È sera in un bar di montagna .
È pieno di gente pronta a fare festa.
Una ragazza entra un po’ sconsolata, si sa che a lei la confusione non fa impazzire.
Ordina il solito gin tonic poi esce per fumarsi una sigaretta.
Qualche tavolo più in là un ragazzo la segue, da quando l’ha vista entrare non è riuscito a staccarle gli occhi di dosso.
Le chiede da accendere e lei nota quello sguardo interessante, quell’aria misteriosa o solo trasandata che un po’ l’attrae.
Iniziano a parlare « vieni qui spesso ? »
Classiche conversazioni di cortesia che nascondono un desiderio crescente, reciproco.
Nemmeno si accorgono che il gin tonic è finito da mezz’ora, che di sigarette ne hanno già fumate tre e che la temperatura è parecchio sotto lo zero.
Continuano a parlare perdendosi nel loro microcosmo, nel loro gioco di sguardi e di gesti non fatti.
Nemmeno si accorgono che il bar sta chiudendo, che gli amici sono andati via salutandoli timidamente per non disturbare.
Ci sono quelle volte in cui incontri degli sconosciuti che sembra ci siano sempre stati, il pezzo perfetto di un puzzle che nemmeno sapevi di avere.
Non ci sono le basi per costruire nulla eppure è un castello in aria bello che fatto.
È emozione incontaminata, chimica mentale.
Questo pensa lei mentre osserva le mani di lui, il modo elegante in cui le muove mentre parla, il suono delle sue « esse », quel modo buffo in cui la scruta dopo che ha fatto una battuta quasi soffrisse nel non vederla ridere, nel non vederla felice.
Avrebbe voglia di togliergli i vestiti, assaggiare quella pelle morbida, scoprire di cosa sanno i suoi baci.
Avrebbe voglia di abbracciarlo, chiudere gli occhi e riaprirli al suo fianco chissà dove nel mondo.
Era da tanto che non le capitava, che non incotrava qualcuno che, con dolcezza e naturalezza, oltrepassasse la sua corazza in punta di piedi senza far rumore, senza fare male.
Si conoscevano da una o due o chissà quante ore, non se lo ricordava, il tempo stava volando.
« ti va se andiamo a fare due passi per scaldarci un po’ ? »
Quei momenti sembrano eterni con la neve che scrocchia sotto gli scarponcini, il vento calato e le stelle così vicine che quasi possono toccarle.
Hanno freddo, un freddo cane, ma fanno finta di non sentirlo per non salutarsi, per non mettere fine a quella sera.
Domani torneranno a casa, alle loro università che distano centinaia di chilometri, alla quotidianità.
Sanno che non c’è futuro ma non gli importa, non sempre è necessario vivere per il domani, si rischierebbe di perdersi il presente.
Si guardano, si piacciono.
Un timido bacio, casto.
Un’esplosione di emozioni, di colori.
Ora il tempo si blocca per davvero mentre le lingue esplorano timide.
Un bacio caldo, lento ma pieno di passione, di voglia di scoprisi e di coscienza che tutto è già finito.
Non è amaro, è dolcezza.
Non è rimpianto, è brivido dell’attimo che fugge.
È innocenza, istinto senza malizia mentre lui le accarezza i capelli, mentre lei gli sfiora la barba.
Passa il tempo e non han quasi più saliva, le labbra gonfie e un sorriso candido sui volti.
Sta albeggiando e tra le vette innevate si vede l’aurora.
Si prendono per mano, avanzano sereni e l’unica cosa che li ancora al terreno è la gravità.
Entrano in un bar, ordinano due cappuccini. Bevono in silenzio, non c’è bisogno di parole.
Un sorriso che racchiude discorsi di ore, uno sguardo che racconta emozioni.
Tornano in strada, si devono separare.
Con la serenità di essersi dati tutto e nulla, di aver condiviso qualcosa che non ha bisogno di essere definito, si salutano.
Scambiarsi i numeri sarebbe inutile, ci sono magie con la data di scadenza e questo non le rende nè più nè meno speciali di altre.
Sono solo diverse.
Sono quelle volte in cui sei la persona giusta al momento giusto ma questo, per definizione, non dura che un battito di ciglia.
Meglio conservare le sensazioni, quello che abbiamo imparato, che a volte il « non è per sempre » non ha nulla di negativo.
Un ultimo bacio, un sorriso nel cuore.
Un arrivederci a chissà quando.
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Mittente sconosciuto
Dicono che ci siano persone nate con la camicia, io mi definisco nato col mezzo tight.
Figlio di grandi imprenditori, aspetto gradevole, animo gentile. Dicono che ci siano persone più fortunate di altre, ecco io sono sicuramente tra queste. Ho sempre portato il dovuto rispetto alla mia condizione di privilegiato, non ho mai evaso nemmeno un centesimo, mi sono laureato a pieni voti e ho uno splendido rapporto con i miei dipendenti.
Io e mia moglie siamo sposati da tredici anni ma siamo innamorati come due fidanzatini.
Non preoccuparti, mi rendo perfettamente conto di poter sembrare odioso, che mi va sempre tutto bene nella vita.
Il fatto è che io credo di aver trovato l’essenza stessa dell’esistenza, quel sentimento così potente da influire davvero sul corso degli eventi.
Sto parlando della speranza.
Io vivo per dare speranza agli altri, per aiutarli a riempire quel bicchiere mezzo vuoto, per farli passare dal “andrà tutto bene” al “va tutto bene”.
La fortuna mi ha dato così tanto che credo che l’unico modo per ripagarla sia donarla agli altri.
Sabato è San Valentino e io, confesso, non è che ci creda poi molto. Ritengo in realtà che sia una festa frustrante per quelle anime che ancora non hanno trovato nessuno con cui condividere amore, con cui sorridere anche nel silenzio. Perché sinceramente a me che sono innamorato pazzo non frega un fico secco del 14 febbraio ma è negli occhi delle persone sole che leggo una tristezza infinita, un senso d’invidia e a volte rabbia verso gli occhi di chi, invece, ha il lusso di poter guardare l’amore negli occhi. È per questa ragione che io e Penelope, mia moglie, abbiamo deciso di celebrare la festa degli innamorati regalando speranza a chi crede di avere solo polvere nel cuore.
Ho fatto una lista dei miei dipendenti, dei miei amici e di tutte le persone sole e senza speranza che conosco. Abbiamo comprato della carta da lettere, rose rosse e molti francobolli. Ci siamo seduti alla macchina da scrivere, il romanticismo prima di tutto. Abbiamo scritto circa cinquanta lettere d’amore tutte diverse, tutte da ammiratori segreti. È da un mese che ci lavoriamo. In ogni riga abbiamo inserito dettagli veri delle persone, il modo in cui giocano con il tovagliolo quando sono pensierose, come bevono il caffè o si godono la loro passeggiata al parco. Abbiamo scritto Dio solo sa quanto, roba che di notte sogno il rumore dei tasti e l’odore dell’inchiostro.
Abbiamo scritto per far sognare persone che ad occhi chiusi vedevano solo il buio. Abbiamo scritto per non farli piangere a San Valentino mentre in un bicchiere di vino annegavano le loro delusioni, i loro amori perduti.
È vero, hai ragione, non abbiamo dato loro un amante, non gli abbiamo presentato l’altra metà della mela.
Tutto ciò che abbiamo fatto, o che ci siamo prospettati di fare, è stato magnetizzare l’ago della loro bussola, far sì che quel pezzo di ferro tornasse ad indicare la destinazione ultima, il nord.
Perché pensiamo che solo chi sorride sia in grado di sorridere, che solo chi è sereno sia in grado di accogliere senza se e senza ma il proprio nord. Perché pensiamo, in fondo, che se è vero che San Valentino è la festa degli innamorati, allora tutti abbiamo il diritto sentirci amati, d’innamorarci di quelle parole scritte da un ammiratore segreto che forse non si presenterà mai, ma a cui noi riserviamo un sorriso gentile.
Tu pensa che bello varcare la soglia del tuo bar di fiducia e pensare che tra tutte le persone sedute a chiacchierare ci sia qualcuno che il 14 di Febbraio ti ha spedito dieci rose rosse e un po’ d’amore in bianco e nero. Tu pensa che bello star lì sorridente pensando a chi potrebbe essere il tuo ammiratore segreto e accorgerti, ad un certo punto, che non avevi mai alzato lo sguardo dalla tazzina e che magari, per davvero, qualcuno che ti sorride di rimando c’è.
Amami se hai il contratto
Mi chiamo Alberto, ho 34 anni e sono single. Ho passato metà della mia vita a cercare l’amore e l’altra metà a capire perché non l’abbia mai incontrato. Non che mi aspetti di sedermi accanto a Cupido in un bar, chiariamoci, diciamo che non ho mai incontrato nessuno da poter chiamare Amore.
È quasi San Valentino e, come ogni anno, pensavo l’avrei passato scopandomi una di cui non so nemmeno l’indirizzo o di cui non conosco la professione ammettendo di poter consumare a casa sua. Invece ho finalmente deciso che quest’anno io cercherò la donna della mia vita e la troverò. Mi sono spremuto le meningi e ho teorizzato l’amore.
Platone, gli androgini e tutti quei romanticoni da due lire possono andare a quel paese, io ho capito davvero cos’è l’amore in pratica, ora devo solo dimostrare la mia teoria.
Dopo attente selezioni delle mie potenziali compagne, ho finalmente trovato Lei: Cristina. Questa sera la porto a cena e sarà memorabile.
Ho messo il mio vestito migliore, il cappotto nero di cachemire e la mia camicia porta fortuna. Passo a prenderla alle otto, lei scende tre minuti dopo, il tempo di fare le scale. Ottimo, mi piacciono le donne che non si fanno aspettare, che sanno quello che vogliono e quando lo vogliono. Metto un po’ di musica jazz in macchina, se non ami il jazz non puoi amare me e Cristina, dopo pochi secondi, indovina il titolo della canzone. Perfetto.
A cena una tagliata appena scottata, un bicchiere di Barbera Superiore e parliamo di vita, di rapporti e di viaggi. È strano come gli stessi temi possano essere trattati con estenuante superficialità o disarmante profondità e lei, manco a dirlo, mi sbalordisce. È un vulcano incontenibile, idee originali e solide argomentazioni, una razionale fantasia che atterrirebbe un’amante inesperto.
Facciamo due passi, forse cento non ricordo. So che si avvicina il mio momento e non posso non sorridere. Torniamo in macchina, l’accompagno a casa.
Mi chiede con disinvoltura se ho voglia di un bicchiere di whiskey ma non c’è malizia nel suo tono né nel suo sguardo, è sincera e non avrebbe usato scuse se avesse voluto farmi salire solo per andare a letto insieme. Ci sediamo, due bicchieri e un po’ di Talisker. Lei mi sfiora dolcemente la mano, mi piazza le pupille nelle pupille e si avvicina, teneramente, per baciarmi. Mi lascio trasportare dal momento, è quasi sulle mie labbra e chiudo gli occhi, sospiro. Ci siamo quasi, mi sfiora la bocca ed è allora, solo allora, che io mi sposto bruscamente.
Mi guarda interrogativa e mi chiede scusa, che forse aveva frainteso ed invece… ed invece no Cristina, non hai frainteso nulla. È solo che voglio essere chiaro questa volta e tiro fuori dalla tasca del cappotto un foglio.
“è un contratto?” mi chiede lei e annuisco.
La mia teoria è che l’amore sia a tutti gli effetti un contratto. Due persone che vogliono la stessa cosa allo stesso momento, bisogna rispettare delle clausole e ci sono penali da pagare in caso di non rispetto delle stesse. Ovvio no?
Così ho fatto questa bozza di contratto, nei vari paragrafi troverai cosa cerco e cosa offro. Per chiarezza, te lo leggerò e spiegherò personalmente.
La durata della relazione è variabile influendo su di essa, a diverso titolo, i paragrafi successivi.
Cerco una persona che sappia tenermi testa, che sappia abbracciarmi quando ne ho bisogno e mandarmi a stendere se sbaglio. Cerco una persona che mi aiuti a crescere, che mi guardi negli occhi e mi dica che mi ama o che sono un coglione a seconda delle circostanze. Cerco qualcuno che mi stimoli non solo sotto le lenzuola, una persona che sia maestro e allievo contemporaneamente. Una donna che mi parli di Pasolini e della D’Urso con la stessa passione, che sappia dunque affrontare il peso della cultura e la leggerezza del divertissement. Qualcuno che non abbia timore di amarmi non-ostante tutto, nonostante i picchi di felicità e tristezza che l’amore regala. Cerco, in breve, qualcuno che abbia il coraggio di salire con me sulle montagne russe che insieme costruiremo.
Il secondo paragrafo illustra l’offerta, cioè chi sono io.
Maniaco dell’ordine, ossessionato dal divanismo cronico ma ben disposto a prendere aria fresca. Arrogante, cinico, estremamente tenero se guardi bene sotto la barba. Insicuro fin dalla culla, maschero con l’ironia. Amante della buona cucina, disertore di fast food. Viaggio molto, soprattutto con la fantasia. Metodico, rigoroso e a volte noioso, pessimo venditore di me stesso. Ossessionato dalla bellezza, quella interiore in primis. Estremamente selettivo nei rapporti umani ma chi mi conquista ha il mio cuore per intero. Adulatore segreto di frasi banali, niente è più vero della banalità. Ho sempre amato per colmare mancanze, ora cerco amore per donare abbondanza.
Data e firma.
Ecco qui, niente di speciale. Rimane una parte in bianco da compilare con l’offerta del contraente, con i tratti della personalità di Cristina.
Lei mi guarda con gli occhi sbarrati poi inizia a ridere, ride come una pazza e cade addirittura dalla sedia lamentando crampi agli addominali. Per quanto io mi sforzi e sia cosciente del fatto che dovrei ridere con lei, non ci vedo niente di ironico nella questione. Ho messo nero su bianco l’amore, non mi sembra una cosa folle. Voglio dire ho trovato il modo per andare oltre millenni di fraintendimenti, oltre le seghe mentali da flirt, oltre quelle brutte sorprese che proprio non ti aspettavi, i fulmini a ciel sereno che t’inceneriscono, tanto per chiarire.
Si rialza, si schiarisce la voce e si siede di fronte a me. Sguardo serio, porta i capelli dietro le orecchie e le sue mani quasi sembra stiano disegnando nell’aria.
“Trovo sia una stronzata, semplicemente una stronzata epocale Alberto. Come puoi pensare di racchiudere in poche righe ciò che forse non trova abbastanza spazio nemmeno nell’intero universo? Come puoi descriverti in meno di dieci righe quando nemmeno dopo anni di psicologo puoi affermare di conoscere davvero te stesso? Da avvocato ti risponderei che non firmo per assoluta incertezza del contenuto, da filosofo non firmerei perché è la logica a mancarti. Se fossi una psichiatra ti diagnosticherei senza dubbio qualche disturbo della personalità e ti drogherei con massicce quantità di psicofarmaci. Ma non sono niente di tutto questo, non mentre siedo davanti a te. Mi hai sorpresa Alberto, come nessuno aveva mai fatto prima. Mi hai scossa dal profondo e non so dirti se in bene o in male, so che voglio scoprirlo. Perché forse non incontrerò mai nessun altro nella vita tanto folle da pensare di poter redigere un contratto d’amore e allo stesso tempo tanto coraggioso da sottopormelo per davvero. Io firmo, Alberto, ma sia ben chiaro che non firmo per nessuna delle lettere nere che hai stampato, per nessuna delle parole che hai scritto. Io firmo, Alberto, per tutto il bianco che ti sei tenuto dentro.”
Ci vediamo all’arrivo.
A volte ci poniamo obiettivi che sappiamo di non poter raggiungere, non nei tempi che abbiamo stabilito. A volte pensiamo di poter correre alle olimpiadi saltando l’allenamento perché tanto siamo forti e mica siamo come tutti gli altri che devono sudare per conquistare il traguardo. No, noi pretendiamo di vincere, di non allenarci e di arrivare alla fine con i capelli perfettamente in piega. Ed il vero problema è che quando ci rendiamo conto che non si può correre la maratona senza aver mai fatto più di due passi di corsa, allora lì ci diamo la colpa del fatto che siamo inetti, che deludiamo innanzitutto noi stessi e ci vergogniamo dei nostri fallimenti.
Ma la verità è forse che il vero errore è il nostro metro di giudizio, troppo lasso sui mezzi e troppo rigido sul fine.
Non siamo supereroi né cretini.
Siamo persone normali ed è questo a farci incazzare, il fatto che non è solo pensando di voler vincere che si vince ma è buttandoci anima e corpo. E non è facendo la vittima dopo una sconfitta che inizieremo a correre. È facendo un passo alla volta, poi due, poi tre, poi quarantadue chilometri senza mai fermarsi.
Ammettiamolo, tutti speriamo sempre e costantemente nella buona vecchia botta di culo, ma non è quello a soddisfarci fino in fondo. Non è dal caso che si origina il merito ed è solo dal merito, io credo, che si origina la gioia più sincera. Perché quando è solo fortuna ci ridi su, quando te lo sei guadagnato sorridi sereno.
No, lo giuro io non voglio dare lezioni a nessuno, parlo a me stessa ma se uso il “noi” è più facile essere sincera, scavare a fondo e non aver paura di ammettere che sì, ho sbagliato. Perché è ovvio che sia io quella della maratona e sono sempre io quella che dopo il giro del parco ha bisogno di sei bombole d’ossigeno. Per ora.
E può essere che sia una doccia gelata a fartene rendere conto e questo dettaglio, l’acqua fredda, non è metaforico.
Può essere che tu ti senta crollare il mondo addosso e le spalle deboli, troppo deboli per sopportare il peso di una lacrima.
Perché forse anche i supereroi, le persone normali e le macchine da guerra sbagliano, piangono.
E forse anche i supereroi, le persone normali e le macchine da guerra sanno asciugarsi le lacrime ed iniziare a correre per davvero.
Ci vediamo all’arrivo, i capelli disastrosi, la maglia zuppa di sudore e una paralisi sul viso che assomiglia a un sorriso.
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Ed è già passato un anno.
No, non mi sembra ieri che ho pubblicato il primo articolo, mi sembra sia passato molto più tempo. Non saprei dire quanto, solo molto di più.
Postai “il coraggio di fallire” alle tre di notte per non rimanere delusa scoprendo che nessuno l’aveva letto. Mi svegliai l’indomani con tanti messaggi di complimenti, con molti auguri per l’inizio di qualcosa di nuovo. Rimasi senza parole, avevo dato voce ai miei pensieri ed erano piaciuti.
Scoppiai a ridere, fortissimo. Una risata liberatoria, di quelle che lasciano andare le paure, i timori.
Una sensazione stranissima e bellissima.
Ho imparato a raccontarmi perché in fondo, io credo, tutti abbiamo le stesse paure.
Ho scritto della mia malattia perché volevo abbattere un mio tabù, perché nel bene e nel male è sempre con me.
Ho scritto di storie che non ho vissuto per provare a capire le persone, perché amo interpretare le persone.
Ho inventato di sana pianta per mettere alla prova la mia fantasia.
Non ricomincerei.
Non ricomincerei perché per ricominciare si deve tornare indietro ed invece io voglio andare avanti, lettera dopo lettera, articolo dopo articolo e vedere dove disegnerò la mia strada.
Si perché io mica ci credo a quelle favolette della storia già scritta, del percorso già tracciato. Io vado in giro con un aratro e solco il mio sentiero, bivi compresi.
Mi costruisco anche le trappole in cui, puntualmente, cado. E quando succede faccio due cose: la prima è ripetermi fino alla nausea una della battute finali de Il cavaliere oscuro, “perché lui può sopportarlo”; la seconda è scrivere. E mentre scrivo rifletto, analizzo, cambio idea.
Mediamente ogni articolo ha almeno tre inizi differenti. Il primo fa schifo, è freddo. Il secondo non è male ma gli manca qualcosa, non pulsa. Il terzo arriva fino all’ultimo punto ed infatti è pieno di errori, di virgole omesse e parole ripetute. Ed è questo a piacermi, l’imperfezione. Niente dà più ispirazione dell’imperfezione.
Chi si fermerebbe mai a pensare davanti ad un muro completamente bianco, pulito, assolutamente perfetto? Nessuno. Ma tu metti un puntino nero, anche piccolissimo, in quel muro e tutti si chiederanno il perché, tutti inizieranno a pensare come sarebbe se non ci fosse, o se ce ne fossero altri. Perché la perfezione è un cerchio chiuso in cui non ci sono spiragli, una figura che basta a se stessa. L’imperfezione invece ti costringe a trovare un modo per chiudere il cerchio.
Ed io il mio cerchio pensavo di averlo chiuso già da tempo, pensavo che avrei passato la vita in tribunale lottando per la giustizia. Invece mi sono ritrovata con un biglietto di sola andata per Parigi, un computer con i tasti consumati, un minestrone in testa che potrei vendere la ricetta alla Findus.
Così adesso, dopo appena un anno, vago col mio aratro cercando il vento, fiutando paesi che non pensavo esistessero sulla mappa del mio percorso.
Così adesso, dopo appena un anno, sto imparando cosa davvero significhi il coraggio di fallire, cosa significhi prendere un treno senza conoscere la destinazione ma, soprattutto, sto imparando che tra vent’anni a quella telefonata proprio non so come risponderò.
Popolè atto primo.
E così è la vigilia di Natale, la prima edizione di Popolè si è ormai conclusa e tutti già pensiamo ai regali, all’anno nuovo e a quello che il futuro ha in serbo per noi.
Che poi perché si dica in serbo non lo so ma di sicuro per la traduzione chiamerò mia cugina che lei in serbo ci ha preso la laurea.
Sarebbe inutile fare un discorso tipo “chi l’avrebbe mai detto, da compagni di liceo a collaboratori per la Nostra festa d’arte”. E infatti ho deciso di non farlo.
Sarebbe noioso iniziare a fare un elenco di ringraziamenti che, per quanto pieni di significato, al lettore risulterebbero sterili e ridondanti.
Ed è dunque evidente che mi trovo in difficoltà, che non so bene cosa scrivere, che non so bene come iniziare anche se in realtà ho già iniziato. Diciamo che non so come continuare.
Propongo un brindisi e da quanti ne farò finiremo tutti ubriachi dopo poche righe, ma è Natale e le bollicine fanno sempre piacere.
Un brindisi a Simone che ha avuto l’idea, che faceva telefonate all’una di notte per parlare del minimo dettaglio, che dopo questo festival ha due borse sotto gli occhi che neanche Gucci, che ci siamo urlati addosso come due Scorpioni con Saturno contro finendo con un sorriso ed una pacca sulla spalla. Perché il vero motivo per cui si litiga è la magia di quando si fa pace. E perché siamo due teste calde.
Un brindisi a chi ci ha messo il cuore, fosse dalla platea o dal palco, dalle quinte al bar, dalla cassa alla cucina.
Un brindisi a chi ha fatto critiche costruttive, agli errori e alla voglia d’imparare, un brindisi alla magia che si è creata tra i muri del piccolo teatro Giraudi.
Un brindisi al pubblico che pubblico non era, alle vostre risate e alle vostre lacrime, un brindisi soprattutto alle emozioni che abbiamo mostrato senza vergogna.
Un brindisi a chi ha già difficoltà a mettere a fuoco le righe, suvvia siamo in Piemonte, il vino ci scorre dentro più del sangue. Se la gioca con l’Americano Cocchi a dirla tutta.
Lo ammetto, ho barato. Ho detto che non avrei fatto ringraziamenti ed invece li ho semplicemente mascherati con un “brindisi”.
È che mi hanno insegnato che un grazie non costa nulla e regala un sorriso, è che nonostante io stia raramente in silenzio, oltre ad un grazie non ho altro da dire.
Anzi, una cosa ce l’avrei.
Arrivederci alla seconda edizione.
Abbiamo festeggiato l’arte e non abbiamo nessuna intenzione di fermarci.
Il palco al pubblico
Pochi posti, tutti vicini e sedie anche sul palco che quasi senti il puzzo di sudore degli artisti, che quasi diventi tu parte dello spettacolo. Stai seduto e guardi avanti, luci soffuse, una ragazza al piano. È minuta e graziosa, un bustino di pelle le dà un’aria grintosa anche se la vera forza la scatena quando accarezza il pianoforte, quando insieme alle corde vocali fa vibrare quelle che credevi ormai sopite, le tue. Lorenzo scende tra il pubblico mentre suona un banjo ed una batteria, mani e piedi in armonia con la sua voce, con i tuoi sorrisi. Arriva un tizio che si alza e non si sa da dove sbuchi, che si siede di fronte al microfono. Prende una chitarra e nemmeno lui sa quello che sta facendo, o più probabilmente lo sa fin troppo bene. “Io voglio vivere nudo, far prendere aria ai talloni” dice. Io dico che sei un fenomeno, caro Tano. Le risate si uniscono alle note che si fondono con le parole che ti frullano il cervello che ti fan venire i crampi agli addominali e ai muscoli facciali, che finisce la canzone e pensi che non riesci a pensare perché ancora stai ridendo e dici non ci credo, non ci credo che si è spogliato uscendo. Silenzioso come un gatto entra un ragazzo ricciolino, un altro Lorenzo, si siede al piano ed inizia una sonata classica, non chiedetemi di chi che se poi sbaglio mi vergogno. E poi di chi fosse che importanza ha? Ciò che conta è che ti arriva dentro come una carezza e ti culla dolcemente mentre ti lasci andare al punto che ti accorgi che ti sei commosso quando ormai il tuo mascara è completamente colato. Le mani volano su quei tasti come fossero create per stare lì sopra, è piuma nell’aria, è poesia in 88 tasti. Ma subito di corsa mentre stai dando un fazzoletto al tuo vicino si aggiungono un bassista ed un batterista e caro Baricco io in culo anche al jazz non lo dirò mai. Di nuovo sorridi e fluttui leggero tra una corda, una cassa e dei tasti. Non pensi, ascolti solo. Chiudi gli occhi e le note quasi si muovono davvero, le puoi toccare se vuoi. È di nuovo Chiara e son di nuovo lacrime ed un altro fazzoletto al tuo vicino che poteva anche portarseli da casa ed è di nuovo Lorenzo e di nuovo ridi a crepapelle abbracciando il vicino che ti scrocca i fazzoletti ed è di nuovo Tano e questa volta sei sconcertata, prima mi parli di nudo e ora d’amore, com’è che le mie emozioni non riescono a star ferme? Com’è che andiamo in alto e di colpo mi scaraventate in basso? Tutti in piedi, signori. Entrano gli Eugenio in Via Di Gioia, entrano questi personaggi che han dei musi simpatici, che sono autentici. Via le sedie tutti a ballare e io, confesso, io proprio non riesco a fare passi troppo complessi. È che il multitasking non è la mia caratteristica predominante e non posso godermi la musica, ridere fino alle lacrime e fare grands plies allo stesso tempo. Poi sono goffa di natura, il mio vicino invece non ha i fazzoletti ma quando balla sembra Bolle e lo perdo tra la folla, mi perdo tra la folla. Prendo sotto braccio degli sconosciuti e la mamma mi guarda ma non mi dice più di non dare confidenza a chi non conosco che solo scoprendo il nuovo si diventa grandi, ballo con un’amica, con la signora anziana che a fatica si regge in piedi ma che cosa ce ne frega se dobbiamo vivere facciamolo ballando col sorriso, prendo sotto braccio quella che pensavo fosse frigida e invece le bastano un paio di canzoni per muoversi leggiadra.
Mi fermo.
Mi nascondo dietro una quinta ad osservare. Il bianco dei vostri denti è accecante, l’energia dei nostri corpi è contagiosa e penso che abbiamo davvero partorito qualcosa di nuovo, autorale, popolare. L’ho fatto io, l’hai fatto tu, lo abbiamo fatto noi tutti battendo le mani a ritmo e regalando fazzoletti a chi, come noi, sa emozionarsi. Sembra banale, ogni cosa che scrivo su cos’ho provato durante il concerto d’apertura di Popolè sembra banale. Perché sarebbe dare corpo a qualcosa che un corpo non ce l’ha, sarebbe mettere nero su bianco sensazioni che nemmeno io ho ben capito cosa fossero, che nemmeno io ormai riesco più a scindere perché se dovessi riassumere in una parola il Nostro concerto, userei senza dubbio centrifuga. È stato rapido, intenso, è stato essere alla cima e al fondo del cestello nello stesso tempo, è stato girare intorno ad un punto fermo. Tu, io, noi, il popolo. È stato vedere i sorrisi durante l’aperitivo, è stato saziare l’animo in sala e il corpo subito fuori. È stato tutto e sarà ancora di più perché, signori miei, avete visto solo l’inizio.
Manifesto per te.
Oggi non lavoro, oggi non studio, oggi manifesto per te.
Tu mi dirai che ascolto troppo quel gruppo di vecchi, i Bandabardò, e hai ragione.
Se mi rilasso? In realtà non saprei dirti, è troppo tempo che non lo faccio.
Scendo in piazza con i cartelloni, ci scrivo “conosci te stesso”.
Un bel gioco dura poco ed il marketing, in amore, non so a quanto serva.
Anzi guarda in questa manifestazione io ti faccio psicologia inversa, ti sbatto in faccia i miei difetti e tu scoprirai di amarli tutti, uno ad uno, come io faccio coi tuoi.
Sarebbe troppo facile dirti perché dovresti amarmi, sarebbe troppo ermetico un elenco vuoto.
E quindi eccoti qui il perché tu dovresti ridermi in faccia, ed eccoti qui perché non lo farai.
Non sono testarda, devi solo usare le parole giuste per convincermi a cambiare idea.
Amo litigare, proprio mi piace a livello viscerale. È che credo che la rabbia elimini ogni maschera, quando perdi il controllo riveli chi sei. Ed io mi sono innamorata perdutamente dei tuoi nervosismi. È bellissimo vedere il fuoco che nasce piano piano fino a che non riesci più a tenerlo, fino a quando i tuoi occhioni si accendono di luce pulsante anche se il meglio, si sa, è fare pace.
Sto sempre sulla difensiva. Da grande stratega quale sei, tu stesso m’insegnasti che la miglior difesa è l’attacco, chiediti ora perché a volte sento il bisogno di essere velenosa.
Me ne vado. Quando ho paura, me ne vado. È strano sai, mi capita solo con le persone. Sul lavoro per me esistono solo sfide, è quando incrocio sguardi cupi che inizio a tremare.
Non bevo vino scadente. Se ci pensi è un bel problema, però proprio non ce la faccio, piuttosto ceno ad acqua.
I calzini spaiati sono all’ordine del giorno. Neanche il mio cassetto dell’intimo riesce a sostenere una relazione stabile.
Ti amo. Questo poi è proprio il difetto peggiore, quello che sono anni che t’imponi di non vedere, di superare, d’ignorare. Io ti giuro che litigo un decimo di quanto facevo un tempo, ho imparato a fidarmi delle persone anziché partire prevenuta, le mie gambe non hanno più voglia di correre senza contare che ho, addirittura, bevuto un vino che anche per cucinare sarebbe stato imbarazzante.
Non ho mai smesso di amarti.
Sono qui, oggi, davanti alla tua università aspettando che tu esca da lezione e ho questo cartello in mano.
Conosci te stesso.
Mi sono organizzata, ho uno zaino da campeggio con tenda, fornellino e viveri in abbondanza per una settimana.
Io sto qui e non mi muovo. Se piove forse mi prenderò un raffreddore ma non m’importa perché mi si gonfieranno i capelli e tu potrai prendermi in giro dicendo che sembro una pecora pronta per essere tosata. Amo quando mi prendi in giro.
Conosci te stesso e scava a fondo, scava come questo chiodo tra i san pietrini.
Io, oggi e domani, sono qui ad aspettarti.
Manifesto per il tuo amore, questo è il manifesto del mio amore.
Verrà quel giorno.
Verrà quel giorno e ti guarderò negli occhi.
Tu già conoscerai le mie parole così che potrò tacere e cingerti tra le mie braccia finalmente sicure.
Verrà quel giorno e chiuderemo le palpebre guardando il futuro.
Mi stringerai, la mia aria sarà la tua aria così che consumeremo tutto l’ossigeno restando inspiegabilmente vivi, più vivi che mai.
Verrà quel giorno e indosserò un vestito verde, una primavera anche in pieno autunno.
Guarderemo quei paesaggi di cui siamo innamorati, con cui ci siamo innamorati.
Non so dirti quando, forse tra un’ora, forse tra dieci anni. Ma tu non disperare e io non dispererò.
Tu non smettere di crederci ed io ti seguirò.
L’avresti mai detto? Ora, ti dico, sì.
Prenditi il tuo tempo, concedimi il mio tempo. Lasciami riordinare casa prima di accoglierti, ti lascio scegliere i vestiti prima di giungere.
Sai che odio le mele, dunque ti dico che siamo due metà della stessa fragola.
Una fragola selvatica con tutti quei semini e il suo sapore che, se colta prematuramente, ti stordisce per l’acidità.
Ed è per questo che ancora la osserviamo, perchè abbiamo imparato ad aspettare la dolcezza della maturità.
Ed è per questo che morderla sarà tremendamente rosso, tremendamente bello.
Un frutto spontaneo non soggetto a regole.
E noi le regole le abbiamo infrante una ad una.
Verrà quel giorno ed è già un po’ più vicino.
Monologo dell’educatore.
Quanto segue è un monologo teatrale scritto a quattro mani. Parla di un educatore professionale, una figura che fa del bene a chi non si ricorda cosa significhi il bene. È un monologo che parla di matti, di chi è cresciuto troppo in fretta pur restando bambino, di persone che hanno perso la loro forza. La mia musa, Chiara, è l’ideatrice di questo pezzo, io non ho fatto altro che mettere in parole i suoi pensieri. Grazie Chiara per avermi fatto sbirciare nella tua testa riccia.
Entra in scena l’attore con una valigia nella mano sinistra, in quella destra tiene un caleidoscopio. Poggia il bagaglio a terra, si schiarisce la voce.
Ho viaggiato per mare, mi è sempre piaciuto guardare come il vento ne increspi la superficie.
Mia madre diceva che solo provando la fame si può davvero gioire della sazietà così ho pensato che… bè è solo stando nell’oceano che si può amare la terra ferma.
Sono partito pensando che ciò che mi attraeva fosse solo il mare, nient’altro. Ho poi scoperto che il vero viaggio erano le isole nascoste, quelle che a volte quasi non si vedono sulle mappe, quelle isole un po’ dimenticate, un po’ pericolose, un po’ piene di un fascino che solo i veri viaggiatori sanno apprezzare.
Ci sono così tante isole diverse che non basta una vita intera per scoprirle tutte. Ad esempio, all’incirca tra il Polo Sud e il Polo Nord, ce n’è una dove si sta sempre in silenzio.
Zittisce il pubblico.
Shhhhhh, non parlare, non parlare. Tutti zitti, ognuno nel suo spazio, guai a te se lo invadi. Ogni persona è uno Stato a sé, tiene tutto dentro. Shhhh fai piano. Non parlare, non toccare, puoi solo guardare.
Lì ho capito perchè diciamo che gli occhi sono lo specchio dell’anima.
Canticchia “tu prova ad avere un mondo nel cuore”… e saperlo esprimere anche senza parole. Perchè se scavi a fondo, dietro le ciglia, dietro la paura, dietro le pupille giù in fondo fino all’anima, bè ci trovi un mondo. Ho messo nella mia valiga un po’ di quel silenzio, ho insegnato loro la bellezza di un sorriso.
Ma voi lo sapete che esiste un’isola dove ci sono dei fiori bellissimi, dei fiori così belli che se per caso provi ad annusarli il tuo cervello diventa una lucina di natale, di quelle intermittenti? E tutti gli abitanti quel fiore l’hanno annusato eccome.
Che ci frega di avere delle sinapsi perfette se ci è negata la bellezza?
Ho dato loro delle mascherine per proteggersi dal polline, ho prestato attenzione solo ai momenti di luce, dimenticando i loro bui.
Ho incontrato una donna che piangeva in un angolo, e già questo è strano visto che la sua isola era tonda.
Aveva paura degli elefanti, ma non vedeva che intorno a lei c’erano solo foche. Piangeva piangeva piangeva e dio solo sa quante delle sue lacrime adesso fanno parte di me, le ho messe in una bottiglia qui nella mia valigia. Mi si è stretto il cuore, mi si è strettA al cuore così forte che per un breve lunghissimo istante ci siamo fuse insieme e anch’io ho visto gli elefanti, e anche lei ha visto le foche.
Mi sono spogliata dei miei abiti quando ho incontrato una ragazza nuda. Stava ferma immobile al freddo ed era nuda. Mica lo senti il freddo quando pensi di avere il ghiaccio nel cuore, quando ti spengono il fuoco dell’anima.
Ho raccolto la poca legna che ho trovato, sono stata una modesta scout dopo tutto. Ci siamo impegnate, abbiamo sofferto, ci siamo aperte le mani a forza di sfregare e poi tutto d’un tratto eccola. Eccola lì, la scintilla che si accende, il calore che ti penetra implacabile dentro le ossa e tu sì, capisci di essere ancora vivo perchè un fuoco, se sai sfregare i legnetti, si accende sempre.
Io il mio viaggio l’ho fatto e per quante tempeste abbia incontrato, per quante giornate senza vento ci siano state, per quanti porti difficili io abbia visitato, ecco io ripartirei domani se potessi. Rifarei tutto da capo, mi godrei il silenzio e gli sguardi di chi non sa parlare con la bocca, gli elefanti che ci travolgono la testa, i bui della mente umana e il freddo, il freddo glaciale di chi non ha più nulla, di chi non ha mai avuto nulla. E ripartirei da capo per vedere tutti sorridere, per donare loro nient’altro che luce, per imparare da loro la felicità che non hanno mai conosciuto. E vedi questa valigia non ha quasi nulla al suo interno perchè in fondo nessuno ha ancora capito come si possa imbottigliare un sorriso, un’emozione.
Prende il caleidoscopio e lo porta davanti all’occhio.
Verde rosso blu giallo indaco arancione bianco. Bianco arancione indaco giallo rosso verde. Un naso un braccio una bocca l’orecchio sinistro. Ti devi avvicinare per vederlo.
Lo allontana un po’.
Ecco adesso non c’è nulla, solo grigio. È che in fondo, io credo, in fondo le persone per guardale nella loro meraviglia mica puoi tenerle lontane, ci devi andare dentro, scavare, amarne i colori, ogni singola sfumatura di blu. Come questo caleidoscopio no?
Guarda nel caleidoscopio.
Solo se ci ficchi bene contro la pupilla allora si rivelerà, altrimenti cosa vale? Nulla. Ecco il mio viaggio, ecco la mia vita. Io ricerco costantemente l’amore per quel puntino rosso, quello che vedi proprio solo da pochi centimetri di distanza. Io viaggio tra le isole perché ognuna è diversa, perché ognuna mi costringe ad approdare in porti difficili facendomi scoprire che, in fondo, so essere un discreto marinaio.
Raccoglie la valigia da terra. Esce.
“L’educatore professionale in Italia è l’operatore sociale e sanitario che, in possesso della specifica laurea di I livello e dell’ abilitazione, attua specifici progetti educativi e riabilitativi, nell’ambito di un progetto terapeutico elaborato da un’equipe multidisciplinare, volti a uno sviluppo equilibrato della personalità con obiettivi educativo/relazionali in un contesto di partecipazione e recupero alla vita quotidiana; cura il positivo inserimento o reinserimento psicosociale dei soggetti in difficoltà.
L’educatore professionale rientra nel novero delle professioni sanitarie della riabilitazione assieme al Logopedista, al Fisioterapista, al Terapista Occupazionale, al Terapista della Neuro-Psicomotricità dell’età evolutiva, al Podologo, al Tecnico di Riabilitazione Psichiatrica e all’Ortottista ed assistente in Oftalmologia.”
Fonte http://www.wikipedia.it