Non avere fretta.

Ci sono frasi che ti si attaccano dentro non sai nemmeno bene come. Vien da chiedersi se sia una questione di nodi, come se tutte le frasi che ascoltiamo cercassero di legarsi alle nostre sinapsi, ma solo alcune sapessero fare nodi da marinai, di quelli che si sciolgono solo quando lo decidi tu. Allora la nostra mente è davvero un porto di mare, noi vi facciamo entrare tutto e la selezione vien da sé. Ci sono frasi che ti si attaccano dentro e invecchiano con te.  Sono quelle che la notte a volte tornano, e t’addormenti col sorriso.

Sì, parlo proprio di quella frase che mi dicesti tu. No, sono sicura che non mi stai leggendo a meno che io non scriva da Dio, a meno che anche in paradiso prenda il wi-fi. Nel caso, la password è sempre la stessa.

Non avere fretta. Ci ho provato spesso ad ascoltarla. Non avere fretta. Avevi ragione, dannatamente ragione. Mi arrabbio sempre meno, conto fino a dieci prima di agire. Fino a cinque. Va bene, a volte solo fino a tre ma apprezziamo lo sforzo. E poi non scendiamo nel dettaglio, sai che ho sempre odiato i puntini sulle “i”, se ne stanno in alto a vigilare su quello stelo e si credono chissà chi. Vorrei incontrare un puntino e dirgli che io la “i” riesco a leggerla benissimo anche senza di lui, che scenda pure da quel piedistallo.

Non avere fretta. Giuro che mi sono impegnata, ma continuo ad impostare le lancette cinque minuti in avanti per non arrivare in ritardo. E sono talmente tonta che me ne dimentico e penso che il mondo viva cinque minuti indietro.

Nessuno mi ha mai fatto gli auguri di buon compleanno a mezzanotte, sempre almeno a mezzanotte e cinque. E in quei cinque minuti ci concentro la solitudine nel realizzare che il mondo ancora non si è accorto che sono un anno più vecchia, che ho almeno due nuove rughe d’espressione, che ho stappato lo spumante da un pezzo. Poi tutto passa, e io sorrido con un anno e cinque minuti di vita in più.

Non sei fatta per il quotidiano.

Avrei anche da ridire, sono una persona molto costante: faccio tre pasti al giorno tutti i giorni, il caffè al bar la mattina è la mia unica religione, dormo tendenzialmente tutte le notti.  È impossibile dire che non si è fatti per il quotidiano, un po’ come andare da un pesce e dirgli “bè non è che nuotare sia il tuo forte”. Non esiste, lo è per natura.

Dovrei smetterla di attaccarmi al significato letterale delle parole, dovrei guardare più lontano. Sarebbe così banale sottolineare che sono miope che ho deciso di non farlo. Che mossa astuta, no? Però in fondo è vero, in un certo senso non sono fatta per il quotidiano. Ho anche discrete difficoltà a scrivere la parola “stabilità”.

Vedi bene che nemmeno nel camminare l’equilibrio è il mio forte, possono testimoniarlo i miei sei tutori, la vecchia che mi ha soccorsa svariate volte sotto casa, la farmacista che si è comprata la casa al mare a forza di vendermi creme all’arnica.

Forse è vero, non sono capace di stare ferma. Mi muovo, faccio, disfo, viaggio, leggo, scrivo, strappo, inizio, devio, cambio, ricambio, salto, cado.

È un po’ come se l’equilibrio fosse la meta ultima, ed io non riuscissi mai a raggiungerla. Mi pongo obiettivi che so essere impossibili ed inizio a correre come una dannata, senza sosta. Corro, corro, corro fino al bivio. Se la lepre è troppo lontana mi fermo a riprendere fiato e aspetto qualcosa di nuovo, se la vedo ad un passo da me mi volto e inizio la fuga divertita.

Io e l’equilibrio flirtiamo senza mai concludere. Siamo due profumieri non v’è dubbio. Il problema non è il gusto della conquista, il problema è che tu, cara stabilità, non mi piaci abbastanza. Vorrei davvero poterti dire adesso che non è colpa tua, che sono io, che tu sei stupenda ed io mi pentirò di questa scelta. Ma la verità, la mia verità, è un’altra.

È che il giusto mezzo a me non basta, io voglio l’intero. È che anche il fiume prima di diventare pacato e sereno è stato cascata violenta ed energica. È che se tu sei la mia nuova alba, io adesso ho voglia di vedere quant’è buia la notte.

Ti dedico parole come di un innamorato, ti chiedo il tuo tempo. Ci sono frasi che ti restano dentro.

Ed allora io sono ad implorarti di aspettare, a pregarti di non avere fretta.

Non preoccuparti, sai bene che arriverò cinque minuti prima.

Un, due, tre.

Voglio diventare responsabile, questa è la mia più grande aspirazione nella vita. Responsabile non di negozi, imprese, cose a caso. Voglio diventare responsabile della mia stessa vita.
L’ho capito l’altra mattina mentre mi lavavo la faccia. Ho la barba, il pomo d’Adamo, un sopracciglio pronunciato : in poche parole, sono un uomo.
Forse la maturità non si prende alla fine del liceo con una data prestabilita, forse arriva mentre sei sulla tazza del cesso a leggere topolino, come il flash di un autovelox sulla statale. È fulminante. È come se di colpo la tua unica paura fosse quella di rimanere per sempre bambino, di non saper crescere. Un giorno ti svegli e pensi che qualcuno tu lo vuoi crescere.
A me è successo così : una mattina, mentre mi lavavo la faccia, ho capito che volevo un figlio. Sarà stata colpa della nuova acqua di colonia, o che ero semplicemente felice.
A Marta non l’ho ancora detto, devo saper garantire un futuro al mio bambino. Con che coraggio potrei chiederle « facciamo un bimbo ? » sapendo di guadagnare una miseria ?
Ma questo sono io ? Io che ho sempre sognato grandi cose lasciando la vita privata privata dietro le quinte, io che ho sempre sognato di diventare il numero uno adesso spero di vivere in tre. Subito ho pensato fosse colpa del vino della sera precedente, « una bella giornata a lavoro e passa tutto ».
Ho ignorato il pensiero per giorni, settimane, mesi sperando se ne andasse come i pakistani che ti vendono le rose il sabato sera. Vabbè suona razzista ma è il mio pensiero, mica una convention di emergency.
Col passare del tempo, mattina dopo mattina, doccia dopo doccia, ho realizzato mio malgrado che ci stavo pensando più del dovuto. E se l’idea di avere un figlio non fosse stata totalmente campata in aria? In fondo ho quasi trent’anni, amo Marta più del caffè di prima mattina e voglio qualcosa di nostro, qualcosa di mio e suo ma, allo stesso tempo, indipendente. Voglio un motivo in più per cui svegliarmi la mattina, un figlio a cui fare da modello e da cui imparare a vivere. Perchè per me questo è l’amore : dare e avere. Dare la vita e ricevere una pupù nel pannolone, questo è ciò che voglio. Inciampare nei primi passi incerto e correre insieme a mio figlio col passare del tempo, lasciandogli infine il testimone, sedendomi a godere lo spettacolo della nostra esistenza. E sulla panchina insieme a me io ci vedo Marta coi suoi vestiti un po’ retrò e quel modo di fare apparentemente svampito. Ci vedo i suoi capelli e quel sorriso che porta sole anche nei giorni di pioggia. In fondo adesso, mentre aspetto che il momento venga, un motivo in più per sorridere già ce l’ho : pensare che ogni euro che guadagno lo accantono per un figlio, per nostro figlio. Pensare che quando vedo lo stipendio non sono solo affitto e birre ma anche pannolini. Pensare, forse, che un bambino non è il compimento di una vita, ma l’inizio di un’altra.
Ed è sorprendente come tutto questo coincida col mio modello di vita: porsi sempre nuovi obiettivi, nuove sfide, mettere a dura prova i nostri limiti per raggiungere quel traguardo che tutti chiamiamo felicità ma che ognuno mette in posti differenti. Il mio, Marta, è al tuo fianco. Tutti e tre insieme.

Per caso, amore.

Tu ci credi ai miracoli ? Io si. Hai mai pensato al destino ? Io si. Ti sei mai fermato a riflettere mentre andavi di fretta ? A volte, io si.
Tu pensa a che regalo ci ha fatto la sorte oggi. Tra tutte le combinazioni possibili al mondo, tra tutte le teste che popolano il mondo, oggi ci siamo io e te.
Io e te nello stesso emisfero, nello stesso continente, nello stesso paese, nella stessa capitale, nello stesso metrò. Andiamo pure nella stessa direzione, che caso no ?
Ho controllato, passa un treno ogni due minuti. Ho contato, ci sono sei vagoni. Ho verificato, ci sono quattordici linee metro, quattro linee RER e infiniti bus. Eppure, io e te, siamo qui.
La gente pressa così tanto che non avere un ottimo deodorante diventa attentato alla pubblica sicurezza. Il tizio accanto a me ascolta r’n’b di terza scelta e se non abbassa quel dannato volume diventerà sordo prima dei trent’anni. Io e te invece niente cuffie, sappiamo ancora ascoltare il rumore della gente.
Ma ti rendi conto del caso ? Guarda che se ci pensi è incredibile, sono qui solo perchè ho perso di un soffio il treno prima e dio, che fortuna averlo perso. Ora tu mi guardi e mi sembra che non ci sia nessun altro nel vagone. Tu mi guardi e io penso che è stata una pessima scelta non mettere un velo di trucco. Avrai notato le mie occhiaie, sembro un panda. È che sono stanca, normalmente non le ho. Ho dormito male, capita sovente. Mi perdo nei pensieri e non ne esco più. O forse, semplicemente, bevo troppi caffè. Sarà che sono nervosa. Un bella cazzata essere nervosi e bere caffè sperando di rilassarsi. Un po’ come lamentare una tendinite e andare a correre la maratona di new york. Un po’ come aspettare un tuo sguardo e abbassare gli occhi quando lo vedo.
Sullo stesso vagone, cioè è pazzesco, assolutamente pazzesco. Averti qui davanti a me è l’equivalente di un assetato che trova un’oasi nel deserto. Senti allora che dici, lo sfruttiamo questo miracolo della statistica, questo capolavoro del Caso ? Io scendo alla prossima, vieni ? Facciamo un gioco : io scendo e non mi volto prima dell’uscita, so già che ti troverò lì. Vero ? Conta fino a tre e buttati nel vuoto, buttati sul marciapiede mentre le porte suonano e la giacca per un soffio non rimane impigliata. Battimi sulla spalla e sorridimi, non è difficile. Ti accetto anche senza cavallo non preoccuparti. Mostrami il tuo regno, a cosa pensi quando piangi ?
Tre, due, uno.
Le porte si chiudono, sono fuori. Non resisto a non voltarmi fino all’uscita. Mi giro subito, in fretta, con la sicurezza di chi sa cos’ha alle spalle anche se paradossalmente sei il mio futuro e non il mio passato.
Non ci sei, il treno è ripartito. Non ti vedo, ti cerco tra la folla che va controcorrente al nostro destino.
È un attimo, è un flash. Era tutto nella mia testa.
È che a volte, sovente, molto spesso, la maggior parte del tempo, quasi sempre, non do voce ai miei pensieri. Me li chiudo nella testa a doppia mandata e il massimo che riesco a fare è metterli nero su bianco. Perchè li vedo e li controllo. Lasciarli andare con un po’ di vibrazioni e qualche molecola d’ossigeno non fa per me. Lasciarli andare come ho lasciato andare te, non fa per me.

Un giorno in meno al mai.

Chiudi gli occhi e assapora le mie mani, chiudi gli occhi e senti il mio respiro.
Io ti parlo, tu in silenzio annuisci. Ti racconto di luoghi lontani, di cose che ho vissuto in un passato che non esiste più eppure è sempre lì.
Chiudi gli occhi e fingi che sia vero. Un paradosso lo so, fingere che sia reale ciò che di reale non ha nemmeno il sangue. Ma con l’immaginazione sei già altrove, sei già oltre. Oltre la siepe, il tempo, oltre il fuso orario che ci separa come una gelida lama d’acciaio.
Chiudi gli occhi ed è vero, il profumo dei tuoi capelli, il calore della tua voce. Niente è più potente di una mente che vola.
Prendimi per mano e raccontami di te, fallo con gli occhi le parole son superflue.
Lo vedo in fondo all’iride quell’amaro che attenta alla tua purezza. Ma sei diamante e nulla ti scalfisce. Ma sei diamante e da te non nasce nulla.
Shhh non dire niente, perché mediare l’immediatezza dei tuoi occhi? Sarebbe come dire il grano color oro, vedi bene che è ridondante oltre a suonar male.
È passata un’ora da quando siamo qui, io nella mia casa e tu chissà dove. Un vento dell’ovest che mi soffia dritto in faccia, è vita che si muove e mi commuove. È come mano tra i capelli con un po’ di polvere negli occhi. È come che vorrei non ritornarci al vero perché il vero ce l’ho in testa.
La sveglia suona e il caffè passa più inesorabile del tempo. Il caffè passa e tu con lui, più inesorabile dei miei pensieri. Passerà anche oggi ed è un giorno in meno a quando ti rivedrò. Un giorno in meno al mai. Se solo quel giorno ti avessi detto ciao. Se adesso non sapessi che coi se e coi ma si scrivono solo belle storie, non potrei dirti che niente è più reale dell’immaginazione.

Un capo che ritrovò la coda

Questa è una storia che non ha capo né coda. Questa è una storia senza drammi, senza colpi di scena, senza azione.

Se volete leggere di omicidi, di sangue e di battaglie, se volete leggere d’amore, allora non leggete questa storia. Se volete leggere di peccatori, di santi e di eroi, se vi piace il lieto fine, allora cambiate storia. Perché qui non c’è inizio e men che meno una fine. Qui non c’è amore né passione né tanto meno morte.

Questa storia in realtà è una somma di storie che contengono una storia ma, di per sé, non è una storia. Narra di un paese, un piccolo paese con più chiese che abitanti. Narra di uomini, donne e qualche bambino che si trovarono in un bar. Un bar in un paesino con più chiese che abitanti, un bar tutto sommato pulito, ben illuminato. Così ben illuminato che i nostri protagonisti di questa storia che non è una storia, dovettero abbassare le tapparelle. Ed è un dettaglio inutile perché le tapparelle abbassate non hanno alcuna importanza, forse.

Adesso la tensione è palpabile, il lettore si chiederà perché le tapparelle, che m’importa delle tapparelle se d’importanza non ne hanno? E questo è un grattacapo che ti leva il sonno, quel dettaglio che si pensa sia la chiave ma poi si scopre che non c’è nessuna porta. Allora si pensa che, se fosse inglese, almeno questa chiave servirebbe a qualcosa. Non perché l’inglese sia utile, bada bene, la chiave inglese lo è.

Questa è la storia di alcuni personaggi seduti in cerchio, anche se un cerchio propriamente non è, che si trovarono in un bar per ascoltare. E vien da chiedersi che cosa mai ci sia da ascoltare in un piccolo, pulito e ben illuminato bar di paese. Le chiacchiere delle vecchie, la macchina del caffè, le tazzine ancora calde.

Ora il lettore si sorprenderà di scoprire che i nostri eroi, i nostri eroi di questa storia che non è una storia, si trovarono in un bar per ascoltare un gran maestro. Che setta sarà mai una setta che si riunisce in un bar? Forse il circolo della canasta, il gran oriente della caffetteria. Si discuterà senza dubbio di miscele di caffè. Così il lettore rimarrà deluso scoprendo che di un arabo si parlò ma l’arabica mai fu nominata.

È inammissibile, si pensa, che dopo mezza pagina ancora non si veda una storia. Che non si dica, tuttavia, che non eravate state avvertiti. Uomo avvisato, mezzo salvato. E di salvati tra i nostri eroi ce ne sono ben pochi, anzi forse nessuno.

Questa è una storia in cui i personaggi, e il numero di personaggi sceglietelo pure voi, si trovarono in cerchio per ascoltare il gran maestro che raccontava storie, che raccontava come si scrive una storia. Una storia qualunque, che di logico non ha nemmeno il filo. Una storia di poeti, cantanti, geometri ed avvocati. Ognuno con una storia, anche se nessuno parlò della sua storia. E allora voi mi chiederete che senso ha scrivere una storia che non contiene una storia, una storia in cui uomini raccontano fatti, in cui son tutti un po’ matti, in cui non emergono sommersi né ci sono salvati. E vien da chiedersi se questa è una storia dove tre vecchi che vivono insieme decidono d’ammazzarsi così, perché così dice lo scrittore. Allora si scriva, perchè almeno nelle nostre pagine bianche si è avvocati, imputati e pure giudici. Così adesso dico che un personaggio aveva lunghi capelli blu, che uno le scarpe le portava solo d’inverno, che il muto per miracolo parlò. E poco importa se mi distacco di molto dal vero, perché il vero in una storia conta meno di un due di picche, a carte s’intende. Allora concludo e vi confesso che una fine non ce l’ho, ma l’inizio non è male. Decido dunque che sarà l’inizio, l’inizio di una storia che sarà una vera storia. Una storia in cui vedremo amore, passione e magari un po’ di morte. La storia di un capo che ritrovò la coda. Ma questa è un’altra storia.

Amore sincronizzato

Qualcuno una volta mi ha detto che l’innamoramento è come una cascata, un vortice di emozioni ed energia, una sensazione che ti fa sentire vivo dall’unghia del quinto dito fino alla punta dei capelli ma che, purtroppo, ha una fine. L’amore duraturo, invece, è più come un fiume, calmo ed infinito. Almeno ad occhio nudo. Ecco io sono sempre stata cinica, non è che abbia mai davvero creduto a questa favoletta dell’altra metà della mela. Che poi a ben pensarci sarebbe più carino dire che siamo due valve della stessa ostrica. E che l’amore è la perla al nostro interno. Lo so, dico di essere cinica anche se è evidente che da qualche parte mi sia rimasto un briciolo di romanticismo.  Ma questa è un’altra storia.

Oggi voglio parlarvi di un legame che non avevo mai visto prima, di una simbiosi tra due esseri viventi.

I protagonisti, nonostante sembri l’inizio di una barzelletta, sono un tedesco ed una scozzese. Lui è alto, un corpo statuario e occhi più dolci della panna montata. Lei è bassa, tozza, pelosa, ma è una tipa tosta. Lui si chiama Pablo, cacciatore per natura, modello per passione. Ha uno spiccato senso della protezione ma, è cosa nota, tutti lo amiamo per la sua non brillante intelligenza. Lei si chiama Giorgi, venderebbe l’anima per un po’ di cibo, compensa la bassezza con l’astuzia. Fashion victim di prim’ordine, porta sempre un ciuffo davanti agli occhi che, lei crede, le dona un aspetto misterioso. Lui è il braccio e lei la mente, una coppia che fa scintille. Lei pensa, lui agisce. Lei ha fame, lui le lascia finire il piatto. Lei ha paura, lui la difende. Lui vuole giocare, lei ringhia. Il loro legame è così simbiotico che anche i bisogni vengono fatti in sincro. Lui alza la gamba, lei si accovaccia al suolo. Lui fa la numero due, lei ci mette tutta l’anima per imitarlo. La loro vera grande passione rimane la caccia alle lucertole. Si divertono come bambini mentre corrono disperatamente dietro il rettile mal capitato. A vederli, va detto, viene da sorridere. Giorgi, cane multifunzione, ricorda un puff poggia piedi ma è utile anche come spazza pavimenti o come orsacchiotto di peluche. Pablo, al contrario, è il classico grande grosso e tonto. Quando lui cattura un riccio, e non chiedetemi come diavolo ci riesca perché va contro ogni legge fisica, lei ha il diritto di rubargli la preda. Diciamo che la loro coppia è molto bilanciata poiché gli evidenti complessi d’inferiorità di Giorgi (alta circa quanto una margherita), vengono compensati dalla galanteria del suo compagno. Lei, in cambio, lo fa sciogliere con un bacino sul muso. E in quel bacio c’è tutto l’amore, e negli occhi chiusi di Pablo c’è tutta la tenerezza.

Sono inseparabili, un duo comico che funziona solo nell’unione, due ingranaggi nati per stare insieme. Io credo che, se mai esistesse l’altra valva della mia ostrica, vorrei che la nostra perla fosse come quella di Pablo e Giorgi. Solo, non ho ancora capito se sarei quello alto e tonto o quella bassa e stronza.

La stagione degli esami

La sessione di settembre bussa ormai alle porte e al suo confronto il famoso postino sembra un tenero orsacchiotto da coccolare.  Pur di non studiare gli universitari s’inventerebbero qualsiasi cosa, io per esempio ho individuato quattro macrocategorie compagne di sessione.

 Le aule studio, è cosa nota ai più, sono popolate da diverse tipologie di persone:

ci sono i nerd che non alzerebbero lo sguardo dal libro nemmeno se quello di fronte a loro si strozzasse con una caramella e tutti quelli intorno a lui tentassero di salvare il malcapitato. No, nemmeno se Putin dichiarasse guerra ad Obama. E nemmeno se davanti a loro si sedesse Angelina Jolie. Tutti, in realtà, vorremmo avere la loro capacità di concentrazione nella settimana precedente all’esame, salvo poi tornare ad essere dei tipi tosti.

 Seguono i PR ossia le persone che si recano nelle biblioteche solo per coltivare relazioni sociali. Sono quelli che hanno il 91% di caffeina nel sangue a furia di pause al bar, quelli che hanno iniziato a fumare per giustificare il loro stare fuori mentre tutti studiano, sono quelli che poi danno la colpa al professore bastardo quando vengono, puntualmente, bocciati.

Tendenzialmente i loro libri infatti restano intonsi fino a qualche ora prima dell’esame.

 Le loro vittime preferite sono senza dubbio quelli che io amo chiamare i corruttibili, vastissima categoria in cui il 90% di noi si ritrova. I corruttibili si distinguono per i buoni propositi di cui sono dotati nel momento in cui varcano la soglia dell’aula studio e della velocità con cui questi svaniscono dopo la semplice domanda del pr “oh zio, caffè?”.  Riescono comunque a studiare circa due ore al giorno e a portare a casa voti dignitosi anche se, lo sanno, avrebbero potuto fare di meglio se solo non avessero perso già dalla quinta elementare la forza di volontà.

 La vera bellezza delle biblioteche è però costituita dalla classe delle naturiste. Trattasi di individui di sesso femminile che, indipendentemente dalla temperatura esterna, sono nude. Sempre. A prescindere. L’unica vera differenza tra estate e inverno è per loro la presenza del collant sotto lo short inguinale. Al loro ingresso l’aula studio si trasforma in una savana: le donne le odiano e iniziano a lanciare velenose frecciatine che sanno di buccia d’arancia, gli uomini le guardano lasciandosi facilmente distrarre dallo studio. Rimorchiano più loro di un camion specializzato. Attirano l’indiscusso odio di ragazze che si lamentano, alla loro vista, della indiscutibile puzza di gatta morta.

 Lo so, non ditemelo. Ci sono almeno altre dieci categorie, tipo quello che passa le giornate a fissare la gente, quello che si porta il pc solo per giocare ai videogames senza pagare la connessione, quello che puzza, quello che dorme, quella che non sta mai zitta, quella con l’alitosi e quello che si scrocchia tutto il tempo. Purtroppo, però, nonostante io sia una fedelissima discepola della distrazione, credo sia giunto il momento di tornare sui libri.

Come direbbe mia cugina,

imbocca il lupo ragazzi.

Buona sessione.

Posso sognarti?

Ciao, scusa se ti disturbo a quest’ora tarda.. ti ho svegliata? È solo che mi chiedevo se potevo sognarti. Sto per andare a dormire e mi è venuto in mente il tuo bel visino. Solitamente l’ultimo pensiero che ho prima di chiudere gli occhi mi gira nel cervello tutta la notte così, ecco, mi chiedevo se ti dava fastidio che ti sognassi. No dico perché sono dieci anni che ti amo ma non ti ho mai vista nuda. Però magari sai il mio inconscio nel sogno potrebbe anche pensare di guardarti mentre dolcemente ti spogli ignara della mia presenza. Non ti bacerei, sai che non potrei mai senza il tuo permesso. Nemmeno nei miei sogni potrei mancarti di rispetto. Che cavolata, è limitante la mia educazione sai? Anche nelle mie fantasie tu non sei mia perché sarebbe come violarti, come farti un torto che rimarrebbe nella mia testa piccolo piccolo quasi invisibile eppure non mi lascerebbe più il coraggio di guardarti negli occhi. Posso sognare i tuoi occhi? Solo l’iride. Posso sognare i tuoi occhi e non svegliarmi più? Anche le tue mani, vorrei sognare anche le tue mani se non ti dispiace. Forse pretendo troppo, sono passati solo dieci anni da quando ho iniziato ad amarti. Non sarei mai così presuntuoso da pretendere la tua attenzione, tu sei Luna e io sono un infimo masso in fondo agli abissi. Tu guarda avanti e vola libera, io col mare negli occhi ti osserverò felice. Ho così tanto amore da darti che basta per entrambi. È per la mia salute che non possiamo vederci, il cuore si fermerebbe di colpo se tu mi sorridessi ancora come quella volta. E se il mio cuore si fermasse non potrei più amarti, che senso avrebbe vivere senza amarti? Che senso avrebbe morire se fossi obbligato a smettere di vivere per te? È molto tardi hai ragione ma non piangere. Io non voglio niente.  Voglio solo il permesso d’immaginare i tuoi begli occhi in cui tuffarmi. Solo una volta giuro. Mia musa, mio amore, mio tutto. Non sentirti in colpa, non dire nulla. Anzi è colpa mia che ti getto queste parole come un sacco dell’immondizia senza pensare che potrebbero ferirti. Lo fanno? Non badare a me, io sto bene al tuo solo pensiero, mi riempi come aria fresca nei polmoni, come luce di prima mattina. Ai sogni non c’è freno dici. E allora permettimi, solo per questa notte, d’immaginare le mie labbra che sfiorano le tue. È sapore di pesca amore mio. Ci vediamo nel mio sogno.

Noi tamarri di una volta.

Mi sono seduta al bar questa mattina per prendere il solito caffè. Accanto a me una tavolata di giovincelle liceali conversava amabilmente. O almeno speravo. C’era una certa musicalità nell’aria, infatti ogni tre parole veniva abilmente inserito il termine latino “minchia”. Ho udito modi di dire che pensavo morti e sepolti quale “gli sono andata dietro” per indicare un vano tentativo di seduzione,  “me lo sono slinguato” anziché un sobrio limonare.  Da buona snob mi sono subito irrigidita e, storcendo il naso, ho pensato che noi a quindici anni eravamo completamente diversi, che le nuove generazioni sono bruciate, che mio dio ma il darwinismo ha davvero fallito.

Arrivata a casa ho riguardato le vecchie foto di quando ancora la maggiore età sembrava un’oasi in un deserto di brufoli ed adolescenza. Dio mio, ero veramente così? Sono uscita con quel tizio così imbarazzante? Perché nessuno mi ha mai detto che assomigliavo ad un peto imbottigliato? E poi la rivelazione: in un passato lontano ma non poi così tanto, ho usato pure io il “tvukdb”, il “xkè”, ho ascoltato musica che mi vergogno ancora adesso di cantare sotto la doccia nonostante sia sola in casa, ho bevuto il primo bacardi breezer credendo di essere la regina del mondo. 

La verità è che abbiamo tutti un passato da tamarri, nessuno escluso.  E tutti tentiamo di rinnegarlo guardando con la stessa espressione di un mangiatore di limoni questi nuovi quindicenni.  “io alla loro età passavo le giornate a leggere i Sepolcri per poi abbozzare la mia tesi sul neopositivismo e le sue influenze che potremmo definire decadentiste ma anche no”. Per cortesia, a quindici anni pensavi a come chiedere di uscire alla brunetta della classe accanto, a come scopiazzare il compito di matematica, a se fosse meglio il topexan o sei dita di cerone per non far vedere i brufoli. Tutto questo con musica di dubbia qualità nelle orecchie.

E quindi il mio è un appello a tutti noi ex tamarri, a tutti noi che almeno uno scheletro nell’armadio ce l’abbiamo. Prendiamo pure in giro i nuovi liceali, sfottiamoli a dovere per manifestare la nostra insindacabile superiorità non senza però, nel profondo, sorridere pensando che, ai nostri tempi, c’era qualcuno che rideva di noi allo stesso modo. E ne aveva tutti i motivi.

Io sono poligamo (parte II)

Caro Guido,

sono abbonata da anni a questo giornale e, dopo aver visto la tua lettera, ti confesso che per la prima volta in vita mia ho deciso di inviare una risposta.

Non voglio attaccarti, siamo più simili di quanto pensi. Hai parlato di poligamia, di come amare una sola donna non ti basti, del fatto che i tuoi sentimenti siano sinceri. Ecco ora riprenderò un tuo passaggio sul quale vorrei soffermarmi:

“So che il vostro non è sincero amore ma solo il tentativo di diventare la numero uno, eppure mica mi lamento, mica vi faccio patetiche scenate isteriche. Forse, in fondo, la sfortuna è la mia che dono il mio cuore e da voi non ricevo altro che complessi d’inferiorità.”

Mi ha fatta riflettere parecchio, sai? E questo perché io sono come te, io sono poligama.

Non faccio moralismi, anch’io metto in chiaro le cose fin da subito. Sono sposata, ho due figli e non ho mai avuto alcuna intenzione di lasciare il mio porto sicuro. Però è anche vero che a volte da soli non siamo in grado di vedere i nostri problemi, spesso necessitiamo di qualcuno che ce li faccia notare. E nel mio caso quel qualcuno sei stato tu. Leggere le tue parole è stato come guardare dentro la mia testa. Mi hai scavato l’anima e ci ho visto una voragine che nessun amante potrà mai riempire. Finito l’articolo ho preso un bicchiere di whisky, mi sono seduta in giardino al buio e ho iniziato a pensare.

È possibile amare due, tre, quattro persone contemporaneamente allo stesso modo? Come rappresenteresti l’amore che una sola persona è capace di provare? Come una torta da cui puoi ricavare tantissime fette? O come un cioccolatino per un uomo solo? Voglio dire io ho due figli e amo entrambi allo stesso modo, ma è paragonabile il sentimento che nutro nei loro confronti all’amore che ho per i miei uomini? Io credo di no, e lo sai anche tu caro Guido.

Poi ho iniziato a pensare che probabilmente sono un’insoddisfatta, che sono incapace di accontentarmi. Praticamente un’ amore-dipendente. Ma questo non spiegherebbe perché io non sia semplicemente una cozza con mio marito ma abbia bisogno di cercare avventure al di fuori del mio matrimonio. Ninfomane? Assolutamente no, sono la seduzione e l’amore ad interessarmi, non il sesso. O meglio, il sesso m’interessa come conferma del mio successo, non come atto in sé. La verità, Guido, è che sono un’insicura. Ho un bisogno estremo di conferme e non avevo mai trovato il coraggio di ammetterlo. Ho bisogno di sedurre un uomo e di sentirmi dire che sono bella. Ho bisogno che a farlo siano in molti perché in fondo io in me stessa non ci credo poi così tanto. I miei amanti sono le mie reti di salvataggio, il problema è che il pericolo per me stessa sono io stessa. Io che non so se sono in grado di tenermi la stessa persona al mio fianco per tanto tempo perché il mondo è pieno di donne migliori, io che faccio del male per non farmi male ma che in fondo, molto in fondo, non mi ero mai resa conto che m’illudevo di colmare un vuoto con dolci parole. Tu Guido hai detto “amatemi se potete. Amatevi perché dovete” e io ora concludo la mia lettera ponendoti una domanda:

tu ti ami? Perché io, dopo averci pensato, ho realizzato che non mi amo poi così tanto.

Ti abbraccio forte fino all’anima,

Benedetta