Fenomenologia delle ragazze single

Le ragazze single possono essere suddivise in due categorie: quelle single per scelta e quelle single per scelta degli altri. Manco a dirlo la seconda categoria conta quasi il doppio degli esemplari della prima. Partiamo con un rapido identikit:

LA SINGLE PER SCELTA

La SPS è un animale tendenzialmente solitario , attacca a suo dire solo per difesa, salvo l’utilizzo del suo diabolico veleno “acido zitellico” che paralizza all’istante la preda. I suoi periodi di richiamo alla riproduzione possono trasformarsi in lunghe depressioni o dare luogo alla versione puttanone dell’animale. Ci troveremo nell’ultimo caso di fronte ad una predatrice senza scrupoli, armata di cinismo, rossetto e femminismo da osteria. Il suo motto sarà “solo sesso” e pur di non innamorarsi si farebbe murare viva. La leggenda narra di un animale che un tempo fu ferito in amore e che ora si cimenta nel ruolo della xena dei rapporti sentimentali.  La sua credibilità è pari solo a quella di Martina Stella come attrice drammatica.

LA SINGLE PER SCELTA DEGLI ALTRI

La SPSDA si contraddistingue per il perenne occhio lucido e l’anulare sinistro sempre a portata del suo futuro ed immaginario promesso sposo.  Ora si potrebbe aprire una parentesi sulla relatività del concetto di futuro, ma qui si parla di zitelle, non di filosofia. Siamo pur sempre persone rispettabili per Giove. Tornando a noi, la SPSDA non perderà nemmeno un istante per raccontarvi il suo amore naufragato, il modo totalizzante in cui ha sempre creduto nella sua storia più lunga (circa centosessanta ore pausa di riflessione compresa), la devastante delusione che ha seguito la fine ma, soprattutto, il sorprendente modo in cui ne è uscita ed è pronta a rifarsi una vita. Per esempio con te. Esatto, con te. Perché la SPSDA si metterebbe anche col tombino di casa sua se questo l’amasse. Perché per lei l’amore è vocazione, lei fa meno selezione all’ingresso di un bagno pubblico. Si narra che siano state le prime SPSDA ad insegnare alle api l’arte del “volare di fiore in fiore” pur di trovare un fiore.  Ora tu, che sei un attento lettore, troverai della analogie tra la SPSDA e la SPS puttanone. Bravo, hai ragione. Solo che dimentichi un dettaglio, e questo dettaglio è l’Amore. Ricordi? Il puttanone single per scelta si strapperebbe il cuore senza anestesia pur di non innamorarsi, la single per scelta degli altri venderebbe sua madre per un “ti amo” trovato in un biscotto della fortuna scaduto.

Ora ritengo che questo articolo sia troppo privo di senso per lasciarlo qui a mezz’aria come un prosciutto in stagionatura. Per questo ho deciso di trarre delle conclusioni d’influenza kantiana con un retrogusto tutto aristotelico senza per questo togliere una nota hegeliana. Nella vita non importa se sei single per scelta tua o degli altri, perché ci sarà sempre un comune denominatore, ci sarà sempre qualcosa che ci lega nel profondo dal profondo, non cesserà di esistere il collante di tutti gli esseri umani fragili e forti, sani o feriti, bianchi o neri, gialli o rossi. C’è qualcosa che va al di là di ogni razzismo, di ogni credenza, religione, superstizione, di ogni nonna e del suo brodo di pollo il sabato sera, di Carlo Conti abbronzato anche all’otto Dicembre, della pioggia appena uscita dal parrucchiere. È quella forza che ci unisce, che ci fa soffrire, che fa nascere famiglie, che, in fondo, fa girare il mondo: quella cosa è senza dubbio il sesso.

Fammi volare

Le sfide più grandi sono con noi stessi. La paura devi metterla da parte. Com’è che allora scende questa lacrima? Io sono più forte di te, sono più forte di me. Il segreto sta nell’accettare la sconfitta. Vieni dai prendimi per mano, fammi volare, fammi dimenticare cosa c’è oltre il vento. Chiudi gli occhi e assapora questo sale che si secca sulle ciglia, che ti bagna la pelle. Questo sole ti acceca non meno di un amore folle che non ti sai spiegare. C’è solo vento intorno a te, tra i capelli, nelle narici, nel cervello dritto al cuore. Lo senti tra le mani il Maestrale mentre la scotta ora brucia e tu la stringi, non mollare. Ci sei quasi, alza la deriva. Io mi sento alla deriva. Torniamo indietro, stiamo in mare ancora un po’. Fermiamoci qui ancora un po’. Puoi toccare fa male ma non troppo. Oggi ho visto una farfalla, mi volava intorno ai piedi quasi a dirmi vai avanti. Oggi ho visto un po’ d’acqua nei miei occhi quasi a ricordarmi che il mare ce lo portiamo dentro. Prendimi per mano, annulla tutto il resto. Fammi sentire il sibilo della velocità, fammi provare il brivido del controllo. Portami a bordo, non scendiamo mai. Dritti fino all’isola che non c’è,  dritti fino ai sogni dei miei giorni di Sole. Ho visto in faccia l’amore e gli ho dato il tuo nome. Ho visto in faccia l’amore e portava il tuo odore.
Ho un gusto un po ‘ amaro sulla lingua, ho sete di vento nelle vene.
Non mi fermare, voglio iniziare a volare.

Togli un posto a tavola

Eccoci, finalmente soli. Io, te e qualche sigaretta. Non c’eri eppure ci sei stato tutto il tempo. Ora ti ho seduto sulla poltrona di fronte a me, immobile quasi fossi in un quadro. All’inizio hai visto, ero ferma. Bloccata. Ero a disagio lo sai, quel groppone che ti si attacca alla gola e non ti molla più. Ho spalancato forte gli occhi per rigettare dentro le lacrime. Che buffo no ? Ci siamo visti una volta o poco più eppure mi commuovi. Ho costruito il mio affetto su quello che ho sentito raccontare, su quello che tu hai raccontato. Un legame saldamente effimero. Ma forse poco importa. Lei ha chiuso gli occhi e nei suoi occhi c’eri tu. Strano come le persone a volte parlino del nulla per timore del tutto. E il tutto questa sera eri tu. Chissà poi adesso dove sei. Mi arrogo diritti che non ho. Scrivo a te e nemmeno ci conoscevamo così bene. È solo che lo vedo in fondo a sinistra quel luccichio negli occhi dei tuoi cari, quella scintilla che tu avevi ora la portano loro. Faceva freddo quel giorno quando mi abbracciasti, faceva molto freddo. Se mi chiedessero una parola per descriverti sarebbe senza dubbio nudità. Mi ero sentita nuda col cappotto. Nuda dentro, ben inteso. Bassino, occhi azzurri. Due fari per essere precisi. Due fari dritti da cui non scappi, boom. Niente di vero tranne gli occhi. E che verità. Scendi, aiuta. No, non leggere. Non leggerlo me ne vergogno. Parole a caso, minestrone di ghiaccio. Virgole come vetri rotti, pause come le parole che non ti ho detto. Che non ti dirò. Ho tolto un posto a tavola, tu non c’eri. Eppure ci sei stato tutto il tempo. Etere che vaga, vento che rinfresca. Lo vedi, anche adesso, sono pensieri in libertà, legami che si spezzano. Come le emozioni che ho taciuto. È che a volte bisogna farsi da parte, rispettare in silenzio chi merita silenzio. Chissà se voli anche tu, farfalla bianca libera nel cielo. Chissà se voli anche da terra. Forse era pizzo bianco e sulla testa un tocco blu. Scrivo ma non trovo un senso, scrivo e penso che non ci dev’essere un messaggio, non dev’essere forzato. Non voglio dire niente. È grave se i miei pensieri sono in riproduzione casuale ? Senti che profumo di fiori. Non tralascio nulla ora ti guardo e mi sembra che tu ti stia muovendo. Come un quadro che prende vita ma i quadri una vita mica ce l’hanno. E nemmeno tu adesso. È stato un sogno io e te in una serata mai esistita con gesti che mai saranno con risa che non esisteranno. Legge del contrappasso, mi chiamo Bravo. Non continuo ma tu sai cosa segue. Non importa. Come un colpo di pistola. Chiaro, netto. Non permetterlo. Vorrei avere una macchina per leggere i pensieri. Non tutti, solo quei flash estemporanei. Solo quegli occhi che si chiudono. Click, on. Click, off. E in quell’ off c’è più vita che in quell’on. Allora tanto vale fare off no ? Lo sai che è una stronzata. Che ne dici, posso stringerti senza toccarti? Io chiudo. Chiudo gli occhi, il naso e la bocca. Senza respiro. Io chiudo ma tu resta irraggiungibile dietro l’angolo, noi stiamo ancora un po’ qua.

Alza il volume

Avete mai sentito quella vocina? Alcuni la chiamano “il grillo parlante”, altri coscienza, altri ancora intuito.

Parlo di quella vocina che sta dentro, dalle parti dell’intestino, vicino al fegato, esattamente nel pancreas.

È quella cosa ben nascosta che si rivela solo ad un orecchio fino: è il famoso “lo sapevo”. Solo che, come l’arrosto che quando ne senti il profumo dal salotto significa che è già bruciato,  così anche il “lo sapevo” quando lo ascolti vuol dire che è troppo tardi.

Aveva ragione Socrate in un certo senso, la risposta è dentro di te. E il bello è che lo sai. E non ti ascolti.

Lo sai, non ti ascolti e poi t’incazzi pure.

Sì, quello che hai lasciato perdere perché “non è interessante e poi guarda che dita dei piedi”, lui era quello giusto e la tua era solo paura. Non ti ricordi di quella vocina che di notte, con molta discrezione, ti aveva detto “dai buttati”? Non ricordi quel brivido doloroso quando gli hai detto “ne ho abbastanza”? Quelle sensazioni, quelle emozioni che tu come al solito prendi a calci perché sei convinta di essere troppo furba, quelle sono verità incontrovertibili e cazzo se fai male a non ascoltarle.

Ricordi quel bel paio di occhi blu? Quelli che lo sapevi che ti avrebbero ferita, perché qualcuno dal pancreas te lo aveva detto.

È solo che non ti fidi, una sensazione non è tangibile, non puoi abbassare le difese o fuggire a gambe levate per un brivido doloroso, cioè forse era solo un nervo accavallato no?

Tu sfidi te stessa, tu sei più furba, più intelligente, più scaltra. E poi ti prendi delle tranvate sul muso mentre la vocina del cazzo sussurra “lo sapevi pure”.

Allora io adesso propongo un patto anti-tranvate: ci mettiamo lì, buoni buoni e, a costo di sembrare un incrocio tra le groupie di Justin Bieber e uno shamano,  alziamo il volume del grillo parlante prima di farci male. Che io a forza di musate ho il setto nasale deviato.

Tu vocina parli chiaro e io ti ascolto, giurin giuretto parola di lupetto.

Ecco, se posso, non mi dispiace quel figaccione seduto in metro. Che dici, mi butto?

No?

Lo sapevo.

Guida galattica per trombamici

Dicono che il sesso complichi le cose: evidentemente non conoscono l’istituto dei “trombamici”, vero Santo Graal ritrovato della nostra epoca, mito con una fama più che meritata.

Cos’è la trombamicizia? È un paio di tacchi vertiginosi senza male ai piedi, una nutella ipocalorica, un corpo statuario senza abbonamento in palestra, una cena offerta in un ristorante stellato.

Ho reso l’idea? Forse non troppo.

Iniziamo con una brutta notizia: le persone che scelgono la T.A. (trombamicizia) nel 70% dei casi non sono in cerca di una relazione per settorcidimila motivi che vanno dalla paura, al troppo attaccamento alla mamma, al fatto che in ogni caso qui non psicanalizziamo nessuno quindi del perché uno non voglia una relazione ce ne freghiamo. Accettiamo questa verità assoluta senza spaccarci la testa come su un cruciverba. Infatti il vero segreto è che la T.A. è un win-win finché non ci si pone domande, finché la prendi così come viene.

Ma come funziona questo grande sconosciuto? Ho condotto segretamente sin dall’età di cinque anni approfondite ricerche a riguardo e ora, forse, ho una vaga idea del meccanismo.

 

1) La scelta del trombamico

È bene sottolineare che il soggetto con cui avete intenzione di accoppiarvi come mantidi religiose dev’essere un conoscente, o comunque un amico non troppo stretto, che vi garbi fisicamente, con cui non uscireste nemmeno sotto tortura  e con cui soprattutto abbiate la certezza di riuscire ad intavolare un discorso che vada oltre i 30 secondi senza che nessuno dei due senta il desiderio irrefrenabile di praticare harakiri. Infatti, nonostante vi accingiate a diventare T.A., la conversazione rimane di vitale importanza per il desiderio.

 

2) Il flirt

Non siamo macchine da guerra, abbiamo bisogno di un minimo di seduzione. Ecco perché con il T.A.  potrai mettere finalmente alla prova tutte le tue millenarie tecniche di flirt, incluso il sexting, senza farti decenni di pippe mentali riguardo cosa potrebbe pensare di te l’altra persona. Principalmente perché non t’interessa.

 

3) L’amplesso

Vero punto focale della questione è il sesso, centro esatto di questo rapporto. Se non funziona il sesso allora tanti saluti, hasta la vista, buona fortuna. E cancella il mio numero.

Nel caso, decisamente più frequente, dovesse andare bene bè.. liberi tutti. Il T.A. è come un allenamento pre-partita, puoi tranquillamente provare cose nuove e vedere se funzionano. Hai sempre sognato di farlo vestito da Spiderman? Tu sei della scuola “che sesso sarebbe senza  Nutella”?  Nessun problema, il T.A. è qui per te.

 

4) Il post amplesso

Più importante ancora del rapporto fisico in sé è, senza dubbio, il dopo.  Quel momento in cui le coppie si sbaciucchiano, si abbracciano, si coccolano e sussurrano frasi dolci. Ecco non fatelo mai se ci tenete alla vostra T.A.

È infatti scientificamente dimostrato che le smancerie stanno alla T.A. come i cavoli stanno alla merenda. Potrete tranquillamente cavarvela con una pacca sulla spalla ed una battuta non offensiva volta a sdrammatizzare l’iniziale imbarazzo del post coito.

 

5) Una serata tra T.A.

L’uscita media di questa strana coppia comprende un ritrovo tra amici solitamente ignari della vostra situazione. Ad un certo punto uno sguardo d’intesa, altrimenti definibile come vera e propria migrazione di ormoni dal tuo al suo bulbo oculare, fanno capire che dopo ci sarà un incontro decisamente più picanto dell’auricchio della Weber.

 

6) Il coinvolgimento

A meno che non vi sia apparsa in sogno la Vergine Maria dicendovi che siete anime gemelle destinate ad avere undici figli, evita di prenderti del T.A.

Avete un contratto ben preciso e l’innamoramento rientra tra le clausole di scioglimento immediato di esso. Se inizi a sentire le farfalle nello stomaco, dopo aver preso un maalox, ecco cosa devi fare: assicurati che sia reciproco con estrema discrezione. Se lo fosse, auguri pace e bene. Se non lo fosse, cosa decisamente più probabile, chiudi semplicemente i rapporti con un… ma con un bel niente siete trombamici mica marito e moglie!

 

7) La durata

Ora stimo che l’80% di voi abbia pensato che “la durata” si riferisse a quella dell’amplesso mentre il fatto che io mi riferissi alla T.A. in generale non vi ha minimamente sfiorati. Ecco dunque la dimostrazione che voi stessi siete pronti per l’inizio di una trombamicizia!

Tornando a noi, la durata perfetta di questo rapporto è quella che ti permette di godere a pieno dei vantaggi di un legame puramente sessuale o poco più, senza intaccare i nostri teneri cuoricioni burrosi.

Personalmente suggerisco un minimo sindacale (approvato anche dalla Susy Camusso ovviamente) di due settimane fino ad un massimo legale di quattro mesi. Dopo, infatti, si rischierebbe troppo il coinvolgimento emotivo di una delle due parti.

Ovviamente se non si abita nella stessa città, se ci si vede solo in montagna o al mare, i tempi di cui sopra non valgono trovando applicazione il dogma “sticazzi sono in vacanza”. È cosa nota, d’altronde, che ormoni e lavoro prendano fortunatamente le ferie in momenti opposti dell’anno permettendoci di trasformarci da topi di laboratorio durante l’anno (o comunque durante la settimana), a feroci divinità del sesso nel week end o in vacanza.

 

8) La fine

Il termine di una T.A. non è nulla di drammatico. Siete ancora abituati alle fini di lunghissime relazioni in cui i due, svuotati di ogni voglia, piangono a dirotto per ore, giorni, mesi, anni, generazioni?

Welcome to the trombamicizia, dove il rapporto si finisce davanti ad una birra offerta, tra risate, battutine allusive ed un “bella lì, ci si vede”.

 

Ora tu mi dirai che il sesso senza amore non ha senso, che non ti trasmette nulla. La verità è che non tutti sono fatti per essere trombamici così come non tutti sono fatti per avere relazioni stabili. Ma qui si parla di T.A. e, come già detto, questo rapporto funziona fino a quando non ti poni domande e ti lasci semplicemente andare.

 

 

Post autofinanziato dalla campagna “ogni volta che fai sesso risolvi un complesso”

Buio Bianco

Mi sono chiusa in una stanza tutta bianca senza finestre e senza porte. Ho urlato fino a non sentire più la mia voce, ho pianto fino a ricoprire il pavimento di lacrime. Ho dato pugni, calci, ancora pugni. E mi sono aperta le nocche. Ho la nausea, sto male, ecco ora cado a terra. Com’è che ho bisogno di bianco se tutto era nero? Com’è che devo stare murata in questa stanza se tutto era aperto? Com’è che sono sola se ero con tutti quanti? Vai a casa, sorridi, accelera. Ecco un flash, un momento, un istante. Colpevole. Com’è che si vive anni interi e poi bastano pochi secondi per cambiare qualcosa? Com’è che nella mia stanza bianca c’è un puntino nero che non va via? E io lo guardo muta, no non può essere non è vero è nella mia testa. Non è colpa mia. Ho sete, ho freddo. Eppure ci sono quaranta gradi. Eppure ho freddo lo stesso. No non farò in fretta. Mi sono spiegata male, non farò in fretta. Mi prendo il mio tempo. Non è niente, non è niente eppure a me sembra tutto.

Vedi ora che lo scrivo va già meglio, se scrivo mi rilasso. E tu sai di cosa parlo. È come se nell’esatto momento in cui scrivo sul computer le parole se ne andassero dal mio corpo. Dici che funziona anche coi ricordi? Magari si. Quando si scrive si è sempre bugiardi, io ora potrei dire che c’erano tanti fiorellini, che il sole era alto e tutto era bello. Tanto chi se ne accorgerebbe? Non c’era nessuno, non nella mia testa. E invece voglio essere sincera, prima di tutto con me stessa. Ho ancora un conato. Ho un forte odore di cannella nelle narici, ho fatto una doccia lunga, ho messo la crema idratante. Ieri mi sono immersa in piscina, un minuto di apnea così, sospesa a mezz’acqua. Mi ha sempre dato un senso di calma l’acqua.

Non ho ancora capito come si esca da questa stanza. Devo sfondare un muro è evidente, non ci sono porte né finestre. Ci siamo solo io, il bianco e quel fottutissimo puntino nero. Io, te e un muro da sfondare. Solo che mi sento paralizzata adesso. Ci sono solo le dita che scorrono sulla tastiera e io le guardo quasi come fosse una magia, quasi come se non sapessi che lettera seguirà.

Ti dedico questa cosa qui che ho nello stomaco, non so se sia odio, rabbia o solo vuoto. Ecco sì, ti dedico il mio vuoto. Com’è che ci sono finita io in questa stanza bianca? Io che avrei voluto murarci quegli attimi, io alla fine ci sono dentro. Mettimelo nel cervello il tasto “cancella” che sul computer non me ne faccio nulla. Ti dedico il mio buio bianco.  

Rewind

Abbiamo sempre sottovalutato il perdono. No non il perdonare gli altri e i loro errori, no. Io intendo perdonare noi stessi, che è cosa ben più difficile. Quante volte ti guardi allo specchio e inizi a pensare “se, ma se, forse in fondo io potevo… forse ecco avrei potuto”. Quante volte, alla fine, ci siamo dati più colpe di quelle che avevamo? Cosa c’è in noi che non va se l’altro ad un certo punto dice basta? Se un giorno non ti ama più, se un giorno si gira e se ne va?

Certo nessuno di noi è un santo e ognuno ha i suoi difetti, ma forse bisognerebbe saper semplicemente dire “è andata così”. Se finisce la chimica non significa sempre che siamo diventati peggiori, che siamo delle merde ed è solo colpa nostra. A volte capita, semplicemente.

 A volte succede che chiudi gli occhi e nei tuoi sogni non c’è più lui. A volte succede che nei tuoi baci non ci sia più amore. Però ecco che senso ha colpevolizzarsi sempre? Cercare ad ogni costo di aggiustare le cose, di ricominciare e sperare che questa volta vada tutto bene? Di focalizzarsi solo sui litigi, sulle urla, sui pianti da sola alle tre di notte?

 Apri la mano, lascia andare il passato prima che la corda a cui hai legato i tuoi torti ti trascini a fondo. Tieniti i bei ricordi, pensa al primo bacio, alla prima cena a casa sua, a quella volta in cui hai abbassato le luci e ti sei lasciata andare. Pensa a quando ti ha rapita e ti sei dimenticata del resto del mondo per quarantotto ore, a quando ti ha detto che eri così bella da togliere il fiato. 

Perché certo forse sarebbe potuta andare meglio, ma nessuno ha ancora inventato la macchina del tempo e il tasto rewind esiste solo nelle canzoni di Vasco Rossi.

Perché in fondo può succedere che il tuo sbaglio più grande sia continuare a rimuginare sulla parola di troppo, sul silenzio che non hai saputo rompere, sullo sguardo che non hai saputo alzare.

Un giorno toccherai la ferita e sentirai che non fa poi così male, che tutto continua esattamente come prima, che il vuoto al tuo fianco non saranno i tuoi sensi di colpa a riempirlo, bensì i tuoi sorrisi.

Una mattina mentre ti starai lavando il viso, mentre avrai tutta la schiuma sugli occhi, scoppierai a ridere e dirai “certo sarebbe potuta andare meglio, ma è stata comunque una figata”.

Una sera prima di addormentarti, penserai che semplicemente può capitare.

Che tu t’innamori,

che lui ti ami,

che tu te ne vada,

che tu ti perdoni.

Mauro

Si chiama Mauro il mio papà. Ha grandi mani sottili, il naso greco, capelli un tempo castani. Mi han detto che da giovane andava in giro in kawasaki, faceva il calciatore in serie C con la C di calcio. Un giorno un difensore ha sbagliato a saltare e al mio papà, come ai bimbi piccoli, sono caduti i dentini. Per tanto tempo si è vergognato di sorridere. Io mica gliel’ho mai detto che m’illumina le giornate quando sorride.  Ha conosciuto la mia mamma e non è stato subito amore come nei cartoni disney. Anche perché l’amazzone era mia mamma, credo che mio padre al massimo abbia cavalcato un ciuco. Poi è nato mio fratello e dopo tre anni sono arrivata io, che mica ero prevista.  La mia mamma voleva che nascessi a primavera, una Venere di Botticelli dei poveri. Purtroppo ho subito fatto di testa mia e puf sono arrivata nel mese più triste dell’anno, Novembre.

Ora che ci penso, credo di aver abbracciato mio padre meno di cinque volte in tutta la mia vita. Il suo più grande gesto d’affetto è passarmi una mano tra i capelli e in quella carezza vedo chiaramente tutto l’amore di cui un uomo è capace. Le sue dita gentili sfiorano per non far male, una delicatezza dolcissima. E io mi sciolgo come una tavoletta di cioccolato al sole d’Agosto.

Ci siamo scontrati così tanto che a volte mi mancava il fiato perché sai quando urla non c’è da preoccuparsi, basta lasciar passare dieci minuti e tutto si risolve. Il problema è quando parla a voce bassa allora a quel punto ecco, a quel punto puoi sentire le gambe diventare gelatina.

Papà che poi è sempre lì ad ascoltarmi, papà che gli racconto i miei problemi e lui coi suoi occhi scuri mi guarda dentro e non ha paura di dirmi che sbaglio, papà che poi mi sorride e dice “quelli di cuore sono i più bei problemi che potrai mai avere” e so che ha ragione.

Papà che mi prende costantemente in giro  per i difetti fisici, per come parlo, per come mi muovo. Poi però quando metto un bel vestito e un velo di rossetto mi dice che sono bellissima e io, come tutte le bambine, ci credo davvero.

S’incazza quando litigo con mio fratello, si scioglie quando facciamo pace.

Dicono che, in fondo, io e mio padre ci scontriamo spesso perché siamo uguali. Una sorta di odi et amo.

Oggi mi sono seduta davanti al computer e ho detto “adesso vi racconto mio padre”. Il problema è che non ne sono in grado e lo riconosco. Non so mettere in parole le emozioni, non so spiegare davvero la sua essenza. Una marlboro, un bicchiere di vino, una battuta in dialetto. Uno sguardo severo, un sorriso comprensivo, ancora una marlboro. Ecco non ho detto nulla, eppure a me sembra di aver spiegato tutto. Come posso esprimere l’affetto che c’è dietro il fatto che anche tra milioni di persone io riconoscerei il suo colpo di tosse? Come posso spiegare che spesso è la prima persona che chiamo? Come scrivere, infine, che se esiste il vero amore io lo vedo negli occhi dei miei genitori che ancora, dopo trent’anni e spingi, sembrano davvero due metà della stessa mela?

Semplicemente non lo faccio. Me lo tengo per me, custodisco gelosamente in fondo al cuore tutte quelle sfumature.

E dunque buon compleanno papà, avrei voluto raccontarti meglio.

Dieci mesi di champagne

Che cosa rimarrà della bella Parigi? Un anno è passato così in fretta, un battito di ciglia, il tempo di una coppa di champagne sul lungo Senna. Arrivi con la voglia di conquistare il mondo, poi ti rendi conto che è questa città piano piano a conquistare il tuo cuore passo dopo passo, bonjour dopo bonjour. Parigi e la sua pioggia, i suoi cieli incantevoli e quel suo fascino sopra le righe, quella bellezza che ti chiede d’inchinarti al suo cospetto. Parigi che quando il Sole splende puzza di piscio, un po’ come se la luce facesse i risaltare una città piena di contrasti dove le borse di Chanel non compensano i barboni ad ogni angolo. E bada che quell’odore dolciastro di alcool e sporcizia ti si attacca dentro, ti obbliga a riflettere almeno un istante su quanto forte la fortuna ti abbia baciata. Parigi con i suoi café, i suoi bistrot così minuscoli che puoi sentire il profumo della signora al tavolo accanto. Ecco vedi quell’uomo davanti a noi? Ora inizierà a suonare il pianoforte in piazza come ogni domenica, e come ogni domenica non potrò che stare a guardarlo. Presto si riempirà di turisti, e vedrai anche tu che inizierai un po’ a odiarli, il modo lento in cui camminano, il loro stare a sinistra sulle scale mobili, il loro fare foto in continuo mentre tu devi andare. Andare sì ma dove? non lo so, che importanza ha? Questa città ha la fretta nel DNA, ha il ritardo pre-impostato sull’orologio. Ora vieni, andiamo a perderci nelle stradine, non esiste modo migliore per vivere qui. Guarda quel passaggio che bello, guarda quel balcone coi suoi fiori bianchi e una signora affacciata con una collana di perle. Lo senti il profumo di cucina? Lo senti il burro salato della Normandia e della Bretagna che piano piano ti s’insinua nelle narici finché ne diventi dipendente? Lo sapevi che le ostriche si mangiano solo nei mesi con la erre? Lo sapevi che questo posto è una vecchia stazione del metrò? Lo sapevi che in un café senza terrazza non vale nemmeno la pena andare? Ho letto di una mostra, sembra bella e non lontano da qui. Qui che niente è vicino eppure tutto lo è, qui che non è poi così grande. Qui che non sai nemmeno quante mosche rischi di ingoiare se non la smetti di girare a bocca aperta per lo stupore.
I parigini sono proprio degli stronzi, dopotutto i cliché hanno sempre una base di verità. Trovami un cameriere gentile, diventerai il mio eroe. Trovami qualcuno che non rida sotto i baffi quando dici che sei italiano, ti offrirò una cena. Non è vero che ci odiano, assolutamente no. È solo che per loro siamo dei sempliciotti, dei mangia pizza con l’orecchino al sopracciglio e delle belle terre, nulla più. Certo siamo calorosi, addirittura focosi, ma lontani anni luce dal loro livello. Un italiano elegante? Ma voi non siete quelli coi completi gessati? È buona la cucina italiana? Bè pizza pasta e tiramisù non sono male ma che avete d’altro? All’inizio ti scaldi, rispondi a tono e ovviamente tiri in ballo il bidet, nostro vero orgoglio nazionale. Poi ti passa e sorridi, il loro patriottismo è così forte che per loro la Francia e Parigi soprattutto è meglio del paradiso. Questo se parlano con uno straniero perché, proprio come noi, sono i primi a criticare il loro paese, ma solo tra concittadini s’intende.
Si è fatto tardi, tra poco sarà buio. Quale anima vuoi scoprire? Vuoi vedere i ragazzi con una chitarra e del vino portato da casa? Seguimi forza, ti porto sul canale coi suoi ponti in ferro battuto e l’odore di marijuana. O forse preferisci rue de Lappe dove una tequila costa tre euro e ti ritrovi tra turisti e la Parigi forse non abbiente ma sicuramente piena di vita. Vuoi essere un bobò? Andiamo a scoprire i bar di Saint Germain, il suo essere terribilmente affascinante e in fondo un po’ snob.
Torniamo a casa, facciamolo in bici. Con la luce soffusa dei lampioni Parigi si scopre lentamente, come una bella donna che sa di essere guardata. C’è silenzio, tutto tace. Solo una leggera brezza, una risata lontana. Sono partita pensando che al mio ritorno avrei saputo molte più cose, sarei diventata incredibilmente “saggia”, come se le saggezza si acquistasse in un anno con comode rate mensili. Sono partita pensando che.. sono partita e non ricordo nemmeno bene come. Sai ci sono momenti che canonicamente dovrebbero essere importanti, e invece io sono una sega totale. Tipo gli addii, quando devo salutare qualcuno ho lo stesso trasporto di un sasso sul ciglio della statale per Bardonecchia. Quando devo partire ho solo l’ansia di prendere il treno, confesso che non mi perdo molto in riflessioni. Non sono capace di fare quelle scene strappalacrime da film, sai roba con fazzoletti bianchi, occhi lucidi e un sacco d’amore nell’aria. No. Io salgo, cerco il mio posto e tanti saluti. Anche se sarebbe bello ogni tanto poter fare una corsa disperata sul binario urlando “non partire, non partireee” cercando di non inciampare nel barboncino di quella che ti cammina davanti.
Ora che sono tornata ho passato giorni e giorni a cercare una frase ad effetto, sai una di quelle che poi quando l’hai scritta ti dai una bella pacca sulla spalla, una frase che ti faccia sembrare super intelligente e super profondo anche se, probabilmente, ti è venuta dopo il quarto negroni. E invece ho deciso di non scrivere nulla, di fare quella super pensierosa, super misteriosa, super fica, quando invece il mio unico pensiero è recuperare qualche ora di sonno. Ma questo è un segreto.
Andate a Parigi, perché è veramente uno spettacolo. Non prendete mai la linea tredici a Saint Lazare se ci tenete alla vostra vita. Prima di cambiare a Chatelet, consiglio mezz’ora di meditazione o spararsi in un piede. Odiate i turisti anche se voi stessi lo siete, se camminate con passo deciso e senza zaino, vi confonderete con la massa. Se un cameriere fa lo stronzo, fate ancora più gli stronzi e lo conquisterete.
Se, infine, un parigino snob vi chiedesse cosa ne pensate della città, voi guardatelo con aria di sufficienza rispondendo “non è male ci mancherebbe, però Roma..”

Quando muore una stella

Forse a volte ci dimentichiamo che quando muore una persona famosa, muore innanzitutto una persona. Che dietro una macchina da presa, dietro le pagine di un libro, dietro un volto noto si nasconde un cuore con le sue gioie e i suoi dolori, coi suoi pregi e i suoi difetti. L’arte, ci insegna la storia, non ha cimiteri se non per i suoi interpreti, se non per chi la crea. La morte, a volte, sembra una gara a chi soffre di più,  a chi manda i fiori più belli, a chi sceglie le parole più appropriate. Ma, parafrasando uno scrittore famoso, io (non) sono Dio, io non posso giudicare il tuo modo di vivere il dolore né tanto meno pensare se esso sia veritiero. Perché è una questione privata, personale e se hai voglia di condividerla bè, l’accetto così com’è.  E se nemmeno sapevi chi fosse questa stella prima della sua morte, non sarai oggetto del mio astio se t’informerai sulla sua vita ben anche lo facessi solo per non stare zitto al bar con gli amici, ben anche lo facessi per avere più consensi. Perché in fondo può capitare che leggendo le sue frasi tu ti renda conto che quella persona era interessante, che vale la pena scoprire la sua arte. Ed è così che lo renderai immortale, è così che le opere sopravvivono. Perché ci sono persone che s’ interessano. Il tuo negozio di fiducia non ti chiederà perché stai comprando quel libro, quel cd o quel film. Sorriderà sperando che, forse, anche la morte serve all’arte. Perché se per i familiari, gli amici e i conoscenti chi muore è soprattutto un uomo, niente è forse per loro più gratificante di sapere che, anche nel dolore, c’è chi sorridendo dirà ancora “minchia signor tenente”.