina. Ho cambiato nome, sono diventato ricco per te. Ti ho dedicato ogni molecola d’aria che ho
respirato, ho pensato ad un regalo da farti per ogni singolo dollaro guadagnato. Ho aiutato il destino a
venirci incontro, mi sono trasferito di fronte a te.
Eccomi.
Guardami nel mio smoking nero, nei miei occhi puri.
Osservami mentre ti guardo, mentre il cuore quasi cede di gioia, mentre la mia verde speranza brilla nei
miei occhi, riflessa. Lasciati prendere per mano, lascia che ti conduca nelle viscere più profonde della mia
anima giù fino ai lombi. Guidami lungo le tue dita, guidami sul tuo anulare sinistro.
Abbi fede, la mia fede.
Scappa, fuggi, vieni via con me. Torniamo bambini, torniamo innocenti. Lo senti? Riesci a sentirlo? È uno
squillo, è un telefono. No, non è tuo marito, non è il suo tradimento, non è la tua ora. È la nostra ora, è il
nostro momento. Avanti amore il mio numero lo sai, non avrai il tempo di dire pronto che io già sarò da te.
Non aver paura, apri la tua gabbia, spiega le tue ali. C’è un filo ben visibile che collega i nostri apparecchi,
ma invisibile è il collegamento tra i nostri respiri. Non reciderlo, ne morirei.
Forse…forse è davvero colpa mia, forse sono io ad aver sbagliato tutto. Ti ho consegnato la mia vita e la mia
auto, pensavo potessi portarmi lontano fino al centro del mio sognare. E invece no. È che tu. Eh. Tu sbagli
e io non lo sapevo, non pensavo che anche tu potessi fare errori. Ora hai capito la differenza tra freno ed
acceleratore? Sei un’assassina innocente, un’assassina per sbaglio. Hai dato gas quando era il momento di
stare fermi, hai tirato il freno a mano quando avresti dovuto correre fin da me. Io ho mentito per te mentre
tu . Hai solo saputo mentire a te stessa. Eri tu al volante, capisci? Tu alla guida, tu ad averla uccisa. Ed io ti
ho protetta come ho sempre fatto, come avrei sempre fatto. Come nonostante tutto, continuerò a fare,
sino alla fine, ed oltre.
Un colpo al cuore. Uno, solo, preciso. L’esatto momento in cui senti il click, l’esatto momento in cui ti volti e
non alzi il ricevitore, l’esatto momento in cui chiudi la valigia senza sapere dove andrai, l’esatto momento in
cui la luce verde si spegne insieme alle tue speranze. Click. Ricordo ancora quando l’ho udito. Ero in piscina,
mi immergevo e provavo a vedere quanto tempo riuscivo a stare senza ossigeno, quanto tempo riuscivo a
resistere. L’ho sentito, ho percepito che c’era qualcosa nell’aria. Sono riemerso, sono tornato alla realtà per
te perchè solo con te il verde è verde e il grigio scompare. L’acqua fredda gioccolava dalle dita. Una goccia
per volta. Click. Il mio cuore è esploso. Click. Hai chiuso la tua valigia. Click. Come un filo che viene reciso. \E
le due cime cadono lentamente nel buio, lasciando l’eco del silenzio.
Hai buttato la chiave della tua gabbia dopo averla chiusa a doppia mandata, hai lasciato che la felicità
suonasse a vuoto nel tuo salone, senza danzare, hai lasciato che tornassi negli abissi senza di te. Eppure se
chiudi gli occhi puoi vedermi, se tendi la mano puoi sentirmi.
Sei un’assassina,
lo sei.
Ma il nostro amore continua a indicarti la strada. Seguendo le verdi pulsazioni di una speranza.
Testo di Carlotta Marengo
Riveduto e adattato da Simone Coppo
Schermi di carta https://www.facebook.com/schermidicarta?fref=ts
Primo me
Non ho mai capito i giudizi facili, gli ultimi prezzi. Cos’è questa storia tipo “quello è antipatico, l’altro è un cretino”, com’è che diamo per assolute verità delle opinioni puramente soggettive? Anche perchè se è vero che tendenzialmente le antipatie sono reciproche, o siamo tutti scemi o nessuno lo è. Il punto è che è questione di chimica, di compatibilità. Come in un puzzle, con un pezzo t’incastri e con l’altro no ma ciò non lo rende più stupido o più furbo, semplicemente va più o meno bene per noi. C’è chi ascolta solo musica tunz, chi senza il black metal non riesce ad uscire di casa. C’è a chi piace il sesso e chi se non recita il rosario pensa di morire per autocombustione, c’è chi beve vino bianco e chi preferisce il rosso. E allora? Non è forse tremendamente arrogante credersi dei giudici e sentenziare dall’alto di… del nostro sgabello della cucina? Non è forse stupido pensare che le nostre opinioni siano assolutamente giuste e che non lascino spazio ad altro? Ma forse mi sbaglio, forse siamo solo dei maghi del risparmio e, anche sulle parole, preferiamo non spendere energie inutili per dire “secondo me” a inizio o fine frase. Perchè poi è stupido no il fatto che la formula sia “secondo”, cioè io sono un campione al massimo posso dirti “primo me” e chi se ne frega della cacofonia. Poi è ovvio non voglio dire che non esistano persone poco furbe, per fortuna ogni regola ha le sue eccezioni, per fortuna fino a prova contraria una prova contraria la si trova per tutto. E dunque è bene essere diffidenti verso chi il vino non lo beve per nulla perchè teme il nettare degli dei, verso chi si fa modificare la macchina pensando di vivere in fast and furios e ti urla “ehy bella gnocca” mentre muove la testa a ritmo di Nino D’Angelo, verso chi si crede giudice della corte suprema solo perchè non ha il coraggio di giudicare sé stesso. Che bello sarebbe un mondo pieno di “secondo me” e di Nutella? Un mondo pieno di umiltà, nocciole tostate e cacao. Io per ora devo esercitarmi è ovvio, ma primo me non sarebbe male.
Adesso non esiste.
Mi fa strano scriverti. In realtà questo momento non esiste. Voglio dire ora qui adesso io ti dico che il mio caffè é caldo, ma quando tu lo leggerai sarà già finito. I miei capelli misurano circa 15,35 cm, forse quando tu leggerai saranno cresciuti di 0,00005 mm e tutto sarà diverso, ogni cosa sarà cambiata. Io avrò più sonno, il sole sarà meno alto nel cielo o forse sarà già notte. Capisci é come se quando ti scrivo mettessi le parole in una bolla di sapone che non risente del tempo, dello spazio, dei capelli che crescono, del caffè che si raffredda. Adesso ne sono certa ci sono 2000 coppie che stanno facendo l’amore, un signore suona il violino nella stazione del metrò ma forse é già tutto finito, forse non é già più vero. Come può esserlo se mentre ti scrivo il momento é già passato? Si certo tutto scorre non l’ho mica inventato io, é solo che non ci avevo mai davvero pensato, non applicato ad una lettera. Si lo so che è un’email ma concedimi quel po’ di romanticismo che ancora conservo. Dici che esiste un mondo a parte per le parole scritte ? Che ne so un enorme archivio che funziona tipo una macchina del tempo. Tu dal futuro, che magari poi son dieci minuti, torni indietro al momento il cui mio indice si è posato sulla prima « emme ». Bello vero ? Un orologio che va avanti e indietro secondo i tuoi desideri. Avrai nella testa i miei capelli della giusta lunghezza, il profumo inebriante del caffè appena passato che, in realtà, ho bevuto già da un po’. Chissà cosa stai facendo adesso. Che poi se ci pensi adesso è relativo, pare evidente. Poi è un circolo vizioso perchè quando tu mi risponderai, se mai lo farai, sarà la stessa cosa. Mi dirai che sei felice perchè hai risolto quel problema, che stai uscendo a bere una birra e che, in fondo, forse un po’ ti manco. E io ora mi chiedo se sia vero, voglio dire quando io leggerò sarà ancora vero che mi vorresti accanto o invece ti sarai dimenticato delle mie lentiggini sul naso? E la birra l’avrai già finita? Tu mi dici sempre di vivere qui ed ora, adesso, nel presente. Il fatto è che così il presente è relativo, non vivo che nel passato o nel futuro, in ogni caso in un tempo che qui ora adesso non esiste. Tu mi dirai che sono stupida, che mi faccio troppi problemi inutili, ma in fondo so che mi darai ragione. Se vuoi saperlo il caffè l’ho finito davvero, i miei capelli sono senza dubbio cresciuti, il violinista della metro sta contando le monete nel cappello, il cielo è blu e io decido che è il momento di mandare le mie parole nella bolla di sapone, nella tua casella di posta che poi è un po’ la stessa cosa.
Ps mi manchi, ma non ti preoccupare non hai lentiggini di cui mi possa scordare.